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    <title>Diario</title>
    <link>https://noblogo.org/diario/</link>
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    <pubDate>Fri, 29 May 2026 18:08:39 +0000</pubDate>
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      <title>Mi capita in mano questo libro di Vico, stampato nel millesettecento, ricoperto...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/mi-capita-in-mano-questo-libro-di-vico-stampato-nel-millesettecento-ricoperto</link>
      <description>&lt;![CDATA[Mi capita in mano questo libro di Vico, stampato nel millesettecento, ricoperto di pelle, con pagine piccole, la dedica al cardinale di turno, lo sfoglio e a un certo punto c&#39;è una pagina che è piegata su se stessa, delicatamente la apro, c&#39;è già uno strappo, la svolgo ancora e viene fuori una mappa cronologica del mondo, dal diluvio in poi, con tanto di datazione rispetto all&#39;inizio del mondo. &#xA;&#xA;Resto affascinato dalla meccanica e dall&#39;interfaccia, l&#39;idea che i problemi che oggi abbiamo nel visualizzare tabelle negli ebook reader fossero già una rogna secoli fa con la carta; e ovviamente dalla intraprendenza di andare oltre l&#39;oggetto libro &#34;ampliandolo&#34; materialmente, in questo caso incollando una tabella che - aperta - è almeno quattro volte più grande del libro.&#xA;&#xA;E la seconda cosa che mi affascina, una volta che mi metto a decifrare la tabella, è vedere come una manciata di anni fa, nel millesettecento, Vico affermasse che il diluvio fosse avvenuto milleseicento anni dopo la creazione del mondo, ovvero che il mondo tutto avesse giusto qualche migliaio di anni.&#xA;&#xA;L&#39;ossatura di quello che noi sappiamo del mondo è recentissima e forse non sarebbe da dimenticare. Anche le impalcature di quello che è la nostra società civile talvolta le diamo per scontate, ma sono - in ultima analisi - una felice psicosi collettiva, da conservare con cura e resilienza.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Mi capita in mano questo libro di Vico, stampato nel millesettecento, ricoperto di pelle, con pagine piccole, la dedica al cardinale di turno, lo sfoglio e a un certo punto c&#39;è una pagina che è piegata su se stessa, delicatamente la apro, c&#39;è già uno strappo, la svolgo ancora e viene fuori una mappa cronologica del mondo, dal diluvio in poi, con tanto di datazione rispetto all&#39;inizio del mondo.</p>

<p>Resto affascinato dalla meccanica e dall&#39;interfaccia, l&#39;idea che i problemi che oggi abbiamo nel visualizzare tabelle negli ebook reader fossero già una rogna secoli fa con la carta; e ovviamente dalla intraprendenza di andare oltre l&#39;oggetto libro “ampliandolo” materialmente, in questo caso incollando una tabella che – aperta – è almeno quattro volte più grande del libro.</p>

<p>E la seconda cosa che mi affascina, una volta che mi metto a decifrare la tabella, è vedere come una manciata di anni fa, nel millesettecento, Vico affermasse che il diluvio fosse avvenuto milleseicento anni dopo la creazione del mondo, ovvero che il mondo tutto avesse giusto qualche migliaio di anni.</p>

<p>L&#39;ossatura di quello che noi sappiamo del mondo è recentissima e forse non sarebbe da dimenticare. Anche le impalcature di quello che è la nostra società civile talvolta le diamo per scontate, ma sono – in ultima analisi – una felice psicosi collettiva, da conservare con cura e resilienza.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/mi-capita-in-mano-questo-libro-di-vico-stampato-nel-millesettecento-ricoperto</guid>
      <pubDate>Wed, 27 May 2026 07:56:58 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Primo bagno in mare del 2026.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/primo-bagno-in-mare-del-2026</link>
      <description>&lt;![CDATA[Primo bagno in mare del 2026. Mentre ci avviciniamo alla prima spiaggia libera da scarichi, batteri fecali, costruzioni temporanee in cemento armato, sento all&#39;improvviso questo senso di deja-vu del cambio di stagione. L&#39;estate è davvero una dimensione diversa. Arriva il mio odore, quello della roba che mi circonda, fioriscono gli insetti tutto intorno a me - mi ricordo della consistenza della crema solare, mi entra letteralmente dentro: la inspiro. &#xA;&#xA;Ricordo quando - da bambino - l&#39;estate durava nella mia percezione un&#39;era millenaria. Adesso è un frammento. E mi succede questa cosa, mentre ancora sto andando, di sentire in anticipo la delusione di quando tutto questo finirà. Mi ricordo la sensazione degli anni scorsi di essere immerso nell&#39;acqua, guardare le case di questa o quella frazione ligure appesa alla collina, e pensare: è settembre e questo è il mio ultimo bagno e mi sembra ieri di aver fatto il primo. La paura di aver perso la capacità di godermi le cose e vedere le sensazioni scivolare via. Il terrore dell&#39;insensibilità.&#xA;&#xA;Poi mi getto in acqua, è gelida. Sento il corpo che prima manda una scarica di panico e poi di benessere, come si dice? Rinvigorente. Do bracciate, scatto verso il basso, tocco con una mano il fondo sabbioso, ritorno in alto. Emergo, respiro,  mi guardo attorno alla ricerca di un sorriso lontano. L&#39;unico modo di ricordare tutto sarebbe un&#39;estate infinita, penso. &#xA;&#xA;È maggio.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Primo bagno in mare del 2026. Mentre ci avviciniamo alla prima spiaggia libera da scarichi, batteri fecali, costruzioni temporanee in cemento armato, sento all&#39;improvviso questo senso di deja-vu del cambio di stagione. L&#39;estate è davvero una dimensione diversa. Arriva il mio odore, quello della roba che mi circonda, fioriscono gli insetti tutto intorno a me – mi ricordo della consistenza della crema solare, mi entra letteralmente dentro: la inspiro.</p>

<p>Ricordo quando – da bambino – l&#39;estate durava nella mia percezione un&#39;era millenaria. Adesso è un frammento. E mi succede questa cosa, mentre ancora sto andando, di sentire in anticipo la delusione di quando tutto questo finirà. Mi ricordo la sensazione degli anni scorsi di essere immerso nell&#39;acqua, guardare le case di questa o quella frazione ligure appesa alla collina, e pensare: è settembre e questo è il mio ultimo bagno e mi sembra ieri di aver fatto il primo. La paura di aver perso la capacità di godermi le cose e vedere le sensazioni scivolare via. Il terrore dell&#39;insensibilità.</p>

<p>Poi mi getto in acqua, è gelida. Sento il corpo che prima manda una scarica di panico e poi di benessere, come si dice? Rinvigorente. Do bracciate, scatto verso il basso, tocco con una mano il fondo sabbioso, ritorno in alto. Emergo, respiro,  mi guardo attorno alla ricerca di un sorriso lontano. L&#39;unico modo di ricordare tutto sarebbe un&#39;estate infinita, penso.</p>

