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    <title>CarlettoNico</title>
    <link>https://noblogo.org/carlettonico/</link>
    <description>Qui scrivo soprattutto di mostre o eventi a cui partecipo, in generale parlo di arte, giretti, letture e quello che mi va!</description>
    <pubDate>Sun, 04 Oct 2026 04:23:08 +0000</pubDate>
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      <title>La Val Gardena e l’arte contemporanea, appunti dalla biennale Gherdeina 10</title>
      <link>https://noblogo.org/carlettonico/la-val-gardena-e-larte-contemporanea-appunti-dalla-biennale-gherdeina-10</link>
      <description>&lt;![CDATA[Qualche pensiero sparso di quello che mi ha colpito (e che mi ricordo😀).&#xA;Quest’anno ho visitato per la prima volta la Biennale Gherdeina, è sparsa in diversi luoghi, noi siamo partiti da Ortisei. Un “giardino futuro”, come lo chiama la Biennale, ma non un giardino da cartolina. Piuttosto un luogo dove le cose crescono e si intersecano con tante, tantissime interpretazioni visive e filosofiche sul tema, in un modo non sempre chiaro, a volte un po&#39; tirato per i capelli, ma è anche questo che mi piace dell&#39;arte contemporanea.&#xA;&#xA;Ortisei, la parte principale&#xA;La prima parte della visita è stata tutta in paese, dove si concentrano molte delle opere più rappresentative.&#xA;Qui c&#39;erano due opere di un&#39;artista che di solito mi piace molto, anche se spesso si ispira troppo agli anni ‘80: Giulia Cenci. Delle due quella all’Hotel Ladinia colpiva di più anche per l&#39;ambientazione del vecchio ex hotel, una scultura composta da elementi scheletrici e vegetali, testa di cane o lupo.&#xA;Una bella stratificazione tra diversi piani collocato bene nell&#39;ambiente. Anche l&#39;altra opera era nello stile anatomico/vegetale, ma più simile a un fiore.&#xA;In comune hanno lo stile e l’ibridazione che crea tra organico e artificiale, presenze sospese e improvvise, alle volte un po&#39; inquietanti.&#xA;Nella stessa sala anche le opere di Leonardo Bürgi Tenorio, tanti terrari che l&#39;artista usa come micro‑mondi artificiali, controllati e ambigui, all&#39;interno infatti, oltre alle piante, ci mette foto e souvenir, anche dalla Dolomiti, forse con un occhio postcoloniale raccontato dalle sue origini messicane.&#xA;&#xA;Poi c&#39;era Test Pit di Chanelle Adams: un quadrato di terra scavato in un giardino, tipo scavo archeologico improvvisato.&#xA;Uno dei concetti è la storia delle Dolomiti, ma c&#39;è anche il tema del confine tra cura e controllo, ricerca e violenza sulla natura.&#xA;&#xA;L’intervento di Sandra Knecht sempre qui: una grande figura di legno sospesa tra i palazzi, ispirata al folklore alpino e una corda da tirare per attivarla.&#xA;L&#39;idea è quella di arte partecipativa, peccato che la corda fosse... in alto. Molto in alto. Abbiamo provato, allungato le braccia, fatto salti inutile e ridicoli, niente. Impossibile da raggiungere. Era comunque suggestiva da vedere, ma vederla in movimento sarebbe stata tutt&#39;altra cosa.&#xA;&#xA;Sempre all’Hotel Ladinia c&#39;erano anche le installazioni di Gregor e Leonora Prugger: padre e figlia che trasformano la vecchia reception in un piccolo paesaggio strano e inquietante, suggerendo che ogni sistema, che sia culturale, naturale o identitario, è instabile e in trasformazione, un po&#39; come le comunità landine.&#xA;&#xA;In un negozio sfitto, Gabriela Oberkofler costruisce un piccolo ecosistema molto curioso: piante salvate da vecchi campi, chiuse in vetro e illuminate da infrarossi, convivono con disegni che si espandono su muri e soffitto come reti vegetali. È presentato come un laboratorio-infermeria che parla di cura e perdita per un luogo fragile, dove memoria ed ecologia restano in bilico.&#xA;&#xA;La salita a Pilat, la parte “leggera” (così dicevano)&#xA;Dopo Ortisei, abbiamo deciso di salire a Pilat.La Biennale la descrive come una camminata “leggera”, mezz’ora.&#xA;Ecco: mai più crederò alle previsioni dei sentieri.&#xA;Ci abbiamo messo quasi due ore, con pause, fiatone, momenti di sconforto, e quella fase in cui inizi a pensare che forse la vera opera d’arte è tornare giù vivi.&#xA;Poi, quasi in cima, abbiamo sentito musica in lontananza.&#xA;E lì abbiamo deciso di resistere.&#xA;Essendo il mio compagno patito di elettronica e automatismi, quando siamo scesi è riuscito a scovare il sensore che al nostro passaggio ha fatto partire la musica in cima.&#xA;Lassù c&#39;erano tre installazioni, la musica era una di queste.&#xA;&#xA;Santa Cristina, ultima tappa&#xA;Qui la Biennale occupa sempre diversi spazi, il più interessante secondo me è una ex residenza per anziani, trasformata in spazio espositivo, le opere fotografiche in bianco e nero di Kelly Tissot sono inserite nelle stanze con ancora le vecchie cucine, erano stanze mini appartamenti con letto, cucina e mini bagno/doccia che danno un po&#39; l&#39;effetto spaesante tra documentazione e messa in scena.&#xA;Un po’ come l’Hotel Ladinia a Ortisei: luoghi che portano ancora addosso la loro funzione precedente, e che proprio per questo diventano perfetti per parlare di identità e memoria locale, che credo sia molto importante.&#xA;&#xA;Alla fine penso che più che da visitare, questa biennale, è da attraversare, tante opere si muovono in uno spazio di confine, sia concettuale che di ambientazione e a volte si mescolano.&#xA;Tra l&#39;altro un luogo dove spesso la valle parla più delle opere perché comunica a un livello più primordiale, e, tutto sommato, anche se non abbiamo attivato l&#39;opera con la corda, qualcosa si è attivato lo stesso.&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche pensiero sparso di quello che mi ha colpito (e che mi ricordo😀).
Quest’anno ho visitato per la prima volta la <strong>Biennale Gherdeina</strong>, è sparsa in diversi luoghi, noi siamo partiti da Ortisei. Un “giardino futuro”, come lo chiama la Biennale, ma non un giardino da cartolina. Piuttosto un luogo dove le cose crescono e si intersecano con tante, tantissime interpretazioni visive e filosofiche sul tema, in un modo non sempre chiaro, a volte un po&#39; tirato per i capelli, ma è anche questo che mi piace dell&#39;arte contemporanea.</p>

