albergo ludd

Devuan GNU+Linux 3.0 Beowulf su Lenovo B575e

Ho ereditato questo computer portatile su cui girava Ubuntu, comprato con FreeDOS installato, un Lenovo B575e di quattro cinque anni fa. Ubuntu ormai era abbastanza impallato, ma comunque non lo avrei mai usato e dunque via di distrohopping. Dopo un po' di prove per capire cosa funzionasse e cosa no come hardware, ho scelto di usare Devuan. Qui di seguito metto alcune indicazioni di massima sugli interventi che ho dovuto fare per far andare tutto alla perfezione (o quasi).

Innanzitutto partiamo dalla installazione del sistema operativo. Il cd di ISO è un net-install di Devuan 3.0 Beowulf, che riprende Debian 10 Buster con Sysvinit in luogo di SystemD e di tutto il suo sistema di dipendenze collegato. La prima cosa da fare è collegare il cavo ethernet dal computer al modem perché la scheda wifi non è compatibile. Durante l'installazione ho scelto Xfce come ambiente desktop, considerando anche che è quello di default su Devuan, mentre Debian ormai spinge GNOME, ma anche per scelta perché mi sembra sempre un ottimo compromesso tra leggerezza e strutturazione del desktop. Come init ho selezionato Sysvinit perché rispetto a OpenRC mi sembra molto meglio collaudato su Devuan.

Installato il sistema operativo dobbiamo restare ancora collegati con il cavo ethernet al modem perché si devono fare alcune installazioni per il wifi. Sysvinit parte e ci avvisa di un problema sui driver di grafica Radeon e nel collegamento network, per cui una volta che ci siamo loggati con Slim (che adoro, molto più bello rispetto a lightdm e gli altri, mi riporta a BSD) eccoci dentro Xfce.

Per prima cosa, scelta l'impostazione predefinita del desktop, vado a fare le prime modifiche che faccio sempre con Xfce, ovvero eliminare il pannello in basso (quello con le icone) e spostare quello in alto giù. Altra modifica che mi trovo costretto a fare perché mi dà fastidio è nel gestore delle finestre, togliendo il focus dal semplice scorrimento del mouse. Metto lo sfondo classico del background di Xfce azzurro con il topino al centro e andiamo adesso alle cose serie da fare.

Per prima cosa su pulseaudio dobbiamo fare una modifica: da terminale con l'editor mousepad apriamo /etc/pulse/client.conf.d/00-disable-autospawn.conf e commentiamo #autospawn=no Fatto questo dobbiamo aggiustare anche un dettaglio del Grub che ci riporta ancora a Debian, apriamo con l'editor /etc/os-release e sostituiamo Debian con Devuan. Poi bisogna aggiornare Grub e per farlo apro Synaptic e faccio reinstalla Grub-pc.

Visto che sono in Synaptic devo fare le due-tre installazioni più importanti. Innanzitutto, per far funzionare il wifi cerco Broadcom nella barra di ricerca di Synaptic e installo i vari componenti del firmware necessari, broadcom-sta, etc. La stessa cosa faccio per i driver grafici, cercando Radeon e installando AMD firmware graphics. Ci siamo quasi, cercando Synaptic su Synaptic (sembra un errore ma non lo è) installo i driver per TouchPad Synaptics per il server X.Org con xorg-input. Importante pure installare ifupdown2 per quel problema sul network di cui parlavo all'inizio. Ci siamo, abbiamo fatto praticamente tutto, riavvio il computer, metto il click al touchpad e installo i programmi principali che uso in genere.

Avendo fatto una installazione da ISO net-install abbiamo già tutto aggiornato, quindi devo soltanto mettere quello che voglio. Nello specifico c'è già Firefox e quindi gli metto i soliti addons contro javascript e le impostazioni di privacy restrittive, poi mi scarico Sylpheed come client di mail, poi Gimp, Smplayer, Qbittorrent, Audacity, Galculator, Telegram-desktop e qualche altra cosa, considerando che Libreoffice è già a posto in italiano.

Spero che queste indicazioni fatte veramente terra terra (per il mio livello di utente GNU molto basic) siano utili a qualcunx.

