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    <title>Diario</title>
    <link>https://noblogo.org/diario/</link>
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    <pubDate>Sat, 31 Oct 2026 04:12:39 +0000</pubDate>
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      <title>Coerente è chi si contraddice: oggi per prova, ho chiesto a chatgpt il perché...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/coerente-e-chi-si-contraddice-oggi-per-prova-ho-chiesto-a-chatgpt-il-perche</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Coerente è chi si contraddice: oggi per prova, ho chiesto a chatgpt il perché di alcuni glitch sonori nel mio videogioco che nascevano durante l&#39;uso di una libreria che non avevo mai usato. in una ventina di minuti, a furia di tentativi, ha trovato due modifiche al codice a cui non sarei mai arrivato senza un qualche apporto esterno. Si contratta continuamente con le proprie convinzioni e i propri bias cognitivi.&#xA;&#xA;Oggi mi sono svegliato con una melodia in testa. Ho cercato nel dormiveglia di rintracciarla e dopo un po&#39; ho pensato, mi sa che è Debussy. Mi sono alzato e sono andato a cercare un suo cd e - incredibilmente - l&#39;ho trovato. L&#39;ho messo su ed è partita la cosa che avevo in testa. L&#39;ho preso un po&#39; come un miracolo. &#xA;&#xA;Svegliarsi con un arabesco in mi minore di Debussy del 1888 nella testa, un miracolo. Ritrovarlo e riportarlo lì in questa nuova casa incasinata, un secondo miracolo. &#xA;&#xA;Ho lasciato la casa in cui ero vissuto per venticinque anni. Pensavo che non avrei sentito niente, e invece provo un misto di sollievo e di consapevolezza. Quelle mura, quell&#39;architettura, quegli spazi e quei vuoti non li rivedrò più. Un fatale mix di senso di colpa per quello che avrei ancora potuto costruire lì e non ero stato in grado e uno scarico di adrenalina per quello che ancora posso fare per il mondo. &#xA;&#xA;Ci carichiamo di pesi per restare bene ancorati e paghiamo poi la retta del soffocamento. Ogni mattina un ragazzo viene da noi, mette le mani al collo e ci strangola un poco, sorridendo. Poi molla e ci lascia il resto della giornata con un debito di ossigeno. Così augurandoci un mondo migliore, per tutta la vita, finché la stretta diventa così importante da far emergere l&#39;evidenza del dolore. L&#39;aria entra ed esce così rapidamente.&#xA;&#xA;Una vita di sacrifici per poter alla fine, corrosi e incancreniti, scrivere post su Facebook su come si stava bene da ragazzini, quando il mondo era bellissimo, l&#39;aria pura e la mitologia norrena era incarnata nelle superbe compagne di banco.&#xA;&#xA;È un po&#39; che non aggiorno il diario perché sono successe tante cose e perché devo cucinare. Ci sono delle priorità. Ho paura di disimparare a essere un coglione completo che segue le macchie di luce dell&#39;intelligenza e dell&#39;arte e finire a vedere il mondo per quello che è: rovi e robaccia, plancton, microorganismi che vivono nella mia faccia e nei miei intestini, vuoto cosmico e strani vermi neri che da qualche mese vengono tutti a morire nel mio giardino. Oggi nel letto vedevo fuori dalla finestra (chiusa) masse di zanzare che picchiavano contro il vetro. &#34;Con &#39;sto freddo&#34; ho pensato. Saranno i morti di Carducci che hanno sbagliato indirizzo. &#xA;&#xA;A scuola durante l&#39;occupazione hanno sbrindellato un po&#39; di cose. Oggi ero con una tastiera con qualche tasto in meno, il monitor con un graffione sopra, il computer con la ventola che grattava, dopo un po&#39; è andato tutto in crash. Pare che abbiano tirato via tutte le ram. Nei racconti neorealisti rubavano il rame dalle ferrovie, oggi i banchi di ram da computer proto-preistorici. Che fatica. Quando l&#39;entusiasmo si spegne un po&#39;, quando ti prendi un po&#39; di ceffoni in classe per lezioni andate proprio da cani, che fatica. Servirebbe un po&#39; di riposo alla Han Solo, una bella piastra di carbonio o cosa era, le dita in avanti, la faccia da pirla, le dita di Leia che accarezzano il freddo metallo pensando, ma chi me l&#39;ha fatto fare. Potevo uscire con quello che ora fa l&#39;avvocato, e invece &#39;sto scemo.&#xA;&#xA;Ai genitori, dice, dite che non abbiamo l&#39;organico completo. Ma caro, manco io ho l&#39;organico completo: aprendo il ventre (non fatelo a casa) con un taglierino dentro manca un sacco di roba: ci sono alcuni organi inattuali, tipo una sveglia meccanica, un pollo di gomma, ma interamente in oro zecchino, paglia qua e là a coprire i buchi della pubblica amministrazione, una vescica che - se premuta - manda i suoni delle civilità perdute e dimenticate, un flauto dolce - immagino per esercizi anali fraintesi all&#39;origine - una piantina di basilico (in peltro e velluto), due costole rotte e mai riaggiustate, alcuni rododendri, giusto per il suono del nome, come certi font: braggadocio.&#xA;&#xA;Qua non c&#39;è niente di utile, dice il cosmonauta uscendo dalla prosa sciamannata di questa roba pomeridiana. &#34;Ricucite&#34; ordina. Si toglie i guanti, il casco, sospira. Guarda l&#39;esterno notte genovese, la valbisagno su cui si muovono come impazzite le luci dei camion, auto, moto per le strade ad alto scorrimento, alcune da valle verso monte, altre - contemporaneamente - da monte verso valle. Così, come tutto fosse normale, passa l&#39;urlo radiante della sirena di un&#39;ambulanza.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Coerente è chi si contraddice: oggi per prova, ho chiesto a chatgpt il perché di alcuni glitch sonori nel mio videogioco che nascevano durante l&#39;uso di una libreria che non avevo mai usato. in una ventina di minuti, a furia di tentativi, ha trovato due modifiche al codice a cui non sarei mai arrivato senza un qualche apporto esterno. Si contratta continuamente con le proprie convinzioni e i propri bias cognitivi.</p>

<p>Oggi mi sono svegliato con una melodia in testa. Ho cercato nel dormiveglia di rintracciarla e dopo un po&#39; ho pensato, mi sa che è Debussy. Mi sono alzato e sono andato a cercare un suo cd e – incredibilmente – l&#39;ho trovato. L&#39;ho messo su ed è partita la cosa che avevo in testa. L&#39;ho preso un po&#39; come un miracolo.</p>

<p>Svegliarsi con un arabesco in mi minore di Debussy del 1888 nella testa, un miracolo. Ritrovarlo e riportarlo lì in questa nuova casa incasinata, un secondo miracolo.</p>

<p>Ho lasciato la casa in cui ero vissuto per venticinque anni. Pensavo che non avrei sentito niente, e invece provo un misto di sollievo e di consapevolezza. Quelle mura, quell&#39;architettura, quegli spazi e quei vuoti non li rivedrò più. Un fatale mix di senso di colpa per quello che avrei ancora potuto costruire lì e non ero stato in grado e uno scarico di adrenalina per quello che ancora posso fare per il mondo.</p>

<p>Ci carichiamo di pesi per restare bene ancorati e paghiamo poi la retta del soffocamento. Ogni mattina un ragazzo viene da noi, mette le mani al collo e ci strangola un poco, sorridendo. Poi molla e ci lascia il resto della giornata con un debito di ossigeno. Così augurandoci un mondo migliore, per tutta la vita, finché la stretta diventa così importante da far emergere l&#39;evidenza del dolore. L&#39;aria entra ed esce così rapidamente.</p>

<p>Una vita di sacrifici per poter alla fine, corrosi e incancreniti, scrivere post su Facebook su come si stava bene da ragazzini, quando il mondo era bellissimo, l&#39;aria pura e la mitologia norrena era incarnata nelle superbe compagne di banco.</p>

<p>È un po&#39; che non aggiorno il diario perché sono successe tante cose e perché devo cucinare. Ci sono delle priorità. Ho paura di disimparare a essere un coglione completo che segue le macchie di luce dell&#39;intelligenza e dell&#39;arte e finire a vedere il mondo per quello che è: rovi e robaccia, plancton, microorganismi che vivono nella mia faccia e nei miei intestini, vuoto cosmico e strani vermi neri che da qualche mese vengono tutti a morire nel mio giardino. Oggi nel letto vedevo fuori dalla finestra (chiusa) masse di zanzare che picchiavano contro il vetro. “Con &#39;sto freddo” ho pensato. Saranno i morti di Carducci che hanno sbagliato indirizzo.</p>

<p>A scuola durante l&#39;occupazione hanno sbrindellato un po&#39; di cose. Oggi ero con una tastiera con qualche tasto in meno, il monitor con un graffione sopra, il computer con la ventola che grattava, dopo un po&#39; è andato tutto in crash. Pare che abbiano tirato via tutte le ram. Nei racconti neorealisti rubavano il rame dalle ferrovie, oggi i banchi di ram da computer proto-preistorici. Che fatica. Quando l&#39;entusiasmo si spegne un po&#39;, quando ti prendi un po&#39; di ceffoni in classe per lezioni andate proprio da cani, che fatica. Servirebbe un po&#39; di riposo alla Han Solo, una bella piastra di carbonio o cosa era, le dita in avanti, la faccia da pirla, le dita di Leia che accarezzano il freddo metallo pensando, ma chi me l&#39;ha fatto fare. Potevo uscire con quello che ora fa l&#39;avvocato, e invece &#39;sto scemo.</p>

<p>Ai genitori, dice, dite che non abbiamo l&#39;organico completo. Ma caro, manco io ho l&#39;organico completo: aprendo il ventre (non fatelo a casa) con un taglierino dentro manca un sacco di roba: ci sono alcuni organi inattuali, tipo una sveglia meccanica, un pollo di gomma, ma interamente in oro zecchino, paglia qua e là a coprire i buchi della pubblica amministrazione, una vescica che – se premuta – manda i suoni delle civilità perdute e dimenticate, un flauto dolce – immagino per esercizi anali fraintesi all&#39;origine – una piantina di basilico (in peltro e velluto), due costole rotte e mai riaggiustate, alcuni rododendri, giusto per il suono del nome, come certi font: braggadocio.</p>

<p>Qua non c&#39;è niente di utile, dice il cosmonauta uscendo dalla prosa sciamannata di questa roba pomeridiana. “Ricucite” ordina. Si toglie i guanti, il casco, sospira. Guarda l&#39;esterno notte genovese, la valbisagno su cui si muovono come impazzite le luci dei camion, auto, moto per le strade ad alto scorrimento, alcune da valle verso monte, altre – contemporaneamente – da monte verso valle. Così, come tutto fosse normale, passa l&#39;urlo radiante della sirena di un&#39;ambulanza.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/coerente-e-chi-si-contraddice-oggi-per-prova-ho-chiesto-a-chatgpt-il-perche</guid>
      <pubDate>Tue, 27 Oct 2026 16:56:53 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Vado a ritirare una foto che avevo dato da riprodurre.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/vado-a-ritirare-una-foto-che-avevo-dato-da-riprodurre</link>
      <description>&lt;![CDATA[Vado a ritirare una foto che avevo dato da riprodurre. Era una vecchia foto di cui avevo perso l&#39;originale. Una persona cara che oggi non c&#39;è più che sorride guardando l&#39;obiettivo. La copia che mi era rimasta della foto si era degradata, così sono andato da uno studio fotografico consigliato da un amico a chiedere di farne una ristampa e di riparare i segni che il tempo aveva lasciato sulla carta fotografica; i colori che erano alterati, alcune macchie.&#xA;&#xA;Quando entro nello studio la signora mi fa vedere il risultato. Guardo la foto qualche secondo, ringrazio. Non commento, forse sbagliando. Pago. Esco. Al primo cestino butto via tutto. Tengo solo la vecchia foto deteriorata. Nove euro buttati. Hanno usato l&#39;intelligenza artificiale. I colori sono migliorati, le macchie sparite, ma il volto sorridente che guarda l&#39;obiettivo è di una sconosciuta. I lineamenti alterati, uniformati, standardizzati, avevo davanti un estraneo.&#xA;&#xA;Alla sera mi sdraio a leggere con l&#39;ebook reader, sottolineo un articolo di una rivista di grafica e poi - tardi - compero Einstein On The Beach e mi metto ad ascoltarlo sul Macbook programmando.  &#xA;&#xA;Sto programmando un videogioco, Osso. Ho fatto diverse prove e ora ho deciso la linea di sviluppo definitiva. Solo che nel fare le prove, come al solito, avevo agito con il mio tipico furore, seguivo le idee e volevo subito vedere la realizzazione, con il risultato che il codice è un tripudio di variabili del cazzo e una pletora di global messi dappertutto, la struttura disordinata. Devo riscrivere tutto. E man mano che mi metto lì a creare le mie belle funzioni pulite, a fare i miei bei oggetti self.qualcosa, tutto smette di funzionare. So che poi tutto - dopo - sarà più sostenibile e potrò procedere nella programmazione in maniera rapida e pulita, ma ora sono lì a togliere organi e metterne altri e il programma non funziona più.&#xA;&#xA;Ora: questo a me diverte. Sarà che non devo farlo per lavoro, non ho scadenze. Per me il divertimento è proprio questo, la sfida a organizzare quello che voglio in qualcosa che poi gira come voglio io e in maniera da poter mettere le mani all&#39;osso, appunto. Perché penso che questa cosa che sto facendo, gli errori che sto facendo, mi renderanno una persona migliore. Scrivere un videogioco è un videogioco a sua volta, per il programmatore. Hai obiettivi, sfide, mostri di livello.&#xA;&#xA;Per questo a me di usare l&#39;intelligenza artificiale per farmi scrivere il codice non passa per l&#39;anticamera del cervello. Come per la scrittura. È come se lasciassi qualcuno divertirsi al posto mio. C&#39;è anche - forse - una componente egocentrica. La cosa che deve uscire alla fine deve essere mia. Posso cercare in rete se qualcuno ha scritto un algoritmo che mi serve, trovare una funzione che fa qualcosa che mi aiuta, questo sì. È nella natura collaborativa della scrittura. Ma fare correggere gli errori all&#39;ia, chiedergli di scrivere funzioni per me, anche no. Preferisco di no.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Vado a ritirare una foto che avevo dato da riprodurre. Era una vecchia foto di cui avevo perso l&#39;originale. Una persona cara che oggi non c&#39;è più che sorride guardando l&#39;obiettivo. La copia che mi era rimasta della foto si era degradata, così sono andato da uno studio fotografico consigliato da un amico a chiedere di farne una ristampa e di riparare i segni che il tempo aveva lasciato sulla carta fotografica; i colori che erano alterati, alcune macchie.</p>