<h3 id="ortisei-la-parte-principale"><strong>Ortisei, la parte principale</strong></h3>

<p>La prima parte della visita è stata tutta in paese, dove si concentrano molte delle opere più rappresentative.
Qui c&#39;erano due opere di un&#39;artista che di solito mi piace molto, anche se spesso si ispira troppo agli anni ‘80: <strong>Giulia Cenci.</strong> <em>Delle due quella all’Hotel Ladinia colpiva di più anche per l&#39;ambientazione del vecchio ex hotel, una scultura composta da elementi scheletrici e vegetali, testa di cane o lupo.</em>
Una bella stratificazione tra diversi piani collocato bene nell&#39;ambiente. Anche l&#39;altra opera era nello stile anatomico/vegetale, ma più simile a un fiore.
<strong>In comune hanno lo stile e l’ibridazione che crea tra organico e artificiale, presenze sospese e improvvise, alle volte un po&#39; inquietanti.</strong>
Nella stessa sala anche le opere di <strong>Leonardo Bürgi Tenorio</strong>, tanti terrari che l&#39;artista usa come micro‑mondi artificiali, controllati e ambigui, all&#39;interno infatti, oltre alle piante, ci mette foto e souvenir, anche dalla Dolomiti, <em>forse con un occhio postcoloniale raccontato dalle sue origini messicane.</em></p>