<p>È maggio.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/primo-bagno-in-mare-del-2026</guid>
      <pubDate>Sun, 24 May 2026 16:16:18 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Alla mattina succede questa cosa, che quando sorge il sole, ad un certo punto,...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/alla-mattina-succede-questa-cosa-che-quando-sorge-il-sole-ad-un-certo-punto</link>
      <description>&lt;![CDATA[Alla mattina succede questa cosa, che quando sorge il sole, ad un certo punto, il viadotto autostradale si trova nel mezzo della linea immaginaria che corre tra la porta finestra della mia cucina e il sole stesso. Così la mia cucina entra ed esce dalla luce solare come in un film. All&#39;inizio non avevo capito il perché. Sono le auto che - lontane - passando sul viadotto coprono il sole mettendo in ombra o in luce la porta finestra. La mia cucina sembra i fotogrammi di una pellicola che adesso vivono la vita, adesso mostrano le quarte della scenografia. &#xA;&#xA;Sto cercando qualcosa che non trovo. Ho delle immagini di opere d&#39;arte che non trovo più su internet. La quantità di materiale che è sotto la scocca del digitale è insostenibile. Qualcosa mi illumina, una foto, la riproduzione di una montagna con un pastore o uno zappatore, non lo so. È a terra che dorme, come una cosa senza energia, prono. Cerco il quadro su internet, non lo trovo. Chiedo ai colleghi, mi mostrano cose simili. Forse non esiste. Un effetto Mandela che mi ronza nella testa, uno dei tanti. Una donna sorridente che porge una gallina uccisa. Anche questo non lo trovo, non come era nella mia testa.&#xA;&#xA;Il carico di stress, di responsabiilità percepita, di adagio e sottommissione che hanno le generazioni a partire dalla mia è superiore sotto alcuni aspetti a quello delle precedenti. In genere si pensa il contrario e c&#39;è una mitologia epica di molte generazioni che hanno subito o determinato alcuni strappi importanti della propria vita privata: le due guerre mondiali, il boom economico, l&#39;adesione alla visione produttiva occidentale. &#xA;&#xA;Molti della mia generazione, specie quelli che non appartengono ai piccoli rami dinastici di questa o quella famiglia imprenditoriale, sono nati e cresciuti in un mondo dove l&#39;utopia veniva progressivamente circoscritta ed erosa da quella che qualcuno avrebbe potuto chiamare &#34;la cognizione del vero&#34;. Sono nato in una società dopata che via via ha aumentato i suoi strumenti per indagare e darmi informazioni su ogni cosa in una scala tale da creare un disturbo cognitivo: a cascata una &#34;cognizione del falso&#34; come sistema di autotutela rispetto a una conoscenza che annichilisce.&#xA;&#xA;L&#39;utopia di un mondo migliore è stata rosa alla base dal fatto che - ragazzi - bella idea, ma non è sostenibile. Non ce la facciamo più. Anzi, dovete stringere i denti per tenere questi due o tre privilegi che questo sistema, l&#39;unico che riusciamo ad accettare, prova ancora a garantirvi.  &#xA;&#xA;Intendiamoci: il sistema è solidamente costruito su un impianto di occultamento del vero. Nessuno vuole davvero avere davanti agli occhi i costi della società occidentale. Ma l&#39;informazione è diventata permeabile, il limes della nostra ignoranza è determinato soprattuto dal nostro istinto di autoconservazione. E di tranquillità. Ma quando vedi un ragazzo vestito da Zelda che cammina per strada pensa a tutto l&#39;armamentario necessario per questa produzione del reale. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Alla mattina succede questa cosa, che quando sorge il sole, ad un certo punto, il viadotto autostradale si trova nel mezzo della linea immaginaria che corre tra la porta finestra della mia cucina e il sole stesso. Così la mia cucina entra ed esce dalla luce solare come in un film. All&#39;inizio non avevo capito il perché. Sono le auto che – lontane – passando sul viadotto coprono il sole mettendo in ombra o in luce la porta finestra. La mia cucina sembra i fotogrammi di una pellicola che adesso vivono la vita, adesso mostrano le quarte della scenografia.</p>

<p>Sto cercando qualcosa che non trovo. Ho delle immagini di opere d&#39;arte che non trovo più su internet. La quantità di materiale che è sotto la scocca del digitale è insostenibile. Qualcosa mi illumina, una foto, la riproduzione di una montagna con un pastore o uno zappatore, non lo so. È a terra che dorme, come una cosa senza energia, prono. Cerco il quadro su internet, non lo trovo. Chiedo ai colleghi, mi mostrano cose simili. Forse non esiste. Un effetto Mandela che mi ronza nella testa, uno dei tanti. Una donna sorridente che porge una gallina uccisa. Anche questo non lo trovo, non come era nella mia testa.</p>

<p>Il carico di stress, di responsabiilità percepita, di adagio e sottommissione che hanno le generazioni a partire dalla mia è superiore sotto alcuni aspetti a quello delle precedenti. In genere si pensa il contrario e c&#39;è una mitologia epica di molte generazioni che hanno subito o determinato alcuni strappi importanti della propria vita privata: le due guerre mondiali, il boom economico, l&#39;adesione alla visione produttiva occidentale.</p>

<p>Molti della mia generazione, specie quelli che non appartengono ai piccoli rami dinastici di questa o quella famiglia imprenditoriale, sono nati e cresciuti in un mondo dove l&#39;utopia veniva progressivamente circoscritta ed erosa da quella che qualcuno avrebbe potuto chiamare “la cognizione del vero”. Sono nato in una società dopata che via via ha aumentato i suoi strumenti per indagare e darmi informazioni su ogni cosa in una scala tale da creare un disturbo cognitivo: a cascata una “cognizione del falso” come sistema di autotutela rispetto a una conoscenza che annichilisce.</p>

<p>L&#39;utopia di un mondo migliore è stata rosa alla base dal fatto che – ragazzi – bella idea, ma non è sostenibile. Non ce la facciamo più. Anzi, dovete stringere i denti per tenere questi due o tre privilegi che questo sistema, l&#39;unico che riusciamo ad accettare, prova ancora a garantirvi.</p>

