Qual è la differenza tra un camminante e un ciclista?
(dal blog Un Tour du Laos)
La presa di Atsaphangthong (vicino Savannakhet). Museo Provinciale di Savannakhet
Un amico mi ha detto che da quando è iniziata l'epidemia a Berlino ha iniziato a camminare ogni giorno per molti chilometri. E' il suo modo per sentire viva la città nonostante i luoghi chiusi, l'inverno e le pubblicità progresso che eroicizzano i divani. La domenica sceglie un quartiere e fa lunghe passeggiate, con la sua mascherina e le distanze di sicurezza. Mi diceva anche che camminando sta scoprendo così tanti dettagli della città che dopo anni gli sembra di vivere in un posto nuovo. Ha guardato il documentario di Matt Green, che in 7 anni ha camminato per ogni singolo isolato di New York e ne è stato ispirato. Credo che abbia trovato nuove prospettive per raccontare storie, lui che è uno tra i più bravi story teller che conosco, rigorosamente orale, necessariamente con una birra in mano.
Questa cosa mi ha fatto pensare che qualche anno fa avevo regalato il libro di Mattia Miraglio ad un altro amico, anche lui amante delle camminate. La sua storia dei 50.000 km in giro per il mondo partendo dal cuneese trainando un carretto mi aveva stupito molto. La semplicità del camminare rende queste grandi esplorazioni quasi familiari. Destano interesse perchè non richiedono speciali condizioni fisiche oltre alla mobilità degli arti. Non smette però di affascinarmi la durata della scelta, soprattutto se il cammino avviene su un territorio dove il grado di variazione climatica e paesaggistica è molto più basso rispetto a quello lungo arterie di connessione tra città. Le necessità di questi mesi pandemici potrebbero aver creato migliori condizioni proprio per una riscoperta del vicino, degli isolati, dei gruppi di strade, dei quartieri in cui “non sono mai stato”, come fatto da Green. Il rischio forse è che un eccesso di vicino faccia cadere in una qualche trappola identitaria, ma la porosità del buon camminare credo sia un rimedio naturale a deviazioni nazionaliste. Si può dire lo stesso del “buon ciclismo”, cioè dell'uso della bici per lunghi viaggi lenti?
Sono al mio primo giorno di pausa dopo una settimana di viaggio e circa 360km percorsi, di cui almeno 150 di sali scendi molto impegnativi anche perché sono stati quelli iniziali, quando muscoli e nervi non erano ancora preparati a sforzi così prolungati. Sto certamente vivendo in relazione simbiotica con una macchina a trazione muscolare. Senza esagerare nella feticizzazione delle sensazioni, questa relazione mi fa osservare il mondo dentro una bolla meno porosa di quella del camminare. Durante la pedalata, il saluto avviene da lontano, il sorriso è regalato di sfuggita, la crisi di fatica è un momento non propriamente condivisibile. Se camminassi lungo queste stesse strade ogni villaggio diventerebbe per necessità fisica e sociale una fermata. La bicicletta permette invece una maggiore superficialità che corriponde a catturare solo alcuni aspetti di un luogo o di un paesaggio e di farlo dall'alto, con uno sguardo che mentre si posa su qualcosa deve già dirigersi verso il prossimo punto da focalizzare. Si tratta qundi di incontri veloci ma che danno la possibilità di raccogliere uno sguardo d'insieme su certe linee connettive dei territori che potrebbero sfuggire al camminante. Non che non sia in grado di vederle anche lui/lei. Nel camminare però emergono molti altri elementi, ci si sovraccarica in fretta delle cosiddette storie, tanto che queste linee che riguardano la connettività socio-culturale dello spazio potrebbero rimanere in un secondo piano. Nel ciclismo lento si osserva invece continuamente l'ecologia umana nel suo intersecarsi con gli ecosistemi di una collina o di una vallata per esempio. Vorrei provare a partire da questa considerazione allora per raccontare alcune convergenze architettoniche tra cemento e legno che mi è parso scovare lungo una strada percorsa da poco. Approfitto del giorno di sosta per proporre una distinzione della lentezza tra il ciclista-geografo e il camminante-antropologo.
L'idea è quella di mostrare alcune foto di case nella città in cui sto scrivendo per raccontare una transizione che dai villaggi rurali da cui arrivo conduce ad una urbanità che sta tentando di rielaborare localmente nozioni come sviluppo economico e progresso. Date le mie difficoltà con le lingue locali utilizzerò la lettura del paesaggio per tentare un racconto verosimile e non accordarmi un'autorevolezza che non ho. Il nome della città non è importante. Si tratta di percorsi di ibridazione e di incontri tra modelli imprenditoriali, idee cosmologiche della “casa” e loro manifestazioni estetiche che riguardano ogni luogo. Dove mi trovo ho avuto però la sensazione di un incompiuto, di una transizione cioè che non è stato possibile terminare per qualche ragione che posso ipotizzare ma che non conosco. Quello che è tuttavia osservabile è proprio la ricerca di un modello economico distinto dal precedente i cui effetti non sono ancora chiari. Non è importante quindi un giudizio, sul bello o sul brutto ad esempio. Mi interessano invece i materiali, il loro mischiarsi, le forme e i paradigmi energetico-economici che li rendono possibili e che segnano certe intenzionalità.
