APPUNTI SUL VUOTO NELLE SOCIETÀ DEMOCRATICHE
(dal blog Un Tour du Laos)
Come accennato su telegram, in questa settima tappa del viaggio in bicicletta sto cercando prospettive narrative che mi permettano di andare oltre la geografia dei territori e raccogliere spunti sui meccanismi di produzione della realtà. Vorrei farlo a partire da un testo importante che ho riletto in questi giorni e che non cessa di generare riflessioni. Si tratta dell'ultimo lavoro di Mbembe, “Nanorazzismo, Il Corpo notturno della democrazia.” Mi piacerebbe contestualizzare alcuni dei temi che propone attraverso l'esperienza “indocinese”. L'ipotesi di lavoro di Mbembe riguarda il tentativo di dimostrare che la democrazia si sorregge su di un`inerente doppiezza e che istituzioni totali ed ordinamenti totalitari come la piantagione, lo schiavismo, il campo di lavoro o la prigione non siano da considerarsi esterni ad essa ma elementi del suo corpo notturno. Rivisitando alcune considerazioni di Franz Fannon sull'esperienza coloniale, osserva come la democrazia sia intimamente legata a un potere leggittimato dalla forza di una legge che si costituisce nel fuori-legge e che si impone “come se fosse voluta dal destino”. Non si articola quindi dentro dicotomie di legalità/illegalità ma è soggetta ad imperativi politici in cui la legge stessa appare “assolutamente strumentale”. Queste dinamiche sono evidenti nelle relazioni coloniali e neo-coloniali dove la nozione weberiana di monopolio statale della violenza si frantuma in una varietà di attori privati che la esercitano per fini produttivi e di profitto. Se la democrazia da un punto di vista filosofico sorgeva proprio per contrastare queste dinamiche, la Colonia come la post-colonia appaiono invece maschere che celano l'intimità notturna della democrazia rimuovendo la sua latente violenza in un perenne altrove, storico e passato, o geografico e contemporaneo, quasi per esorcizzarla e tenerla lontana dalla polis.
Il filosofo napoletano, Esposito, in un suo recente lavoro, Pensiero Istituente, si muove su tematiche analoghe da diverse prospettive. Definisce infatti la democrazia proprio nella frattura con quella violenza arbitraria che Mbembe invece considera fondante l'ordine democratico. Per sciogliere questi legami occorre però ripensare l'idea stessa del corpo politico e si spinge fino a definire la società democratica come società senza corpo. Citando Lefort, Esposito spiega che una società democratica può realmente definirsi tale ipostatizzando la caduta dell`immagine di una totalità organica che tenga assieme il sociale, sia essa il Re ma forse anche il Partito e perchè no “il Governo”. Questa disarticolazione dal corpo delle parti implica comunque il riconoscimento, come in Mbembe, di un vuoto primordiale e fondante. Tuttavia per Esposito, “la società democratica [è] un vortice che [vi] rotea intorno [...]” che, a ben vedere, dovrebbe accogliere completamente il vuoto senza rimuovere la violenza originaria per liberarne la comprensione profonda e così disinnescarla. Per Mbembe invece la democrazia mantiene una relazione strumentale con questo vuoto. Per dirla deleuzianamente, si mantiene sullo stesso piano di immanenza definenendosi in relazione ai suoi contrari e a ciò che non è.