<p>Intendiamoci: il sistema è solidamente costruito su un impianto di occultamento del vero. Nessuno vuole davvero avere davanti agli occhi i costi della società occidentale. Ma l&#39;informazione è diventata permeabile, il limes della nostra ignoranza è determinato soprattuto dal nostro istinto di autoconservazione. E di tranquillità. Ma quando vedi un ragazzo vestito da Zelda che cammina per strada pensa a tutto l&#39;armamentario necessario per questa produzione del reale.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/alla-mattina-succede-questa-cosa-che-quando-sorge-il-sole-ad-un-certo-punto</guid>
      <pubDate>Sun, 24 May 2026 07:09:25 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>È interessante questo video che gira, non il video in sé che potete anche non...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/e-interessante-questo-video-che-gira-non-il-video-in-se-che-potete-anche-non</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;È interessante questo video che gira, non il video in sé che potete anche non vedere - ma il fatto, dove si vede l&#39;ex ceo di Google, Eric Schmidt, che parla ai ragazzi dell&#39;Università dell&#39;Arizona, se non sbaglio Arizona, e a un certo punto parla dell&#39;intelligenza artificiale e di come essa sia un punto imprescindibile del futuro sviluppo, non solo tecnologico. Invita i ragazzi ad abbracciare l&#39;intelligenza artificiale. E i ragazzi lo fischiano. &#xA;&#xA;Penso sia interessante perché questo imprenditore settantunenne dice ai ragazzi quale è il loro futuro, futuro disegnato da gente come lui e che lui vedrà ben poco, e a molti di questi ragazzi questa idea di futuro non piace quando - generazionalmente - dovrebbero essere invece il target perfetto per una rivoluzione tecnologica, l&#39;ennesima. &#xA;&#xA;C&#39;è uno scollamento tra questa perenne idea di erezione tecnologica, di performance progressiva e costante di quello che il futuro dovrebbe darci, il continuo abbracciare il nuovo &#34;different&#34; che un gruppo di imprenditori sempre più intossicati persegue a qualunque costo e taglio, e quello che viene visto come benessere sostenibile da una parte (non tutta, certo) delle nuove generazioni.&#xA;&#xA;Vinceranno loro, gli imprenditori, le foto di questi maschi bianchi dopati dal mercato che seguono in Cina il loro presidente per parlare con Xi sono qualcosa di così spregiudicato e irreale che non puoi nemmeno memarlo. Puoi solo sperare in una bolla, una capsula d&#39;aria che finisca nel sistema di circolo del sangue e arrivi al cervello e faccia saltare tutto. &#xA;&#xA;Sperare che il proprio futuro salti in aria e fischiarlo, questo pare restare alle nuove generazioni. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>È interessante questo video che gira, non il video in sé che potete anche non vedere – ma il fatto, dove si vede l&#39;ex ceo di Google, Eric Schmidt, che parla ai ragazzi dell&#39;Università dell&#39;Arizona, se non sbaglio Arizona, e a un certo punto parla dell&#39;intelligenza artificiale e di come essa sia un punto imprescindibile del futuro sviluppo, non solo tecnologico. Invita i ragazzi ad abbracciare l&#39;intelligenza artificiale. E i ragazzi lo fischiano.</p>

<p>Penso sia interessante perché questo imprenditore settantunenne dice ai ragazzi quale è il loro futuro, futuro disegnato da gente come lui e che lui vedrà ben poco, e a molti di questi ragazzi questa idea di futuro non piace quando – generazionalmente – dovrebbero essere invece il target perfetto per una rivoluzione tecnologica, l&#39;ennesima.</p>

<p>C&#39;è uno scollamento tra questa perenne idea di erezione tecnologica, di performance progressiva e costante di quello che il futuro dovrebbe darci, il continuo abbracciare il nuovo “different” che un gruppo di imprenditori sempre più intossicati persegue a qualunque costo e taglio, e quello che viene visto come benessere sostenibile da una parte (non tutta, certo) delle nuove generazioni.</p>

<p>Vinceranno loro, gli imprenditori, le foto di questi maschi bianchi dopati dal mercato che seguono in Cina il loro presidente per parlare con Xi sono qualcosa di così spregiudicato e irreale che non puoi nemmeno memarlo. Puoi solo sperare in una bolla, una capsula d&#39;aria che finisca nel sistema di circolo del sangue e arrivi al cervello e faccia saltare tutto.</p>

<p>Sperare che il proprio futuro salti in aria e fischiarlo, questo pare restare alle nuove generazioni.</p>
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      <pubDate>Wed, 20 May 2026 05:05:29 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Questa mattina in classe ho portato una dozzina di ragazzi di quinta a provare...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/questa-mattina-in-classe-ho-portato-una-dozzina-di-ragazzi-di-quinta-a-provare</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Questa mattina in classe ho portato una dozzina di ragazzi di quinta a provare questo esperimento di didattica in realtà virtuale che avevo preparato per loro. Si tratta di un ambiente che avevo già provato con successo una volta, qualcosa come due anni fa e poi basta, non aveva più funzionato. Per motivi che i tecnici non erano mai riusciti a capire, erano emersi problemi di rete che avevano reso l&#39;ambiente cooperativo lentissimo e non utilizzabile.&#xA;&#xA;Per un laboratorio con i ragazzi delle medie lo avevo riprovato qualche tempo fa scoprendo che quel tappo nella rete si era tolto, non ho idea del perché. Cioé, ho qualche sospetto, ma ininfluente ai fini della narrazione. Tra ieri e oggi ho portato due classi, ho presentato loro una teoria di oggetti geometrici associati a concetti visti in italiano o storia, e chiesto loro di creare degli alberi logici, spostando e unendo tra loro gli oggetti geometrici. &#xA;&#xA;L&#39;esperienza è stata piuttosto galvanizzante. Vedere gli studenti con un corpo vettoriale che si muovono nello spazio, scherzano fra loro, cazzeggiano e poi si mettono lì e uniscono Pascoli a Italy, trascinando 4321 sulla letteratura ergodica, si passano Diaz, cercano Pasolini, chiedono informazioni e si rispondono da soli, fanno errori, certo, e vanno avanti per un&#39;ora e mezzo, alcuni ancora dopo il suono della campanella dell&#39;intervallo, beh, ero piuttosto contento. E anche loro, dopo, sconvolti ma sorridenti. &#xA;&#xA;Non credo che quello sia il futuro, ma credo che sia una esperienza che possa fare venire idee su come possa diventarlo. Con tutti i suoi difetti, che sono tanti, è un venire catapultati in un mondo possibile dove il digitale diventa totalizzante. Tornare indietro, dopo è straniante. &#xA;&#xA;Incidentalmente poi, la sera, sono andato nella Basilica di San Siro. Sono entrato, la chiesa era piena, mi sono messo seduto su un inginocchiatoio e poi mi sono appoggiato su una colonna. Dopo un po&#39; sono entrati i musicisti, violinisti, archi e suonatore d&#39;organo. Nel silenzio della chiesa hanno avvicinato gli archetti ai loro strumenti e hanno iniziato a suonare. Rossini, Handel, Mozart, Haydn.&#xA;&#xA;Nel momento in cui la musica ha iniziato a sostituire i suoni e le voci si è creata come una frattura. Quella roba era irreale quanto quella digitale al mattino. Nella realtà si è aperta una feritoia e da lì è emerso un mondo che era composto di materia, estetica, storia, un avviluppo che per un&#39;ora e mezzo è restato lì mentre io ascoltavo, mi distraevo, restavo fulminato con il collo teso a seguire un passaggio, sentivo la schiena mandare fitte, mi chiedevo se Mozart o Haydn fossero coevi della rivoluzione francese, cercavo su internet, osservavo la gente, studiavo i movimenti delle braccia, i gesti dei musicisti, applaudivo. &#xA;&#xA;C&#39;è questa cosa nei concerti che sono unici, non puoi riascoltarli e riascoltarli, sei lì in quel momento e ti senti anche in colpa a non essere sempre collegato con quello che viene suonato. Sei in un ambiente e sei un povero essere umano. Anche stare lì è una condizione dell&#39;essere. E come spesso mi accade ho pensato che sarebbe carino portarci gli studenti, ma poi ho pensato anche che gli studenti a sentire Mozart si romperebbero i coglioni. Ci vorrebbe un lavoro preparatorio, tutto l&#39;armamentario che serve per fare in modo che una serie di roba incomprensibile e apparentemente amorfa diventi leggibile, mandi significato. Condizioni piaceri. Insomma, la cultura. &#xA;&#xA;E mentre ero lì, da solo, ad ascoltare, ho pensato alla fortuna che ho avuto, quella che ha fatto in modo di avere le competenze minime (ma proprio minime) per stare in piedi per un&#39;ora e mezzo a sentire musica da camera, sapere che non bisogna fare la cazzata di applaudire tra un movimento e l&#39;altro, riconoscere grossolanamente pattern e stilemi e /goderne/ un pochino. Che dono prezioso. E avere la fortuna di possederlo assieme a quello che sembra dall&#39;altra parte del mondo; di immaginarsi nodi vettoriali, imbastire visori, avere la determinazione di farci entrare dentro delle persone. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina in classe ho portato una dozzina di ragazzi di quinta a provare questo esperimento di didattica in realtà virtuale che avevo preparato per loro. Si tratta di un ambiente che avevo già provato con successo una volta, qualcosa come due anni fa e poi basta, non aveva più funzionato. Per motivi che i tecnici non erano mai riusciti a capire, erano emersi problemi di rete che avevano reso l&#39;ambiente cooperativo lentissimo e non utilizzabile.</p>