Antispecismo e movimento reale

In un'intervista sul blog Voci sinistre [https://vocisinistre.com/2019/06/08/intervista-antispecismo-a-che-punto-siamo-una-chiacchierata-con-il-filosofo-marco-maurizi/] il filosofo marxista e antispecista Marco Maurizi si interroga sui limiti politici del movimento antispecista. L'intervento è interessante ma non condivido molto la parte in cui si critica tout court l'attivismo individuale, dipinto quasi come un limitato e un inutile sbattersi del singolo che non riesce a cogliere la totalità della società. Penso che questa contrapposizione sia fallace tanto quanto altre che vengono criticate nel pezzo.

Ad esempio, quando Maurizi parla delle radici dei limiti del movimento antispecista dice che “il motivo di tale marginalità non è dovuto al fatto che, come ancora troppo spesso si dice, le “masse” non sono recettive, refrattarie al pensiero critico, al cambiamento ecc. Questa accusa elitista non è meno vera di quella opposta: che spesso chi lavora in ambito teorico o culturale è terribilmente autoreferenziale e tende a sublimare in astratte logomachie teoretiche problemi il cui livello di complessità va posto altrove, in quell’opacità del corpo sociale che ancora troppo spesso viene invece ignorata, immaginando che il cambiamento sociale possa conseguire more geometrico da un cambiamento di pensiero. Questa è l’essenza del pensiero liberal, secondo cui il mondo è “come ce lo immaginiamo”, l’essenziale è think different”.

Il problema è forse che, se il mondo non si cambia semplicemente con un diverso modo di pensare, non esiste nemmeno nessun “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” perché non esiste nessuna totalità se non nelle elucubrazioni dei filosofi tedeschi del 1800. Gli eventi e i sistemi di potere che accadono nelle nostre società contemporanee sono tanto complessi e frammentari quanto non riducibili a nessuna unità spirituale e processuale, come avviene nel pensiero hegeliano e marxista oggi ancora in voga.

Maurizi pur criticando tutto il campo “welfarista” delle associazioni che si spendono per il “benessere animale” afferma esplicitamente che invidia a questo mondo la sua strutturazione nella società. A mio parere se ci sono però dei problemi nei percorsi individuali che partono da un ragionamento esistenziale, ce ne sono forse anche di più nella costruzione di grandi gruppi burocratici, centralizzati, verticisti e in ultima analisi riformisti e violenti. Ne è testimonianza tutta la storia del movimento operaio del secolo passato. Il problema della efficacia della pratica politica resta in piedi, ma non credo sia opportuno porre la discussione in questi termini.

Metodo del consenso e orizzontalità per uscire da questo stallo

Fa un poco impressione pensare allo stato in cui versa quello che si è sempre definito negli ultimi decenni in Italia genericamente come “movimento”. Parlo dei centri sociali, spesso di centri sociali raggruppati per aree politiche, di collettivi, anche di partiti o pseudo tali della sinistra rivoluzionaria. Ripensando a quanto scrivevo nella presentazione di questo blog sulla tossicità dei social network, ho quasi l'impressione che senza la proiezione delle proprie attività sui profili facebook, tanti gruppi sarebbero ben poca cosa. Ovvero che la rappresentazione stia diventando prevalente su quanto messo in campo oggi nella società, in termini di organizzazione in senso lato, sia di socialità che di conflittualità diffusa.

Questo vale come prima riflessione “quantitativa” sulla riduzione di un movimento che si è parecchio assottigliato parallelamente alla scomparsa della sinistra in parlamento (ovviamente non considerando quella parte di sinistra che attualmente è al governo). Non voglio spendere le prossime righe su tutte le magagne che affliggono ancora questa area in ritirata dai conflitti e dalla presenza pubblica, perché sarebbe un discorso troppo complesso e difficile. Mi soffermerò solo su un elemento che mi sembra utile a capire anche il perché si sia arrivati a questo punto.

Le organizzazioni di movimento sono state molto spesso dei luoghi con struttura informale e assembleare, ma nei fatti sono state gestite in maniera autoritaria e verticistica. La pratica del metodo del consenso, ovvero quel modo di procedere lento ma condiviso di fare solo quei passi in avanti che siano condivisi da tuttx, non ha mai avuto grande successo. Già nei contesti che vediamo ogni giorno sul lavoro, a casa, per la strada, l'aria si è fatta ormai irrespirabile. Se pure nei gruppi di movimento si continueranno a vedere queste pratiche machiste e violente di sopraffazione, in breve tempo centri sociali e collettivi chiuderanno di nuovo, mentre le militanti, gli attivisti, se ne torneranno giustamente a casa schifatx.