<p>Quando entro nello studio la signora mi fa vedere il risultato. Guardo la foto qualche secondo, ringrazio. Non commento, forse sbagliando. Pago. Esco. Al primo cestino butto via tutto. Tengo solo la vecchia foto deteriorata. Nove euro buttati. Hanno usato l&#39;intelligenza artificiale. I colori sono migliorati, le macchie sparite, ma il volto sorridente che guarda l&#39;obiettivo è di una sconosciuta. I lineamenti alterati, uniformati, standardizzati, avevo davanti un estraneo.</p>

<p>Alla sera mi sdraio a leggere con l&#39;ebook reader, sottolineo un articolo di una rivista di grafica e poi – tardi – compero Einstein On The Beach e mi metto ad ascoltarlo sul Macbook programmando.</p>

<p>Sto programmando un videogioco, Osso. Ho fatto diverse prove e ora ho deciso la linea di sviluppo definitiva. Solo che nel fare le prove, come al solito, avevo agito con il mio tipico furore, seguivo le idee e volevo subito vedere la realizzazione, con il risultato che il codice è un tripudio di variabili del cazzo e una pletora di global messi dappertutto, la struttura disordinata. Devo riscrivere tutto. E man mano che mi metto lì a creare le mie belle funzioni pulite, a fare i miei bei oggetti self.qualcosa, tutto smette di funzionare. So che poi tutto – dopo – sarà più sostenibile e potrò procedere nella programmazione in maniera rapida e pulita, ma ora sono lì a togliere organi e metterne altri e il programma non funziona più.</p>

<p>Ora: questo a me diverte. Sarà che non devo farlo per lavoro, non ho scadenze. Per me il divertimento è proprio questo, la sfida a organizzare quello che voglio in qualcosa che poi gira come voglio io e in maniera da poter mettere le mani all&#39;osso, appunto. Perché penso che questa cosa che sto facendo, gli errori che sto facendo, mi renderanno una persona migliore. Scrivere un videogioco è un videogioco a sua volta, per il programmatore. Hai obiettivi, sfide, mostri di livello.</p>

<p>Per questo a me di usare l&#39;intelligenza artificiale per farmi scrivere il codice non passa per l&#39;anticamera del cervello. Come per la scrittura. È come se lasciassi qualcuno divertirsi al posto mio. C&#39;è anche – forse – una componente egocentrica. La cosa che deve uscire alla fine deve essere mia. Posso cercare in rete se qualcuno ha scritto un algoritmo che mi serve, trovare una funzione che fa qualcosa che mi aiuta, questo sì. È nella natura collaborativa della scrittura. Ma fare correggere gli errori all&#39;ia, chiedergli di scrivere funzioni per me, anche no. Preferisco di no.</p>
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      <pubDate>Thu, 22 Oct 2026 05:32:03 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>C&#39;è una cosa che facevo spesso da ragazzo quando abitavo a Genova.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/ce-una-cosa-che-facevo-spesso-da-ragazzo-quando-abitavo-a-genova</link>
      <description>&lt;![CDATA[C&#39;è una cosa che facevo spesso da ragazzo quando abitavo a Genova. Partivo e passavo interi pomeriggi a farmi delle vasche per i negozi del centro. Andavo per librerie, nei remainder, nei negozi di dischi, in quelli di fumetti, nei centri di informatica. Giravo e guardavo tutto quello che poteva interessarmi, mi segnavo mentalmente i prezzi, le cose che avrei potuto avere, le cose che mi potevo permettere. Non compravo mai niente. Alla sera tornavo a casa frustrato e ripassavo mentalmente le cose che avevo visto. &#xA;&#xA;La cosa si ripeteva per un po&#39; di volte finché non identificavo le cose che davvero mi sarei preso. Allora uscivo e a colpo sicuro andavo di negozio in negozio comprando quello che avevo visto e toccato decine di volte. Il piacere era minore rispetto all&#39;acquolina animale dell&#39;acquisto compulsivo. Ma tanto era. &#xA;&#xA;Oggi mi sono preso qualche ora per fare una cosa simile, ma - è passato del tempo. Girando per i negozi vedo, con più facilità, le cose per quello che sono. Ho difficoltà ad appassionarmi per qualcosa. C&#39;è la rete poi. Penso che le cose che davvero mi interessano le ho già a casa. Sempre di più le cose che davvero mi interessano non si trovano nei negozi normali. Ho un filo di mal di testa.&#xA;&#xA;Dal libraccio sono sceso al piano di sotto e sono stato a toccare un po&#39; i libri di poesia. Ne hanno parecchi, ma la maggior parte dei poeti esposti sono morti. Le librerie, in alcune sezioni, sono popolate da opere di morti. Ho un po&#39; guardato gli altri, pochi lì in mezzo. Le popstar della poesia contemporanea, molti non arriveranno al prossimo decennio. Ma mentre guardavo ho anche pensato, ecco, i miei libri di poesia qua non li esporranno mai. Ormai ho una certa esperienza. Vedo i gruppi, le cordate critico-poetiche. I miei libri di poesia, nelle librerie di poesia, non ci finiranno mai. Non era una cosa rancorosa, più un rammarico.&#xA;&#xA;E ho pensato, non ci arriveranno mai i miei che non sono proprio l&#39;ultimo degli stronzi, (sto a metà classifica), figurati gli altri. Figurati quanti altri libri di poesia stampati in Italia proprio ora, domani, ieri, quante migliaia di titoli di poesia non vedranno mai una libreria. Nelle librerie i morti, le popstar, e le copertine bianche che - talvolta - dopo che leggi la poesia, speri che sia come per le confezioni di cibo del supermercato: l&#39;immagine ha il solo scopo di rappresentare il prodotto. Si spera che l&#39;interno sia un po&#39; più sostanzioso. Va bene, forse un po&#39; di rancore c&#39;è, ma immotivato. Trent&#39;anni fa no, ma oggi penso che non mi sia stato negato niente che mi meritassi. Anzi. &#xA;&#xA;Sono uscito senza comperare niente e i soldi li ho spesi tutti al supermercato. Per i cachi. Io amo i cachi, ed è un sentimento ricambiato. Li prendo, li lavo cercando di non sfaldarli, e poi con i denti faccio un foro nella pelle esterna. Poi - come una zecca - inizio a succhiare - letteralmente - il contenuto, la polpa dolce che mi entra in bocca come una specie di blob arancione, allucinato, materno. Alla fine mi resta la carogna flaccida della copertura che comunque mi mangio per ammortizzare il prezzo. &#xA;&#xA;Come una zecca rossa. Sul web invece ci sono i poveracci di destra che gongolano per il video della ragazza che dice ai manifestanti parigini di non entrare a rubare in un supermercato, che rubare è contro la causa, ma quelli se ne fregano e rubano tutto. Lei ci rimane malissimo, si vede proprio la disillusione. I poveracci di destra gongolano, indicano con il dito, si inventano - tanto per cambiare-  le cose, dicono che il negozio era suo, che ha votato la causa e la causa le ha vandalizzato il negozio. Fanno i meme. Gongolano. &#xA;&#xA;Io guardando il video penso che il mondo faccia un po&#39; meno schifo perché di persone illuse e fiduciose, come quella ragazza, ce ne sono tante. Persone che verrano disilluse, con dolore, ma dopo un po&#39; continueranno a provarci e crederci. E tra la ragazza sbigottita e un po&#39; fessa e i poveracci che gongolano, scelgo la prima, ma senza nemmeno pensarci due volte.&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>C&#39;è una cosa che facevo spesso da ragazzo quando abitavo a Genova. Partivo e passavo interi pomeriggi a farmi delle vasche per i negozi del centro. Andavo per librerie, nei remainder, nei negozi di dischi, in quelli di fumetti, nei centri di informatica. Giravo e guardavo tutto quello che poteva interessarmi, mi segnavo mentalmente i prezzi, le cose che avrei potuto avere, le cose che mi potevo permettere. Non compravo mai niente. Alla sera tornavo a casa frustrato e ripassavo mentalmente le cose che avevo visto.</p>

<p>La cosa si ripeteva per un po&#39; di volte finché non identificavo le cose che davvero mi sarei preso. Allora uscivo e a colpo sicuro andavo di negozio in negozio comprando quello che avevo visto e toccato decine di volte. Il piacere era minore rispetto all&#39;acquolina animale dell&#39;acquisto compulsivo. Ma tanto era.</p>

<p>Oggi mi sono preso qualche ora per fare una cosa simile, ma – è passato del tempo. Girando per i negozi vedo, con più facilità, le cose per quello che sono. Ho difficoltà ad appassionarmi per qualcosa. C&#39;è la rete poi. Penso che le cose che davvero mi interessano le ho già a casa. Sempre di più le cose che davvero mi interessano non si trovano nei negozi normali. Ho un filo di mal di testa.</p>

<p>Dal libraccio sono sceso al piano di sotto e sono stato a toccare un po&#39; i libri di poesia. Ne hanno parecchi, ma la maggior parte dei poeti esposti sono morti. Le librerie, in alcune sezioni, sono popolate da opere di morti. Ho un po&#39; guardato gli altri, pochi lì in mezzo. Le popstar della poesia contemporanea, molti non arriveranno al prossimo decennio. Ma mentre guardavo ho anche pensato, ecco, i miei libri di poesia qua non li esporranno mai. Ormai ho una certa esperienza. Vedo i gruppi, le cordate critico-poetiche. I miei libri di poesia, nelle librerie di poesia, non ci finiranno mai. Non era una cosa rancorosa, più un rammarico.</p>

<p>E ho pensato, non ci arriveranno mai i miei che non sono proprio l&#39;ultimo degli stronzi, (sto a metà classifica), figurati gli altri. Figurati quanti altri libri di poesia stampati in Italia proprio ora, domani, ieri, quante migliaia di titoli di poesia non vedranno mai una libreria. Nelle librerie i morti, le popstar, e le copertine bianche che – talvolta – dopo che leggi la poesia, speri che sia come per le confezioni di cibo del supermercato: l&#39;immagine ha il solo scopo di rappresentare il prodotto. Si spera che l&#39;interno sia un po&#39; più sostanzioso. Va bene, forse un po&#39; di rancore c&#39;è, ma immotivato. Trent&#39;anni fa no, ma oggi penso che non mi sia stato negato niente che mi meritassi. Anzi.</p>

<p>Sono uscito senza comperare niente e i soldi li ho spesi tutti al supermercato. Per i cachi. Io amo i cachi, ed è un sentimento ricambiato. Li prendo, li lavo cercando di non sfaldarli, e poi con i denti faccio un foro nella pelle esterna. Poi – come una zecca – inizio a succhiare – letteralmente – il contenuto, la polpa dolce che mi entra in bocca come una specie di blob arancione, allucinato, materno. Alla fine mi resta la carogna flaccida della copertura che comunque mi mangio per ammortizzare il prezzo.</p>

<p>Come una zecca rossa. Sul web invece ci sono i poveracci di destra che gongolano per il video della ragazza che dice ai manifestanti parigini di non entrare a rubare in un supermercato, che rubare è contro la causa, ma quelli se ne fregano e rubano tutto. Lei ci rimane malissimo, si vede proprio la disillusione. I poveracci di destra gongolano, indicano con il dito, si inventano – tanto per cambiare-  le cose, dicono che il negozio era suo, che ha votato la causa e la causa le ha vandalizzato il negozio. Fanno i meme. Gongolano.</p>

