L'ENNESIMO ELOGIO DELLA BICICLETTA
(dal blog Un Tour du Laos)
Souphanovong e Ho Chi Minh (Comandanti rispettivamente dei Pathet Lao e dei Viet Minh) (foto esposta nella guesthouse in cui alloggiavo a Pakse nel 2020)
Volevo scrivere un post da viaggio che facesse un pò il punto dei chilometri, 1500 (+700), percorsi fino ad oggi. Quindi questo sarà un testo celebrativo soprattutto di Angela e della bicicletta come mezzo di conoscenza del mondo. Mi sono chiesto se dare il nome di Angela Davis a una Raleigh di inizio millennio non fosse un pò un retaggio sessista. Allora prima di tutto spiegherò il perchè di questo nome. La bici è stata effettivamente assemblata alla buona. Poi, una volta compresi i suoi rumori e le sue tendenze è andata via via migliorando. Dopo aver aggiunto i pezzi giusti, è diventata il migliore mezzo possibile per affrontare ogni percorso, anche strade che non ci sono ancora. Con acciacchi per i maltrattamenti subiti, per le manomissioni a cui è stata sottoposta e nonostante abbia percorso vie sconsigliate da molti, Angela ha resistito alla grande. Nel peggiore dei casi si è lasciata trasportare facilmente a bordo di un camioncino ed ha dato segnali facili da cogliere prima di ogni rottura, evitandomi quindi anche guai fisici. Mi ha permesso soprattutto di incontrare persone sinceramente desiderose di autarci a proseguire il cammino. Con fortune alterne, in molti hanno provato a regolare meglio una vite o riassemblare un pezzo slacciatosi improvvisamente. Sono riuscito così non solo a percorrere strade secondarie e parallele. Attraverso la sua condizione esistenziale precaria, si è formata una piccola rete di relazioni intrecciatesi da qualche parte tra la solidarietà e la necessità.
Questo spazio solidale per la riparazione delle debolezze di Angela è stato fonte di ispirazione oltre che strumento per sentire vicinanza con persone che parlano lingue che non conosco. Pedalare in un paese comunista, seppur alle prese con una complessa transizione, è diventato per certi versi un tentativo, forse anche chisciottesco, di cogliere empaticamente la qualità di queste relazioni solidali prima ancora di quelle economiche. La dote di avvicinarsi all'aterità è, a mio parere, misura della capacità di resistenza di un popolo di fronte alle avversità e la bicicletta è stata, fino ad ora, uno strumento utile per generare empatia, sopresa e sorrrisi. Per non rimanere nella superficie di queste relazioni però, ho anche svolto un lavoro prospettico e di ripulitura dei racconti raccolti per strada da quel rumore di sottofondo che è l'eco dell'ideologia anticomunista che pervade la maggiorparte dei testi e delle informazioni disponibili in lingua straniera (l'unica che sono in grado di leggere) dei luoghi che sto percorrendo. Molte analisi sembrano infatti preparare la morte annunciata del comunismo dentro una transizione che condurrà necessariamente all'unico mondo possibile, quello neoliberale. Per tentare di rivitalizzare un'utopia e provare ad osservare il mondo con positività ho scelto invece di pormi in una prospettiva per me nuova dentro la quale credere a un Partito e a un Governo frutto di una storia rivoluzionaria anti-coloniale. Questo implica lavorare con una tesi da dimostrare giorno per giorno, che una rivoluzione come una transizione, per definizione, sono prima di tutto una pratica del cambiamento, proprio come un lungo viaggio in bicicletta. Chi meglio allora di Angela Davis, i suoi scritti e la sua storia politica, possono offrire una teoria della pratica per relazionarsi alle dinamiche di questi luoghi?
In passato, ho vissuto da bianco in una capitale dell'America africana, Buenaventura, una città portuale, sorta intorno al commercio di schiavi prima e lo sfruttamento della mano d'opera dei loro discendenti poi. Qui il transito e la transizione mi parevano una condizione esistenziale imposta dall'alto, voluta programmaticamente per fare della città uno snodo logistico. Classe, genere e nozioni di etnicità si intersecavano in brevissime apparizioni tra le molteplici storie disponibili. Erano sempre sottoposte o poste tra parantesi rispetto all'obiettivo primario e non discutibile dell'infrastruttura urbana: la trasportabilità di merci da e verso il porto. Ma c'era tutta un'altra città, maggioritaria e in ascolto, che rimaneva esclusa da questi movimenti. Era come sospesa dentro una povertà atavica definita e descritta sempre negli stessi modi fin dai tempi dei primi viaggiatori e missionari che camminarono per le sue strade. Questa condizione richiamava saperi di vario tipo per spiegarla eppure rimaneva sempre incomprensibile. Negli anni in cui vissi lì, analisi esperte definirono la sua povertà come una vera e propria trappola in cui tutti rischiavano di cadere. Salvo rare eccezioni, i discorsi sviluppisti dominanti annunciavano interventi di cooperazione olistici che avrebbero operato su diversi piani economci e sociali della città. Nella pratica poi si ometteva di sviluppare soluzioni partecipate e fondate sulla consapevolezza di tutti dello sfruttamento su base razziale che era in atto. Capitava allora che il ricollocamento di 30.000 persone (il 10% della popolazione) dai quartieri vicini al mare in cui vivevano da due secoli risultassero “necessari” per lo sviluppo non solo della città ma dell'intero paese. Il problema da risolvere riguardava così l'assistenza e le giuste compensazioni da fornire ai desplazados. Una perfetta macchina antipolitica amministrava il porto. Seguendo molti dei testi che raccontano il Laos, sembra che qualcosa di molto simile accada con il governo comunista del Paese. Vorrei allora provare a fare alcune distinzioni.
