Il Cronomaestro

Cronache dal #tempo liberato, versione federata

CW: commenti d'odio, rimandi allo stupro

Non guardo la #televisione da circa una quindicina d'anni. Ho un televisore in sala la cui unica utilità come elettrodomestico è raccogliere pulviscolo. Mi ritengo una persona che legge, acquisto anche una ventina di #libri l'anno, rigorosamente in libreria; leggo soprattutto libri di #filosofia, passione che ho iniziato a coltivare da pochissimo, e saggistica di #attualità. Non guardo il calcio, non bado al #GrandeFratello o ad altri reality show, e penso che i panni sporchi vadano lavati in casa. Per tacere della “tivù del dolore”.

Gli unici programmi che mi concedevo erano quelli di cucina, ma l'avvento di “Hell's Kitchen”, “MasterChef” e altri programmi nati su quel solco mi ha fatto perdere l'interesse. In essi ci vedevo una dinamica di #competizione e #abuso che viene fatta passare per giusta senza obiezioni: l'esperto può permettersi di insultare e sminuire qualunque lavoro, a volte anche insinuando cose più pesanti, perché è un esperto che fa ironia, e bisogna abbozzare restando al proprio posto. Curioso come poi questo non accadesse con la versione dedicata ai bambini, lasciando però la competizione non sana. Altri programmi che non seguo sono quelli in cui uno dei cuochi resi famosi negli spettacoli di cui sopra fa il turista presso strutture fatiscenti, ed elargisce consigli a modo suo per piacere della telecamera, come il manesco Cannavacciuolo o l'urlante chef Ramsey.

Nella sintesi dei freddi termini di mercato, il sottoscritto è fuori dalla maggior parte dei target demografici ai quali la televisione è mirata. Il fatto che non guardi la tivù non è coinciso, però, con il mio completo disinteressamento verso la stessa. Questo perché la televisione è ancora una maestra che insegna inarrestabile modi di confrontarsi con il pubblico, ereditati da altre fonti come Facebook e YouTube, facendo passare messaggi contradditori.

Per questo motivo seguo un blog dedicato, all'indirizzo TVBlog.it; lo adopero alla stregua di un archivio di rapido accesso. Ricordare episodi come l'aggressione pacata, ma psicologicamente virulenta di Barbara D'Urso all'accusa di aver orchestrato una “trappola” acchiappa-ascolti torna spesso utile nel raccontare una cronistoria dello sdoganamento delle dinamiche tossiche.

TVBlog non è mai stato un blog altisonante, ma in una decina d'anni si è ritagliato un posto su Internet e lo ha mantenuto con dedizione, spesso producendo anche dei buoni articoli di critica televisiva. Come è logico aspettarsi per tutte le cose che continuano la loro corsa, il tempo, la fatica e i numerosi cambi di direzione della testata in nome della competizione hanno avuto la meglio sullo spirito originale del sito. Il culmine è stato raggiunto con la cessazione delle attività per un fallimento mai pienamente spiegato, che ha spiazzato molti articolisti bloccando loro l'accesso agli strumenti di pubblicazione per alcuni giorni.

Da quel giorno di dicembre in poi, TVBlog non è più TVBlog. Complice anche una emorragia di articolisti effettivamente brillanti che si sono scrollati di dosso il latte della gavetta, i toni del blog sono cambiati. I loro articoli raffazzonati conditi da falsi moralismi rendono il piacere della lettura una seccatura evitabile; le esclusive per TVBlog sono come la luce della Luna: riflessi di articoli migliori, lontani e inaccessibili perfino a chi li scrive. Pur non essendo mai state il fiore all'occhiello del sito, le interviste hanno smesso di essere puntigliose e dirette, in favore di un metodo non dissimile dalle interviste sdraiate.

Infine... i commenti.

***

Sono state fatte grandi discussioni in merito alla qualità della sezione commenti di qualunque sito, da YouTube e Facebook ai blog di piccole-medie dimensioni. Si sono scomodati perfino linguisti, tra cui Vera Gheno, che hanno proposto e sottoscritto un confuso manifesto di bon ton internettiano, detto “Parole O_Stili”. Qualunque sia la posizione in merito di chi sta leggendo questo pezzo, mi permetto solo di commentare due assunti che sono nati nel corso degli anni.