La foto di sopra ripropone una casa cosiddetta “tradizionale” normalmente associata alla macro etnia Khmu (anche se a Luang Prabang è considerata Tai Leu). Elemento distintivo è che lo spazio intimo della casa si sviluppa in alto, al secondo piano. In basso c'è invece la parte dedicata alla produzione e al lavoro. Nelle case più ricche lo spazio viene chiuso con cemento (o legno). Altrimenti rimane aperto e vi si raccolgono animali domestici, telai, scorte di vario tipo, attrezzi agricoli. I villaggi che hanno preceduto la città in cui ho scattato questa foto e che non ho voluto disturbare con la mia invadenza, sono costruiti intorno a questo tipo di abitazioni. Pur differenziandosi nelle decorazioni, nei colori, negli intagli di legno, queste case a grande maggioranza di legno costruiscono un paesaggio con una rara unitarietà estetica. Le gerarchie pur visibili si mantengono dentro un ordine cosmico che le assorbe e le accetta riconoscendo quasi un ruolo di guida a quelle abitazioni capaci di forme più innovative. Non vi è bisogno di alcun eccesso architettonico perchè non sembra esserci una competizione agguerrita dentro un'economia essenzialmente rurale. A dimostrazione ulteriore di questo elemento è la quasi completa assenza, in alcuni villaggi, di recinzioni che separano le case. A sembrare suddivisa è certamente la terra, ma visto l`equilibrio cosmico di quei villaggi, ho da subito ipotizzato una certa eguaglianza distributiva degli strumenti di produzione.
Il bisogno di riconoscimento e di emergere è invece molto più evidente con l'inizio dell'urbanità. E' espresso soprattutto attraverso la scelta dei materiali, con una predominanza netta del cemento sul legno e con l'utilizzo di materiali pregiati come certe pietre o l'ebano nelle porte di ingresso, sui soffitti oppure nei colonnati che sostengono le terrazze. In maniera analoga si scorge l'ispirazione tradizionale delle forme costruttive, soprattutto per i tetti. Esiste cioè un “saper fare” edile che limita le forme ma che permette, a volte, una qualche coerenza architettonica tra passato e presente. A balzare all'occhio nelle case di recente costruzione è la quasi totale assenza non solo del giardino ma dell'ombra degli alberi. Il problema principale delle case di legno è infatti la calura nei mesi pre-monsonici e la dispersione del calore durante i pochi mesi freddi dell'anno. La soluzione costruttiva tradizionale è circondare la casa di ombre naturali e di usare gli alberi per trovare scampo dall'afa. Le nuove case sono invece dotate di diversi impianti di aria condizionata che permettono anche una chiusura netta degli spazi tra il dentro e il fuori oltre le mura perimetrali.
Queste soluzioni stilistiche e di rottura con le forme e i metodi di costruzione “tradizionali” sono ancora più marcate nelle strutture adibite al turismo, come mostrano alcuni bungalow di alta gamma, oppure le strutture prefabbricate in cui ci sono le sedi di imprese di costruzione, banche e compagnie telefoniche. Ognuna di esse si inserisce nel paesaggio architettonico urbano proponendo soluzioni estetiche decisamente nuove e non coordinate con le linee costruttive della città. Queste semplici valutazioni estetiche aprono tutta una serie di domande di un certo interesse su quali visioni del mondo siano condensate dentro contenitori unici e distinguibili ma che seguono traiettorie non sempre convergenti che anzi paiono affermare cosmologie contrastanti se non in aperta lotta. La progressiva affermazione della libertà di mercato, della compra-vendita di proprietà e della conseguente speculazione edilizia attraverso il turismo ha in parte seguito un modello adattivo finanziato dal capitale migrante, cioè dalle rimesse di chi ha visto da vicino la possibilità di accumulare ingenti fortune economiche ed ha tentato di replicarne il modello. C'è poi il capitale di “fuori” che si somma ai vecchi paradigmi imprenditoriali. Il tutto si mischia senza produrre però un chiaro progetto urbanistico ma un luogo in perenne costruzione. Aggiungerei anche che forse in questo miscuglio si è persa fiducia in modelli economici alternativi non centrati sulla leadership individuale dell'imprenditore-innovatore. In questo modo la progressiva affermazione delle “leggi del mercato” e le sue dinamiche energetico-estrattative hanno prodotto nuove soggettività e proiezioni del sé. In questo post ho tentato di descriverle sommariamente attraverso le variazioni di alcuni paradigmi architettonici di base. Occorrerebbe un camminante per riempire di storie e di voci questi processi.