Questo dibattito tra pensiero istituente (Esposito) e pensiero destituente (Mbembe) esposto ora un pò superficialmente è quanto mai attuale nel sudest asiatico dove le nuove generazioni sono alle prese con un difficoltoso tentativo di ripensare la natura delle istituzioni politiche che sono sorte nella Colonia e in risposta alle guerre anti-coloniali o al neo-colonialismo ad esse relazionato (qui un esempio del dibattito). Nella mia limitata esperienza etnografica, la ricodificazione di queste pulsioni sul vuoto a volte assume le sembianze di rinnovati nazionalismi che nascondono ataviche forme di esclusione e marginalizzazione. Altre rinforzano spinte autoritarie orientate all`esecuzione di difficoltosi quanto controversi programmi di sviluppo top-down. Per queste ragioni, il politico trova una sua forma più nella nozione di comunità immaginate ed escludenti che nella descrizione di pratiche di democrazia reale o dal basso, fatta eccezione, forse, delle esperienze delle comuni cinesi durante la rivoluzione culturale. Si potrebbe arrivare ad ipotizzare allora, usando i termini di Esposito, che nel sudest asiatco vi sia una supremazia del simbolico rispetto al reale insieme a processi politici che rendono difficoltosa la contendibilità del potere. Questi due elementi messi insieme spiegerebbero, in linea teorica, una tendenza verso modelli statali autoritari ad intensità variabili pur dentro forme di governo distinte da democrazie formali (Sud Corea, Tailandia e Giappone), a sistemi mono partitici (Cina, Vietnam, Laos) o dittature in senso stretto (Myanmar). Vorrei allora mettere giù qualche pensiero sulle continuità e discontinuità storiche che le diverse forme statali mantengono al di là dei meccanismi di scelta dei governi di cui si dotano. Per farlo proverò a discutere della ricostruzione e pacificazione del Laos sfruttando questo viaggio verso Long Chen, la capitale paramilitare della guerra americana, come un simbolo ineludibile del vuoto democratico.
La Pista dell`aereoporto di Long Chen (o Tieng o Cheang)
Long Chen è oggi una piccola cittadina di bassa montagna che vive intorno all'economia di una base militare, squattrinata e senza grandi apparati bellici da mostrare. I militari li si riconosce per un cappellino mimetico o per un pantalone o uno stivale o perchè la sera si bevono qualche birra nei bar di frontiera aperti per loro. Gli specialisti della CIA purtroppo destinarono questa splendida vallata alla guerra ma le guglie gotiche delle montagne che la circondano reclamano ancora il destino che è stato loro negato. La vecchia pista dell'aereoporto è perfettamente protetta e nascosta. Ad una estremità vi sono due falesie a forma di piramide che segnavano il fine corsa degli aerei. Chi sbagliava salutava tutti contro di loro. Altri occhi forse vi avrebbero immaginato un immenso prato, fiori, risaie e qualche mulino. Rimane poco della bellezza che fu. Non ci sono più alberi, nè animali.
La storia della città è legata indissolubilmente alla crescita militare del signore della guerra Hmong, Van Pao. Secondo alcune ricostruzioni storiche, Long Chen in pochi anni ospitò fino a 60.000 persone tutte per lo più appartenenti culturalmente all`etnia Hmong. Con la presa di potere dei Pathet Lao e dei comunisti, iniziò un rapido spopolamento. Le modalità di questa migrazione in uscita sono ancora avvolte nel mistero. Secondo alcune tesi di dottorato (1, 2) disponibili su internet ed un testo più recente, il Generale Van Pao, i suoi familiari e tutti gli altri generali a lui più vicini furono trasferiti negli USA. Si parla di circa 2500, 3000 persone. Gli altri rimasero invece in Asia, alcuni dentro campi per rifugiati in Tailandia, altri in Laos organizzati per continuare la guerra o per difendersi dalle prevedibili ritorsioni post belliche. La migrazione Hmong verso l'estero, soprattutto negli USA, durò per tutti gli anni 70. Un censimento del 2005 stimò che negli USA vi erano almeno 130.000 Hmong. Non ci sono cifre univoche nemmeno sul numero dei morti durante la guerra segreta. Alcune fonti parlano di 30.000 solo tra coloro che erano assoldati direttamente da Van Pao, cioè tra coloro che vivevano a Long Chen. Per questo le cifre sembrano obbiettivamente un pò sovrastimate pur rimanendo enormi.
