Mai leggere i commenti?

CW: commenti d'odio, rimandi allo stupro

Non guardo la #televisione da circa una quindicina d'anni. Ho un televisore in sala la cui unica utilità come elettrodomestico è raccogliere pulviscolo. Mi ritengo una persona che legge, acquisto anche una ventina di #libri l'anno, rigorosamente in libreria; leggo soprattutto libri di #filosofia, passione che ho iniziato a coltivare da pochissimo, e saggistica di #attualità. Non guardo il calcio, non bado al #GrandeFratello o ad altri reality show, e penso che i panni sporchi vadano lavati in casa. Per tacere della “tivù del dolore”.

Gli unici programmi che mi concedevo erano quelli di cucina, ma l'avvento di “Hell's Kitchen”, “MasterChef” e altri programmi nati su quel solco mi ha fatto perdere l'interesse. In essi ci vedevo una dinamica di #competizione e #abuso che viene fatta passare per giusta senza obiezioni: l'esperto può permettersi di insultare e sminuire qualunque lavoro, a volte anche insinuando cose più pesanti, perché è un esperto che fa ironia, e bisogna abbozzare restando al proprio posto. Curioso come poi questo non accadesse con la versione dedicata ai bambini, lasciando però la competizione non sana. Altri programmi che non seguo sono quelli in cui uno dei cuochi resi famosi negli spettacoli di cui sopra fa il turista presso strutture fatiscenti, ed elargisce consigli a modo suo per piacere della telecamera, come il manesco Cannavacciuolo o l'urlante chef Ramsey.

Nella sintesi dei freddi termini di mercato, il sottoscritto è fuori dalla maggior parte dei target demografici ai quali la televisione è mirata. Il fatto che non guardi la tivù non è coinciso, però, con il mio completo disinteressamento verso la stessa. Questo perché la televisione è ancora una maestra che insegna inarrestabile modi di confrontarsi con il pubblico, ereditati da altre fonti come Facebook e YouTube, facendo passare messaggi contradditori.

Per questo motivo seguo un blog dedicato, all'indirizzo TVBlog.it; lo adopero alla stregua di un archivio di rapido accesso. Ricordare episodi come l'aggressione pacata, ma psicologicamente virulenta di Barbara D'Urso all'accusa di aver orchestrato una “trappola” acchiappa-ascolti torna spesso utile nel raccontare una cronistoria dello sdoganamento delle dinamiche tossiche.

TVBlog non è mai stato un blog altisonante, ma in una decina d'anni si è ritagliato un posto su Internet e lo ha mantenuto con dedizione, spesso producendo anche dei buoni articoli di critica televisiva. Come è logico aspettarsi per tutte le cose che continuano la loro corsa, il tempo, la fatica e i numerosi cambi di direzione della testata in nome della competizione hanno avuto la meglio sullo spirito originale del sito. Il culmine è stato raggiunto con la cessazione delle attività per un fallimento mai pienamente spiegato, che ha spiazzato molti articolisti bloccando loro l'accesso agli strumenti di pubblicazione per alcuni giorni.

Da quel giorno di dicembre in poi, TVBlog non è più TVBlog. Complice anche una emorragia di articolisti effettivamente brillanti che si sono scrollati di dosso il latte della gavetta, i toni del blog sono cambiati. I loro articoli raffazzonati conditi da falsi moralismi rendono il piacere della lettura una seccatura evitabile; le esclusive per TVBlog sono come la luce della Luna: riflessi di articoli migliori, lontani e inaccessibili perfino a chi li scrive. Pur non essendo mai state il fiore all'occhiello del sito, le interviste hanno smesso di essere puntigliose e dirette, in favore di un metodo non dissimile dalle interviste sdraiate.

Infine... i commenti.

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Sono state fatte grandi discussioni in merito alla qualità della sezione commenti di qualunque sito, da YouTube e Facebook ai blog di piccole-medie dimensioni. Si sono scomodati perfino linguisti, tra cui Vera Gheno, che hanno proposto e sottoscritto un confuso manifesto di bon ton internettiano, detto “Parole O_Stili”. Qualunque sia la posizione in merito di chi sta leggendo questo pezzo, mi permetto solo di commentare due assunti che sono nati nel corso degli anni.

La prima è “non dare alcuna visibilità all'odiatore in rete”. Per quanto mi ci arrovelli, non riesco a capire a cosa si riferisca la parola “visibilità” per via della fumosità della sua definizione. È ovvio che si intenda una “esposizione all'attenzione della gente” (definizione del Sabatini-Coletti), ma più precisamente, in che modo questa esposizione verrebbe negata? Ci sono pagine Facebook e canali YouTube che raccolgono il peggio del peggio dei più beceri commenti; la maggior parte di essi lo fa senza intento di denuncia, e imita altri che prima di loro (Vincenzo “Distruggere” Maisto, quelli di “Vegano Stammi Lontano”, ma anche “Bufale un tanto al chilo” e David Puente) hanno sdoganato l'intento denigratorio dicendo “Non siamo qui per fare un'indagine sociale”. Per quello, nelle loro intenzioni, ci penserà sempre un altro non ben definito, sobbarcando responsabilità al prossimo.

La soluzione migliore, a mio avviso, sarebbe cancellare quei commenti e intervenire caso per caso. Là dove non arriva la moderazione di una piattaforma centralizzata, ci dovrebbe pensare lo stesso “proprietario” del canale o della pagina in questione. Quando questo succede, però, arrivano i tentennamenti, le riserve. Chi non cancella commenti, lo fa perché “tanto ci pensano gli altri commentatori” a ridimensionare l'odiatore, oppure perché “se censuri, vuol dire che la persona censurata ha ragione e può scatenare altri odiatori con la ragione censurata”. Commenti che, a parere mio, giustificano solo la gamificazione e la voglia di restare virali sotto la patina dorata della “libertà di parola e di pensiero”.