<p>Io guardando il video penso che il mondo faccia un po&#39; meno schifo perché di persone illuse e fiduciose, come quella ragazza, ce ne sono tante. Persone che verrano disilluse, con dolore, ma dopo un po&#39; continueranno a provarci e crederci. E tra la ragazza sbigottita e un po&#39; fessa e i poveracci che gongolano, scelgo la prima, ma senza nemmeno pensarci due volte.</p>
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      <pubDate>Wed, 21 Oct 2026 19:06:33 +0000</pubDate>
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      <title>Questa mattina mi sono riaddormentato e ho sognato.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/questa-mattina-mi-sono-riaddormentato-e-ho-sognato</link>
      <description>&lt;![CDATA[Questa mattina mi sono riaddormentato e ho sognato. In questo sogno stavo tornando a casa con lo scooter elettrico, nel sogno era in realtà una moto di grossa cilindrata, sempre elettrica. Mentre tornavo a casa, era sera, entravo in una cosa che sembrava un mix tra una casa dello studente e un polo universitario umanistico: la struttura era quella tipica genovese universitaria, un luogo nato per tutt&#39;altro che veniva adattato. Ambienti piccoli, corridoi minoici, architettura caotica nella quale si aprivano di tanto in tanto aule a forma di anfiteatro. L&#39;ambiente serale dava al tutto un aspetto da locale serale anni novanta, pieno di ragazzi che giravano, si univano a gruppetti, parlavano.&#xA;&#xA;Io camminavo alieno lì in mezzo e vedevo questo posto come una specie di avamposto della prossima umanità: o forse come un miraggio di quella passata. I ragazzi erano lì, si rilassavano, si sdraiavano per terra, si abbracciavano. Alcuni si sedevano tra le sedie dell&#39;anfiteatro e improvvisavano ripassi di chissà quale materia. In una zona della struttura c&#39;erano libri e manga, in esposizione, tutti potevano prenderli e leggerli. Tutto era animato, quel centinaio di studenti stavano vivendo l&#39;ambiente e mettendo le basi di quello che sarebbe stato il loro futuro. Tutto era ancora possibile. Gli stimoli erano infiniti e il modo con cui il mondo sarebbe andato avanti era in discussione.&#xA;&#xA;E qui c&#39;è la cosa cringe: nel sogno mi sono commosso. Ho pensato che esisteva ancora una speranza e che questa cosa che avevo visto avrei dovuto scriverla e postarla su Facebook. &#xA;&#xA;Poi - nel sogno - incontravo anche dei docenti e studenti che stavano per fare uno spettacolo teatrale. Una docente si lamentava che non sarebbe mai riuscita a recitare per via del suo naso, troppo grosso. E scoprivo che la mia moto di grossa cilindrata elettrica con cui ero entrato dentro questa università, era bloccata perché non c&#39;era una strada per uscire. Avrei dovuto fare la scalinata ripida da cui ero passato, questa volta in salita, e non ero in grado. Le cose tipiche del sogno.&#xA;&#xA;Quando mi sono svegliato ci sono rimasto bene e male nello stesso tempo. Quel luogo immaginario era futuro e passato che si sovrapponevano. L&#39;idea che esista un animale, che è la cultura, che si riproduce nel silenzio della ricerca, della trasmissione e della creatività. E che trova nella gioventù un animale ospite per sopravvivere e prosperare. Era il mio passato, gli anni trascorsi nei corridoi dell&#39;università di Genova, ma anche il futuro, io che giro e incontro i miei ex studenti alle prese con il loro percorso.&#xA;&#xA;Solo, tutto questo, me lo ero immaginato. E adesso dovevo scriverci anche un post sopra.  &#xA;&#xA;Oggi ero in auto e mi sono messo a canticchiare l&#39;intro di Summer Games della Epyx, e ho provato per un attimo un brivido digitale di nostalgia. C&#39;è stata una pausa. &#34;Quanti videogiochi a cui ho giocato da ragazzino&#34; ho detto fra me e me nell&#39;abitacolo mentre secondogenito mi fissava perplesso. &#34;Tu non hai idea di quanti&#34; ho continuato guardandolo. &#34;Ok boomer&#34; mi ha risposto. Sono tornato a guardare la strada, le piattaforme mobili di Donkey Kong, gli alieni isterici di Moon Cresta.&#xA;&#xA;Dietro di noi, nei sedili posteriori abbattuti, in tutto il suo glorioso quintale di peso, il forno di fusione del vetro di Elettra che io e secondogenito avevamo trascinato per un chilometro, metro dopo metro, polpaccio dopo polpaccio. Respiro dopo respiro, per poi caricarlo nella Panda. Adesso era lì dietro che ci fissava, felice. Guardava il paesaggio che scrollava dietro al finestrino. Agitava il cavo di alimentazione, scodinzolando.&#xA;&#xA;A casa poi accendo l&#39;incenso al sandalo che mi sono comprato, metto della musica classica contemporanea, cioè, del secondo novecento. Una cosa lunghissima di Feldman. Inizio a cucinare. E ho il secondo deja-vu. Mi ricordo quando ero un universitario e mi chiudevo in camera, incenso, musica classica o colta contemporanea, mi sedevo con i miei remainder di Grande Letteratura Improbabile e mi mettevo lì a leggere &amp; sottolineare, come un novellino. Che tempi meravigliosi che ho avuto la fortuna di attraversare. Chiuso nella mia capsula temporale. Anche questa è andata, penso.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina mi sono riaddormentato e ho sognato. In questo sogno stavo tornando a casa con lo scooter elettrico, nel sogno era in realtà una moto di grossa cilindrata, sempre elettrica. Mentre tornavo a casa, era sera, entravo in una cosa che sembrava un mix tra una casa dello studente e un polo universitario umanistico: la struttura era quella tipica genovese universitaria, un luogo nato per tutt&#39;altro che veniva adattato. Ambienti piccoli, corridoi minoici, architettura caotica nella quale si aprivano di tanto in tanto aule a forma di anfiteatro. L&#39;ambiente serale dava al tutto un aspetto da locale serale anni novanta, pieno di ragazzi che giravano, si univano a gruppetti, parlavano.</p>

<p>Io camminavo alieno lì in mezzo e vedevo questo posto come una specie di avamposto della prossima umanità: o forse come un miraggio di quella passata. I ragazzi erano lì, si rilassavano, si sdraiavano per terra, si abbracciavano. Alcuni si sedevano tra le sedie dell&#39;anfiteatro e improvvisavano ripassi di chissà quale materia. In una zona della struttura c&#39;erano libri e manga, in esposizione, tutti potevano prenderli e leggerli. Tutto era animato, quel centinaio di studenti stavano vivendo l&#39;ambiente e mettendo le basi di quello che sarebbe stato il loro futuro. Tutto era ancora possibile. Gli stimoli erano infiniti e il modo con cui il mondo sarebbe andato avanti era in discussione.</p>

<p>E qui c&#39;è la cosa cringe: nel sogno mi sono commosso. Ho pensato che esisteva ancora una speranza e che questa cosa che avevo visto avrei dovuto scriverla e postarla su Facebook.</p>

<p>Poi – nel sogno – incontravo anche dei docenti e studenti che stavano per fare uno spettacolo teatrale. Una docente si lamentava che non sarebbe mai riuscita a recitare per via del suo naso, troppo grosso. E scoprivo che la mia moto di grossa cilindrata elettrica con cui ero entrato dentro questa università, era bloccata perché non c&#39;era una strada per uscire. Avrei dovuto fare la scalinata ripida da cui ero passato, questa volta in salita, e non ero in grado. Le cose tipiche del sogno.</p>

<p>Quando mi sono svegliato ci sono rimasto bene e male nello stesso tempo. Quel luogo immaginario era futuro e passato che si sovrapponevano. L&#39;idea che esista un animale, che è la cultura, che si riproduce nel silenzio della ricerca, della trasmissione e della creatività. E che trova nella gioventù un animale ospite per sopravvivere e prosperare. Era il mio passato, gli anni trascorsi nei corridoi dell&#39;università di Genova, ma anche il futuro, io che giro e incontro i miei ex studenti alle prese con il loro percorso.</p>

<p>Solo, tutto questo, me lo ero immaginato. E adesso dovevo scriverci anche un post sopra.</p>

<p>Oggi ero in auto e mi sono messo a canticchiare l&#39;intro di Summer Games della Epyx, e ho provato per un attimo un brivido digitale di nostalgia. C&#39;è stata una pausa. “Quanti videogiochi a cui ho giocato da ragazzino” ho detto fra me e me nell&#39;abitacolo mentre secondogenito mi fissava perplesso. “Tu non hai idea di quanti” ho continuato guardandolo. “Ok boomer” mi ha risposto. Sono tornato a guardare la strada, le piattaforme mobili di Donkey Kong, gli alieni isterici di Moon Cresta.</p>

<p>Dietro di noi, nei sedili posteriori abbattuti, in tutto il suo glorioso quintale di peso, il forno di fusione del vetro di Elettra che io e secondogenito avevamo trascinato per un chilometro, metro dopo metro, polpaccio dopo polpaccio. Respiro dopo respiro, per poi caricarlo nella Panda. Adesso era lì dietro che ci fissava, felice. Guardava il paesaggio che scrollava dietro al finestrino. Agitava il cavo di alimentazione, scodinzolando.</p>

<p>A casa poi accendo l&#39;incenso al sandalo che mi sono comprato, metto della musica classica contemporanea, cioè, del secondo novecento. Una cosa lunghissima di Feldman. Inizio a cucinare. E ho il secondo deja-vu. Mi ricordo quando ero un universitario e mi chiudevo in camera, incenso, musica classica o colta contemporanea, mi sedevo con i miei remainder di Grande Letteratura Improbabile e mi mettevo lì a leggere &amp; sottolineare, come un novellino. Che tempi meravigliosi che ho avuto la fortuna di attraversare. Chiuso nella mia capsula temporale. Anche questa è andata, penso.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/questa-mattina-mi-sono-riaddormentato-e-ho-sognato</guid>
      <pubDate>Tue, 13 Oct 2026 19:27:55 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sto facendo un sacco di errori.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/sto-facendo-un-sacco-di-errori</link>
      <description>&lt;![CDATA[Sto facendo un sacco di errori. Scrivo e le parole escono diverse da come le avevo pensate. Parlo e dico le cose e vedo la faccia dei miei interlocutori che non hanno capito quello che sto dicendo. Dico ai ragazzi delle cose e quelli se ne fregano beatamente, ridono, si feriscono e strappano le cose per vedere l&#39;effetto che fa. Mi trovo a dover fare delle scelte mature e io non ho idea da dove cominciare, tutto è appiccicoso. Ho scritto a una mia collega, mentre aspettavo il cambio d&#39;ora, vorrei essere - le ho scritto - vorrei essere su una sdraio in riva al mare, al caldo, con un cocktail secco in mano a osservare sulle onde del mare un&#39;atomica che esplode e sorridere chiudendo gli occhi mentre aspetto l&#39;onda d&#39;urto. La collega ha risposto con uno smile giallo.&#xA;&#xA;C&#39;è una cosa che facevo da bambino e che posso ancora fare oggi: chiudere gli occhi e premere leggermente le pupille: il grigio siderale si popola allora di campanelle giallastre, aurore boreali sincopate, macchie di luce e di colore, un caleidoscopio delle neuroscienze doloroso e che - una volta disattivato - mi riporta in un mondo svuotato di forme e privo di colori. Sempre meglio che autoindursi l&#39;euforia per ossigeno. I piccoli innocenti giochi di noi generazione x quando ancora non potevamo ammazzarci con l&#39;eroina.&#xA;&#xA;Ieri parlavo con mia zia, lei era sdraiata nel letto con la cannula dell&#39;ossigeno nel naso. Cannula che per motivi a le sconosciuti si chiama occhiello o occhiale, non ricordo. Parlavamo degli studenti, raccontavo che in alcune classi ho ragazzi che hanno difficoltà a scrivere e leggere testi complessi e lei diceva che la colpa è di questi cosi elettronici, che questi cosi elettronici danno dipendenza e li distraggono e in più - dice mia zia - i ragazzi non sanno più affrontare la noia, hanno sempre bisogno di stimoli mentre noi - e indica me mentre dice noi - da ragazzi affrontavamo la noia, eravamo creativi. A questo punto del discorso mi guarda e mi dice, tu, tu Fabrizio, quando avevi la loro età, ti annoiavi? E io dico, zia no, io non mi annoiavo: io avevo il computer. &#34;Cosa?&#34; fa lei, pensa di non aver capite bene. &#34;Zia io a tredici anni avevo il computer, certo che non mi annoiavo&#34;. Si ritira sotto le coperte, ferita, &#34;bastardo&#34; mi dice e mi sorride.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sto facendo un sacco di errori. Scrivo e le parole escono diverse da come le avevo pensate. Parlo e dico le cose e vedo la faccia dei miei interlocutori che non hanno capito quello che sto dicendo. Dico ai ragazzi delle cose e quelli se ne fregano beatamente, ridono, si feriscono e strappano le cose per vedere l&#39;effetto che fa. Mi trovo a dover fare delle scelte mature e io non ho idea da dove cominciare, tutto è appiccicoso. Ho scritto a una mia collega, mentre aspettavo il cambio d&#39;ora, vorrei essere – le ho scritto – vorrei essere su una sdraio in riva al mare, al caldo, con un cocktail secco in mano a osservare sulle onde del mare un&#39;atomica che esplode e sorridere chiudendo gli occhi mentre aspetto l&#39;onda d&#39;urto. La collega ha risposto con uno smile giallo.</p>