Uno dei nodi principali delle ricostruzioni delle vicende di quegli anni riguarda il fatto che il governo degli USA solo recentemente ha ammesso un suo ruolo nella guerra civile laotiana senza però ancora chiarire in che modi. Non vi sono, ad esempio, evidenze di finanziamenti approvati dal Congresso o da qualche commissione più segreta di stampo militare al gruppo in armi di Van Pao. Vi sono ricordi e testimonianze di incontri avvenuti con membri del Congresso e Van Pao in basi militari americane in Taialandia ma non ci sono documenti ufficili che li dimostrino. Per tutti gli storici risulta innegabile comunque che il finanziamento delle attività belliche Hmong, prima e dopo la guerra americana, avvenne attraverso il narcotraffico, con la produzione di oppio destinato ai laboratori per il processamento di eroina. Questo è l`elemento dirimente delle dispute poichè porta con se diverse complicazioni legali e giuridiche e catene di responsabilità che molti testi del nazionalismo Hmong omettono privilegiando la dimensione vittimistica “da perseguitati dai comunisti” rispetto alle altrettanto innegabili atrocità da loro commesse durante la guerra. La costruzione politica dell'identità Hmong si basa cioè sulla rimozione delle violenze commesse a partire proprio da luoghi come Long Chen. I responsabili semmai furono quei generali che condussero il loro popolo a commetterle e che ora non sono più presenti sul territorio laotiano. In forma analoga, chiedono che si riconoscano le diverse colpe per ciò che riguarda la catena produttiva dell'eroina includendo più ampie reti di trafficanti e quelli che raccolgono i maggiori profitti dal commercio illecito.
Per comprendere meglio la complessa situazione dei Hmong di oggi, bisognerebbe allora spiegare per bene l'ultranazionalismo che ha animato ed anima ancora alcuni dei suoi leader storici. Van Pao ad esempio era evidentemente un anti-comunista ed anti-vietnamita ma era anche un ultra-nazionalista. Credeva che grazie alla guerra americana sarebbe riuscito a dare a tutti i Hmong, sparsi tra Cina, Vietnam e Laos, un unico territorio in cui vivere. Riteneva che il suo ruolo fosse quello del Re-condottiero. Questo però non gli derivò da sue capacità messianiche o divine ma da un indubbio carisma unito alla capacità di ottenere fondi con cui pagava a basso costo (circa 3$ al mese negli anni 60-70) i suoi 40.000 soldati. Sposò molte donne appartenenti a diversi clan Hmong per entrare in relazioni di sangue con le discendenze di vari villaggi e ricevere i favori dei loro capi. Il narcotraffico invece gli permise di tessere una vasta rete clientelare con cui dava favori e lavoro ad almeno 100.000 persone che lo consideravano un Re/patrono. A conferma di ciò ci sono diversi studi di storici sia bianchi americani, sia Hmong in diaspora. Questi tratti del pensiero di Van Pao e la sua storia narcotica, che ne ha fatto uno dei maggiori narcotrafficanti laotiani apppoggiato dai vertici militari USA, sono spesso dimenticati.
