La vegetazione ripariale lungo il Tenna e gli alberi di Camillo Sbarbaro

Finalmente una bella notizia. Associazioni ambientaliste e cittadini sono riusciti a convincere la Provincia a rivedere il progetto della “Lungotenna” e a studiare una traslazione della strada verso la collina. Così facendo gli alberi della fascia ripariale – indispensabili per proteggere le sponde del fiume dall’erosione – sarebbero salvi. Rimango sempre sorpreso dall’atteggiamento di certi progettisti e amministratori. A scuola si insegna che non si deve costruire nelle zone intorno ai fiumi, per consentire ai corsi d’acqua di sfogare la propria energia durante i fenomeni di piena. Il concetto viene ribadito su giornali e TV ogni volta che un’alluvione provoca danni a città e campagne. Poi però quando si realizzano le infrastrutture, tutto viene improvvisamente rimosso e dimenticato. E allora sorge spontanea una domanda: se si persevera negli stessi errori, è giusto far pagare i danni sempre alla collettività? Le voci che si sono alzate in questi giorni a difesa di quella zona di bosco ripariale, mi hanno richiamato una bella pagina del poeta ligure Camillo Sbarbaro. Amico di Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro è stato apprezzato traduttore ed appassionato di ricerche botaniche. Terminata la prima guerra mondiale cominciò ad insegnare greco e latino a scuola, attività che purtroppo fu costretto ad abbandonare perché si rifiutò di aderire al partito fascista. Non soddisfatti, quelli del regime decisero di censurare anche le sue opere. Lui non si arrese. Continuò a scrivere e a dedicarsi allo studio dei licheni, di cui fu scopritore e profondo conoscitore, tanto che alcune nuove specie portano il suo nome.

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Ormai, se qualcuno invidio, è l’albero. Freschezza e innocenza dell’albero! Cresce a suo modo. Schietto, sereno. Il sole, l’acqua lo toccano in ogni foglia. Perennemente ventilato. Tremolio, brillare del fogliame come un linguaggio sommesso e persuasivo! Più che d’uomini, ho in cuore fisionomie d’alberi. Ci sono alberi scapigliati ed alberi raccolti come mani che pregano. Alberi che sono delicate trine sciorinate; altri, come ceri pasquali. Alberi patriarcali, vasti come case, rotti dalla fatica di spremere per generazioni la dolcezza dei frutti. C’è l’albero di città, grido del verde, unica cosa ingenua nel deserto atroce. Ma più di tutti, due alberi ricordo, che crescevano da un letto di torrente, allato, come svelti fratelli.

Essere un albero, un comune albero…

in Trucioli (1920) – ora in Meridiani Mondadori, 2021