<p>C&#39;è una cosa che facevo da bambino e che posso ancora fare oggi: chiudere gli occhi e premere leggermente le pupille: il grigio siderale si popola allora di campanelle giallastre, aurore boreali sincopate, macchie di luce e di colore, un caleidoscopio delle neuroscienze doloroso e che – una volta disattivato – mi riporta in un mondo svuotato di forme e privo di colori. Sempre meglio che autoindursi l&#39;euforia per ossigeno. I piccoli innocenti giochi di noi generazione x quando ancora non potevamo ammazzarci con l&#39;eroina.</p>

<p>Ieri parlavo con mia zia, lei era sdraiata nel letto con la cannula dell&#39;ossigeno nel naso. Cannula che per motivi a le sconosciuti si chiama occhiello o occhiale, non ricordo. Parlavamo degli studenti, raccontavo che in alcune classi ho ragazzi che hanno difficoltà a scrivere e leggere testi complessi e lei diceva che la colpa è di questi cosi elettronici, che questi cosi elettronici danno dipendenza e li distraggono e in più – dice mia zia – i ragazzi non sanno più affrontare la noia, hanno sempre bisogno di stimoli mentre noi – e indica me mentre dice noi – da ragazzi affrontavamo la noia, eravamo creativi. A questo punto del discorso mi guarda e mi dice, tu, tu Fabrizio, quando avevi la loro età, ti annoiavi? E io dico, zia no, io non mi annoiavo: io avevo il computer. “Cosa?” fa lei, pensa di non aver capite bene. “Zia io a tredici anni avevo il computer, certo che non mi annoiavo”. Si ritira sotto le coperte, ferita, “bastardo” mi dice e mi sorride.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/sto-facendo-un-sacco-di-errori</guid>
      <pubDate>Fri, 09 Oct 2026 17:52:17 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Diario diario diario, caro diario.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/diario-diario-diario-caro-diario</link>
      <description>&lt;![CDATA[Diario diario diario, caro diario. Non perdere mai il ritmo. Morire, ma con gusto. Passare dallo sconforto più profondo, toccare con mano la muffa consistente della depressione e poi provare l&#39;euforia disorganica della creazione. Così, un ritmo continuo. Desiderare di immergersi nella broda bollente, la fanghiglia di quel romanzo di fantascenza, chissà chi era. Sentire il fango bollente e odoroso che lentamente seduce ogni piccolo atollo della tua pelle.&#xA;&#xA;Ieri ero a tavola e bevevo la mia bibita Ginger marchiata Primia. Leggo gli ingredienti mentre le bollicine rossastre mi saturano la bocca. Nella bibita Ginger marchiata Primia non c&#39;è il ginger. Niente zenzero, non ufficialmente. Solo acqua, zucchero, vari acidificanti, carote e altre cose per dare colore, e poi: aromi. Cosa ci sia negli aromi non è lecito sapere. &#xA;&#xA;Mi scrive Z Tapes. C&#39;è un concorso per partecipare a una compilation di shoegaze music. Cerco su internet cosa sia la shoegaze music. Leggo la descrizione, mi faccio una idea. Penso seriamente di partecipare al concorso. In fondo cosa ci vuole? Ho un basso elettrico, il mondo è pieno di suoni.&#xA;&#xA;Invece mi butto sul divano. Sono distrutto. Metto su un album di Morton Feldman. Noioso come la morte. Penso che sia una delle cose più noiose che abbia nella mia biblioteca musicale. Lo ascolto però molto spesso, lo metto su, come una specie di ospite in casa. Io faccio le mie cose mentre Feldman fa le sue. Comunque, metto su la lavapiatti e la faccio partire, faccio anche di queste cose. Chissà se Eco si occupava personalmente della lavapiatti. Buzzati. Pasolini che si mette lì a infilare bene i piatti per riempirla al meglio. Baricco. Baricco forse sì, ce lo vedo. Come gesto di emancipazione.&#xA;&#xA;Torno sul divano. Provo a dormire, ma ora la musica di Feldman si è impastata con il rumore della lavastoviglie. In una chat ho scritto che i suoni dei due elementi si mesmerizzavano, e io lì sul divano, trovo affascinante la cosa e - contro il volere del mio corpo - mi alzo, prendo il cellulare e inizio a registrare tutto. Due minuti di Feldman mesmerizzato con la lavastoglie. Salvo il file e penso che potrei usarlo per un video. Penso a qualcosa di statico, una camera fissa. Provo a inquadrare il traffico, con un filtro in bianco e nero che uso spesso in questo periodo, ma non funziona. Allora vedo sul muro un insetto. Piccolo, non so come si chiamino. Sono delle specie di incrocio tra un moscerino e una libellula.&#xA;&#xA;Lo inquadro e ingrandisco, zommo al 300 per cento. Scopro che se mi allontano o se mi avvicino dopo averlo messo a fuoco, il filtro sgrana, trasforma l&#39;insetto in un insieme di punti. Diventa un insetto granuare. Faccio un po&#39; di riprese dell&#39;insetto sempre tenendo il microfono che registra l&#39;ambiente, nel mio caso Feldman e la lavastoviglie. Invio tutto al portatile e mi metto sul divano, finalmente, a fare il montaggio. &#xA;&#xA;Soprappongo i due video landscape, in modo da ottenere un unico video di forma quadrata. Creo tre tracce audio: una per la registrazione che avevo fatto con il cellulare messo tra la lavastoviglie e Feldman, e due per quella video, più spostato   verso la finestra. In tutte e tre ci sono momenti diversi del pezzo di Feldamn con la lavastoglie in funzione. &#xA;&#xA;Uno dei video finisce prima dell&#39;altro e l&#39;audio finisce ancora dopo. Penso allora che tutto funzionerebbe meglio se ci fossero delle scritte rosse. Ho in mente dei post che ho letto in rete. Gente che definisce &#34;genociccio&#34; lo sterminio dei palestinesi da parte dell&#39;esercito di Israele. Penso alla prostata di questi utenti Facebook mentre guardo l&#39;insetto ingrandito in bianco e nero, immobile. Inizio a scrivere i testi, mettendo sullo stesso piano informazioni sulla prostata e microframmenti di comunicazione standard sulla questione. Non è una satira. È puro materiale lessicale. Chiudo con una citazione, il titolo di un libro di Morovich. Carico tutto sui social e esco di casa, cammino e mentre cammino penso che alcune scritte rosse erano male allineate rispetto ai due video.&#xA;&#xA;Me ne ero accorto ma per sciatteria le avevo lasciate così. Tanto cosa importa. Invece mi brucia. Quando torno a casa cancello i video che avevo caricato e mi rimetto a lavorare sul file del montaggio. Sposto le scritte come le avevo pensate. Cambio anche una frase che funzionava male e ne aggiungo una finale dopo quella di Morovich. Ridacchio. Ricarico tutto. Non se ne accorgerà nessuno, pochi guardano questi video mentre io ne sono piuttosto convinto. E anche se non lo fossi poco importa. Mi danno soddisfazione mentre li faccio. Tanto basta. In un mondo di ciechi chi è orbo, eccetera. Quaranta minuti circa.&#xA;&#xA;Mentre scrivevo questo diario, mentre raccontavo di me sul divano che facevo il montaggio, il Tab XC si è spento. Mi ero dimenticato che mi aveva avvertito che la batteria stava per scaricarsi. Mi ero invexendato, ero tutto preso nello scrivere questa cronaca, nel miglior stile possibile ma senza perderci troppo tempo. Non avevo salvato niente, perché uso una applicazione cinese che dovrebbe salvare periodicamente mentre scrivo. Lo schermo con una grossa batteria che indica che è completamente scarico. Vado a cercare l&#39;alimentatore, attacco tutto, riavvio il tablet. Apro. L&#39;applicazione cinese ha salvato tutto, caro diario. Continuo a scrivere febbrile, mentre la schiena manda i suoi strilli e mi dice di mollare, venerandi, e mollami.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Diario diario diario, caro diario. Non perdere mai il ritmo. Morire, ma con gusto. Passare dallo sconforto più profondo, toccare con mano la muffa consistente della depressione e poi provare l&#39;euforia disorganica della creazione. Così, un ritmo continuo. Desiderare di immergersi nella broda bollente, la fanghiglia di quel romanzo di fantascenza, chissà chi era. Sentire il fango bollente e odoroso che lentamente seduce ogni piccolo atollo della tua pelle.</p>

<p>Ieri ero a tavola e bevevo la mia bibita Ginger marchiata Primia. Leggo gli ingredienti mentre le bollicine rossastre mi saturano la bocca. Nella bibita Ginger marchiata Primia non c&#39;è il ginger. Niente zenzero, non ufficialmente. Solo acqua, zucchero, vari acidificanti, carote e altre cose per dare colore, e poi: aromi. Cosa ci sia negli aromi non è lecito sapere.</p>

<p>Mi scrive Z Tapes. C&#39;è un concorso per partecipare a una compilation di shoegaze music. Cerco su internet cosa sia la shoegaze music. Leggo la descrizione, mi faccio una idea. Penso <em>seriamente</em> di partecipare al concorso. In fondo cosa ci vuole? Ho un basso elettrico, il mondo è pieno di suoni.</p>

<p>Invece mi butto sul divano. Sono distrutto. Metto su un album di Morton Feldman. Noioso come la morte. Penso che sia una delle cose più noiose che abbia nella mia biblioteca musicale. Lo ascolto però molto spesso, lo metto su, come una specie di ospite in casa. Io faccio le mie cose mentre Feldman fa le sue. Comunque, metto su la lavapiatti e la faccio partire, faccio anche di queste cose. Chissà se Eco si occupava personalmente della lavapiatti. Buzzati. Pasolini che si mette lì a infilare bene i piatti per riempirla al meglio. Baricco. Baricco forse sì, ce lo vedo. Come gesto di emancipazione.</p>

<p>Torno sul divano. Provo a dormire, ma ora la musica di Feldman si è impastata con il rumore della lavastoviglie. In una chat ho scritto che i suoni dei due elementi si mesmerizzavano, e io lì sul divano, trovo affascinante la cosa e – contro il volere del mio corpo – mi alzo, prendo il cellulare e inizio a registrare tutto. Due minuti di Feldman mesmerizzato con la lavastoglie. Salvo il file e penso che potrei usarlo per un video. Penso a qualcosa di statico, una camera fissa. Provo a inquadrare il traffico, con un filtro in bianco e nero che uso spesso in questo periodo, ma non funziona. Allora vedo sul muro un insetto. Piccolo, non so come si chiamino. Sono delle specie di incrocio tra un moscerino e una libellula.</p>

<p>Lo inquadro e ingrandisco, zommo al 300 per cento. Scopro che se mi allontano o se mi avvicino dopo averlo messo a fuoco, il filtro sgrana, trasforma l&#39;insetto in un insieme di punti. Diventa un insetto granuare. Faccio un po&#39; di riprese dell&#39;insetto sempre tenendo il microfono che registra l&#39;ambiente, nel mio caso Feldman e la lavastoviglie. Invio tutto al portatile e mi metto sul divano, finalmente, a fare il montaggio.</p>

<p>Soprappongo i due video landscape, in modo da ottenere un unico video di forma quadrata. Creo tre tracce audio: una per la registrazione che avevo fatto con il cellulare messo tra la lavastoviglie e Feldman, e due per quella video, più spostato   verso la finestra. In tutte e tre ci sono momenti diversi del pezzo di Feldamn con la lavastoglie in funzione.</p>

<p>Uno dei video finisce prima dell&#39;altro e l&#39;audio finisce ancora dopo. Penso allora che tutto funzionerebbe meglio se ci fossero delle scritte rosse. Ho in mente dei post che ho letto in rete. Gente che definisce “genociccio” lo sterminio dei palestinesi da parte dell&#39;esercito di Israele. Penso alla prostata di questi utenti Facebook mentre guardo l&#39;insetto ingrandito in bianco e nero, immobile. Inizio a scrivere i testi, mettendo sullo stesso piano informazioni sulla prostata e microframmenti di comunicazione standard sulla questione. Non è una satira. È puro materiale lessicale. Chiudo con una citazione, il titolo di un libro di Morovich. Carico tutto sui social e esco di casa, cammino e mentre cammino penso che alcune scritte rosse erano male allineate rispetto ai due video.</p>

<p>Me ne ero accorto ma per sciatteria le avevo lasciate così. Tanto cosa importa. Invece mi brucia. Quando torno a casa cancello i video che avevo caricato e mi rimetto a lavorare sul file del montaggio. Sposto le scritte come le avevo pensate. Cambio anche una frase che funzionava male e ne aggiungo una finale dopo quella di Morovich. Ridacchio. Ricarico tutto. Non se ne accorgerà nessuno, pochi guardano questi video mentre io ne sono piuttosto convinto. E anche se non lo fossi poco importa. Mi danno soddisfazione mentre li faccio. Tanto basta. In un mondo di ciechi chi è orbo, eccetera. Quaranta minuti circa.</p>