<p>Per un laboratorio con i ragazzi delle medie lo avevo riprovato qualche tempo fa scoprendo che quel tappo nella rete si era tolto, non ho idea del perché. Cioé, ho qualche sospetto, ma ininfluente ai fini della narrazione. Tra ieri e oggi ho portato due classi, ho presentato loro una teoria di oggetti geometrici associati a concetti visti in italiano o storia, e chiesto loro di creare degli alberi logici, spostando e unendo tra loro gli oggetti geometrici.</p>

<p>L&#39;esperienza è stata piuttosto galvanizzante. Vedere gli studenti con un corpo vettoriale che si muovono nello spazio, scherzano fra loro, cazzeggiano e poi si mettono lì e uniscono Pascoli a Italy, trascinando 4321 sulla letteratura ergodica, si passano Diaz, cercano Pasolini, chiedono informazioni e si rispondono da soli, fanno errori, certo, e vanno avanti per un&#39;ora e mezzo, alcuni ancora dopo il suono della campanella dell&#39;intervallo, beh, ero piuttosto contento. E anche loro, dopo, sconvolti ma sorridenti.</p>

<p>Non credo che quello sia il futuro, ma credo che sia una esperienza che possa fare venire idee su come possa diventarlo. Con tutti i suoi difetti, che sono tanti, è un venire catapultati in un mondo possibile dove il digitale diventa totalizzante. Tornare indietro, dopo è straniante.</p>

<p>Incidentalmente poi, la sera, sono andato nella Basilica di San Siro. Sono entrato, la chiesa era piena, mi sono messo seduto su un inginocchiatoio e poi mi sono appoggiato su una colonna. Dopo un po&#39; sono entrati i musicisti, violinisti, archi e suonatore d&#39;organo. Nel silenzio della chiesa hanno avvicinato gli archetti ai loro strumenti e hanno iniziato a suonare. Rossini, Handel, Mozart, Haydn.</p>

<p>Nel momento in cui la musica ha iniziato a sostituire i suoni e le voci si è creata come una frattura. Quella roba era irreale quanto quella digitale al mattino. Nella realtà si è aperta una feritoia e da lì è emerso un mondo che era composto di materia, estetica, storia, un avviluppo che per un&#39;ora e mezzo è restato lì mentre io ascoltavo, mi distraevo, restavo fulminato con il collo teso a seguire un passaggio, sentivo la schiena mandare fitte, mi chiedevo se Mozart o Haydn fossero coevi della rivoluzione francese, cercavo su internet, osservavo la gente, studiavo i movimenti delle braccia, i gesti dei musicisti, applaudivo.</p>

<p>C&#39;è questa cosa nei concerti che sono unici, non puoi riascoltarli e riascoltarli, sei lì in quel momento e ti senti anche in colpa a non essere sempre collegato con quello che viene suonato. Sei in un ambiente e sei un povero essere umano. Anche stare lì è una condizione dell&#39;essere. E come spesso mi accade ho pensato che sarebbe carino portarci gli studenti, ma poi ho pensato anche che gli studenti a sentire Mozart si romperebbero i coglioni. Ci vorrebbe un lavoro preparatorio, tutto l&#39;armamentario che serve per fare in modo che una serie di roba incomprensibile e apparentemente amorfa diventi <em>leggibile</em>, mandi significato. Condizioni piaceri. Insomma, la cultura.</p>

<p>E mentre ero lì, da solo, ad ascoltare, ho pensato alla fortuna che ho avuto, quella che ha fatto in modo di avere le competenze minime (ma proprio minime) per stare in piedi per un&#39;ora e mezzo a sentire musica da camera, sapere che non bisogna fare la cazzata di applaudire tra un movimento e l&#39;altro, riconoscere grossolanamente pattern e stilemi e /goderne/ un pochino. Che dono prezioso. E avere la fortuna di possederlo assieme a quello che sembra dall&#39;altra parte del mondo; di immaginarsi nodi vettoriali, imbastire visori, avere la determinazione di farci entrare dentro delle persone.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/diario/questa-mattina-in-classe-ho-portato-una-dozzina-di-ragazzi-di-quinta-a-provare</guid>
      <pubDate>Tue, 19 May 2026 21:44:21 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il mio secondo computer, avevo quattordici anni, era un Apple II illegale.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/il-mio-secondo-computer-avevo-quattordici-anni-era-un-apple-ii-illegale</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Il mio secondo computer, avevo quattordici anni, era un Apple II illegale. Un clone proveniente dai paesi orientali, Taiwan o qualche posto del genere. Al posto della scritta APPLE II, quando si accendeva, appariva la scritta ATON II. Come le scarpe Addas. Da buon clone offiriva anche delle cose che l&#39;originale non aveva, come le minuscole.&#xA;&#xA;Era affascinante avere queste macchine per ufficio, questi micro, home e personal computer che non sapevi bene da dove arrivassero, con l&#39;intero manuale originale fotocopiato alla ben e meglio o sottili fascicoli informativi con un rapido sommario del BASIC residente e poco altro. Tradotti da chissà che lingua. Un inglese folkloristico.&#xA;&#xA;Se avevi tredici/quattordici anni come il sottoscritto, riempivi gli spazi vuoti con l&#39;immaginazione e l&#39;estetica. Quelle macchine arrivavano da ogni parte, soprattutto gli home computer. Cloni, derivati, arrivavano allo SMAU, nelle riviste di informatica con i case/tastiera e la loro schedina di silicio che bruciava dentro, i sedici kappa di ram, le espansioni, i videogiochi su nastro o - costosissime - direttamente in scheda.&#xA;&#xA;Ricordo ancora quando per la prima volta infilai un disco del cp/m nel mio clone per usare la scheda z80 e mi trovai di fronte, di fatto, ad un altro computer di cui non capivo assolutamente niente. E mi mettevo lì a lanciare comandi e vedere quello che succedeva, cosa si eseguiva. Tutto senza specifiche, senza manuali, era roba crakkata che arrivava direttamente dagli Stati Uniti facendo chissà quali giri. Il gwbasic, il prolog, wordstar. Non bisognerebbe mai turbare il sonno della memoria.&#xA;&#xA;A quell&#39;epoca nella mia vita non era ancora arrivata la telematica, il computer iniziava e finiva lì. Quello che non c&#39;era si poteva provare a programmarlo e quello che non si poteva programmare si sognava. Terza opportunità si copiavano disketti, bulk da cinque pollici e un quarto. Ricordo ancora il gusto della plastica nera e di un materiale fibroso bianco che veniva messo all&#39;interno, ogni volta che con le forbici tagliavo un pezzo del floppy disk per poterne usare anche il secondo lato, poi mi mettevo in bocca il frammento di floppy ritagliato e lo masticavo.&#xA;&#xA;Tutto roba che morirà con me. Mangiavo la carta, masticavo la plastica. Cos&#39;altro. Pensavo di avere un corpo infinito. Rispondeva agli stimoli, a volte correvo senza motivo per le strade sconosciute della campagna, giusto per liberare l&#39;energia. L&#39;ho fatto per decenni. Ora che sono un po&#39; a pezzi, sono contento di averlo fatto, di aver avuto tutta quell&#39;energia muscolare dentro, tutta quella voglia di bruciare. E di averla bruciata. Poteva finire male. &#xA;&#xA;Ieri ho fatto vedere il video di me che salgo le scale spezzandomi in decine di venerandi ad alcune persone che hanno detto qualcosa del tipo &#39;venerandi devi farti vedere da uno bravo&#39;. Questo tipo di commento mi accompagna da quando ero un ragazzino. Ma adesso sono più tranquillo. Ho risposto che la creatività ha un costo. Decine e decine e decine di fallimentari, improbabili venerandi che fanno cose che li guardi e scuoti la testa. Può piacerti o non piacerti quello che faccio, può interessanti un frammento infinitesimale di quello che faccio o niente, non importa. Comunque di quello si nutre. Si tratta di una teoria di infinti venerandi che mangiano carta, plastica, che si moltiplicano, fanno cose possibili, rinunciano, escono di scena, lasciano residui.&#xA;&#xA;Tutto questo è molto egocentrico, ma almeno nel diario. In più c&#39;è questo fatto: ho avuto la fortuna, davvero fortuna, di essere riuscito nella mia vita a farmi vedere da uno bravo, come da consigli. In più di un&#39;occasione; E quello bravo mi ha detto, beh non male venerandi. Non male. Continua. Quindi non consigliatemi più di farmi vedere da uno bravo, perché quelli bravi mi portano a perdere. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il mio secondo computer, avevo quattordici anni, era un Apple II illegale. Un clone proveniente dai paesi orientali, Taiwan o qualche posto del genere. Al posto della scritta APPLE II, quando si accendeva, appariva la scritta ATON II. Come le scarpe Addas. Da buon clone offiriva anche delle cose che l&#39;originale non aveva, come le minuscole.</p>

