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    <title>dbpoff</title>
    <link>https://noblogo.org/amadablam/</link>
    <description>Traiettorie testuali per possibili geografie del conflitto</description>
    <pubDate>Sat, 20 Jun 2026 13:39:17 +0000</pubDate>
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      <title>La prima volta</title>
      <link>https://noblogo.org/amadablam/la-prima-volta</link>
      <description>&lt;![CDATA[La prima volta&#xA;&#xA;che prendi un autobus col buio fuori è quando hai tredici anni e sei costretto a andare a scuola, la prima domanda senza risposta che se ne trascina dietro altre in ogni dove e tutti si tirano indietro quando ti fai avanti e li incalzi e usi la tua giovinezza come giustificazione al bisogno dei perché, al più dei responsabili di quest&#39;assenza di risposte&#xA;&#xA;che ci rimani male nell&#39;intimo, per una cosa qualsiasi che sia una delusione o un&#39;ambizione mancata o un tradimento, l&#39;umiliazione d&#39;una prof che si mette sul pari dei tuoi quindici anni e te li fa pagare, segnano a fuoco ma si dimenticano come la polvere. Si rimane scottati e non ci si ricorda come, quando, ma il fuoco ora ci brucia negli occhi, lo teniamo lontano, davanti a noi mentre procediamo tracciando traiettorie&#xA;&#xA;che fai qualcosa che poi ripeterai per lungo tempo, che sia un&#39;abitudine che si radica per sempre o un percorso che si ripete per un paio d&#39;anni tutti i giorni in una città diversa da quella che era solitamente la tua, ecco per quella prima volta non c&#39;è via di mezzo alcuna fra la gloria e l&#39;oblio, la nascita o la decadenza&#xA;&#xA;che t&#39;innamori. all&#39;improvviso, certo, ma piano piano, su quell&#39;autobus e via via che impari a conoscere il tragitto, le facce stanche e le luci elettriche come le scariche che senti e provi invano di domesticare, circoscrivere a un interno di ragnatele e cunicoli entro cui un lanciafiamme spara vampate di fuoco che si schiantano sulle pareti guance di quell&#39;adolescente viola d&#39;un amore senza nome&#xA;&#xA;che sei solo, per la prima volta dopo quella cosa che poi hai ripetuto per lungo tempo, un paio anni sognati per l&#39;eternità, rotti di colpo come un paio d&#39;occhiali che si fracassano per terra. un trauma, di sicuro, ma c&#39;è dell&#39;altro. è quell&#39;idea secondo la quale se non questa, nessun&#39;altra, quella sensazione amara che ti accompagna ovunque e non ti lascia stare, e si fa a sua volta gemma d&#39;una miriade di prime volte che iniziano e si fanno abitudini, alcune salvifiche altre deleterie, tossiche ed empie&#xA;&#xA;che entri in un&#39;aula universitaria, i corridoi e le scale e i bagni, le biblioteche, quelle con gli armadietti e quelle senza. sempre quelle, sempre gli stessi luoghi addomesticati, circoscritti, coreografie smunte e scialbe su marmi bianchi opachi, a terra, e le pareti erano bianche o giallastre, comunque malate. le aule coi banchi in legno, rigidi e lucidi, compresse e inscatolate in una costruzione (quella dei palazzi che stanno fra il 32 e il 38 di via zamboni) assai curiosa, nella sua composizione penetrata a vicenda fra l&#39;una e l&#39;altra biblioteca, l&#39;una e l&#39;altra aula che s&#39;incunea per far posto a un&#39;altra estrapolando spazio da un&#39;altra ancora. la prima volta che entri entri e sei dentro, nessuna intermediazione fra chi entra e chi già è dentro e siede, sulle sedie o al peggio a terra, com&#39;è solito per chi non arriva per tempo&#xA;&#xA;che dai un esame, poi un altro, poi un altro, i risultati importano ma fino a un certo punto, e poi l&#39;ultimo e finisci gli esami - compressando in un paio di righe anni di sforzi e bestemmie, sbatti inutili che sai che lo sono stati, che non ti riguardavano prima e non ti chiederanno altrimenti d&#39;innanzi, in un futuro imprecisato che sembra che non faccia altro che escludere, continuamente, qualcuno e forse siamo noi&#xA;&#xA;che sei a un passo dal traguardo, non ti resta che gestirti responsabilità e lavoro quotidiano in vista del passo che ti vedrà incoronato come dottore (del buco), c&#39;è tempo a disposizione e poi quel tempo passa, quel tempo passa perché è inesorabile che quel - il - tempo passi, scorra e se ne vada altrove, a portarci con sé sulla cresta dell&#39;onda o in balia dei flutti, a cercare di viverci altri momenti primi, che l&#39;unica gioia nella vita qualcuno dice sia cominciare&#xA;&#xA;che ti prendi tempo per pensare al tempo, che ti incammelli a pensare al tempo che scorre, e intanto quello scorre, ai mille modi in cui facciamo morire piccole parti di noi in tempi morti nelle morti che ci circondano, che ci vendono e ci pubblicizzano, ogni benedetto giorno. ogni momento morto trascorso in occupazioni vive, come il pensiero (perché è questa la linea di confine che ci piacerebbe esplorare, in questo spazio virtuale tanto limpido e scevro d&#39;ogni distrazione) che sebbene immobile si contrappone all&#39;inerzia dei sensi. il tempo e la morte]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta</p>