<p>Mentre scrivevo questo diario, mentre raccontavo di me sul divano che facevo il montaggio, il Tab XC si è spento. Mi ero dimenticato che mi aveva avvertito che la batteria stava per scaricarsi. Mi ero invexendato, ero tutto preso nello scrivere questa cronaca, nel miglior stile possibile ma senza perderci troppo tempo. Non avevo salvato niente, perché uso una applicazione cinese che dovrebbe salvare periodicamente mentre scrivo. Lo schermo con una grossa batteria che indica che è completamente scarico. Vado a cercare l&#39;alimentatore, attacco tutto, riavvio il tablet. Apro. L&#39;applicazione cinese ha salvato tutto, caro diario. Continuo a scrivere febbrile, mentre la schiena manda i suoi strilli e mi dice di mollare, venerandi, e mollami.</p>
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      <pubDate>Sun, 04 Oct 2026 20:12:06 +0000</pubDate>
    </item>
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      <title>Ieri sera dicevo ad Elettra che in questi ultimi sei mesi mi sono reso conto di...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/ieri-sera-dicevo-ad-elettra-che-in-questi-ultimi-sei-mesi-mi-sono-reso-conto-di</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ieri sera dicevo ad Elettra che in questi ultimi sei mesi mi sono reso conto di essere una persona piena di imperfezioni. Lei ha contestato: dice che ho sempre riconosciuto i miei difetti, anche prima. Determinato, così ha detto, nelle sue idee, ma che riconosceva i propri difetti. Non ero d&#39;accordo; ho risposto che ultimamente ho visto che le cose sbagliate che faccio sono molte di più di quelle che pensavo prima. Girando la carne c&#39;erano tutti i vermetti. Non verrò rivalutato post mortem anche perché - dopo che sarò morto - per quel che ne posso sapere io, il mondo potrebbe dissolversi come un sogno o come un enorme glitch di qualche inintelleggibile sistema dati. &#xA;&#xA;In più, a scavare, è pieno di gente che meriterebbe di essere rivalutata. Potere della rete; giri e trovi badilate di cultura. Levata la manciata di persone che il sistema culturale porta per qualche istante davanti agli occhi della gente, per poi farla - spesso - ripiombare nel buio, sotto, c&#39;è pieno di gente che scrive, fa musica, gira video, programma cose. Pieno. Qua siamo a ricordare Susanna Tamaro perché. Perché ci fa comodo. Abbiamo bisogno di bamboline voodoo da infilzare con gli spilli della nostra povertà spirituale e del nostro immondo bisogno di mondo. Teniamo appesi agli alberi gli specchietti di vetro per attirare indigeni e spaventare corvi, a seconda. Ma sono solo dei pezzetti di vetro di nessun valore. Sotto, nel terreno pieno di humus, c&#39;è tutta una umanità di creatività che si contorce, lombrichi che sono lì a mangiare con una bocca e defecare cultura con l&#39;altra.&#xA;&#xA;Così la polemica di oggi è di un romanzo che forse è stato scritto interamente con l&#39;intelligenza artificiale, forse no. Esiste un concorso annuale, da molto tempo, me lo aveva segnalato Roberta, dove si ha un mese per scrivere un software che scriva letteratura. Una volta ho partecipato, ho scritto un software che prendeva frammenti da Madame Bovary di Flaubert, divisi tra Emma e Leon, due tra i protagonisti, e divisi tra sentimenti di amore, indifferenza e odio. Poi generava infiniti capitoli dove un termometro variava chi provava cosa, attingendo alla base dati di Flaubert. Figurati. Sai cosa me ne frega dell&#39;intelligenza artificiale. Usare l&#39;intelligenza artificiale, per scrivere narrativa, è per me come comprare una minestra liofilizzata e guardare uno che se la mangia al posto tuo. Dico meglio: usare l&#39;intelligenza artificiale per scrivere romanzi al posto mio, è una idiozia. Se voglio usare l&#39;intelligenza artificiale è per fare cose che io - da solo - non posso fare. Ma se sono scarso a scrivere, perché mettermi a scrivere romanzi? Ci sono tante belle cose più remunerative che si possono fare.&#xA;&#xA;Al netto di questo giudizio di stomaco, legato a me oggi e non domani e non ieri, in questo momento, appunto, di usare l&#39;intelligenza artificiale non ne ho voglia. Non sento il controllo. Troppi attori che ci mettono le mani. Ancora è nel pieno del suo sviluppo. Le sperimentazioni le ho già fatte, in questo momento la guardo e la seguo da lontano, faccio brevi prove, ma non ho proprio voglia di perderci tempo, accumulare competenze che tra tre mesi saranno diventate ridicole. Per fortuna non sono costretto a fare il fuffa-guru. Per snobberia, di fronte alla possibilità di platinare prompt, vado nella direzione opposta. Tipico di me. Passo il pomeriggio a riprendere pietre nel greto del Bisagno con una fotocamera in bianco e nero. Registro suoni della natura, motori, vetri che si spezzano. Sempre fatto così, direzione ostinata, contraria e antiremunerativa. Pieno di errori, dicevo. Sorry.&#xA;&#xA;E stamattina, domenica, sono seduto al tavolo della cucina, lontano il Macbook manda i brani di o\i di Peter Gabriel mentre io batto i miei diti, anzi le mie dita - femminile sovraesteso - alcune mie dita sono genere maschile senz&#39;altro - sulla tastierina morbidosa del Tab XC e dalla finestra sbuca finalmente un sole caldo che mi brucia la schiena e illumina tutto lo schermo a inchiostro elettronico dove le parole che penso - magia! - appaiono nero su bianco man mano che le le mie dita fanno la loro ginnastica e questo - essere qua seduto a scrivere, ascoltare nuova musica, avere davanti un ebook che si sta generando man mano che penso, mi pare una bellezza invidiabile a cui sta aggrappato tutto il mio corpo sempre più orribile, le mie idee sempre più puerili, tutti i rumori gargarismi del mio stomaco, tutti i casini della vita e della routine lì appoggiati che aspettano di annichilirmi. Qua e ora. Un sottile senso di nausea. Il secondo caffé della giornata, gli accenti sbagliati, i refusi invisibili. Nessun dio, almeno questo, ad alitarmi addosso per rendermi più vivo. Qua sono già tutto arrossato, grazie. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera dicevo ad Elettra che in questi ultimi sei mesi mi sono reso conto di essere una persona piena di imperfezioni. Lei ha contestato: dice che ho sempre riconosciuto i miei difetti, anche prima. Determinato, così ha detto, nelle sue idee, ma che riconosceva i propri difetti. Non ero d&#39;accordo; ho risposto che ultimamente ho visto che le cose sbagliate che faccio sono molte di più di quelle che pensavo prima. Girando la carne c&#39;erano tutti i vermetti. Non verrò rivalutato post mortem anche perché – dopo che sarò morto – per quel che ne posso sapere io, il mondo potrebbe dissolversi come un sogno o come un enorme glitch di qualche inintelleggibile sistema dati.</p>

<p>In più, a scavare, è pieno di gente che meriterebbe di essere rivalutata. Potere della rete; giri e trovi badilate di cultura. Levata la manciata di persone che il sistema culturale porta per qualche istante davanti agli occhi della gente, per poi farla – spesso – ripiombare nel buio, sotto, c&#39;è pieno di gente che scrive, fa musica, gira video, programma cose. Pieno. Qua siamo a ricordare Susanna Tamaro perché. Perché ci fa comodo. Abbiamo bisogno di bamboline voodoo da infilzare con gli spilli della nostra povertà spirituale e del nostro immondo bisogno di mondo. Teniamo appesi agli alberi gli specchietti di vetro per attirare indigeni e spaventare corvi, a seconda. Ma sono solo dei pezzetti di vetro di nessun valore. Sotto, nel terreno pieno di humus, c&#39;è tutta una umanità di creatività che si contorce, lombrichi che sono lì a mangiare con una bocca e defecare cultura con l&#39;altra.</p>

<p>Così la polemica di oggi è di un romanzo che forse è stato scritto interamente con l&#39;intelligenza artificiale, forse no. Esiste un concorso annuale, da molto tempo, me lo aveva segnalato Roberta, dove si ha un mese per scrivere un software che scriva letteratura. Una volta ho partecipato, ho scritto un software che prendeva frammenti da Madame Bovary di Flaubert, divisi tra Emma e Leon, due tra i protagonisti, e divisi tra sentimenti di amore, indifferenza e odio. Poi generava infiniti capitoli dove un termometro variava chi provava cosa, attingendo alla base dati di Flaubert. Figurati. Sai cosa me ne frega dell&#39;intelligenza artificiale. Usare l&#39;intelligenza artificiale, per scrivere narrativa, è per me come comprare una minestra liofilizzata e guardare uno che se la mangia al posto tuo. Dico meglio: usare l&#39;intelligenza artificiale per scrivere romanzi al posto mio, è una idiozia. Se voglio usare l&#39;intelligenza artificiale è per fare cose che io – da solo – non posso fare. Ma se sono scarso a scrivere, perché mettermi a scrivere romanzi? Ci sono tante belle cose più remunerative che si possono fare.</p>

<p>Al netto di questo giudizio di stomaco, legato a me oggi e non domani e non ieri, in questo momento, appunto, di usare l&#39;intelligenza artificiale non ne ho voglia. Non sento il controllo. Troppi attori che ci mettono le mani. Ancora è nel pieno del suo sviluppo. Le sperimentazioni le ho già fatte, in questo momento la guardo e la seguo da lontano, faccio brevi prove, ma non ho proprio voglia di perderci tempo, accumulare competenze che tra tre mesi saranno diventate ridicole. Per fortuna non sono costretto a fare il fuffa-guru. Per snobberia, di fronte alla possibilità di platinare prompt, vado nella direzione opposta. Tipico di me. Passo il pomeriggio a riprendere pietre nel greto del Bisagno con una fotocamera in bianco e nero. Registro suoni della natura, motori, vetri che si spezzano. Sempre fatto così, direzione ostinata, contraria e antiremunerativa. Pieno di errori, dicevo. Sorry.</p>