Si potrebbe replicare che viste le urgenze che hanno le lotte e vista pure la necessità di stare in movimenti cosiddetti “spuri” dove sono all'ordine del giorno comportamenti razzisti, sessisti etc. non possiamo permetterci il lusso di procedere in questo modo. Certo c'è anche il rischio di fare delle cose troppo chiuse e anguste, ma secondo me il metodo del consenso e l'orizzontalità sono due modi efficaci proprio per smontare alla radice queste derive che già incontriamo nella vita di tutti i giorni. Ho partecipato tante volte ad assemblee che si chiudevano con l'intervento di sintesi di chi aveva la voce più alta e con la decisione di creare il giorno dopo una pagina facebook...credo di essere sicuro quando dico che non si è mai andatx da nessuna parte, che tutto è poi finito rapidamente.

Ovviamente quello che dico non è una equazione matematica e comporta tante difficoltà pratiche, ma viene comunque dall'esperienza che ho vissuto negli ultimi anni.

Cinque milioni e mezzo

Cinque milioni e mezzo è il numero dei bovini presenti attualmente in Italia. Non saprei dire se questa cifra sia grande o piccola, dipende sempre relativamente dalla condizione in cui si trovano questi cinque milioni e mezzo di individui animali, come vivono, dove sono collocati, che futuro avranno a breve etc. etc. Un articolo sul giornale “Domani”, [https://www.editorialedomani.it/fatti/quelle-vacche-invisibili-che-inquinano-pi-dei-tir-e5tgfs39] ci parla di inquinamento, di tonnellate di liquami, di azoto e ci fornisce una serie di cifre per descrivere e quantificare una situazione che però mi sembra non sia affrontata dal punto di vista giusto.

Si parla di sversamenti illeciti, dei 570.643 bovini in 6.697 allevamenti e poi via a parlare di forme di parmigiano e della fine dei pascoli. Stringi stringi, oltre la consueta lettura antropocentrica ed economicistica, arriviamo quindi al punto: “Il fenomeno è invisibile ma enorme: nelle stalle italiane sono reclusi 5,5 milioni di bovini (dati 2019 dell'Associazione italiana allevatori), metà da latte e metà da carne”. I bovini non si vedono perché sono stipati in allevamenti industriali dove sono sfruttati e uccisi con metodo scientifico, in quella immensa catena di s-montaggio che è l'industria della carne o anche quella dell'industria lattero-casearia.

Possiamo quindi pensare a calcolare i numeri di questa industria, parlare dei suoi problemi economici, dell'inquinamento, dei sussidi statali, del numero di umani impiegati negli allevamenti, delle loro condizioni di lavoro e di tante altre cose collegate. Quello che però mi sembra impossibile calcolare, è un numero che racchiuda ed esprima la sofferenza di questi individui e ciò che questa strage può significare per il pianeta in cui viviamo, per la vita su questo pianeta, per noi stessi in quanto abitanti che hanno un legame ed una connessione con gli altri abitanti animali di specie diverse.

Non è un numero che può uscire dalla calcolatrice, a parte il numero degli individui uccisi o sfruttati. Non tutto si può quantificare, ma se non ci interroghiamo allo stesso modo sugli effetti che ha il recidere il legame tra esseri viventi su questo pianeta, tutti gli altri discorsi sull'inquinamento, sull'equità sociale o sindacale, mi sembrano sinistri e beffardi, inquietanti nel loro nascondere la violenza che è in atto in questo momento sotto i nostri occhi. Cinque milioni e mezzo di individui che abbiamo relegato in stato di schiavitù e l'unico rapporto diretto che abbiamo con loro è quello che vediamo sulle nostre tavole, quando troviamo nei piatti, trasformati in “carne” e “cibo” i corpi distrutti di questi animali.

Non sono mai stato una persona particolarmente religiosa e non so in che misura esista un legame tra esseri viventi che vada al di là di un semplice co-abitare lo stesso pianeta, per cui non saprei nemmeno dire quanto questo sterminio deturpi il nostro sviluppo come esseri umani, oltre l'apparenza che ci fa condurre le nostre vite come se niente fosse, come se questo sterminio attuato “per moltiplicazione” non avvenisse sotto il nostro naso. Però mi sembra evidente che tutto il “cervello sociale” o intelletto generale che dir si voglia, l'infosfera, la società nel suo complesso considerata oltre la mera somma dei singoli individui, ne sia trasformata negativamente e compromessa in modo irreparabile.