Per chiarire meglio la mia posizione “governamentalista”, vorrei riproporre l'ultimo messaggio di Allende al suo popolo prima di morire. Ci troviamo nel 1973 e mentre le forze americane accettavano di lasciare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, sull`altro lato del Pacifico, in Cile, si consumava un golpe orribile. Le sue ultime frasi ribadiscono l'importanza dell'utopia nel socialismo e si concludono con la profezia sull'ineluttabilità di una società migliore fatta di uomini e donne libere. Vorrei allora proporre una domanda per interrogare il contesto: Ci sono uomini e donne libere in Laos? Ci sarebbe molto da scrivere al riguardo. Proprio grazie a questo viaggio in bicicletta ho riscoperto un Laos rurale orgoglioso della proprie condizioni di vita generalmente egalitarie anche se spesso dimenticato negli spazi urbani dove a volte si ascoltano definizioni superficiali che lo considerano un mondo pre-moderno ordinato da economie di mera sussistenza. È importante allora cercare una relazione tra questo Laos e quello dei grandi processi economico-finanziari in atto. Credo che lungo questa linea si possa abbozzare una risposta alla domanda di sopra. A questo proposito non c'è tema migliore delle dighe. La questione è infatti centrale per il Paese. Per dimensioni ed impatto ambientale è probabilmente superiore alla costruzione della ferrovia o delle sue arterie stradali. Creare laghi artificiali dove prima scorrevano fiumi, allagare villaggi e campi di riso ha dei costi molto alti per le popolazioni. È facile quindi trovare visioni polarizzate tra semplici Si e No alle dighe. Molte opinioni tendono poi a convergere dentro generali forme di dissenso anti-governativo. Ma uno dei nodi della questione è proprio che alcune delle recriminazioni non contestano i progetti in quanto tali includendo anche i loro esecutori che sono imprese multinazionali. Non assumono posizioni radicalmente anti-capitaliste o non propongono soluzioni energetiche alternative. Si limitano invece ad un ambientalismo di facciata con molte venature di anticomunismo insieme a un generale desiderio si dissentire come operazione collettiva e “democratica”. Ci troviamo allora di fronte ad un autoritarismo alla Buenaventura o sono possibili altre interpretazioni?
Per mettere subito in relazione queste domande con il contesto e l'utopia, racconterò di una scambio di parole ed esperienze con un operaio inglese. La sua storia potrebbe rappresentare un archetipo dei modelli di emancipazione della “working class” bianca britannica post tacheriana. Il lavoro di “Charlie” è quello di scavare tunnel necessari alla realizzazione di dighe. Ha lasciato l'Inghilterra alla fine degli anni 90 quando lavorava sulla Jubelee line della metropolitana di Londra. Poi si è trasferito all'estero migliorando guadagni e tenore di vita. Nel corso della sua carriera trentennale come tunnelista ha lavorato con costruttori diversi e in molti paesi del mondo. Nel suo gruppo di lavoro attuale per un progetto nel sud del Laos, ci sono operai indiani, vietnamiti e birmani, oltre che laotiani. Mi ha spiegato infatti che la costruzione di dighe avviene attraverso un complesso sistema di sub-appalti con cui le società leader dei contratti con i governi lasciano ad imprese locali, spesso controllate da altre multinazionali, la realizzazione di una vasta serie di operazioni specifiche. L'elemento interessante è che la forza lavoro che si occupa materialmente di realizzare un mega progetto come una diga è letteralmente multinazionale anche se l'impresa subappaltatrice risulta nazionale e con una sede locale. Nei campi di lavoro delle dighe laotiane si trovano quindi oltre ai laotiani anche italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, coreani, giapponesi, colombiani, ecuadoriani e via dicendo. In qualche modo allora, “Charlie”, da quando ha abbandonato l'Inghilterra alla ricerca di avventure e vita migliori, è di fatto entrato a vivere in un mondo Corporate, cosmopolita ma fatto di eroi della working class di molti paesi. Nel suo caso specifico, si trova ad entrare ed uscire dagli Stati in cui lavora dentro campi di lavoro molto duri e non piacevoli ogni due mesi per vacanze retribuite a