<p>E stamattina, domenica, sono seduto al tavolo della cucina, lontano il Macbook manda i brani di o\i di Peter Gabriel mentre io batto i miei diti, anzi le mie dita – femminile sovraesteso – alcune mie dita sono genere maschile senz&#39;altro – sulla tastierina morbidosa del Tab XC e dalla finestra sbuca finalmente un sole caldo che mi brucia la schiena e illumina tutto lo schermo a inchiostro elettronico dove le parole che penso – magia! – appaiono nero su bianco man mano che le le mie dita fanno la loro ginnastica e questo – essere qua seduto a scrivere, ascoltare nuova musica, avere davanti un ebook che si sta generando man mano che penso, mi pare una bellezza invidiabile a cui sta aggrappato tutto il mio corpo sempre più orribile, le mie idee sempre più puerili, tutti i rumori gargarismi del mio stomaco, tutti i casini della vita e della routine lì appoggiati che aspettano di annichilirmi. Qua e ora. Un sottile senso di nausea. Il secondo caffé della giornata, gli accenti sbagliati, i refusi invisibili. Nessun dio, almeno questo, ad alitarmi addosso per rendermi più vivo. Qua sono già tutto arrossato, grazie.</p>
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      <pubDate>Sun, 27 Sep 2026 07:21:36 +0000</pubDate>
    </item>
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      <title>Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c&#39;è.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/giro-su-internet-come-un-ladro-che-cerca-qualcosa-che-non-ce</link>
      <description>&lt;![CDATA[Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c&#39;è. Niente dà appagamento, è come se cercassi continuamente un update di una notizia che non esiste e che mi darebbe quello scarico di adrenalina di cui ho bisogno. Mi sveglio di notte, vengo preso dai terrori della notte che cantava Ferretti, le cose ingigantiscono, le febbri sociali, la vita diventa inesorabile, tutto diventa inesorabile, i fallimenti diventano inesorabili. Superare la notte, tenersi stretto a un peluche a forma di aminoacido, stringere con passione il proprio bite. &#xA;&#xA;Giro per YouTube guardando le interviste di Klaus Kinsky. Ho di queste passioni rapide e che lasciano poi alle spalle carta bruciata. Metto i sottotitoli generati automaticamente che falliscono e generano dialoghi senza senso tra Kinsky e i suoi interlocutori. Studio i movimenti del corpo, del viso. Che bestia da spettacolo e che persona terribile. Poi passo a Carl Einar Hackner, giro nel suo canale e ora è un ragazzino che sembra uscito da un film di Kubrick, ora un vecchio youtuber degli anni &#39;20. Mi prendo i frammenti di genio del corpo, i bagliori degli occhi. La società dello spettacolo è debordata in rete.&#xA;&#xA;Siamo tutti lì a posizionare cellulari, accenderli e immetterci nella rete mentre facciamo il nostro frammento di cabaret. La rete è un grosso Drive In degli anni ottanta, con le cameriere tettorute, i tormentoni, la declinazione dei meme; ma il pubblico questa volta non resta al bordo a fingere di ridere (alcuni prodotti sono surgelati all&#39;origine), ma si danno il cambio sul palco, come nei reading di poesia. Ora fai tu il poeta che io vado a fare il pubblico. Scrollo i profili dei violenti di destra che fanno la loro parte di NPC nei thread dei giornali online, e trovo il solito mix umano di attacco alle zecche di sinistra, amore per le moto di grossa cilindrata, difesa degli animali abbandonati, deliri antivaccinisti,  attacchi contro l&#39;Islam e poi elementi inattesi, il dispiacere per la morte di Battiato, l&#39;attacco a Netanyahu. Sembrano tutte variabili acceso / spento, messe un po&#39; a casaccio. Probabilmente è così per ognuno di noi. &#xA;&#xA;Quando entro nel mio profilo e vengo accolto da messaggi compatibili a quello che penso io, alla mia idea di scuola, di vita e di civiltà, vedo alcuni profili che promuovono cose in cui sostanzialmente credo anche io, accoglienza, accettazione del diverso, difesa della fragilità ambientale,  dopo un po&#39; che scrollo in questa bolla algoritmicamente selezionata che conferma la mia rudimentale visione del mondo, mi immagino che la stessa cosa accada agli altri, chi entra e si trova i sistemi basati sulla razza, il terrore dell&#39;Islam, la sostituzione etnica, le big pharma, la scuola meritocratica dei figli dei benestanti e giri in questa sua versione di Facebook dove trova solidità e conferme della sua visione del mondo, sempre più radicalizzata e incompatibile con la mia. Questa scellerata manciata di miliardari non la pagherà.&#xA;&#xA;Su un sito in cui si supportano gli artisti che lavorano a progetti in fieri mi sono abbonato a un programmatore di videogiochi erotici. Sta sviluppando un videogame erotico, una visual novel costruita come sandbox. Non dirò il titolo. La cosa di scrivere al programmatore per segnalare i bug o i suggerimenti di un videogioco erotico mi mancava, è piuttosto straniante. La cosa che sto un po&#39; studiando di questo campo del arte videoludica è il cambiamento di linguaggio e di interazione di quella che da millenni è stata la forma della narrazione erotica in letteratura, cinema, fumetti. Il videogioco anche in questo caso ingloba e - nei casi più interessanti - mashuppa generi e linguaggi diversi ampliando il racconto minimo del porno.&#xA;&#xA;Capita che venga presentata una tipica situazione da film porno: l&#39;amica di quella con cui ci stai provando che ci prova - di nascosto - con te, l&#39;amico di colore che ci prova con tutte e poi ti racconta le sue imprese erotiche e poi questi stereotipi vengano scardinati: l&#39;amica che ci prova ha un padre che a casa la mena, sta per crollare psicologicamente. Il tuo amico che ci prova con tutte ti sta mentendo: ha un tumore e prende farmaci che lo hanno reso impotente. E così via. In altri viene gamificata la Lolita di Nabokov in chiave un po&#39; pop. Insomma, la parte erotica resta, ma i confini narrativi vengono ampliati con la tipica struttura a bivi che danno al lettore/giocatore una libertà che al porno tradizionale non era concessa. Non stai guardando due che fanno sesso: choose your own orgasm.&#xA;&#xA;E mi aveva colpito qualche anno fa quando avevo preso un bundle enorme di videogame indie, di quanto la visual novel, anche erotica, fosse uno strumento di sensibilizzazione LGBT. Se è vero che che il grosso dei videogame erotico/porno in cui ci si imbatte ha come target il maschio (temo anche un po&#39; aged, e di bocca buona), tantissime altre visual novel sdoganano ad esempio la relazione omosessuale, con narrazioni inconsuete e sincere. In una - ricordo - la protagonista si innamorava di un essere alieno e il goal era stabilire una relazione sentimentale con lei (tentacoli! spore!). In un&#39;altra sono una sorta di corvo bandito pistolero antropomorfo che sta faticosamente flirtando con un altro bandito pistolero cercando di salvare un villaggio di ex-minatori. Why not?&#xA;&#xA;Ieri invece stavo giocando a Outer Wilds con secondogenito e terzogenita e a un certo punto terzogenita stava per atterrare su un pianeta sul quale io regolarmente mi schianto, così per auto-sfottermi le ho detto che adesso le avrei spiegato come si atterra. Lei ha riso perché è più brava di me a muovere la navicella, così io le ho detto che dovevo spiegarlo lo stesso perché io sono un maschio adulto, mentre lei è una femmina e quindi era mio dovere fare mansplaining. Lei ha continuato a ridacchiare e io le ho detto, &#34;ma forse non sai cosa è il mansplaining?&#34;. &#34;So benissimo cosa è!&#34; ha risposto lei, al che secondogenito è intervenuto: &#34;beh, è nostro dovere come maschi spiegartelo ugualmente, perché - in quanto femmina - probabilmente non lo hai capito bene&#34;. Abbiamo continuato così tutta la sera ridendo come dei cretini coniando termini come daugthersplaining e dandoci consigli non richiesti a vicenda. &#xA;&#xA;Ieri invece, nel bar della scuola, una collega si lamentava di come spesso, in prima, se una ragazza nei primi mesi va male, in molti docenti scatti la molla del riorientamento. &#34;Non è adatta a questa scuola&#34;. E la cosa che notava la collega è che questo meccanismo scatta molto più facilmente nelle ragazze che nei ragazzi. Ai maschi vengono perdonate le peggio cose per molto più tempo, si dà per scontato che possano essere fuori asse rispetto alle aspettative dei docenti. Una ragazza che sbaglia invece no. Le ragazze sono più serie, ci credono di più: questo pensano i docenti. Se una ragazza è fuori asse, vuol dire che proprio non ce la potrà mai fare. &#34;E il fatto è che molti colleghi nemmeno se ne rendono conto di aver questi bias cognitivi&#34; concludeva. &#xA;&#xA;Io, fuori luogo, portavo il discorso anche sugli stranieri. Per gli stranieri, specie se parlano poco l&#39;italiano, scatta un meccanismo simile. Riorientare significa in realtà togliersi dalla classe gli elementi rognosi, quelli che sarebbero fuori luogo in ogni scuola, secondo quest&#39;ottica. Certi docenti vorrebbero avere in classe solo studenti collaborativi. Magari ben istruiti e con una buona famiglia alle spalle. Ma nel dirlo mi sono reso conto di aver sbagliato: avevo anche io tipitizzato e minimizzato quello che era un discorso ben preciso. In realtà erano due discorsi diversi; nell&#39;accomunarli avevo sminuito l&#39;importanza e l&#39;identità del primo. Che fatica. Dietro, le macchine del caffé, l&#39;orologio che inesorabilmente crollava verso il suono della campanella.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c&#39;è. Niente dà appagamento, è come se cercassi continuamente un update di una notizia che non esiste e che mi darebbe quello scarico di adrenalina di cui ho bisogno. Mi sveglio di notte, vengo preso dai terrori della notte che cantava Ferretti, le cose ingigantiscono, le febbri sociali, la vita diventa inesorabile, tutto diventa inesorabile, i fallimenti diventano inesorabili. Superare la notte, tenersi stretto a un peluche a forma di aminoacido, stringere con passione il proprio bite.</p>

<p>Giro per YouTube guardando le interviste di Klaus Kinsky. Ho di queste passioni rapide e che lasciano poi alle spalle carta bruciata. Metto i sottotitoli generati automaticamente che falliscono e generano dialoghi senza senso tra Kinsky e i suoi interlocutori. Studio i movimenti del corpo, del viso. Che bestia da spettacolo e che persona terribile. Poi passo a Carl Einar Hackner, giro nel suo canale e ora è un ragazzino che sembra uscito da un film di Kubrick, ora un vecchio youtuber degli anni &#39;20. Mi prendo i frammenti di genio del corpo, i bagliori degli occhi. La società dello spettacolo è debordata in rete.</p>

<p>Siamo tutti lì a posizionare cellulari, accenderli e immetterci nella rete mentre facciamo il nostro frammento di cabaret. La rete è un grosso Drive In degli anni ottanta, con le cameriere tettorute, i tormentoni, la declinazione dei meme; ma il pubblico questa volta non resta al bordo a fingere di ridere (alcuni prodotti sono surgelati all&#39;origine), ma si danno il cambio sul palco, come nei reading di poesia. Ora fai tu il poeta che io vado a fare il pubblico. Scrollo i profili dei violenti di destra che fanno la loro parte di NPC nei thread dei giornali online, e trovo il solito mix umano di attacco alle zecche di sinistra, amore per le moto di grossa cilindrata, difesa degli animali abbandonati, deliri antivaccinisti,  attacchi contro l&#39;Islam e poi elementi inattesi, il dispiacere per la morte di Battiato, l&#39;attacco a Netanyahu. Sembrano tutte variabili acceso / spento, messe un po&#39; a casaccio. Probabilmente è così per ognuno di noi.</p>

<p>Quando entro nel mio profilo e vengo accolto da messaggi compatibili a quello che penso io, alla mia idea di scuola, di vita e di civiltà, vedo alcuni profili che promuovono cose in cui sostanzialmente credo anche io, accoglienza, accettazione del diverso, difesa della fragilità ambientale,  dopo un po&#39; che scrollo in questa bolla algoritmicamente selezionata che conferma la mia rudimentale visione del mondo, mi immagino che la stessa cosa accada agli altri, chi entra e si trova i sistemi basati sulla razza, il terrore dell&#39;Islam, la sostituzione etnica, le big pharma, la scuola meritocratica dei figli dei benestanti e giri in questa sua versione di Facebook dove trova solidità e conferme della sua visione del mondo, sempre più radicalizzata e incompatibile con la mia. Questa scellerata manciata di miliardari non la pagherà.</p>

<p>Su un sito in cui si supportano gli artisti che lavorano a progetti in fieri mi sono abbonato a un programmatore di videogiochi erotici. Sta sviluppando un videogame erotico, una visual novel costruita come sandbox. Non dirò il titolo. La cosa di scrivere al programmatore per segnalare i bug o i suggerimenti di un videogioco erotico mi mancava, è piuttosto straniante. La cosa che sto un po&#39; studiando di questo campo del arte videoludica è il cambiamento di linguaggio e di interazione di quella che da millenni è stata la forma della narrazione erotica in letteratura, cinema, fumetti. Il videogioco anche in questo caso ingloba e – nei casi più interessanti – mashuppa generi e linguaggi diversi ampliando il racconto minimo del porno.</p>

<p>Capita che venga presentata una tipica situazione da film porno: l&#39;amica di quella con cui ci stai provando che ci prova – di nascosto – con te, l&#39;amico di colore che ci prova con tutte e poi ti racconta le sue imprese erotiche e poi questi stereotipi vengano scardinati: l&#39;amica che ci prova ha un padre che a casa la mena, sta per crollare psicologicamente. Il tuo amico che ci prova con tutte ti sta mentendo: ha un tumore e prende farmaci che lo hanno reso impotente. E così via. In altri viene gamificata la Lolita di Nabokov in chiave un po&#39; pop. Insomma, la parte erotica resta, ma i confini narrativi vengono ampliati con la tipica struttura a bivi che danno al lettore/giocatore una libertà che al porno tradizionale non era concessa. Non stai guardando due che fanno sesso: choose your own orgasm.</p>

<p>E mi aveva colpito qualche anno fa quando avevo preso un bundle enorme di videogame indie, di quanto la visual novel, anche erotica, fosse uno strumento di sensibilizzazione LGBT. Se è vero che che il grosso dei videogame erotico/porno in cui ci si imbatte ha come target il maschio (temo anche un po&#39; aged, e di bocca buona), tantissime altre visual novel sdoganano ad esempio la relazione omosessuale, con narrazioni inconsuete e sincere. In una – ricordo – la protagonista si innamorava di un essere alieno e il goal era stabilire una relazione sentimentale con lei (tentacoli! spore!). In un&#39;altra sono una sorta di corvo bandito pistolero antropomorfo che sta faticosamente flirtando con un altro bandito pistolero cercando di salvare un villaggio di ex-minatori. Why not?</p>

<p>Ieri invece stavo giocando a Outer Wilds con secondogenito e terzogenita e a un certo punto terzogenita stava per atterrare su un pianeta sul quale io regolarmente mi schianto, così per auto-sfottermi le ho detto che adesso le avrei spiegato come si atterra. Lei ha riso perché è più brava di me a muovere la navicella, così io le ho detto che dovevo spiegarlo lo stesso perché io sono un maschio adulto, mentre lei è una femmina e quindi era mio dovere fare mansplaining. Lei ha continuato a ridacchiare e io le ho detto, “ma forse non sai cosa è il mansplaining?”. “So benissimo cosa è!” ha risposto lei, al che secondogenito è intervenuto: “beh, è nostro dovere come maschi spiegartelo ugualmente, perché – in quanto femmina – probabilmente non lo hai capito bene”. Abbiamo continuato così tutta la sera ridendo come dei cretini coniando termini come daugthersplaining e dandoci consigli non richiesti a vicenda.</p>

<p>Ieri invece, nel bar della scuola, una collega si lamentava di come spesso, in prima, se una ragazza nei primi mesi va male, in molti docenti scatti la molla del riorientamento. “Non è adatta a questa scuola”. E la cosa che notava la collega è che questo meccanismo scatta molto più facilmente nelle ragazze che nei ragazzi. Ai maschi vengono perdonate le peggio cose per molto più tempo, si dà per scontato che possano essere fuori asse rispetto alle aspettative dei docenti. Una ragazza che sbaglia invece no. Le ragazze sono più serie, ci credono di più: questo pensano i docenti. Se una ragazza è fuori asse, vuol dire che proprio non ce la potrà mai fare. “E il fatto è che molti colleghi nemmeno se ne rendono conto di aver questi bias cognitivi” concludeva.</p>