La prima è “non dare alcuna visibilità all'odiatore in rete”. Per quanto mi ci arrovelli, non riesco a capire a cosa si riferisca la parola “visibilità” per via della fumosità della sua definizione. È ovvio che si intenda una “esposizione all'attenzione della gente” (definizione del Sabatini-Coletti), ma più precisamente, in che modo questa esposizione verrebbe negata? Ci sono pagine Facebook e canali YouTube che raccolgono il peggio del peggio dei più beceri commenti; la maggior parte di essi lo fa senza intento di denuncia, e imita altri che prima di loro (Vincenzo “Distruggere” Maisto, quelli di “Vegano Stammi Lontano”, ma anche “Bufale un tanto al chilo” e David Puente) hanno sdoganato l'intento denigratorio dicendo “Non siamo qui per fare un'indagine sociale”. Per quello, nelle loro intenzioni, ci penserà sempre un altro non ben definito, sobbarcando responsabilità al prossimo.

La soluzione migliore, a mio avviso, sarebbe cancellare quei commenti e intervenire caso per caso. Là dove non arriva la moderazione di una piattaforma centralizzata, ci dovrebbe pensare lo stesso “proprietario” del canale o della pagina in questione. Quando questo succede, però, arrivano i tentennamenti, le riserve. Chi non cancella commenti, lo fa perché “tanto ci pensano gli altri commentatori” a ridimensionare l'odiatore, oppure perché “se censuri, vuol dire che la persona censurata ha ragione e può scatenare altri odiatori con la ragione censurata”. Commenti che, a parere mio, giustificano solo la gamificazione e la voglia di restare virali sotto la patina dorata della “libertà di parola e di pensiero”.

Si capisce quindi che quel secondo assunto, “mai leggere i commenti”, abbia i contorni di una brutale imposizione, anziché di un saggio consiglio, per le conseguenze che esso comporta. Un commento d'odio, volente o nolente, genera traffico; personaggi controversi come Donald Trump e Ben Shapiro, ma anche quelli nostrani come l'ultracattolico Pillon e l'ex ministro Fontana, hanno fatto della cognizione di unpopular opinion il loro asso nella manica. Frasi notoriamente disgustose, come anche post ambigui, vengono pubblicati e condivisi dai loro sostenitori, molti dei quali lasciano ulteriori commenti disgustosi, ai quali rispondono persone “dotate di senno”, le quali vengono attaccate da altri sostenitori accerchiandole come squadristi di epoca fascista. La colpa passa immediatamente a chi combatte e ribatte quelle affermazioni orribili, perché “hanno letto i commenti”.

Da una parte, quindi, la totale assenza di moderazione; dall'altra, l'abuso di quell'assenza di moderazione a tutto vantaggio di chi pubblica. Nel mezzo c'è un utente come me, che assiste a queste cose ed è infastidito e schiacciato da entrambi i lati della medaglia.

***

Nell'ultimo anno avevo ripreso a leggere TVBlog, poco dopo la chiusura. Non c'erano più commentatori abituali e, fatto ancora più grave, nessuno fra coloro che commentava parlava dell'articolo in questione, ma cercavano proattivamente la rissa. Uno di questi ha commentato ogni giorno, a tutte le ore, per un anno intero, in maniera sessista, razzista e becera, replicando quello che veniva condiviso ogni giorno sulle pagine della Lega.

Auguri di stupro, come nel caso di Carola Rackete, definita “cagna piddina stuprabile dai negri che accoglie”. Odio verso la sinistra, che lui schernisce come “amica degli invasori” e del “sindaco pedofilo piddino” di Bibbiano, “dove tutti hanno confessato che fosse così”. Elogia Giordano e Del Debbio perché “dan fastidio alla sinistra petalosa”. L'anniversario della strage di Piazza Fontana era per lui solo una “riprova che la sinistra sa solo mettere bombe e stuprare”.

Commenti ai quali gli altri rispondono con ulteriore veemenza, ma che vengono subito accerchiati da altri profili (alcuni fasulli) che supportano il commentatore violento, elogiando la diversità dal “pensiero unico dominante” e creando ulteriore confusione.

Infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Di recente Riccardo Formigli, conduttore di Piazzapulita, è stato oggetto di un vile attacco alla sua persona all'indomani dell'intervista a Matteo Renzi. La sua vita privata, quasi nella sua interezza, è stata messa alla berlina al punto da aver ricevuto minacce di morte non solo virtuali. TVBlog ha scritto un articolo sui quindici minuti che Formigli si è ritagliato per raccontare la sua storia, un lungo monologo in cui poneva domande sul comportamento di Renzi all'indomani della violazione subita dal conduttore.