Vivere in questo oceano di violenza e di sfruttamento è veramente difficile, è una sorta di paradosso. L'unica via d'uscita che vedo è politica, politica nel senso di saper tematizzare questa violenza e fare qualcosa collettivamente per porvi fine una volta per tutte. Solo in questo percorso, che si richiama all'antispecismo, possiamo recuperare un minimo di consapevolezza di quello che corre sotto i nostri occhi e che è difficile anche nominare senza rimanerne annientati.

Marco Rizzo rilegge Mario Tronti...e ne esce Umberto Bossi

La letteratura militante marxista presenta sempre più dei momenti di tristissima decadenza, segno che da quelle parti l'intelligenza e la capacità di uno scatto e di innovazione teorica sono ormai rarefatte e spente dal ritorno in auge di hegelismo, stalinismo e tutte le incrostazioni di cui evidentemente è impossibili disfarsi una buona volta, per sempre.

Ho visto questo manifesto elettorale del PC (di Rizzo) e del PCI (che poi lo ha sconfessato) in cui si contrappongono i diritti sociali a quelli civili, presentando questi ultimi come una deviazione liberal borghese. Sono stati gli stessi togliattiani ortodossi del PCI a ricordare come nella storia dei comunisti italiani non sia mai stato proprio così, sia pur riaffermando il loro totem della priorità della contraddizione capitale-lavoro su tutte le altre oppressioni. Come si raccontava in una vignetta di Zerocalcare, “non mi convince questa rigida separazione di categorie contrapposte e non sovrapponibili tra lavoratori e persone non eterosessuali”.

Allo stesso modo, dei compagni dell'ex autonomia operaia hanno scritto un testo in cui si rivendicano l'odio verso la sinistra liberale e dei centri sociali, buttandola però in caciara con il solito mistificante accostamento di tutte le prassi critiche intersezionali contro le oppressioni alla teoria liberale e borghese. Stringi stringi, la stessa cosa che fa Marco Rizzo. Percorsi queer contro la mascolinità tossica, laboratori hacker, movimenti misti tra migranti e autoctoni, tutto associato al politicamente corretto della politica liberal. Peccato che questi percorsi siano spesso in contrasto con quell'ambiente progressista da cui (anche giustamente) si vogliono prendere le distanze.

E allora, come un Rizzo qualunque, via di battutine sul “restiamo Stalin” e sulle “zecche dei centri sociali”, prendendosi l'unica deviazione dall'ortodossia zdanoviana nella lettura della tendenza, come avrebbe fatto un autonomo di quarant'anni fa. Solo che adesso questi post-autonomi ripescano a piene mani nella paccottiglia stalinista pur di rimarcare la loro avversione alla sinistra borghese. Tanto rumore per nulla. Sembra di leggere un Marco Rizzo (pelato servo della Nato) in acido mentre studia Operai e Capitale di Mario Tronti, risultando però solo un pessimo Umberto Bossi che sbava testosterone inneggiando ai comunisti padani. Anche qui, in questo celodurismo esibito, siamo lontani anni luce dalle migliori acquisizioni politiche del femminismo italiano.

Poi ovviamente i compagni vorrebbero dirci che tutto il femminismo è solo Hillary Clinton, ma fortunatamente non è così. Caliamo un velo pietoso anche su Derive Approdi che pubblica online queste scemenze, e andiamo avanti.