<p>Io, fuori luogo, portavo il discorso anche sugli stranieri. Per gli stranieri, specie se parlano poco l&#39;italiano, scatta un meccanismo simile. Riorientare significa in realtà togliersi dalla classe gli elementi rognosi, quelli che sarebbero fuori luogo in ogni scuola, secondo quest&#39;ottica. Certi docenti vorrebbero avere in classe solo studenti collaborativi. Magari ben istruiti e con una buona famiglia alle spalle. Ma nel dirlo mi sono reso conto di aver sbagliato: avevo anche io tipitizzato e minimizzato quello che era un discorso ben preciso. In realtà erano due discorsi diversi; nell&#39;accomunarli avevo sminuito l&#39;importanza e l&#39;identità del primo. Che fatica. Dietro, le macchine del caffé, l&#39;orologio che inesorabilmente crollava verso il suono della campanella.</p>
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      <pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:16:14 +0000</pubDate>
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      <title>Sempre in auto racconto a Elettra questa cosa, anzi no, eravamo nelle gallerie.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/sempre-in-auto-racconto-a-elettra-questa-cosa-anzi-no-eravamo-nelle-gallerie</link>
      <description>&lt;![CDATA[Sempre in auto racconto a Elettra questa cosa, anzi no, eravamo nelle gallerie. Ogni volta che passava una bici elettrica faceva un rumore come di insetto, e allora ho raccontato questa cosa che da bambino/ragazzino avevo visto un cartone animato. Non so cosa fosse, una cosa seriale, probabilmente una delle cose Hanna &amp; Barbera che intimamente odiavo. In questo cartone animato c&#39;era un insetto, forse una zanzara, non ricordo. Forse più grande del dovuto. In ogni caso questa zanzara o cosa era, prima di colpire faceva un suono. Diceva &#34;Bron-zi-ga!&#34;. E poi colpiva con il suo aculeo. &#34;Del cartone non ricordo nulla, ma - capisci - ho cinquantasei anni e quel &#39;bronziga&#39; è ancora dentro di me. Perché? Forse il suono, bronziga, ha una sonorità che mi è rimasta impressa dentro. Mi ha marchiato&#34;. Elettra scuote la testa, rassegnata. &#xA;&#xA;Bron-zi-ga. Anche lui morirà con me. &#xA;&#xA;Il cuore del discorso era capire le cose che mi fanno felice. Era anche l&#39;inizio di questo diario. È un problema essere felici, la felicità in generale. Un mescolamento ibrido di amore ed egoismo. Roba animale, muscolare, che si aggancia a un nucleo centrale in perenne mutamento. Cosa ne so come essere felice. Dipende. Una parte di me ragiona per conto suo, con movimenti muti. Non mi informa - questa grossa testa di cazzo che tengo dentro - di cosa e perché sia felice o depressa o scazzata. È irragionevole e costruisce dentro di me la sua galassia temporanea, temporary galaxy, fatta di piccole gemme, smeraldi, falli color delfino, talco mentolato, pelle scarificata a mostrare la carne viva che pulsa, coperta con fitostimoline garza, acqua ossigenata a spruzzo. Scarafaggi, fuochiste. Riutilizzo tutto, non butto via niente. &#xA;&#xA;Essere felice, e poi di cosa. L&#39;altro giorno lo pensavo, perché dovrei essere felice? I diari di carta che avevo da bambino/ragazzino iniziavano con &#34;caro diario&#34;, come nei film. Di cosa dovrei essere felice. Essere felice è la condizione in cui si ritrova chi non gli importa di esserlo, chi lo ritiene poco importante. Temporary galaxy. Raccontare cose buffe. Ricordare i frammenti di godimento e conservarli come si conserverebbe un odore, senza poterci ragionare sopra. Stare bene, avere la speranza di un corpo migliore. Di un pasto migliore. Di un risveglio migliore. Ridere dentro. Qualche giorno fa sono andato nel letto del Bisagno a fare riprese con il cellulare in bianco e nero, per i miei video. Ci sono restato un&#39;ora, dice lo smartphone. Giravo tra i sassi. Prendevo spazzatura, la lavavo nell&#39;acqua del fiume. Riprendevo tutto. Sono stato - in quell&#39;ora - felice. Non lo so. Ero elettrizzato. Basta per essere felici?&#xA;&#xA;Quella galassia dentro è cangiante. Passa dall&#39;euforia per niente alla pesantezza, alla depressione al niente. Resiste, è resiliente. Muta, a mia insaputa. Elettra mi ha chiesto se ho un posto privato dove scrivo cose che nessuno legge. Le ho detto che ho una cartella in tutti i miei computer chiamata &#34;scriptabilia&#34; dove dentro ci sono cose che scrivo così, all&#39;improvviso. Irrelate. Centinaia di file. Ma non c&#39;è niente di privato. Le cose private le vivo. Oggi, per dire, ho adattato un mobile di metallo con Elettra, l&#39;abbiamo tagliato con un seghetto da ferro, riassemblato. Ad un certo punto, Elettra non c&#39;era, tenevo con una mano la sbarra di ferro, sul tavolo, e con la seconda tagliavo, ma il ferro si muoveva per l&#39;attrito del seghetto da ferro. Allora ho messo un piede nudo sul tavolo, sopra il ferro, a tenerlo fermo. Avevo la mia mano sinistra e a fianco questa strana mano pedestre, tutte e due occupate a tenere fermo il ferro che intanto - con la terza mano - tagliavo. Forse, in quel momento, essere a tre mani, sono stato felice della metamorfosi.&#xA;&#xA;Ad un certo punto, mentre eravamo nella galleria tra Bonassola e Levanto, sentiamo un ambulanza. Vediamo la luce nella galleria i lampeggianti. Non me lo aspettavo. Arriva a tutta velocità mentre i pedoni e le biciclette, nella penombra, si mettono a lato. L&#39;auto passa a sirene spiegate. Le sirene spiegate bene. È una presenza irreale. Vedo per un attimo il volto teso dell&#39;autista, poi scompare via verso la sua missione. Dopo il suo passaggio la galleria torna al suo ciclo turistico, ai suoi rumori di onde lontane, il buio fresco del sottoterra, le gocce che cadono dalla volta,  voci straniere, rumori di bibiclette che si avvicinano, ti passano vicino, filano via ronzando. Bronziga.  ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sempre in auto racconto a Elettra questa cosa, anzi no, eravamo nelle gallerie. Ogni volta che passava una bici elettrica faceva un rumore come di insetto, e allora ho raccontato questa cosa che da bambino/ragazzino avevo visto un cartone animato. Non so cosa fosse, una cosa seriale, probabilmente una delle cose Hanna &amp; Barbera che intimamente odiavo. In questo cartone animato c&#39;era un insetto, forse una zanzara, non ricordo. Forse più grande del dovuto. In ogni caso questa zanzara o cosa era, prima di colpire faceva un suono. Diceva “Bron-zi-ga!”. E poi colpiva con il suo aculeo. “Del cartone non ricordo nulla, ma – capisci – ho cinquantasei anni e quel &#39;bronziga&#39; è ancora dentro di me. Perché? Forse il suono, bronziga, ha una sonorità che mi è rimasta impressa dentro. Mi ha marchiato”. Elettra scuote la testa, rassegnata.</p>

<p>Bron-zi-ga. Anche lui morirà con me.</p>

<p>Il cuore del discorso era capire le cose che mi fanno felice. Era anche l&#39;inizio di questo diario. È un problema essere felici, la felicità in generale. Un mescolamento ibrido di amore ed egoismo. Roba animale, muscolare, che si aggancia a un nucleo centrale in perenne mutamento. Cosa ne so come essere felice. Dipende. Una parte di me ragiona per conto suo, con movimenti muti. Non mi informa – questa grossa testa di cazzo che tengo dentro – di cosa e perché sia felice o depressa o scazzata. È irragionevole e costruisce dentro di me la sua galassia temporanea, temporary galaxy, fatta di piccole gemme, smeraldi, falli color delfino, talco mentolato, pelle scarificata a mostrare la carne viva che pulsa, coperta con fitostimoline garza, acqua ossigenata a spruzzo. Scarafaggi, fuochiste. Riutilizzo tutto, non butto via niente.</p>

<p>Essere felice, e poi di cosa. L&#39;altro giorno lo pensavo, perché dovrei essere felice? I diari di carta che avevo da bambino/ragazzino iniziavano con “caro diario”, come nei film. Di cosa dovrei essere felice. Essere felice è la condizione in cui si ritrova chi non gli importa di esserlo, chi lo ritiene poco importante. Temporary galaxy. Raccontare cose buffe. Ricordare i frammenti di godimento e conservarli come si conserverebbe un odore, senza poterci ragionare sopra. Stare bene, avere la speranza di un corpo migliore. Di un pasto migliore. Di un risveglio migliore. Ridere dentro. Qualche giorno fa sono andato nel letto del Bisagno a fare riprese con il cellulare in bianco e nero, per i miei video. Ci sono restato un&#39;ora, dice lo smartphone. Giravo tra i sassi. Prendevo spazzatura, la lavavo nell&#39;acqua del fiume. Riprendevo tutto. Sono stato – in quell&#39;ora – felice. Non lo so. Ero elettrizzato. Basta per essere felici?</p>

<p>Quella galassia dentro è cangiante. Passa dall&#39;euforia per niente alla pesantezza, alla depressione al niente. Resiste, è resiliente. Muta, a mia insaputa. Elettra mi ha chiesto se ho un posto privato dove scrivo cose che nessuno legge. Le ho detto che ho una cartella in tutti i miei computer chiamata “scriptabilia” dove dentro ci sono cose che scrivo così, all&#39;improvviso. Irrelate. Centinaia di file. Ma non c&#39;è niente di privato. Le cose private le vivo. Oggi, per dire, ho adattato un mobile di metallo con Elettra, l&#39;abbiamo tagliato con un seghetto da ferro, riassemblato. Ad un certo punto, Elettra non c&#39;era, tenevo con una mano la sbarra di ferro, sul tavolo, e con la seconda tagliavo, ma il ferro si muoveva per l&#39;attrito del seghetto da ferro. Allora ho messo un piede nudo sul tavolo, sopra il ferro, a tenerlo fermo. Avevo la mia mano sinistra e a fianco questa strana mano pedestre, tutte e due occupate a tenere fermo il ferro che intanto – con la terza mano – tagliavo. Forse, in quel momento, essere a tre mani, sono stato felice della metamorfosi.</p>