<p>Era affascinante avere queste macchine per ufficio, questi micro, home e personal computer che non sapevi bene da dove arrivassero, con l&#39;intero manuale originale fotocopiato alla ben e meglio o sottili fascicoli informativi con un rapido sommario del BASIC residente e poco altro. Tradotti da chissà che lingua. Un inglese folkloristico.</p>

<p>Se avevi tredici/quattordici anni come il sottoscritto, riempivi gli spazi vuoti con l&#39;immaginazione e l&#39;estetica. Quelle macchine arrivavano da ogni parte, soprattutto gli home computer. Cloni, derivati, arrivavano allo SMAU, nelle riviste di informatica con i case/tastiera e la loro schedina di silicio che bruciava dentro, i sedici kappa di ram, le espansioni, i videogiochi su nastro o – costosissime – direttamente in scheda.</p>

<p>Ricordo ancora quando per la prima volta infilai un disco del cp/m nel mio clone per usare la scheda z80 e mi trovai di fronte, di fatto, ad un altro computer di cui non capivo assolutamente niente. E mi mettevo lì a lanciare comandi e vedere quello che succedeva, cosa si eseguiva. Tutto senza specifiche, senza manuali, era roba crakkata che arrivava direttamente dagli Stati Uniti facendo chissà quali giri. Il gwbasic, il prolog, wordstar. Non bisognerebbe mai turbare il sonno della memoria.</p>

<p>A quell&#39;epoca nella mia vita non era ancora arrivata la telematica, il computer iniziava e finiva lì. Quello che non c&#39;era si poteva provare a programmarlo e quello che non si poteva programmare si sognava. Terza opportunità si copiavano disketti, bulk da cinque pollici e un quarto. Ricordo ancora il gusto della plastica nera e di un materiale fibroso bianco che veniva messo all&#39;interno, ogni volta che con le forbici tagliavo un pezzo del floppy disk per poterne usare anche il secondo lato, poi mi mettevo in bocca il frammento di floppy ritagliato e lo masticavo.</p>

<p>Tutto roba che morirà con me. Mangiavo la carta, masticavo la plastica. Cos&#39;altro. Pensavo di avere un corpo infinito. Rispondeva agli stimoli, a volte correvo senza motivo per le strade sconosciute della campagna, giusto per liberare l&#39;energia. L&#39;ho fatto per decenni. Ora che sono un po&#39; a pezzi, sono contento di averlo fatto, di aver avuto tutta quell&#39;energia muscolare dentro, tutta quella voglia di bruciare. E di averla bruciata. Poteva finire male.</p>

<p>Ieri ho fatto vedere il video di me che salgo le scale spezzandomi in decine di venerandi ad alcune persone che hanno detto qualcosa del tipo &#39;venerandi devi farti vedere da uno bravo&#39;. Questo tipo di commento mi accompagna da quando ero un ragazzino. Ma adesso sono più tranquillo. Ho risposto che la creatività ha un costo. Decine e decine e decine di fallimentari, improbabili venerandi che fanno cose che li guardi e scuoti la testa. Può piacerti o non piacerti quello che faccio, può interessanti un frammento infinitesimale di quello che faccio o niente, non importa. Comunque di quello si nutre. Si tratta di una teoria di infinti venerandi che mangiano carta, plastica, che si moltiplicano, fanno cose possibili, rinunciano, escono di scena, lasciano residui.</p>