Della mia città

Alcune cose che ho da dire su Salerno. Non è mai stata una città operaia, anzi. Dalla speculazione edilizia degli anni Sessanta, la Democrazia Cristiana ha portato migliaia di immigrati dalla Basilicata a trasferirsi nella zona orientale, mentre le fabbriche dall'altro lato della città, dai villini svizzeri di Fratte, si sono man mano svuotate. È rimasto quindi un ceto medio impiegatizio e del terziario ben prima che arrivassero il neoliberismo e la sconfitta del movimento operaio. Infatti, Salerno è stata la città che riempiva piazza della Concordia con migliaia di persone quando arrivava Almirante, il Movimento Sociale Italiano prendeva oltre il dieci per cento alle elezioni. Poi è stata la città più socialista d'Italia (socialista nel senso di craxiana) con il PSI di Carmelo Conte al 30%. Poi è arrivata la riforma delle votazioni amministrative e negli anni '90 il sindaco è diventato il padrone-imprenditore assoluto della città, l'ex ingraiano De Luca ancora oggi comanda imprese e camorra ed è arrivato a guidare la regione Campania. Ma c'è stata anche un'altra Salerno, nel corso dei decenni, contro il potere. La Salerno di Marini del processo Falvella, così come dei militanti della autonomia operaia che erano contro la DC ma anche contro il PCI della città. Poi ci sono stati i e le militanti delle Brigate Rosse, che hanno ucciso uno sbirro e hanno fatto uno storico intervento militare nel centro cittadino per rubare delle armi all'esercito, lasciando sul posto dei soldati dello Stato, martiri per la borghesia al potere. Ma io penso anche ai e alle tantissime compagne morte per eroina negli anni settanta e ottanta, quando è iniziato il riflusso. Di queste persone non si dirà mai niente, perché sono sotto la damnatio memoriae del potere come della sinistra: eppure erano persone vivaci intellettualmente, generose e combattenti, infine arrese alle difficoltà della vita. Penso a loro ogni volta che affogo nel luppolo tutte le difficoltà quotidiane della mia vita personale. Devono aver affrontato un muro così alto e invalicabile nel momento peggiore della storia, quello della definitiva vittoria del capitalismo in occidente. Anche io, due decenni dopo, mi sono ritagliato un piccolo ruolo nella scena politica cittadina quando ho partecipato alla resistenza del laboratorio diana, che De Luca ha sgomberato perché ci rifiutammo di essere asserviti al suo potere onnipresente. Rifarei la stessa scelta anche oggi, perché fondamentalmente non me ne frega un cazzo di niente, l'unico valore che do alla mia azione politica è relativo a qualcosa che va oltre il lavoro salariato e lo stato. Per cui, ritornando alla memoria dei tanti e delle tante compagne morte di eroina, quando Salerno era la città più colpita da questo flagello in Italia al pari di Verona, ripenso alla difficoltà di rimanere in piedi da soli contro un potere così ottuso e impenetrabile, un muro di gomma così arcigno. Per loro, pensando alla loro sconfitta, mi viene naturale immaginare altre forme di lotta e di resistenza, perché nonostante tutto la bellezza sarà sempre dalla nostra parte, la parte dei ribelli.

Entrismo nel Deep State

Ely Schlein, vice presidente della Regione Emilia-Romagna e nuova icona della sinistra italiana, da parlamentare europea aveva portato avanti una proposta di riforma dei famigerati accordi di Dublino sull’immigrazione, riforma invocata negli ultimi anni da tutto l’arco parlamentare italiano, da Salvini a Sinistra Italiana. Ora la riforma sta arrivando e ovviamente la modifica degli accordi di Dublino riguarderà una distribuzione tra i vari paesi europei del carico delle deportazioni. Non poteva andare diversamente, quando si mette mano a tali regolamenti consolidati dal razzismo di Stato vigente in tutte le “liberal democrazie” (occidentali e non) si interviene appunto sulla “gestione delle migrazioni”, che tradotto in italiano significa sempre, in ultima istanza, deportazioni. Certo, qualche anima bella della sinistra avrebbe preferito dividere tra gli stati europei anche una quota maggiore di “accoglienza”, ma siamo sicuri che di questo rafforzamento dei trattati di Dublino se ne parlerà ancora per poco e a sinistra ci si abituerà anche a questo: dopo aver istituito anni fa i centri di espulsione, ne è la logica conseguenza. Intanto la Schlein si occupa già di tutt’altro e sulla sua pagina Facebook commenta positivamente il successo delle forze di governo alle ultime elezioni amministrative. Si rafforza il governo, per la gioia della “coraggiosa” Schlein, e la ministra Lamorgese potrà continuare a gestire deportazioni, quarantene forzate su navi lager, caccia alle persone che fuggono dagli Hotspot e accordi con la “guardia costiera” libica. Tutto ciò senza dover twittare contro gli immigrati, non ce n’è bisogno. Copertura perfetta, visto che anche i movimenti antirazzisti sono rimasti a contestare Salvini e a non dire praticamente nulla contro l’attuale gestione del ministero dell’Interno.