Un momento di raccoglimento generale e di riflessione sull'abuso quotidiano sparso sui social, che però non è stato raccolto dal solito commentatore. Che ha così commentato.

“Che un inquisitore [Formigli] tenti di spacciarsi per vittima anche no. È un personaggio pubblico ci può stare non se lo dimentichi mai. Per il resto visto che tiene famiglia sia più accomodante nel suo lavoro.”

Credo di aver agito per la prima volta d'impulso dopo tanti anni. Ho raccolto tutti i commenti di questo soggetto, ne ho fatto una lista; ho preso il mio telefonino, aperto GMail e scritto di getto tutto quello che avrei dovuto dire da una vita a questa parte. Ho tentato di inchiodarli alla loro responsabilità proprio in relazione a quanto loro dicevano su hater e visibilità.

In un vostro articolo su “Petrolio”, muovevate critiche ed elogi alla conduzione e alla taratura del programma. È abbastanza eloquente una affermazione dello scrittore, che in buona sintesi criticava lo spazio dedicato agli hater perché “così facendo si dà motivazioni a loro, ai quali [la soluzione migliore] sarebbe non dargli alcuna visibilità”. Mi trovate d'accordo sul fatto che agli hater debba essere negata una visibilità. Dove non mi trovate affatto d'accordo è la vostra totale assenza di controllo di tale affermazioni pesanti, pericolose proprio perché dette senza pensarci, eccitati dall'assenza di controllo succitata. Stiamo parlando di una persona esposta al pubblico, a una gogna, per aver tentato di fare servizio pubblico.

Perché voi di TVBlog, come temo anche Blogo.it, permettete che passino messaggi che glorificano la caccia alle streghe, qui in senso politico, scusando queste follie e imponendo a giornalisti, come voi penso siate, di “essere accomodanti” nel lavoro?

A questo punto, la mia sfiducia verso il vostro sito mi porta a chiedere a quale morale rispondete, e quale sia la vostra etica professionale in merito a queste aberrazioni. Non sussiste la scusa di trollaggio: qui siamo al limite della decenza, e io mi tiro indietro.

Thomas Payne, citando a sua volta un pastore cristiano, sosteneva che “Il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza”. Lì dove non c'è chi vigila sulla libertà e garantirne la sua purezza, non ci sarà vera libertà, ma solo affrancamento da tante responsabilità.

Ed ecco perché scelgo di continuare a leggere i commenti, e a denunciare. Anche quando non rispondono, anche quando so di essere in minoranza.

Per quanto tempo ancora, non lo so. Finché non ci sarà una soluzione migliore. Che spero arrivi presto.


@michaelvsmith@mastodon.bida.im

CW: razzismo, battute sullo stupro, morte di un bambino

“Chi fa di sé stesso una bestia, si sbarazza della pena di essere un uomo.”

  • Samuel Johnson

Sono stato invitato a un'uscita con gli amici. Quattro chiacchiere, due risate, un buon cocktail che è sceso giù fresco e piacevole. A un certo punto, uno degli invitati si è rivolto così all'amica che ha organizzato la serata insieme.

“Ehi, vuoi giocare al gioco dello #stupro?”

Il volto della mia amica si è increspato subito in una maschera grottesca, sputando un secco “no”.

Lui ha riso e ha così chiosato: “Questo è lo spirito!”

Complice la sarabanda sonora proveniente dai locali vicini, non avevo sentito alcunché: la scena si era sviluppata come un film muto, fino al fotogramma con la frase incriminata. Chiesi all'altro ragazzo cosa avesse detto di così terribile da far inorridire la mia amica. Quando lo venni a sapere, storsi la bocca e mi ritrassi, scuotendo la testa e facendo cenno con la mano. Il giullare mi ha guardato stranito, così come chi mi ha riferito la battuta.

L'amica mi ha contattato il giorno dopo, chiedendomi scusa. Non capivo il perché e ho chiesto se c'entrasse qualcosa lo schifo di battuta della sera prima. In realtà voleva scusarsi per un altro motivo: per lei non era stata una bella giornata a livello emotivo. Mi ha ringraziato per aver avuto quella reazione davanti ai due...

... aggiungendo però che il giullare aveva fatto la battuta “per tirarmi su”.

Le ho detto che ho fatto quello che un buon amico farebbe. Le ho spiegato che se avessi voluto tirarla su, non avrei certamente scherzato sullo stupro: al massimo, qualche video di gatti in pose buffe e carine, perché le battute possono far ridere sul momento, ma l'amicizia è duratura.