<p>Tutto questo è molto egocentrico, ma almeno nel diario. In più c&#39;è questo fatto: ho avuto la fortuna, davvero fortuna, di essere riuscito nella mia vita a farmi vedere da uno bravo, come da consigli. In più di un&#39;occasione; E quello bravo mi ha detto, beh non male venerandi. Non male. Continua. Quindi non consigliatemi più di farmi vedere da uno bravo, perché quelli bravi mi portano a perdere.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/il-mio-secondo-computer-avevo-quattordici-anni-era-un-apple-ii-illegale</guid>
      <pubDate>Mon, 18 May 2026 17:29:22 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Credo che il brano di Prince costruito in realtà con l&#39;intelligenza...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/credo-che-il-brano-di-prince-costruito-in-realta-con-lintelligenza</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Credo che il brano di Prince costruito in realtà con l&#39;intelligenza artificiale, al di là del fatto che non regga per l&#39;intera durata del pezzo, costituisca un primo drammatico incontro con una sorta di nave di Teseo della pratica culturale. Poniamo, per ipotesi, che qualcuno riesca a ricreare un brano di Prince (ma il discorso vale ovviamente - non solo per qualunque artista - ma anche per altri media) che riproduca tutti gli stilemi vocali, musicali e di arrangiamento di Prince. Quello caricato su YouTube la settimana scorsa ci andava vicino, almeno nel primo minuto e mezzo.&#xA;&#xA;Quello che voglio dire: mentre ascoltavo lo snippet del brano, sentivo e riconoscevo quello che a me piaceva di Prince, la sua voce, il fraseggio, il passare da un tono all&#39;altro della voce, l&#39;uso dei cori e tutti gli altri elementi che rendono la musica di Prince, Prince. In quel riconoscimento, in quell&#39;agnizione che avviene ogni volta che trovo e riconosco un prodotto artistico o culturale che appartiene alla mia storia, avveniva una sorta di mimesi: facevo entrare quel frammento musicale all&#39;interno della mia storia perché quel pezzo aveva la password di accesso alla mia memoria. Valeva la pena, tra le tante cose che abitano il mondo, di diventare una parte di me e viceversa. &#xA;&#xA;È una duplice metamorfosi l&#39;incontro con un prodotto culturale: noi che leggiamo, ascoltiamo, giochiamo o guardiamo il prodotto siamo investiti dal panorama delle tecniche, dei contenuti e dell&#39;immanenza dell&#39;opera (il fatto che sia lì, in quel momento, per noi) e - nello stesso tempo - l&#39;opera è deformata dalla nostra lettura, dal nostro gusto e dalla nostra interpretazone. Tanto noi siamo cambiati dall&#39;opera, tanto l&#39;opera è modificata nel suo scopo da quello che noi, come singoli fruitori della stessa, la sfruttiamo per cose e in modi che l&#39;artista potrebbe non avere nemmeno pensato.&#xA;&#xA;In quest&#39;ottica ascoltare una non-canzone di Prince e farla entrare di dentro di sé come brano di Prince perché si è mascherato come tale, fa sì che questo rischi di diventare davvero di Prince, perché la nostra proiezione lo rende tale. Mangiare qualcosa, qualunque cosa, rende quella cosa cibo, che lo fosse o meno. &#xA;&#xA;Il passaggio è drammatico perché scompare quel rapporto di fiducia che abbiamo sempre avuto verso quella cosa indistinta che definiamo &#39;autore&#39; o &#39;creatore&#39;. Ci sono persone verso cui proviamo una fiducia e una sorta di amore/odio intellettuale verso cui instauriamo un canale privilegiato di comunicazione. Artisti, registi, musicisti, programmatori, giornalisti, scrittori. Una serie di codici, di stili, di strumenti ci permettono di definirli, di seguirli nel loro percorso, di definire i cippi chilometrici della loro biografica e di trarre alla fine quel (un po&#39; patetico) vangelo storico della loro esistenza.&#xA;&#xA;Tutta la storia della letteratura, per dire, è costruita così. Ora: nasceranno con queste tecniche di creazione algoritmiche prodotti che sono una derivazione di tutto quel vangelo, che non potrebbero esistere senza un carico di dati e di addestramento che parte dalla massa di informazioni, stilemi, opere che ogni singolo artista si è lasciato dietro. Questi prodotti saranno e non saranno dell&#39;artista, perché in realtà c&#39;è un secondo artista, quello che allestisce il clone; ma questo secondo artista non potrebbe fare nulla senza la massa algoritmica dell&#39;addestramento basata sul primo. &#xA;&#xA;Ma per me che ascolto il problema è drammatico perché - da oggi in poi - ogni prodotto culturale è un cavallo di Troia, un qualcosa che finge di essere qualcos&#39;altro e che - attenzione - è composto della sua stessa sostanza. L&#39;intelligenza artificiale ha smontato fibra per fibra il cavallo di Troia e l&#39;ha ricostruito della stessa sostanza dell&#39;originale, solo che non lo è. Ma a questo punto, nel momento in cui il nuovo prodotto è composto della stessa sostanza dell&#39;originale, che ha le password per entrare nel mio immaginario e diventare memoria della mia vita, quanto è ancora importante che esista un autore dietro? &#xA;&#xA;È - per certi aspetti - la morte dell&#39;autore e la nascita di un prompter che si nutre di carogne dell&#39;autore, se ne addestra gli intestini e poi metamorfizza in lui. E i prompter sono potenzialmente migliaia, una volta avvenuto l&#39;addestramento chiunque può creare metamorfosi. L&#39;autore, la sua storia, quel rapporto distorto che ha con i fruitori della sua opera possono anche non esistere più quando chiunque, a questo punto anche il fruitore stesso, può autonomamente creare un simulacro del piacere. &#xA;&#xA;Pezzi come quello caricato su Youtube la settimana scorsa fanno morire Prince una seconda volta, perché uccidono l&#39;idea di autore unico, uccidono l&#39;idea di artista come ce la consegnava con un po&#39; di ingenuità il novecento. E questo crea - in me - un certo livello di eccitazione e di sgomento.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Credo che il brano di Prince costruito in realtà con l&#39;intelligenza artificiale, al di là del fatto che non regga per l&#39;intera durata del pezzo, costituisca un primo drammatico incontro con una sorta di nave di Teseo della pratica culturale. Poniamo, per ipotesi, che qualcuno riesca a ricreare un brano di Prince (ma il discorso vale ovviamente – non solo per qualunque artista – ma anche per altri media) che riproduca tutti gli stilemi vocali, musicali e di arrangiamento di Prince. Quello caricato su YouTube la settimana scorsa ci andava vicino, almeno nel primo minuto e mezzo.</p>

<p>Quello che voglio dire: mentre ascoltavo lo snippet del brano, sentivo e riconoscevo quello che a me piaceva di Prince, la sua voce, il fraseggio, il passare da un tono all&#39;altro della voce, l&#39;uso dei cori e tutti gli altri elementi che rendono la musica di Prince, Prince. In quel riconoscimento, in quell&#39;agnizione che avviene ogni volta che trovo e riconosco un prodotto artistico o culturale che appartiene alla mia storia, avveniva una sorta di mimesi: facevo entrare quel frammento musicale all&#39;interno della mia storia perché quel pezzo aveva la password di accesso alla mia memoria. Valeva la pena, tra le tante cose che abitano il mondo, di diventare una parte di me e viceversa.</p>

<p>È una duplice metamorfosi l&#39;incontro con un prodotto culturale: noi che leggiamo, ascoltiamo, giochiamo o guardiamo il prodotto siamo investiti dal panorama delle tecniche, dei contenuti e dell&#39;immanenza dell&#39;opera (il fatto che sia lì, in quel momento, per noi) e – nello stesso tempo – l&#39;opera è deformata dalla nostra lettura, dal nostro gusto e dalla nostra interpretazone. Tanto noi siamo cambiati dall&#39;opera, tanto l&#39;opera è modificata nel suo scopo da quello che noi, come singoli fruitori della stessa, la sfruttiamo per cose e in modi che l&#39;artista potrebbe non avere nemmeno pensato.</p>

<p>In quest&#39;ottica ascoltare una non-canzone di Prince e farla entrare di dentro di sé come brano di Prince perché si è mascherato come tale, fa sì che questo rischi di diventare davvero di Prince, perché la nostra proiezione lo rende tale. Mangiare qualcosa, qualunque cosa, rende quella cosa cibo, che lo fosse o meno.</p>