Altro a predicare un rafforzamento delle istanze di movimento nella sinistra è Salvatore Cannavò, già dirigente della Quarta Internazionale e ora vice di Travaglio su Il Fatto Quotidiano. L’ex deputato di Rifondazione su Jacobin Italia si chiede “se è possibile, ad esempio, poter declinare una modalità à la Sanders nel contesto italiano per poter costruire un punto di vista e una posizione di forza. Sia chiaro, non si tratta di discutere, a sinistra, di far parte, ad esempio, del Partito democratico, quanto di capire se esista una modalità di intervento istituzionale che possa produrre una qualche efficacia.” La sconfitta di Sanders, per la seconda volta di seguito, è sotto gli occhi di tutto il mondo, forse il solo Cannavò continua a immaginarsi Bernie alla Casa Bianca e non, invece, a dover appoggiare a denti stretti un candidato dell’establishment come Joe Biden. Tutto l’investimento fatto dai sostenitori di Sanders nella battaglia interna al Democratic Party americano è andato disperso, tanto è vero che (come raccontato del resto sulle stesse pagine di Jacobin) una parte di socialisti democratici sta pensando di uscire definitivamente dai democratici e di fare un terzo partito. Nel frattempo, piccolo particolare, gli USA sono sull’orlo di una guerra civile e il black lives matter ha occupato le strade per settimane, costringendo Biden a candidare come sua vice presidente uno sbirro, riportando sui social l’hashtag #KamalaHarrisIsACop. Insomma, l’entrismo dei socialisti nei democratici è finito proprio bene, come nella migliore tradizione, con l’appoggio alla repressione poliziesca. Non si capisce bene quali dovrebbero essere dunque le modalità “à la Sanders” nel contesto italiano, se non quelle, appunto, di rinforzare la polizia e lo Stato.

Ultima notazione sulla disgraziata sinistra italiana, per Potere al Popolo!, che si era candidato alla guida della Regione Campania. Non è finita proprio bene, con De Luca al 70% e il candidato dell’Ex-OPG all’1,2%. Questa volta il risultato non è stato festeggiato con la bottiglia di Champagne, come fece alle ultime politiche in diretta Tv Viola Carofalo: il centro sociale napoletano ha invece pubblicato una pensosa e ragionata analisi post elettorale nella quale si ribadisce che il partito prende più voti laddove è radicato con propri gruppi, sedi e militanti. Quindi, per aumentare la percentuale alle prossime elezioni, si devono aumentare le sedi. Salvo poi ripetere nel prossimo comunicato che bisogna fare proprio l’esatto contrario, ovvero partecipare alle elezioni per rafforzare sedi e intervento sociale sul territorio. Una bella contraddizione che ogni tanto riemerge dalle righe dei proclami dei dirigenti comunisti partenopei. Ovviamente, quelle poche individualità che continuano a sostenere le lotte sulla strada, rischiando denunce e galera, sono i soliti “leoni da tastiera” e “non sarebbero capaci di amministrare nemmeno un condominio”, come si usa dire spesso tra compagni. Quale che sia il condominio che amministra Potere al Popolo!, almeno questi leoni da tastiera non si illudono di prendere il potere (anzi, il Potere!) candidandosi alle regionali.

La sinistra non sarà mai rivoluzionaria

Pur dichiarandosi interna al pensiero marxista, Silvia Federici nel suo “Calibano e la strega” mette in discussione uno dei punti teorici fondamentali del marxismo, quello che (in sintesi) vede il passaggio distruttivo operato dal capitalismo come necessario e propedeutico al trionfo del socialismo, un momento di sviluppo razionale di transizione della società raggiunto attraverso la centralizzazione della produzione. Secondo le parole della stessa Federici:

“Sebbene Marx sia stato acutamente consapevole della brutalità dello sviluppo capitalistico – la sua storia, ha dichiarato, è scritta negli annali dell’umanità con lettere di fuoco e sangue – non c’è dubbio che abbia visto l’avvento del capitalismo come un passaggio necessario nel processo di liberazione dell’umanità. A suo avviso, il capitalismo ha eliminato la piccola proprietà e aumentato (in misura mai eguagliata da nessun altro sistema economico) la capacità produttiva del lavoro, creando così le condizioni materiali per affrancare l’umanità dalla scarsità e dal bisogno. Marx presumeva inoltre che la violenza che ha caratterizzato le prime fasi dell’espansione capitalistica sarebbe diminuita con il maturare dei rapporti capitalistici, quando lo sfruttamento e il disciplinamento del lavoro sarebbero conseguiti all’operare delle leggi economiche (Marx 1867, Libro primo). In questo si sbagliava profondamente. In ogni sua fase, inclusa quella attuale, la globalizzazione dei rapporti capitalistici ha comportato il ritorno degli aspetti più violenti dell’accumulazione originaria, dimostrando che la continua espulsione dei contadini dalla terra, la guerra, il saccheggio su larga scala e il declassamento delle donne sono condizioni necessarie all’esistenza del capitalismo in tutti i tempi”. (S. Federici, “Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria”, Mimesis edizioni, 2004, pagina 12).