Si capisce quindi che quel secondo assunto, “mai leggere i commenti”, abbia i contorni di una brutale imposizione, anziché di un saggio consiglio, per le conseguenze che esso comporta. Un commento d'odio, volente o nolente, genera traffico; personaggi controversi come Donald Trump e Ben Shapiro, ma anche quelli nostrani come l'ultracattolico Pillon e l'ex ministro Fontana, hanno fatto della cognizione di unpopular opinion il loro asso nella manica. Frasi notoriamente disgustose, come anche post ambigui, vengono pubblicati e condivisi dai loro sostenitori, molti dei quali lasciano ulteriori commenti disgustosi, ai quali rispondono persone “dotate di senno”, le quali vengono attaccate da altri sostenitori accerchiandole come squadristi di epoca fascista. La colpa passa immediatamente a chi combatte e ribatte quelle affermazioni orribili, perché “hanno letto i commenti”.

Da una parte, quindi, la totale assenza di moderazione; dall'altra, l'abuso di quell'assenza di moderazione a tutto vantaggio di chi pubblica. Nel mezzo c'è un utente come me, che assiste a queste cose ed è infastidito e schiacciato da entrambi i lati della medaglia.

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Nell'ultimo anno avevo ripreso a leggere TVBlog, poco dopo la chiusura. Non c'erano più commentatori abituali e, fatto ancora più grave, nessuno fra coloro che commentava parlava dell'articolo in questione, ma cercavano proattivamente la rissa. Uno di questi ha commentato ogni giorno, a tutte le ore, per un anno intero, in maniera sessista, razzista e becera, replicando quello che veniva condiviso ogni giorno sulle pagine della Lega.

Auguri di stupro, come nel caso di Carola Rackete, definita “cagna piddina stuprabile dai negri che accoglie”. Odio verso la sinistra, che lui schernisce come “amica degli invasori” e del “sindaco pedofilo piddino” di Bibbiano, “dove tutti hanno confessato che fosse così”. Elogia Giordano e Del Debbio perché “dan fastidio alla sinistra petalosa”. L'anniversario della strage di Piazza Fontana era per lui solo una “riprova che la sinistra sa solo mettere bombe e stuprare”.

Commenti ai quali gli altri rispondono con ulteriore veemenza, ma che vengono subito accerchiati da altri profili (alcuni fasulli) che supportano il commentatore violento, elogiando la diversità dal “pensiero unico dominante” e creando ulteriore confusione.

Infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Di recente Riccardo Formigli, conduttore di Piazzapulita, è stato oggetto di un vile attacco alla sua persona all'indomani dell'intervista a Matteo Renzi. La sua vita privata, quasi nella sua interezza, è stata messa alla berlina al punto da aver ricevuto minacce di morte non solo virtuali. TVBlog ha scritto un articolo sui quindici minuti che Formigli si è ritagliato per raccontare la sua storia, un lungo monologo in cui poneva domande sul comportamento di Renzi all'indomani della violazione subita dal conduttore.

Un momento di raccoglimento generale e di riflessione sull'abuso quotidiano sparso sui social, che però non è stato raccolto dal solito commentatore. Che ha così commentato.

“Che un inquisitore [Formigli] tenti di spacciarsi per vittima anche no. È un personaggio pubblico ci può stare non se lo dimentichi mai. Per il resto visto che tiene famiglia sia più accomodante nel suo lavoro.”

Credo di aver agito per la prima volta d'impulso dopo tanti anni. Ho raccolto tutti i commenti di questo soggetto, ne ho fatto una lista; ho preso il mio telefonino, aperto GMail e scritto di getto tutto quello che avrei dovuto dire da una vita a questa parte. Ho tentato di inchiodarli alla loro responsabilità proprio in relazione a quanto loro dicevano su hater e visibilità.

In un vostro articolo su “Petrolio”, muovevate critiche ed elogi alla conduzione e alla taratura del programma. È abbastanza eloquente una affermazione dello scrittore, che in buona sintesi criticava lo spazio dedicato agli hater perché “così facendo si dà motivazioni a loro, ai quali [la soluzione migliore] sarebbe non dargli alcuna visibilità”. Mi trovate d'accordo sul fatto che agli hater debba essere negata una visibilità. Dove non mi trovate affatto d'accordo è la vostra totale assenza di controllo di tale affermazioni pesanti, pericolose proprio perché dette senza pensarci, eccitati dall'assenza di controllo succitata. Stiamo parlando di una persona esposta al pubblico, a una gogna, per aver tentato di fare servizio pubblico.

Perché voi di TVBlog, come temo anche Blogo.it, permettete che passino messaggi che glorificano la caccia alle streghe, qui in senso politico, scusando queste follie e imponendo a giornalisti, come voi penso siate, di “essere accomodanti” nel lavoro?

A questo punto, la mia sfiducia verso il vostro sito mi porta a chiedere a quale morale rispondete, e quale sia la vostra etica professionale in merito a queste aberrazioni. Non sussiste la scusa di trollaggio: qui siamo al limite della decenza, e io mi tiro indietro.

Thomas Payne, citando a sua volta un pastore cristiano, sosteneva che “Il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza”. Lì dove non c'è chi vigila sulla libertà e garantirne la sua purezza, non ci sarà vera libertà, ma solo affrancamento da tante responsabilità.

Ed ecco perché scelgo di continuare a leggere i commenti, e a denunciare. Anche quando non rispondono, anche quando so di essere in minoranza.

Per quanto tempo ancora, non lo so. Finché non ci sarà una soluzione migliore. Che spero arrivi presto.


@michaelvsmith@mastodon.bida.im