La sua risposta fu: “Lo so, ma che facevo? Vi rovinavo la serata?

***

Sabato 14 dicembre, #Sondrio. Una madre di appena 22 anni si accorge che la propria bambina di 5 mesi non respira bene. Scende in strada, chiede aiuto; trova un uomo che porta lei e la figlia al pronto soccorso dell'ospedale civile. Ma è troppo tardi: la bimba è già in condizioni disperate, ha smesso di respirare già da tempo. Il padre accorre, ma i medici che l'hanno presa in cura non hanno potuto fare altro che annunciare il decesso ai due genitori.

Che suono possa produrre le urla di due genitori che hanno appena sentito la vita della figlia scivolare via dalle sue braccia, non mi concedo di raccontarlo. Tuttavia, per qualcuno è stato pari a un fastidio, un disturbo degno di lamentela, come potrebbe essere il ritardo di un treno, o una giornata piovosa. Roba triviale, da sala d'attesa, come quella in cui vengono pronunciate queste parole.

“Queste urla… ma saranno mica parte di un rito satanico, o magari qualcosa della tribù da dove viene questa bestia”. “Madonna, che tradizioni di merda che hanno… ma non si vergognano? Che fastidio”. “Tanto non può essere così grave, visto che scimmie come lei fanno un figlio all’anno. Perdere un figlio per loro non è la stessa cosa di noi”.

Tutto è giustificato, tutto è loro dovuto. Il corpo esanime di una bambina, le urla strazianti di due genitori che gridano il vuoto appena apparso: cancellati, inesistenti, falso e sostituibile.

Perché la colpa della donna di 22 anni è di essere nigeriana.

La storia mostra ancora punti oscuri non interamente verificabili. Qui non posso far altro che considerarla vera. E a che pro domandarsi se siano state dette o meno quelle frasi, di fronte al nudo fatto di una morte terribile.

Anche perché c'è il rischio di perdersi la solita danse macabre dei #truismi.

Appena la notizia si diffonde, l'ospedale di Sondrio sembra cadere dalle nuvole. Il direttore del pronto soccorso rilascia un'intervista a #RadioCapital. Ribadisce che non ha avuto “alcuna percezione” del razzismo in sala d'attesa. Si dice “scioccato” dalla reazione della madre, perché lo ha fatto “in un modo in cui non siamo abituati dal punto di vista culturale”: parla di urla, strepiti, pianti, schiaffi; addirittura sostiene di aver visto la madre “ballare”. Parla giustamente come un uomo all'oscuro di tutto… anche se viene da chiedersi se sia mai stato in provincia di Benevento, o a Imperia, e abbia mai sentito parlare di #prefiche.

Quando la radiogiornalista incalza il direttore di esprimermi su quelle parole agghiaccianti, ecco che qualcosa cambia in lui. Ammette che le frasi sono terribili, certo… però preme, ci tiene a “far notare” che la donna è stata trasportata da “un italiano, probabilmente di Sondrio”. E poi, quella stoccata:

“Se fossero tutti [razzisti] i sondriesi, l'avrebbero lasciata in mezzo alla strada, scalza, mentre correva con la bambina[.] Chi era lì dentro era… io ho visto le facce di tanti ed erano sconvolti, capivano che era una situazione drammatica.”

Non sono tutti così. Sondrio non è tutta così: lo testimonia il sicuramente italiano, forse di Sondrio, che ha accompagnato la donna al patibolo. Ci sono stati commenti agghiaccianti, certo, ma non sono tutti così. L'onore della città è salvo e, bismillah, il nome dell'Italia è salvo: il razzismo è solo una brutta mela marcia, l'importante è che ci siano italiani che pensano.

Eppure a me continua a suonare stranissimo.

Lasciare intendere che nelle giuste condizioni, gli italiani non sono razzisti, è un #truismo. Per intenderci, una frase così potrebbe dirla chiunque senza problemi, e passerebbe per saggio. Il problema è che “senza supporto contestuale – una spiegazione di quali siano queste condizioni appropriate – la sentenza è vera ma priva di contesto” Wikipedia. È una mezza verità, nulla più di un artifizio retorico che nulla aggiunge, niente toglie, a una situazione accettata in partenza e ora rinforzata.

Una mezza verità alla quale io pongo una domanda: “Cosa fate, di preciso, per contrastare?”