Partendo da questa linea teorica che svaluta e silenzia tutto il lavoro operoso fatto dalle comunità delle persone oppresse nel corso della storia, lavoro che viene brutalmente messo da parte una volta che il rullo compressore del capitalismo ha fatto sparire dalla faccia della terra con “lettere di fuoco e sangue” le vite ribelli delle persone oppresse, il marxismo privilegia la sua internità al pensiero hegeliano: si fa infatti una lettura della storia come processo di risoluzione del finito nell’infinito, della formazione dello Stato come il momento più alto della realizzazione dello Spirito, del concetto di totalità che espunge dal sistema ogni pensiero irrazionale (e quindi non reale), una lettura maschile, bianca, occidentale e umana del vero processo storico. Fuori da tutto ciò, le vite, le lotte, le comunità, le pratiche di resistenza delle persone umane oppresse e degli altri animali, vite torturate ed eliminate dal potere capitalistico dello Stato razionale e propedeutico alla realizzazione del socialismo. Una critica del marxismo non può che riprendere queste storie spezzate di chi ha visto la propria vita sacrificata su questo altare del “progresso”. Misconoscendo e fraintendendo completamente come si è formato l’attuale sistema di dominio, sulle spalle di chi si è costruito ed accumulato il capitalismo attuale, il marxismo odierno continua a reputarsi pensiero della totalità quando invece non ha che come misero centro una lettura economicistica (questa sì, totalizzante) delle classi sfruttate, una lettura secondo cui tutte le esperienze e le resistenze piallate e distrutte dal capitalismo non sono che frutto di oppressioni secondarie, al meglio sono delle “doppie oppressioni”, che distraggono da quel percorso storico emancipatore iniziato non dalla resistenza ma paradossalmente proprio dal capitalismo stesso.

Questo è un punto, ma poi ce n’è un altro che forse è ancora più alla radice e riguarda la costruzione stessa del marxismo e del socialismo “scientifico” dentro quel paradigma occidentale che ha creato le scienze sociali completamente interne al pensiero totalitario dello scientismo. Parallelamente allo sviluppo del capitalismo, tutto andava quantificato, espresso numericamente, reso scienza e teoria incontrovertibile. Ricostruendo quello che è il progetto fondamentale della scienza moderna, Pierre Thuillier racconta nel suo libro “Contro lo scientismo” (S-edizioni) questa ossessione per il quantitativo: “la quantificazione è divenuta un’ossessione socioculturale. Gestire le giacenze, verificare le quantità consegnate, calcolare le entrate e le uscite, i guadagni e le perdite, tutto questo è entrato nei ranghi delle competenze che bisognava assolutamente padroneggiare […] C’è stato bisogno che i mercanti acquisissero un grande potere sociale perché la “natura”, infine, diventasse veramente l’oggetto di una fisica degli “scambi razionali”. La nozione di energia riceverà, a sua volta, lo stesso trattamento. Ancora oggi possiamo vedere chiaramente le tracce di questa metafisica da droghiere in un’espressione quale “il bilancio energetico”. (pagine 40-41). L’homo scientificus realizza il suo principio attraverso cui “se si può fare, allora facciamolo”. E così nei report che misurano e quantificano la distruzione del pianeta (deforestazione, allevamenti intensivi, estinzione di specie animali, cambiamento climatico, etc.) possiamo anche leggere quanti miliardi di dollari perdiamo all’anno in seguito a queste catastrofi ben poco “naturali”. Si possono quantificare i ricavati della trasformazione del mondo così come gli effetti della sua completa distruzione. Non è nient’altro che un bilancio economico. Anche se oggi leggiamo interessanti analisi di una corrente di pensiero marxista come quella dell’eco-socialismo, da queste riflessioni mancano quasi sempre tutte le vite delle varie differenti specie animali che popolano questo disgraziato pianeta. La lettura di fondo rimane quella antropocentrica e scientista, per cui la “natura” è un oggetto di studio e trasformazione ad opera dell’uomo, meglio se fatta dal socialismo piuttosto che dal capitalismo, ma sempre oggetto che gli umani modellano a loro piacimento. Anche qui il concetto di totalità è completamente interno ad un pensiero della violenza razionalizzante, un pensiero che resta ancorato alle fondamenta del capitalismo occidentale.