casa, in Indonesia e nelle Filippine. Praticamente non paga tasse (come riconosciuto anche da lui) oltre visti ed utenze delle sue abitazioni. La sua è quindi la condizione di un operaio specializzato che si gode la vita ed abbraccia in toto la visione di sviluppo e di relazione con i territori dell'azienda per cui lavora. Il privilegio bianco, nella sue stesse parole, è superato dalla condizione multietnica dell'operaismo in cui si colloca. Il vero spartiacque è invece la compagnia con cui si ha o meno la fortuna di lavorare, diciamo così. La condizione di Charlie dipende infatti dal suo essere British. Se fosse nato cinese, ad esempio, a parità di competenze, sarebbe costretto a condizioni di lavoro decisamente più svantaggiose e il suo stile di vita, sempre stando al pettegolezzo, sarebbe forse anche più dissoluto e meno compatibile con certi canoni e regole condivise in materia di prostituzione, consumo di alcolici e simili. Come le vecchie basi militari, anche i campi di lavoro per la realizzazione di grandi infrastrutture sono infatti foriere di una vasta gamma di problematiche sociali che creano ulteriori pressioni e disagi sui villaggi locali. I cantieri “cinesi” sono spesso sotto la gogna per essere considerati tra i peggiori ed hanno gli occhi addosso anche di agenzie di settore dell'ONU che offrono programmi di sensibilizzazione e attività connesse. Nel racconto di “Charlie” è però sempre latente un elemento morale che riguarda la sua radicata convinzione di contribuire, con il suo lavoro, a rendere il mondo migliore.
Provo allora ad allargare il discorso a certi paradigmi di sviluppo e di crescita economica che si poggiano su scenari di un mondo post-combustibili fossili. In questo futuro elettrificato, le dighe occupano una posto decisamente di riguardo. Al di là di strumentalizzazioni varie e bypassando ogni possibile spettro nazionalistico che riguarda imprese globali che partecipano della produzione del Capitale offshore piuttosto che del gettito fiscale degli Stati, la questione che vorrei porre riguarda la narrazione “green” e di sostenibilità ambientale che queste imprese ormai da anni portano avanti. Si prenda come esempio il report 2019 agli investitori della Webuild, ex Salini-Impregilo, multinazionale con sede a Milano, nota a tutti gli ambientalisti italiani per essere nei consorzi di realizzazione delle linee TAV. È tra i maggiori costruttori al mondo di dighe. Qui in Laos non lavora più direttamente ma controllava un'impresa subappaltatrice locale nella diga “koreana e tailandese” una cui ala è ceduta nel 2018 causando inondazioni e morti. Tra i sui progetti più importanti c'è stato l`allargamento del canale di Panama oltre che la famosa diga sullo Zambesi tra lo Zambia e il Zimbabwe degli anni '70. A chiare lettere, nel report si definisce la costruzione di dighe l'asse portante della conversione verde dell'economia mondiale e della riduzione di emissioni globali di CO2. A ben vedere, assumendo in toto questo paradigma, il governo laotiano non ha fatto altro che intraprendere una complessa operazione con cui spera di regolare e controllare l'immenso bacino idrico che possiede, divenendo in questo modo, “la batteria del Sudest asiatico” e convertendosi in una sorta di Kuwait del rinnovabile.
Questo sogno di sviluppo energetico potrebbe garantire rendite alle casse dello Stato per il prossimo secolo. Con un pò di oculatezza le rendite potrebbero farsi Banca o Fondo Sovrano per gli Investimenti e potrebbero aumentare ulteriormente. In un tempo non lontanissimo la capacità finanziaria del governo laotiano permetterebbe di allocare risorse per progetti di ricerca e borse di studio, la sanità universale gratuita e sussidi di disoccupazione senza dover ricorrere al debito pubblico. Il Laos tra 50 anni potrebbe diventare la Norvegia del Sudest asiatico invece che la sua batteria. C'è però qualcosa che non torna in questi calcoli. Perchè tanta fretta? Perchè tante dighe tutte insieme, costringendo la popolazione a degli sforzi immani e rendendo ogni ricollocamento e ogni reinsediamento oltremodo complessi e dolorosi? Tra tutte le domande che ho raccolto tra la gente e sulla rete queste mi sono sembrate le più interessanti.