Tralasciamo per un attimo la figura del direttore dell'ospedale e prendiamo le frasi così come sono, per ciò che sono. Nessuno vuole mettere in dubbio il buon gesto dell'italiano – a dirla tutta, nessuno l'ha fatto. Quella frase ha un sapore di scusa non richiesta, a fronte di una accusa manifesta, e cioè, “Il razzismo in Italia esiste”. Al netto dei prevedibili negazionisti che si pongono “solo qualche domanda” negando l'entità del danno, sono scuse che vengono ripetute ogni volta che accade un fatto vergognoso. Scuse che poi fanno leva sulla fumosità della questione numerica, quel “non tutti gli italiani sono razzisti” che addolcisce, rassicura nella sua indefinibilità e fa passare per norma proprio quella piaga, e la virtù come eccezione. Si parla spesso di mele marce, ma in inglese si sottolinea come spesso basti una sola mela marcia per rovinare l'intera cesta.

Chi parla così lo definisco, nella mia mente, apologeta per caso.

Gli apologeti per caso li riconosci. Hanno i like a pagine dall'umorismo discutibile, falsamente dissacrante ma fortemente discriminatorio, che fa leva su personaggi considerati outsider accuratamente selezionati per fornire una visione stereotipata. Mi viene in mente “Vegano stammi lontano”, ma potrei tranquillamente citare “Il signor Distruggere” e il fenomeno capitalizzato delle “pancine”. Essi frequentano, o magari scrutano solamente, gruppi che esaltano un'irriverenza senza arte né parte, patinandola con espressioni altisonanti come black humour o satira: sono quelli che sono iscritti a gruppi tipo “Pastorizia never dies” e ridono di foto di dita sporche di cenere perché il meme gli ricorda che così “si sgrillettano le ebree”. Gruppi naturalmente segreti, perché quelli che benpensano non vogliono che si divertano di cose così proibite.

Peggiori fra tutti gli apologeti per caso sono coloro che condividono bufale su migranti, gay, autismo e vaccini, perché “non è vero, ma non si sa mai”.

Sono persone che ora cadono dalle nuvole, che al banchetto di Baldassar sanno leggere la scritta sul muro, ma la ignorano. Sono quelli che hanno sempre avuto amici che sparano a zero su tutto e tutti, con battute sessiste, omofobe, xenofobe; frasi alle quali chiudono le orecchie in nome di un non ben specificato senso dell'amicizia. “Siamo amici, mica vorrai rovinare una bella serata”. Per tacere di “Ma lui/lei non è quel che dice, è comunque bravo, un pezzo di pane; aiuta perfino le anziane ad attraversare la strada”.

Sono persone che magari non condividono ciò che leggono, ma neppure intervengono. Magari ridono, sghignazzano. Non si domanderanno mai perché siamo arrivati a questo nadir morale ed etico. Perché sanno che l'hanno desiderato, voluto, non agendo per quieto vivere.

A furia di chiudere gli occhi, a furia di tapparci le orecchie; a furia di non agire, hanno imparato a tirare in ballo il lavoro, la famiglia, i soldi. Scuse accusatorie, come quelle che ho scritto nel post precedente, che rivelano ancor di più la loro incapacità di gestirsi, non certo l'ostacolo che pensano di mostrare.

A furia di accettare per partito preso qualunque cosa, ridendoci su, hanno imparato a sporcare la già fumosa definizione di “libero pensiero”, o quella di “libertà di parola”, e con le loro difese hanno abusato di quelle parole svuotandole del loro significato.

Così hanno scelto di non fare luce sul campo coltivato della vita umana. Si sono create zone d'ombra sempre più larghe, sempre più intense. In questa assenza di sole, il buio ha fatto avvizzire i fiori dell'umana comprensione e ne ha adulterato il polline. I frutti che sono maturati hanno un sapore dolce, liquoroso e anestetizzante – hanno il nome di #odio, #zizzania, #cinismo. Frutti che inebriano e ubriacano chi ne prende e ne condivide. Perché mai rovinare una festa, quindi? Perché mai interrompere qualcosa di buffo, di normale, con un elemento di fastidio, quale può essere una semplice esigenza o – gasp! – il rispetto per una tragedia? Non si ha mai idea di quanto nervosismo genera, di quante cose si infrangono. Dolori che nemmeno la soma più potente può annullare.