<p>Il passaggio è drammatico perché scompare quel rapporto di fiducia che abbiamo sempre avuto verso quella cosa indistinta che definiamo &#39;autore&#39; o &#39;creatore&#39;. Ci sono persone verso cui proviamo una fiducia e una sorta di amore/odio intellettuale verso cui instauriamo un canale privilegiato di comunicazione. Artisti, registi, musicisti, programmatori, giornalisti, scrittori. Una serie di codici, di stili, di strumenti ci permettono di definirli, di seguirli nel loro percorso, di definire i cippi chilometrici della loro biografica e di trarre alla fine quel (un po&#39; patetico) vangelo storico della loro esistenza.</p>

<p>Tutta la storia della letteratura, per dire, è costruita così. Ora: nasceranno con queste tecniche di creazione algoritmiche prodotti che sono una derivazione di tutto quel vangelo, che non potrebbero esistere senza un carico di dati e di addestramento che parte dalla massa di informazioni, stilemi, opere che ogni singolo artista si è lasciato dietro. Questi prodotti saranno e non saranno dell&#39;artista, perché in realtà c&#39;è un secondo artista, quello che allestisce il clone; ma questo secondo artista non potrebbe fare nulla senza la massa algoritmica dell&#39;addestramento basata sul primo.</p>

<p>Ma per me che ascolto il problema è drammatico perché – da oggi in poi – ogni prodotto culturale è un cavallo di Troia, un qualcosa che finge di essere qualcos&#39;altro e che – attenzione – è composto della sua stessa sostanza. L&#39;intelligenza artificiale ha smontato fibra per fibra il cavallo di Troia e l&#39;ha ricostruito della stessa sostanza dell&#39;originale, solo che non lo è. Ma a questo punto, nel momento in cui il nuovo prodotto è composto della stessa sostanza dell&#39;originale, che ha le password per entrare nel mio immaginario e diventare memoria della mia vita, quanto è ancora importante che esista un autore dietro?</p>

<p>È – per certi aspetti – la morte dell&#39;autore e la nascita di un prompter che si nutre di carogne dell&#39;autore, se ne addestra gli intestini e poi metamorfizza in lui. E i prompter sono potenzialmente migliaia, una volta avvenuto l&#39;addestramento chiunque può creare metamorfosi. L&#39;autore, la sua storia, quel rapporto distorto che ha con i fruitori della sua opera possono anche non esistere più quando chiunque, a questo punto anche il fruitore stesso, può autonomamente creare un simulacro del piacere.</p>

<p>Pezzi come quello caricato su Youtube la settimana scorsa fanno morire Prince una seconda volta, perché uccidono l&#39;idea di autore unico, uccidono l&#39;idea di artista come ce la consegnava con un po&#39; di ingenuità il novecento. E questo crea – in me – un certo livello di eccitazione e di sgomento.</p>
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      <pubDate>Sun, 17 May 2026 05:07:50 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Oggi in auto pensavo - molto banalmente - al fatto che quando insegno cerco di...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/oggi-in-auto-pensavo-molto-banalmente-al-fatto-che-quando-insegno-cerco-di</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Oggi in auto pensavo - molto banalmente - al fatto che quando insegno cerco di creare delle forme di quello che stiamo studiando, far recitare i ragazzi, fargli creare dei video o fargli sentire - quando posso - le sonorità delle diverse epoche attraversate, il combattimento tra Tancredi e Clorinda, Sanguineti e Berio, l&#39;intonarumori di Russolo, i ragionamenti di Banchieri e parlare anche con quelli del tecnico informatico di cose che non hanno in programma, di arte, mostrare alcune cose, Un chien andalou di Bunuel e Dalì, eccetera, cercare poi collegamenti con il mondo dell&#39;informatica, i videogame, eccetera. &#xA;&#xA;Ogni tanto mi chiedo se non dovrei limitarmi a seguire il libro di testo o di dare loro lo standard scolastico di letteratura invece che queste forme ibride che costano tempo e che apparentemente potrebbero sembrare distanti dai canoni della letteratura e dal mondo scuola. Il fatto è che penso che ogni docente possa e debba condividere anche (ma non solo, beninteso) quello che è il proprio percorso culturale, le proprie passioni e anche il background di quello che è stato il cammino scolastico e lavorativo che si è fatto. &#xA;&#xA;Non può esistere uno standard dell&#39;educatore come non esiste una voce standard. Abbiamo la voce che abbiamo, i genitali, i peli ci cresono in certe parti del corpo e non in altre. Siamo passati per gli anni della nostra generazione precipitando a vuoto verso il cielo, avevo scritto, e tutto quello che abbiamo respirato ha fatto parte della nostra materia. Come insetti abbiamo divorato la nostra dieta culturale e - anche se avessimo dimenticato tutto- le fibre del nostro corpo di quello sono composte. &#xA;&#xA;E quindi oggi in auto pensavo che - in fondo, nel mio caso specifico - io sono un certo tipo di persona che insegna come insegna anche perché ho studiato all&#39;Università di lettere, e ovviamente ho dato i miei esami di letteratura e di storia, ci mancherebbe, ma negli stessi anni ho dato i miei esami di storia della musica, di storia e critica del film e del cinema, di storia del teatro e dello spettacolo, di drammaturgia greca e romana, di arte medievale, moderna, contemporanea e orientale, di letteratura teatrale e anche perché sono stato negli scout, ho trasformato Kipling in giochi collettivi, la bibbia in drammatizzazioni, le conoscenze in attività e lanci, e nella mia dieta culturale c&#39;è stato Svevo, certo, Pirandello, Dante, Pasolini, Strindberg ma anche Otomo, Miller, Moebius, Welles, Einsenstein, Miyazaki, la Atari, la Activision, la Annapurna, David Crane, Berio o Prince. &#xA;&#xA;Non sono tutta quella roba, ma sono pieno di scorie di quella roba, la materia di cui sono composto, anche questo mal di testa che stamattina mi attraversa la parte destra della testa, anche quello è annegato lì dentro. E quella roba, molta di quella roba, brilla, risplende, è ricolma di bellezza, anche quella più rancida e autodistruttiva. Quindi, secondo te, dopo aver assaporato la bellezza, dovrei scegliere di essere un mostro?&#xA;&#xA;La mia medico mi ha dato un nuovo piano terapeutico. Ma prima il video. Ieri sera ho fatto al volo questo video, che poi non ho messo online, perché effettivamente non era venuto bene, il testo, un po&#39; semplicistico era più o meno questo: se io mettessi su una linea tutti gli errori che ho fatto, anche solo limitandomi a quelli che ho fatto sapendo di farli nel momento che li facevo, i peggiori, dicevo, se li mettessi tutti su una linea, otterrei una cosa densa e colante, un ammontare pesante e torbido di  mancanze e paure, di rabbia e predestinazione. E la cosa divertente, dicevo nel video, è che non avrei nemmeno la collezione completa. Per quanto fosse lunga questa teoria di errori non sarebbe ancora la collezione completa ed è per questo che continuo, ancora oggi 2026 o 2040 quando siamo, non ricordo, che continuo ancora a farne e che - guardando in avanti - so che ancora ne farò nonostante tutta l&#39;esperienza che ho accumulato come una qualunque macchina stocastica, ancora e ancora con lo stesso peso e lo stesso sbalordimento. Miro - dico - alla collezione completa, per poi rivenderla agli appassionati e collezionisti appunto.&#xA;&#xA;Sulle pastiglie che prendo, completamente bianche, c&#39;è una scritta azzurra, inizialmente avevo pensato fosse INRI, il che avrebbe dato una svolta radicale alla mia visione medico-religiosa, invece è IM epoi un segno che sembra una mezza H, a cui manca un asticella. Dovrò studiare le prossime per vedere se è un errore di stampa di questa singola pastiglia. È un banale antibiotico. Anyway. Mangiare qualcosa su cui è stampato qualcosa con caratteri tipografici, mi fa un certo effetto. Come se potesse esistere una ulteriore forma di trasmissione di conoscenza attraverso la digestione di lemmi tipografici. Come quando, da bambino, strappavo le pagine dei fogli stampati e le mangiavo.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Oggi in auto pensavo – molto banalmente – al fatto che quando insegno cerco di creare delle forme di quello che stiamo studiando, far recitare i ragazzi, fargli creare dei video o fargli sentire – quando posso – le sonorità delle diverse epoche attraversate, il combattimento tra Tancredi e Clorinda, Sanguineti e Berio, l&#39;intonarumori di Russolo, i ragionamenti di Banchieri e parlare anche con quelli del tecnico informatico di cose che non hanno in programma, di arte, mostrare alcune cose, Un chien andalou di Bunuel e Dalì, eccetera, cercare poi collegamenti con il mondo dell&#39;informatica, i videogame, eccetera.</p>