Oggi la costruzione identitaria transnazionale dei Hmong si basa su di un governo in esilio che è una lobby molto attiva e danarosa con discrete influenze sul Congresso americano. Le fazioni politiche si suddividono tra un gruppo filomonarchico che vorrebbe il ritorno del Re e di una monarchia costituzionale, quelli che si autodefiniscono “pro-democrazia” sotto l`acronimo ELOL, Ethnic Liberation Organization of Laos, e un altro che invece aspira alla secessione anche con l'uso di armi, lo United Lao National Liberation Front (ULNLF). Date le differenze sui mezzi, entrambi considerano l'anticomunismo alla base della loro ideologia e non riconoscono la legittimità del governo dei Pathet Lao formatosi a loro parere non per una vittoria nella guerra ma per un colpo di stato del 1975. Questa distinzione è molto importante nella costruzione ideologica del nazionalismo Hmong poichè fin da subito si sono considerati un gruppo belligerante in resistenza piuttosto che una forza paramilitare finanziata dal narcotraffico. In un mix di revisionismo ed anti-comunismo, non riconoscono le violenze belliche compiute durante la guerra segreta, quella che loro definiscono la prima guerra segreta, poichè combattevano contro i comunisti per conto degli americani. La seconda guerra segreta, iniziata dopo “il colpo di Stato”, è invece concettualizzata come una lotta di autodifesa contro i crimini contro l'umanità commessi dal governo golpista. Sempre stando ad un loro testo di riferimento, la loro è una guerriglia legittima organizzatasi per difendersi dalle ritorsioni post belliche proprio intorno alla zona di Long Chen e intorno alla montagna più alta del Laos, il monte Phou Bia. A questo si aggiunge un discorso panculturale che tenta di mettere assieme tutte le popolazioni di origine Hmong che vivono in diversi agglomerati di villaggi tra il Vietnam, la Cina e il Laos. Pur dentro diversità geografiche e di contesto abbastanza consistenti, questa narrazione nazionalista costruisce un vero e proprio idealtipo dei Hmong che descrive un popolo unito e fiero della propria diversità culturale, non poroso al mondo esterno per difendere la propria identità, ma combattente e pronto a “difendersi o a fuggire piuttosto che ad arrendersi”.
In questo contesto si inseriscono poi svariati programmi di aiuto che aspirano a migliorare le effettive condizioni di marginalizzazione e deprivazione di molti villaggi Hmong. La maggiorparte dei programmi orbita intorno a Luang Prabang e nella provincia di Xieng Xuang dove vivevano i seguaci di Van Pao. Per il fine di questo post che è una descrizione verosimile del vuoto su cui orbita la società democratica, è importante sottolineare come l'intreccio di memorie e visioni del mondo divergenti determini un militarismo del pensiero che è onnipresente in un paese come il Laos. Questa suddivisione netta e bipolare dei ricordi possibili, dei “buoni e cattivi” e delle memorie “giuste o sbagliate” e insieme della ricerca dell'oblio riguarda chiunque viva qui. Dal modo di relazionarsi a questa realtà divisa dipendono infatti strategie e possibilità di sopravvivenza tanto dei laotiani quanto degli espatriati di diverse nazionalità. Inoltre su queste divisioni si innestano macro flussi internazionalisti tanto delle destre fascistoidi quanto delle sinistre della resistenza con ampi rischi di strumentalizzazione di storie locali. Ad esempio, negli ultimi anni, il solco ideologico tra le polarità è stato occupato soprattutto da sentimenti e narrazioni anti-cinesi con cui si è rafforzato un certo nazionalismo interno insieme a un generale senso di malcontento verso il governo centrale dentro agende di geopolitica regionale. Come già accennato in post precedenti città come Luang Prabang ospitano con estrema facilità pensieri politici neomonarchici, secessionisti e/o anticinesi. Come scoperto in questo viaggio sono maggiori gli esponenti della sinistra comunista e post-comunista nel sud del Paese. Difficile invece stabilire quanto forte sia l'impatto del pensiero nazionalista sui villaggi Hmong più remoti e quanto il senso di unità del corpo sociale costruito narrativamente nella sofferenza e marginalizzazione trovi una rappresentanza credibile dentro le due macrofazioni descritte sopra. Nel Comitato Centrale clandestino dei Phatet Lao c'era un Hmong, Lo Faydang e molti Hmong seguirono lui nella resistenza e non i suoi oppositori. Certamente come raccontato in diversi testi di quegli anni, gli USA e i suoi servizi di intelligence militari adottarono tecniche di controllo indiretto e di politicizzazione di minoranze etniche come mai avevano fatto in precedenza. Produssero così un punto di svolta nelle tecniche di controllo e di influenza regionali per preservare quelle che loro consideravano conquiste democratiche sul proprio territorio.