***

Per un attimo ho pensato a cosa rispondere alla mia amica. Ero in un momento di estrema fragilità, quando mi accolse nella sua cerchia di amici. Ero solo, non avevo nessuno con cui parlare e faticavo a uscire di casa al di fuori di qualunque turno di lavoro. Uscivo, prendevo il treno e viaggiavo anche due ore e mezza prima di arrivare al lavoro; lavoravo anche 10 ore filate, poi prendevo il treno di ritorno, altre due ore e mezza; mangiavo, bevevo, guardavo Facebook, dopodiché mi addormentavo con qualcosa che mi attanagliava lo stomaco.

Ci ho pensato un attimo.

“Una serata si può recuperare”, le ho risposto, “l'amicizia va ben oltre una serata rovinata. Se tu avessi detto cosa andava storto, io avrei preso la tua posizione. Ne avevi il pieno diritto. Ne hai ancora il pieno diritto.”

Mi ha risposto con un semplice “Grazie”.

C'è tanto da fare, mi dico tra me e me. Ma per ora, posso solo essere amico e tenere sempre gli occhi aperti.

Non mi libererò mai del dolore di essere uomo.

Ho il vizio di ascoltare le conversazioni dei viaggiatori che mi siedono intorno, quando sono sul treno. Non posso farci niente: spesso mi dimentico le cuffie, e le nuove abitudini che ho sviluppato per sopperire all'uso di Facebook non richiedono necessariamente l'ascolto di musica. Capita quindi che senta molto di ciò che viene detto dagli altri viaggiatori.

Potrei dire che la maggior parte delle conversazioni intrattenute, quando le teste non sono chine sul telefonino intente a seguire lo scroll infinito della app di Zuckerberg, ruotano tutte intorno all'ultima sparata del politico di turno, o sull'ennesimo video-bufala che i demistificatori chiariranno con troppo ritardo. Mi rendo conto, però, che andrei per le lunghe e finirei per deviare dalla riflessione che sento di dover fare, più per me che per chi legge.

Tra i tanti pretesti che sento usare per avviare o concludere una conversazione, ce n'è uno che vira su una gioia percepita. “Meno male che c'è Facebook, perché così mi ricorda quand'è il compleanno di Tizio, Caio o Sempronio”. Quando la sentivo dire, tempo fa, ci ridevo sopra. Non sono mai stato bravo con le date, mi davo come scusa il fatto che fossi costretto a impararne tante durante le lezioni di storia, e che in qualche modo avessi subito un sovraccarico. Mi ritrovavo anche io, dunque, in quella situazione, e mi sentivo tranquillo del fatto che ci fosse una applicazione che mi facesse ricordare, anche tre giorni prima, il compleanno di qualcuno fra i miei contatti.

Col tempo, però, le scuse sono venute meno. Nel corso degli anni, complice anche un lavoro da libero professionista dove gestire il proprio tempo diventa importantissimo, ho dovuto imparare nuovi modi di gestire il proprio tempo. Uso un metodo chiamato bullet journal, che prevede massima libertà espressiva e creatività usando quaderni puntinati, ma il web è pieno di altre soluzioni anche più comode. Non sono mai stato dell'idea che il lavoro debba essere di troppo intralcio alla vita, complice anche il modo in cui mio padre si ammazzava e si faceva ammazzare di lavoro, non conoscendo altro al di fuori di esso. Così, ho iniziato a segnarmi le date dei compleanni di chi avevo cura, come anche ricorrenze e appuntamenti con gli amici.

Ieri era il mio compleanno. Non sono il tipo che ha in giro a dirlo ai quattro venti, sebbene ieri abbia pubblicato un toot in cui lo annunciavo. A dirla tutta, lo dico solo se capita nella conversazione, se mi viene chiesto direttamente o se l'altra persona ha scambiato con me la sua data. Su Facebook, questa cosa è venuta meno, per via delle notifiche quotidiane prima, e della possibilità di combinare il proprio compleanno a una donazione per buone cause, dopo. Dal vivo, però, l'ho sempre chiesto nel momento in cui capitava l'occasione o il discorso.

In un post precedente pubblicato sulla versione WordPress di questo blog, avevo scritto che non sarei “mancato a nessuno”. In realtà ho scritto una verità parziale, perché non avevo raccontato altro di più. La verità è che quasi due ore dopo aver disattivato in maniera definitiva il mio account su Facebook, alcuni mi hanno chiesto in privato il motivo dietro quella scelta. Queste erano persone con le quali avevo raramente intavolato conversazioni, molto spesso intorno a temi leggeri, come l'ultimo disco metal, o le citazioni delle “Bizzarre Avventure di JoJo”, o addirittura l'ultimo libro letto. Sciocchezze, per qualcuno, ma con un mondo sempre più violento e un social sempre più polarizzato verso l'aggressione verbale, elogiante e accondiscendente verso figure fasciste e dedito alla gogna mediatica dei deprivati economici, psicologici e sociali, erano un sollievo non indifferente da provare.