Non individuando correttamente i nemici contro cui combattere, proponendo soluzioni interne al modello di dominio e di sfruttamento oggi esistenti, il marxismo può difficilmente essere usato come uno strumento efficace per una strategia di liberazione. Criticando la sinistra liberale e borghese, riesce facile alla sinistra marxista proporsi come progetto alternativo, ma questa supposta lontananza dagli sgherri difensori della democrazia capitalistica occidentale è solo un’illusione, quando invece si condividono quei presupposti genetici di fondo, dal positivismo allo scientismo, tutti ostacoli ai percorsi di resistenza e liberazione che invece oggi sono ancora in piedi.

Perché questo blog?

Ancora un blog? Nel 2020? E che vuol dire il titolo?

Allora, andiamo per ordine. Un blog perché mi sono stancato di stare sui social network, non ne frequento più nessuno ormai. Ultimamente avevo riprovato a usare Twitter ma lo vedo sempre più simile a Facebook e quindi mi provoca lo stesso grande disagio. Politicamente credo che sia inaccettabile lasciare accumulare su queste piattaforme commerciali le nostre idee, le nostre emozioni, in una parola le nostre vite, tutto a vantaggio del profitto di questi ultra mega miliardari e delle loro aziende. I meccanismi dei social sono tossici, tra “profilazione” e incentivi ai flame, a contenuti sempre più sparati da pulpiti autoreferenziali, con un collasso di contesti che inquina in primis quel luogo di riflessione interiore che dovrebbe essere un posto mentale tranquillo nel quale elaboriamo concetti minimamente coerenti e meditati, che siano dei testi con contenuti di conflitto o di amicizia.

Mi ricordo cos'era Twitter ai suoi inizi, quando prevaleva il flusso delle parole al cumulo ostentato di like e followers, quando non c'era manco il retweet e soprattutto mancavano le pagine del profilo personale, che sono diventate la carta d'identità virtuale come quelle di Facebook, con lo sforzo di soggettivazione che dobbiamo metterci nel disegnare dei personaggi che siano accattivanti anche se non abbiamo il nostro nome e cognome. Per non parlare di come poi si debba silenziare, bloccare gli altri utenti e di quelle risse che sono il motore per l'accumulo di denari per il signor Dorsey come per il signor Zuckerberg. La faccio breve adesso sui social, ma potrei continuare a lungo. Sta di fatto che sono diventati (come si dice spesso) un modo obbligatorio per comunicare e raggiungere tanta gente, uno “strumento” comunque utile, preferibile al silenzio dell'assenza da internet e della conseguente morte sociale di individualità impegnate politicamente e socialmente, gruppi anche radicali (le cui pagine vengono spesso chiuse d'imperio dagli admin).

E allora piuttosto che starci in maniera “critica” (che poi secondo me non è possibile, alla fine non vuol dire nulla) preferisco starne fuori e usare questo strumento per parlare degli argomenti che mi interessano, comunicando con chiunque passi di qui senza richiedere like o senza ingaggiare nessuna polemica sanguinosa: lascio qui le mie cose e poi se interessano magari ci ritornate. Ho scelto questa piattaforma perché, come si dice nella presentazione, non c'è “nessun tracciamento, nessuno analizza e lucra su quello che stai facendo, nessuna fastidiosa registrazione, niente dati personali, niente costi premium, nessuna notifica o email fastidiosa, niente banners, niente template colorati”. Vale praticamente solo la parola scritta, quello che ho pensato e ho pubblicato online.

Perché questo strano nome, albergo ludd? Albergo perché è un piccolo luogo di passaggio nel mare di internet, ci potete stare quanto volete e poi tornare a prendervi la questione su Facebook. Un luogo di passaggio anche per me, perché nella mia “carriera” di utente di internet i blog li ho sempre cancellati, perché mi dà comunque fastidio accumulare contenuti e perché dopo alcuni anni quello che hai scritto ti imbarazza, ti sembra di aver scritto delle cose ingenue, bizzarre o sbagliate, scritte sull'emozione del momento. E quindi non so quanto resterà aperto questo albergo virtuale. Albergo “Ludd” perché credo ci sia bisogno anche oggi di una pratica virtuosa di distruzione delle macchine così come si dice abbia fatto l'immaginario fondatore del luddismo con il primo telaio meccanico nel lontano 1779. Quindi un po' un ossimoro e un controsenso, un luogo virtuale di riflessione sulla necessaria distruzione degli strumenti tecnologici e pratici di dominio. Benvenutx a tuttx. gino