<p>che prendi un autobus col buio fuori è quando hai tredici anni e sei costretto a andare a scuola, la prima domanda senza risposta che se ne trascina dietro altre in ogni dove e tutti si tirano indietro quando ti fai avanti e li incalzi e usi la tua giovinezza come giustificazione al bisogno dei perché, al più dei responsabili di quest&#39;assenza di risposte</p>

<p>che ci rimani male nell&#39;intimo, per una cosa qualsiasi che sia una delusione o un&#39;ambizione mancata o un tradimento, l&#39;umiliazione d&#39;una prof che si mette sul pari dei tuoi quindici anni e te li fa pagare, segnano a fuoco ma si dimenticano come la polvere. Si rimane scottati e non ci si ricorda come, quando, ma il fuoco ora ci brucia negli occhi, lo teniamo lontano, davanti a noi mentre procediamo tracciando traiettorie</p>

<p>che fai qualcosa che poi ripeterai per lungo tempo, che sia un&#39;abitudine che si radica per sempre o un percorso che si ripete per un paio d&#39;anni tutti i giorni in una città diversa da quella che era solitamente la tua, ecco per quella prima volta non c&#39;è via di mezzo alcuna fra la gloria e l&#39;oblio, la nascita o la decadenza</p>

<p>che t&#39;innamori. all&#39;improvviso, certo, ma piano piano, su quell&#39;autobus e via via che impari a conoscere il tragitto, le facce stanche e le luci elettriche come le scariche che senti e provi invano di domesticare, circoscrivere a un interno di ragnatele e cunicoli entro cui un lanciafiamme spara vampate di fuoco che si schiantano sulle pareti guance di quell&#39;adolescente viola d&#39;un amore senza nome</p>

<p>che sei solo, per la prima volta dopo quella cosa che poi hai ripetuto per lungo tempo, un paio anni sognati per l&#39;eternità, rotti di colpo come un paio d&#39;occhiali che si fracassano per terra. un trauma, di sicuro, ma c&#39;è dell&#39;altro. è quell&#39;idea secondo la quale se non questa, nessun&#39;altra, quella sensazione amara che ti accompagna ovunque e non ti lascia stare, e si fa a sua volta gemma d&#39;una miriade di prime volte che iniziano e si fanno abitudini, alcune salvifiche altre deleterie, tossiche ed empie</p>

<p>che entri in un&#39;aula universitaria, i corridoi e le scale e i bagni, le biblioteche, quelle con gli armadietti e quelle senza. sempre quelle, sempre gli stessi luoghi addomesticati, circoscritti, coreografie smunte e scialbe su marmi bianchi opachi, a terra, e le pareti erano bianche o giallastre, comunque malate. le aule coi banchi in legno, rigidi e lucidi, compresse e inscatolate in una costruzione (quella dei palazzi che stanno fra il 32 e il 38 di via zamboni) assai curiosa, nella sua composizione penetrata a vicenda fra l&#39;una e l&#39;altra biblioteca, l&#39;una e l&#39;altra aula che s&#39;incunea per far posto a un&#39;altra estrapolando spazio da un&#39;altra ancora. la prima volta che entri entri e sei dentro, nessuna intermediazione fra chi entra e chi già è dentro e siede, sulle sedie o al peggio a terra, com&#39;è solito per chi non arriva per tempo</p>

<p>che dai un esame, poi un altro, poi un altro, i risultati importano ma fino a un certo punto, e poi l&#39;ultimo e finisci gli esami – compressando in un paio di righe anni di sforzi e bestemmie, sbatti inutili che sai che lo sono stati, che non ti riguardavano prima e non ti chiederanno altrimenti d&#39;innanzi, in un futuro imprecisato che sembra che non faccia altro che escludere, continuamente, qualcuno e forse siamo noi</p>

<p>che sei a un passo dal traguardo, non ti resta che gestirti responsabilità e lavoro quotidiano in vista del passo che ti vedrà incoronato come dottore (del buco), c&#39;è tempo a disposizione e poi quel tempo passa, quel tempo passa perché è inesorabile che quel – il – tempo passi, scorra e se ne vada altrove, a portarci con sé sulla cresta dell&#39;onda o in balia dei flutti, a cercare di viverci altri momenti primi, che l&#39;unica gioia nella vita qualcuno dice sia cominciare</p>

<p>che ti prendi tempo per pensare al tempo, che ti incammelli a pensare al tempo che scorre, e intanto quello scorre, ai mille modi in cui facciamo morire piccole parti di noi in tempi morti nelle morti che ci circondano, che ci vendono e ci pubblicizzano, ogni benedetto giorno. ogni momento morto trascorso in occupazioni vive, come il pensiero (perché è questa la linea di confine che ci piacerebbe esplorare, in questo spazio virtuale tanto limpido e scevro d&#39;ogni distrazione) che sebbene immobile si contrappone all&#39;inerzia dei sensi. il tempo e la morte</p>
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      <pubDate>Thu, 12 Nov 2020 17:22:23 +0000</pubDate>
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