Poi, molto dopo, sono arrivati loro due... ma c'è bisogno che racconti bene la cosa, senza entrare in troppi dettagli.

Per alcuni anni ho intessuto una relazione d'amicizia con un gruppo di persone. Queste persone venivano da diversi punti d'Italia e facevano, a modo loro, attivismo su argomenti non sempre ben percepiti dalla pubblica opinione. Fuori si mostravano determinati, ma dentro, nell'intimo che un gruppo segreto dà la parvenza di ottenere, confidavano e facevano confidare le proprie debolezze. Gente che lottava per affermarsi nel mondo del lavoro, ma anche persone con gravi problemi di salute, sia essa fisica, psichica, o entrambe.

Erano persone che, col passare del tempo, avevo iniziato timidamente a chiamare amiche. Molti sono stati i casi in cui sono stato loro amico e consigliere, e viceversa loro lo sono stati con me. Specialmente queste due persone. Una delle due, addirittura, si sperticava con post elogiativi, definendomi intelligente, capace di pensare e riflettere più degli altri. L'altra, invece, fu una piacevole sorpresa, perché il giorno in cui decisi di farmi curare in un CSM per depressione e ansia, venne a trovarmi due giorni dopo, senza preavviso – e dire che, a parole sue, si definiva una persona incapace di esprimere affetto.

Era da poco stato annunciato il matrimonio della persona sperticante elogi. Avevo smesso di chiacchierare un po' con tutti, perché mi ero impantanato con alcuni lavori in più per arrotondare. Scrivevo però su Facebook: status e status in cui mi sfogavo sulla gente di merda che incontravo sul lavoro, ai quali alcuni contatti rispondevano liquidando il tutto con un “Abbi pazienza, cerca di capirli, sono stanchi quanto te e ne hanno abbastanza”. Commenti che mi innervosivano, non perché cercassi “Mi piace” o condivisioni, bensì perché desideravo che, per una volta, venisse lenita la mia frustrazione.

Non ricordo esattamente in che modo, ma accadde che mi ritrovai nella chat collettiva per fare un regalo di matrimonio a quella persona. Così, di punto in bianco, perché convinti del semplice assunto che avrei partecipato non tanto al matrimonio, cosa che non accadrà, quanto alla colletta. Non una domanda su come mi sentissi, su cosa mi stesse accadendo in vita. Mi risposi dicendo che leggevano tutto su Facebook e, dato che i miei sfoghi avevano una punta d'ironia, pensarono che stessi bene, che fossi comunque in forma.

Se non ricordo male, Chris Cornell aveva comunque dato al pubblico un ottimo ultimo spettacolo. Al pubblico piaceva un Robin Williams che sapeva fare ridere, un eterno Peter Pan dalla battuta arguta pronta, come quando aveva parlato del fatto che aveva chiamato Zelda sua figlia, come la principessa della serie videoludica.

“Se sei ricco, se hai tutto, se sei intelligente, perché sei triste?”, scommetto avrebbero chiesto quel gruppetto.

Ad aggiungere sale sulla ferita, uno di loro aveva irritato un nido di vespe di nome “gruppo femminista”, il quale stava prendendo di mira lui e i suoi contatti, per segnalare tutti coloro che potevano essere legati a lui attraverso i famosi sei gradi di separazione. La cosa non mi fu mai spiegata pienamente, tutto rimase nell'aria, ma ciò mi costrinse a disattivare il profilo per evitare le sue rogne da libero pensante anti-ismi.

Oltre a questo, venni a sapere che la persona che si sperticava nei complimenti aveva invitato tutti, inclusa una persona che, in passato, mi aveva fatto passare per malato mentale e “primadonna del dramma” (cit.). Una cosa già capitata con un'altra persona, sempre in tema di matrimonio, e che la sperticante era a conoscenza, al punto che mi aveva promesso che non sarebbe accaduto.

Per non fare torto a nessuno, inevitabilmente, si farà sempre un torto a qualcuno.