<p>Ad un certo punto, mentre eravamo nella galleria tra Bonassola e Levanto, sentiamo un ambulanza. Vediamo la luce nella galleria i lampeggianti. Non me lo aspettavo. Arriva a tutta velocità mentre i pedoni e le biciclette, nella penombra, si mettono a lato. L&#39;auto passa a sirene spiegate. Le sirene spiegate bene. È una presenza irreale. Vedo per un attimo il volto teso dell&#39;autista, poi scompare via verso la sua missione. Dopo il suo passaggio la galleria torna al suo ciclo turistico, ai suoi rumori di onde lontane, il buio fresco del sottoterra, le gocce che cadono dalla volta,  voci straniere, rumori di bibiclette che si avvicinano, ti passano vicino, filano via ronzando. Bronziga.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/sempre-in-auto-racconto-a-elettra-questa-cosa-anzi-no-eravamo-nelle-gallerie</guid>
      <pubDate>Sun, 20 Sep 2026 19:46:28 +0000</pubDate>
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      <title>In pratica, dopo l&#39;ultimo upgrade del firmware, il mio Tab XC della Onyx,...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/in-pratica-dopo-lultimo-upgrade-del-firmware-il-mio-tab-xc-della-onyx</link>
      <description>&lt;![CDATA[In pratica, dopo l&#39;ultimo upgrade del firmware, il mio Tab XC della Onyx, quando lo attaccavo alla tastiera mentre era in modalità portrait, congelava tutto. Dovevo premere un po&#39; di tasti per farlo tornare in vita e poi cambiare manualmente la modalità da portrait a landscape. La cosa non è grave, ma è una seccatura, tanto che scrivo a Onyx per dire di questo bug utilizzando il loro form di feedback. Loro - dopo un po&#39; - mi rispondono, mi dicono che gli dispiace, lo fanno sempre, mi chiedono di controllare alcune impostazioni, io le controllo, sono già tutte giuste, glielo scrivo. Nessuna risposta. Nel frattempo è agosto.   &#xA;&#xA;A settembre torna l&#39;autunno, il vento, la scuola, si rivaluta lo stare chiusi in casa a proteggersi dagli eventi, anche quelli atmosferici. Io riscrivo a Onyx e dico, guardate che il problema è ancora qua. Loro chiedono scusa, lo fanno sempre, e mi dicono di fare un video di me che uso il Tab XC e di registrare dal vivo il bug. Io mi metto lì con il cellulare, registro me stesso che attacca il tablet alla tastiera e mostro come tutto il sistema si congeli, un piano sequenza nitidissimo, carico il video nella cartella dei video del tablet e lo allego al messaggio del form assistenza.&#xA;&#xA;Il giorno dopo Onyx mi risponde che il video che ho inviato forse non è quello giusto. Mi gratto la testa, apro la cartella dei video e effettivamente mi rendo conto di aver inviato un video che era in un&#39;altra cartella. Purtroppo il form non tiene memoria degli allegati, quindi non so esattamente quale video ho inviato. Nella cartella ce ne sono quattro. Apro il primo: è un video di me che faccio delle cose con il Tab XC. Apro il secondo, stessa cosa. Apro il terzo. Apro il quarto. &#34;Cristo&#34; penso. Il terzo e il quarto non ci sono io che uso il Tab XC. &#xA;&#xA;Il terzo e il quarto ci sono delle registrazioni che ho fatto a Barcellona di una installazione di una artista catalana, &#34;Declaration of love for Lenin&#34;. In una c&#39;è lei con un passamontagna fatto all&#39;uncinetto rosa che fa delle mosse tipo musica trap, completamente nuda dalla vita in su. Nel secondo c&#39;è lei con una maglietta rosa di Che Guevara, completamente nuda dalla vita in giù, mentre usa in maniera inequivocabile un vibratore. &#34;Cazzo&#34; penso. Cazzo. Ho il cinquanta per cento di possiblità di aver inviato alla Onyx uno dei due video dell&#39;artista catalana. Mi immagino la faccia dell&#39;impiegato cinese di Onyx che apre il mio video e vede le tette al vento di Juana Dolores Romero Casanova, o sempre lei alle prese con un vibratore. &#xA;&#xA;&#34;Sorry&#34; scrivo. Wrong video. Gli mando quello giusto. Loro mi rispondono che gli dispiace, lo fanno sempre, dicono che manderanno tutto ai tecnici. Chiudo il Tab XC. Stanotte mi arriva la patch, due giga. Data la dimensione spero sia un porno, per ricambiare del mio, e invece no, è proprio la patch che Onyx ha preparato per me per correggere il bug che gli avevo segnalato. Capite? Hanno fatto una patch per me. Solo per me.  Gli voglio bene. Penso di caricare il video di &#34;Declaration of love for Lenin&#34; nel form dell&#39;assistenza. Glielo mando come ringraziamento.&#xA;&#xA;L&#39;ultima cosa non è vera, devo ancora rispondere confermando che la patch funziona, e funziona, ma non allegherò il video della Casanova peché penso sia più opportuno così. Meglio non insistere. In compenso oggi ho fatto quello che probabilmente sarà l&#39;ultimo bagno della stagione. In un posto di cui non ricordo mai il nome. Ho proposto ad Elettra di andarci declamando la bellezza del posto, le viuzze caratteristiche, i negozietti, la spiaggia. Quando, dopo un&#39;ora buona, ci siamo arrivati ho scoperto di non esserci mai stato. Giravo come uno dei protagonisti di quei film che scoprono che una parte del loro passato è stata riscritta. &#34;Qua c&#39;erano dei negozietti!&#34; dicevo ad Elettra indicando un muro mentre lei scuoteva la testa rassegnata. &#34;Qua, qua c&#39;era una panetteria!&#34;. Indicavo una panchina.  Niente, tutto cancellato. &#xA;&#xA;Camminiamo allora tra Bonassola e Levanto, ci sono delle gallerie abbandonate che ora sono diventate percorsi pedonali e per biciclette, partono in realtà da Framura e arrivano a Levanto. Qua ritrovo il paesino che mi ricordavo, le viuzze, come un&#39;epifania. &#34;Vedi, vedi&#34; dico ad Elettra indicando questa volta i negozietti e le panetterie reali. Esistevano davvero. Lei scuote la testa rassegnata. La cosa non è pacifica, spesso i miei ricordi sono legati a cose inesistenti. Ho visto una intera scena di Blade Runner che non è mai stata girata. Levanto mi rincuora, ero stato qua anni fa, non a Bonassola. Camminando tra la gente, ascolto.&#xA;&#xA;Una donna che passeggia con un&#39;amica racconta di essersi svegliata dall&#39;anestesia ancora sotto i ferri dell&#39;operazione e di aver sentito il chirurgo che diceva: &#34;è stata l&#39;operazione più difficile della mia vita&#34;. Meraviglioso. Io ascolto tutto, chissà se la gente si rende conto di quante informazioni cede mentre chiacchiera. Potrei scrivere un romanzo solo trascrivendo questi log, la narrazione di se stessi. Lo dico agi studenti, la struttura della fiaba, lo spannung, il flashback, le cesure, le peripezie, noi in realtà le usiamo sempre, inconsciamente, anche quando chiacchieriamo con gli amici. In occidente almeno. Sono modelli nella cui broda siamo immersi ancora dal liquido amniotico e che ci portiamo dentro per il resto della nostra vita. Ci raccontiamo come se fossimo un romanzo, rimastichiamo i fatti indifferenti della natura come se ci fosse un senso, ci aggiungiamo spezie e desiderio e quello che raccontiamo è una fiction. Divoriamo e produciamo fiction, come lombrichi sotto la terra.&#xA;&#xA;Commento il fatto delle due signore con Elettra e lei scuote la testa, rassegnata. &#34;Ma ascolti sempre la gente di nascosto?&#34; mi chiede. Io faccio un gesto con le mani. Nell&#39;aria. Guardo il mare. &#34;Sono uno scrittore&#34; dico. A modo mio. Più tardi, in auto, parliamo di Isabelle Allende. Elettra sta leggendo un suo libro in spagnolo, una sorta di biografia mescolata a lezioni di scrittura. Parliamo della Allende mentre - di tanto in tanto - il sole ci abbaglia come per ucciderci, specie in curva. Ci regala dei tramonti con tendaggi rosso fuoco, rosso cenere, merletti azzurrastri, le incisioni bianche dei motori degli aerei lassù, nel soffitto cobalto e malinconico del cielo. Dalla Allende il discorso si sposta, non so bene perché su di me. Pare che io e la Allende abbiamo in comune alcune tecniche di scrittura. tl;dr: Scriviamo entrambi moltissimo. Riprendiamo in mano idee di anni e anni prima. Lei poi è letta da milioni di persone, io una ventina; le analogie hanno le gambe corte. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In pratica, dopo l&#39;ultimo upgrade del firmware, il mio Tab XC della Onyx, quando lo attaccavo alla tastiera mentre era in modalità portrait, congelava tutto. Dovevo premere un po&#39; di tasti per farlo tornare in vita e poi cambiare manualmente la modalità da portrait a landscape. La cosa non è grave, ma è una seccatura, tanto che scrivo a Onyx per dire di questo bug utilizzando il loro form di feedback. Loro – dopo un po&#39; – mi rispondono, mi dicono che gli dispiace, lo fanno sempre, mi chiedono di controllare alcune impostazioni, io le controllo, sono già tutte giuste, glielo scrivo. Nessuna risposta. Nel frattempo è agosto.</p>

<p>A settembre torna l&#39;autunno, il vento, la scuola, si rivaluta lo stare chiusi in casa a proteggersi dagli eventi, anche quelli atmosferici. Io riscrivo a Onyx e dico, guardate che il problema è ancora qua. Loro chiedono scusa, lo fanno sempre, e mi dicono di fare un video di me che uso il Tab XC e di registrare dal vivo il bug. Io mi metto lì con il cellulare, registro me stesso che attacca il tablet alla tastiera e mostro come tutto il sistema si congeli, un piano sequenza nitidissimo, carico il video nella cartella dei video del tablet e lo allego al messaggio del form assistenza.</p>

<p>Il giorno dopo Onyx mi risponde che il video che ho inviato forse non è quello giusto. Mi gratto la testa, apro la cartella dei video e effettivamente mi rendo conto di aver inviato un video che era in un&#39;altra cartella. Purtroppo il form non tiene memoria degli allegati, quindi non so esattamente quale video ho inviato. Nella cartella ce ne sono quattro. Apro il primo: è un video di me che faccio delle cose con il Tab XC. Apro il secondo, stessa cosa. Apro il terzo. Apro il quarto. “Cristo” penso. Il terzo e il quarto non ci sono io che uso il Tab XC.</p>

<p>Il terzo e il quarto ci sono delle registrazioni che ho fatto a Barcellona di una installazione di una artista catalana, “Declaration of love for Lenin”. In una c&#39;è lei con un passamontagna fatto all&#39;uncinetto rosa che fa delle mosse tipo musica trap, completamente nuda dalla vita in su. Nel secondo c&#39;è lei con una maglietta rosa di Che Guevara, completamente nuda dalla vita in giù, mentre usa in maniera inequivocabile un vibratore. “Cazzo” penso. Cazzo. Ho il cinquanta per cento di possiblità di aver inviato alla Onyx uno dei due video dell&#39;artista catalana. Mi immagino la faccia dell&#39;impiegato cinese di Onyx che apre il mio video e vede le tette al vento di Juana Dolores Romero Casanova, o sempre lei alle prese con un vibratore.</p>

<p>“Sorry” scrivo. Wrong video. Gli mando quello giusto. Loro mi rispondono che gli dispiace, lo fanno sempre, dicono che manderanno tutto ai tecnici. Chiudo il Tab XC. Stanotte mi arriva la patch, due giga. Data la dimensione spero sia un porno, per ricambiare del mio, e invece no, è proprio la patch che Onyx ha preparato per me per correggere il bug che gli avevo segnalato. Capite? Hanno fatto una patch per me. Solo per me.  Gli voglio bene. Penso di caricare il video di “Declaration of love for Lenin” nel form dell&#39;assistenza. Glielo mando come ringraziamento.</p>

<p>L&#39;ultima cosa non è vera, devo ancora rispondere confermando che la patch funziona, e funziona, ma non allegherò il video della Casanova peché penso sia più opportuno così. Meglio non insistere. In compenso oggi ho fatto quello che probabilmente sarà l&#39;ultimo bagno della stagione. In un posto di cui non ricordo mai il nome. Ho proposto ad Elettra di andarci declamando la bellezza del posto, le viuzze caratteristiche, i negozietti, la spiaggia. Quando, dopo un&#39;ora buona, ci siamo arrivati ho scoperto di non esserci mai stato. Giravo come uno dei protagonisti di quei film che scoprono che una parte del loro passato è stata riscritta. “Qua c&#39;erano dei negozietti!” dicevo ad Elettra indicando un muro mentre lei scuoteva la testa rassegnata. “Qua, qua c&#39;era una panetteria!”. Indicavo una panchina.  Niente, tutto cancellato.</p>

<p>Camminiamo allora tra Bonassola e Levanto, ci sono delle gallerie abbandonate che ora sono diventate percorsi pedonali e per biciclette, partono in realtà da Framura e arrivano a Levanto. Qua ritrovo il paesino che mi ricordavo, le viuzze, come un&#39;epifania. “Vedi, vedi” dico ad Elettra indicando questa volta i negozietti e le panetterie reali. Esistevano davvero. Lei scuote la testa rassegnata. La cosa non è pacifica, spesso i miei ricordi sono legati a cose inesistenti. Ho visto una intera scena di Blade Runner che non è mai stata girata. Levanto mi rincuora, ero stato qua anni fa, non a Bonassola. Camminando tra la gente, ascolto.</p>

<p>Una donna che passeggia con un&#39;amica racconta di essersi svegliata dall&#39;anestesia ancora sotto i ferri dell&#39;operazione e di aver sentito il chirurgo che diceva: “è stata l&#39;operazione più difficile della mia vita”. Meraviglioso. Io ascolto tutto, chissà se la gente si rende conto di quante informazioni cede mentre chiacchiera. Potrei scrivere un romanzo solo trascrivendo questi log, la narrazione di se stessi. Lo dico agi studenti, la struttura della fiaba, lo spannung, il flashback, le cesure, le peripezie, noi in realtà le usiamo sempre, inconsciamente, anche quando chiacchieriamo con gli amici. In occidente almeno. Sono modelli nella cui broda siamo immersi ancora dal liquido amniotico e che ci portiamo dentro per il resto della nostra vita. Ci raccontiamo come se fossimo un romanzo, rimastichiamo i fatti indifferenti della natura come se ci fosse un senso, ci aggiungiamo spezie e desiderio e quello che raccontiamo è una fiction. Divoriamo e produciamo fiction, come lombrichi sotto la terra.</p>

<p>Commento il fatto delle due signore con Elettra e lei scuote la testa, rassegnata. “Ma ascolti sempre la gente di nascosto?” mi chiede. Io faccio un gesto con le mani. Nell&#39;aria. Guardo il mare. “Sono uno scrittore” dico. A modo mio. Più tardi, in auto, parliamo di Isabelle Allende. Elettra sta leggendo un suo libro in spagnolo, una sorta di biografia mescolata a lezioni di scrittura. Parliamo della Allende mentre – di tanto in tanto – il sole ci abbaglia come per ucciderci, specie in curva. Ci regala dei tramonti con tendaggi rosso fuoco, rosso cenere, merletti azzurrastri, le incisioni bianche dei motori degli aerei lassù, nel soffitto cobalto e malinconico del cielo. Dalla Allende il discorso si sposta, non so bene perché su di me. Pare che io e la Allende abbiamo in comune alcune tecniche di scrittura. tl;dr: Scriviamo entrambi moltissimo. Riprendiamo in mano idee di anni e anni prima. Lei poi è letta da milioni di persone, io una ventina; le analogie hanno le gambe corte.</p>
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      <pubDate>Sun, 20 Sep 2026 06:54:34 +0000</pubDate>
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