Ad oggi il fabbisogno energetico del Paese è coperto e all'orizzonte non si vedono progetti di elettrificazione su vasta scala dei sistemi di trasporto pubblico e privato tali da giustificare l'attuale produzione di energia. Le grandi dighe sul Mekong e sugli altri fiumi suoi affluenti servono al 90% per sfamare i bisogni energetici dei paesi vicini, come la Tailandia e i suoi voraci sovraorganismi che sono le megalopoli Bangkok e Chiang Mai. Pedalando lungo il Grande Fiume non si vedono infatti battelli e nemmeno dighe. Si vedono piccoli agglomerati urbani, coltivazioni di riso e ortaggi lungo il letto del fiume ora in secca intramezzati da piccole imprese per la raccolta di sabbia per costruzioni, ancora non paragonabili per dimensioni a quelle che esistono in Cambogia (e che costruiscono gli edifici di Singapore). A catturare lo sguardo sono invece giganteschi tralicci dell'alta tensione che trasportano uno dei maggiori beni immateriali del mondo: l'energia elettrica appunto. A Thakhek ce n'è uno così grande da passarci in mezzo una strada come fosse una Sequoia metallica, bianca e rossa, che sorregge, imponente, lunghi e pesanti cavi metallici che corrono da un lato all'altro del mondo. Per un credente nel socialismo come me, a suscitare imbarazzo e qualche domanda, oltre all'imponenza dei progetti idrici per un paese di soli 7 milioni di persone, c'è proprio la fretta con cui questi progetti si stanno realizzando. Le dighe sono davvero necessarie tutte insieme o si poteva aspettare di essere sicuri che ogni villaggio ricollocato ricevesse il dovuto e anche di più? Se queste genti hanno accettato di essere spostate per la loro fede nel Partito, come si dice, non è forse compito del Partito, come diceva Allende, mettere al primo posto la fiducia ricevuta dai suoi contadini? Oppure bisogna accettare il cinismo dell'anticomunismo ed analizzare tutto dalle premesse di una morte annunciata e prepararsi alla spartizione sperando di capitare al posto giusto al momento giusto? Queste dighe celano davvero una corsa predatoria all'accaparramento di profitti?
Se si, com'è probabile, potrebbe darsi allora che il governo più che carnefice sia vittima della sua impotenza regionale e di negoziazioni infinite in cui dopo qualche mossa sbagliata e per non perdere la faccia si è trovato incastrato in un'intricata rete estorsiva resa però meno complessa proprio dalla non rapida sostituibilità politica dei suoi rappresentanti. Per spiegarmi meglio prendo ancora come esempio il caso della diga di Attapeu coreana-tailandese citata sopra. Ad oggi le responsabilità dirette per il cedimento per cui sono morte più di 200 persone non sono ancora state chiarite pubblicamente. La ricostruzione degli eventi è affidata al pettegolezzo in cui ogni attore piu o meno coinvolto scarica la responsabilità sempre sull'altro. Corrono voci di corridoio contrastanti tra chi accusa per il cedimento proprio quella azienda italiana e chi invece ricorda che l'ala in costruzione caduta era supervisionata da una controllata francese i cui manager hanno tutti lasciato il paese la notte successiva agli eventi temendo ritorsioni. Altri ancora affermano che vi fosse un problema progettuale ingegneristico alla base del cedimento e che quindi le colpe e il mostro fossero da qualche parte in Corea del sud. Certamente il caso della diga di Attapeu è ormai un cavallo di battaglia di ogni critica antigovernativa, testimonianza del totalitarismo laotiano, perfetto capo espiatorio per evitare che si sveli un mondo di interessi economici e spartizioni globali in cui i governi più che attori appaiono mascotte con cui fare foto di rito in cambio di piccolissime fette della grande torta che si cucina.
Vista così la fretta di costruire e produrre energia delinea allora i contorni di una vera e propria guerra globale per acqua ed appalti combattuta sul suolo laotiano da multinazionali finanziarie ed edili attraverso i loro avvocati, i diplomatici di appoggio, giornalisti spesati e gli operai nei cantieri. Ecco, in questa prospettiva, invece che contestare il governo, mi piacerebbe sapere qualcosa in più sulle magagne delle imprese subappaltatrici, su chi sta guadagnando cifre spropositate colando cemento tra le montagne senza pagare un soldo in tasse e chi con i suoi progetti barcollanti mette a rischio villaggi ed equilibri ecologici di milioni di anni. Sono sicuro che alla fine non sarò in grado di trovare un mostro nazionale cui dare le colpe di uno scempio o di un errore. Mi troverò invece a fare i conti con le dinamiche di sfruttamento delle periferie per sorreggere i regimi di consumo dei centri del mondo, troverò relazioni coloniali mai risolte, razzismo atavico e tutto il resto. Così in questa continua ripetizione che ormai si mostra senza pudori, riesco solo a propormi un'autentica variazione: una biciclettata da nord a sud a bordo di Angela e un rinnovato elogio della lentezza e della bicicletta ad energia autoprodotta.