Smisi di intervenire quasi subito, salutandoli ogni tanto quando emergevo dal mio lavoro. Per tutto quel tempo, non una domanda, non una richiesta di come stessi. Solo, volevano sincerarsi che avrei partecipato alla colletta. Rimandai, naturalmente. Non mi sentivo più ben accolto.

Due mesi dopo annunciai che mi sarei tolto definitivamente da Facebook. Il giorno dopo avevo già avviato la procedura di rimozione.

La sperticante e l'anaffettiva mi contattarono solo a chiusura già avvenuta. La prima mi chiese se fosse tutto OK, ma non le risposi subito. La seconda invece, molto più platealmente, apparve cinque minuti dopo, con la scusa che qualcuno gli avesse chiesto di chiedermi se stessi bene. La sperticante, in poche parole.

Risposi negando ci fosse qualcosa di brutto. Dopotutto era un periodo di forte demotivazione personale, sfibrato da tanto e troppo, ma mi sarei rimesso in piedi a discapito loro.

La sperticante mi disse, “Sai, sono stata un po' impegnat* col matrimonio, mannaggia, ma comunque sai che ci sono, quando vuoi chiacchierare sai dove trovarmi, sei una persona speciale e importante per me”.

L'anaffettiva si limitò a scrivere “Mah, quando vuoi, ci sono, eh”.

All'epoca derubricai la cosa come mere scuse. Adesso, però, non riesco a non vedere nelle loro parole una forma passiva di accusa verso il prossimo per una loro negligenza.

La prima è la più infima: sembra sostenere la colpa verso un agente esterno, ma qui parliamo di un agente controllato in buona misura da chi l'ha organizzato. Che poi emergano stress e situazioni nervose è fuori di dubbio e discussione, ma non capisco perché adoperare stress e nervoso per dimenticare il lato umano dell'amicizia. Un'amicizia che si è sempre espressa anche tramite lodi non richieste.

L'altra è una scusa che sento molto spesso ed è, a livello superficiale, piuttosto innocua: si attende quando l'altro vuole parlare, senza forzare la cosa. Nella situazione in cui ero, però, risultava più una ammissione di sconfitta, di incapacità di gestire la complessità di una persona o una situazione creatasi. Sembra uno scoramento, più che una attesa: sembra sottintendere che se la persona offesa non parla, la colpa resta della persona offesa, non di chi è scoraggiata.

In entrambi i casi, quelle scuse accusatorie mi avevano lastricato la via dell'abbandono da parte loro, della dimenticanza.

Così, ieri era il mio compleanno. Quasi tutte le mie nuove amicizie non lo sapevano e contrariamente al mio uso, decisi di dirlo, specificando che però non avevo organizzato nulla in merito. D'altronde, erano cinque anni che non festeggiavo – da quel tremendo dicembre del 2014 che mi ha costretto a rivedere tutto sulla carta.

I nuovi amici mi hanno chiesto di venire da loro, portare poche cose, e brindare. Tutti mi hanno fatto gli auguri. Una persona con la quale ho legato da pochissimo, circa un mese, mi ha fatto gli auguri per prima alla mezzanotte, perché si era ricordata di una conversazione avuta una settimana prima. Addirittura, qualcuno di #Bida mi ha mandato un messaggio privato e ha chiesto ad altri di farmi gli auguri. Un'altra mi ha promesso di festeggiare a breve.

Tutte persone con le quali ho legato da pochissimo, eppure calorosissime.

Quelle altre... evidentemente non esisteva più la mia data, cancellata assieme al profilo, come fosse la nullificazione della mia esistenza stessa. Se non lo ricordi, non è successo, né può succedere.

Così, ieri era il mio compleanno. E io esisto ora, oltre e all'infuori di loro, in una realtà reale, non iperreale.

Auguri a me.

Qui posterò i miei post sul blog principale, “Il Cronomaestro”, che è pubblicato sulla piattaforma Wordpress. Cercherò di pubblicare sia da una parte che dall'altra, per vedere dove mi trovo meglio.

Nel blog parlo di #tempo, ovvero quel tempo che ho ritrovato togliendomi da Facebook e da altri social, con la grandissima eccezione rappresentata da Mastodon. Il blog è nato dopo la lettura di “Cronofagia”, edito da D Editore, che consiglio moltissimo per capire come e quanto i social dettano le nostre abitudini e i nostri gusti, ma non solo. Ci saranno soprattutto riflessioni personali e, perché no, uno sfogo per le mie frustrazioni quotidiane.

Buona lettura a tutti!