Mi hai riconosciuta tu. È stato bello reincontrarti. Mi ricordo quando ti ho invitato a cena, in un'altra vita. Avevo scelto un bel ristorante suggestivo e tu mi hai detto qualcosa come: “Questo posto...e tu...con questo vestito azzurro...”, con aria trasognata. L'avevo preso come un complimento, interpretando parole e sguardi. Hai più anni di quanti ricordassi, sei invecchiato ma nel tuo viso rimane qualcosa che mi colpisce. “Sei ancora un bambino”, ti ho detto. Pensavo al paragone con me. “Eh, dai, non c'è tutta questa differenza d'età tra noi”, hai risposto. L'ho preso come un messaggio ammiccante. Ah, il pericolo della sovrascrittura! Mi hai parlato dell'Africa e dei suoi figli reietti, della tua decisione di uscire da santa madre chiesa (l'avevo predetto, o me Cassandra!) e di lei. Sei ancora intriso di dottrina come un tozzo di pane imbevuto nel caffelatte, ma non sei bigotto e se vorrai potrai liberarti. Ci siamo scambiati il numero e ti confesso che in questi giorni ho fantasticato sull'ipotesi che mi contattassi. Ma tutto questo non parla del mio desiderio di te, bensì del mio desiderio di desiderare ed essere desiderata. Mi hai scritto subito dopo il nostro incontro, era un augurio. Poi, il silenzio. Buona vita, G., hai mantenuto il tuo fascino, anche se non ho ancora capito cosa di te mi attrae!