<p>Poi c&#39;era <strong>Test Pit di Chanelle Adams</strong>: un quadrato di terra scavato in un giardino, tipo scavo archeologico improvvisato.
Uno dei concetti è la storia delle Dolomiti, ma <strong>c&#39;è anche il tema del confine tra cura e controllo, ricerca e violenza sulla natura.</strong></p>

<p>L’intervento di <strong>Sandra Knecht</strong> sempre qui: una grande figura di legno sospesa tra i palazzi, ispirata al folklore alpino e una corda da tirare per attivarla.
<strong>L&#39;idea è quella di arte partecipativa, peccato che la corda fosse... in alto. Molto in alto.</strong> Abbiamo provato, allungato le braccia, fatto salti inutile e ridicoli, niente. Impossibile da raggiungere. Era comunque suggestiva da vedere, ma <strong>vederla in movimento sarebbe stata tutt&#39;altra cosa.</strong></p>

<p>Sempre all’Hotel Ladinia c&#39;erano anche <strong>le installazioni di Gregor e Leonora Prugger</strong>: padre e figlia che trasformano la vecchia reception in un piccolo paesaggio strano e inquietante, suggerendo che <strong>ogni sistema, che sia culturale, naturale o identitario, è instabile e in trasformazione, un po&#39; come le comunità landine.</strong></p>

<p>In un negozio sfitto, <strong>Gabriela Oberkofler</strong> costruisce un piccolo ecosistema molto curioso: piante salvate da vecchi campi, chiuse in vetro e illuminate da infrarossi, convivono con disegni che si espandono su muri e soffitto come reti vegetali. <strong>È presentato come un laboratorio-infermeria che parla di cura e perdita per un luogo fragile, dove memoria ed ecologia restano in bilico.</strong></p>

<h3 id="la-salita-a-pilat-la-parte-leggera-così-dicevano"><strong>La salita a Pilat, la parte “leggera” (così dicevano)</strong></h3>

<p>Dopo Ortisei, abbiamo deciso di salire a Pilat.La Biennale la descrive come una camminata “leggera”, mezz’ora.
<strong>Ecco: mai più crederò alle previsioni dei sentieri.</strong>
Ci abbiamo messo quasi <em>due ore</em>, con pause, fiatone, momenti di sconforto, e quella fase in cui inizi a pensare che forse la vera opera d’arte è tornare giù vivi.
Poi, quasi in cima, abbiamo sentito musica in lontananza.
E lì abbiamo deciso di resistere.
<em>Essendo il mio compagno patito di elettronica e automatismi, quando siamo scesi è riuscito a scovare il sensore che al nostro passaggio ha fatto partire la musica in cima.</em>
Lassù c&#39;erano tre installazioni, la musica era una di queste.</p>

<h3 id="santa-cristina-ultima-tappa"><strong>Santa Cristina, ultima tappa</strong></h3>

<p>Qui la Biennale occupa sempre diversi spazi, il più interessante secondo me è <strong>una ex residenza per anziani,</strong> trasformata in spazio espositivo, le opere fotografiche in bianco e nero di <strong>Kelly Tissot</strong> sono inserite nelle stanze con ancora le vecchie cucine, erano stanze mini appartamenti con letto, cucina e mini bagno/doccia che danno un po&#39; <strong>l&#39;effetto spaesante tra documentazione e messa in scena.</strong>
<em>Un po’ come l’Hotel Ladinia a Ortisei: luoghi che portano ancora addosso la loro funzione precedente, e che proprio per questo diventano perfetti per parlare di identità e memoria locale, che credo sia molto importante.</em></p>

<p>Alla fine penso che <strong>più che da visitare, questa biennale, è da attraversare,</strong> tante opere si muovono in uno spazio di confine, sia concettuale che di ambientazione e a volte si mescolano.
<em>Tra l&#39;altro un luogo dove spesso la valle parla più delle opere perché comunica a un livello più primordiale, e, tutto sommato, anche se non abbiamo attivato l&#39;opera con la corda, qualcosa si è attivato lo stesso.</em></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/carlettonico/la-val-gardena-e-larte-contemporanea-appunti-dalla-biennale-gherdeina-10</guid>
      <pubDate>Thu, 24 Sep 2026 11:35:23 +0000</pubDate>
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