<p>Ogni tanto mi chiedo se non dovrei limitarmi a seguire il libro di testo o di dare loro lo standard scolastico di letteratura invece che queste forme ibride che costano tempo e che apparentemente potrebbero sembrare distanti dai canoni della letteratura e dal mondo scuola. Il fatto è che penso che ogni docente possa e debba condividere anche (ma non solo, beninteso) quello che è il proprio percorso culturale, le proprie passioni e anche il background di quello che è stato il cammino scolastico e lavorativo che si è fatto.</p>

<p>Non può esistere uno standard dell&#39;educatore come non esiste una voce standard. Abbiamo la voce che abbiamo, i genitali, i peli ci cresono in certe parti del corpo e non in altre. Siamo passati per gli anni della nostra generazione precipitando a vuoto verso il cielo, avevo scritto, e tutto quello che abbiamo respirato ha fatto parte della nostra materia. Come insetti abbiamo divorato la nostra dieta culturale e – anche se avessimo dimenticato tutto- le fibre del nostro corpo di quello sono composte.</p>

<p>E quindi oggi in auto pensavo che – in fondo, nel mio caso specifico – io sono un certo tipo di persona che insegna come insegna anche perché ho studiato all&#39;Università di lettere, e ovviamente ho dato i miei esami di letteratura e di storia, ci mancherebbe, ma negli stessi anni ho dato i miei esami di storia della musica, di storia e critica del film e del cinema, di storia del teatro e dello spettacolo, di drammaturgia greca e romana, di arte medievale, moderna, contemporanea e orientale, di letteratura teatrale e anche perché sono stato negli scout, ho trasformato Kipling in giochi collettivi, la bibbia in drammatizzazioni, le conoscenze in attività e lanci, e nella mia dieta culturale c&#39;è stato Svevo, certo, Pirandello, Dante, Pasolini, Strindberg ma anche Otomo, Miller, Moebius, Welles, Einsenstein, Miyazaki, la Atari, la Activision, la Annapurna, David Crane, Berio o Prince.</p>

<p>Non sono tutta quella roba, ma sono pieno di scorie di quella roba, la materia di cui sono composto, anche questo mal di testa che stamattina mi attraversa la parte destra della testa, anche quello è annegato lì dentro. E quella roba, molta di quella roba, brilla, risplende, è ricolma di bellezza, anche quella più rancida e autodistruttiva. Quindi, secondo te, dopo aver assaporato la bellezza, dovrei scegliere di essere un mostro?</p>

<p>La mia medico mi ha dato un nuovo piano terapeutico. Ma prima il video. Ieri sera ho fatto al volo questo video, che poi non ho messo online, perché effettivamente non era venuto bene, il testo, un po&#39; semplicistico era più o meno questo: se io mettessi su una linea tutti gli errori che ho fatto, anche solo limitandomi a quelli che ho fatto sapendo di farli nel momento che li facevo, i peggiori, dicevo, se li mettessi tutti su una linea, otterrei una cosa densa e colante, un ammontare pesante e torbido di  mancanze e paure, di rabbia e predestinazione. E la cosa divertente, dicevo nel video, è che non avrei nemmeno la collezione completa. Per quanto fosse lunga questa teoria di errori non sarebbe ancora la collezione completa ed è per questo che continuo, ancora oggi 2026 o 2040 quando siamo, non ricordo, che continuo ancora a farne e che – guardando in avanti – so che ancora ne farò nonostante tutta l&#39;esperienza che ho accumulato come una qualunque macchina stocastica, ancora e ancora con lo stesso peso e lo stesso sbalordimento. Miro – dico – alla collezione completa, per poi rivenderla agli appassionati e collezionisti appunto.</p>

<p>Sulle pastiglie che prendo, completamente bianche, c&#39;è una scritta azzurra, inizialmente avevo pensato fosse INRI, il che avrebbe dato una svolta radicale alla mia visione medico-religiosa, invece è IM epoi un segno che sembra una mezza H, a cui manca un asticella. Dovrò studiare le prossime per vedere se è un errore di stampa di questa singola pastiglia. È un banale antibiotico. Anyway. Mangiare qualcosa su cui è stampato qualcosa con caratteri tipografici, mi fa un certo effetto. Come se potesse esistere una ulteriore forma di trasmissione di conoscenza attraverso la digestione di lemmi tipografici. Come quando, da bambino, strappavo le pagine dei fogli stampati e le mangiavo.</p>
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      <pubDate>Thu, 14 May 2026 04:49:31 +0000</pubDate>
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      <title>In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno.</title>
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      <description>&lt;![CDATA[In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così - lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato e la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D&#39;altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno. &#xA;&#xA;Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma - facendo una rapida classifica - nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all&#39;isola delle chiatte a leggere. &#xA;&#xA;Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l&#39;inverno più freddo, il tutto ha un&#39;aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l&#39;espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all&#39;ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia &amp; incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e - soprattutto - pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po&#39; lucido. &#xA;&#xA;Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta - uh - ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all&#39;isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.&#xA;&#xA;Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all&#39;isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po&#39; il magnifico, si raccontano un po&#39; di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall&#39;essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.&#xA;&#xA;E il ragazzo le chiede, &#34;ma tutto dall&#39;inizio?&#34; e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora &#34;parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l&#39;assassino&#34; e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell&#39;occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.&#xA;&#xA;Ecco, pensare che tre ragazzi di quell&#39;età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell&#39;entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell&#39;età, ecco, mi ha un po&#39; commosso. Un po&#39;. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c&#39;è sempre stata e che non finirà mai.&#xA;&#xA;Non ho più scritto aggiornamenti sul programma per scrivere romanzi senza scrolling video, perché il programmatore ha introdotto un bug sostanzioso e ora sta faticando a risolverlo perché - nel frattempo - deve anche lavorare per vivere. Empatizzo, mi ricorda il mondo della poesia, dove dobbiamo fare cultura e avanguardia nei ritagli di tempo, con bambini che ci piangono in braccio, pannolini da stoccare, haters a ogni angolo di strada, soldi reali e sporchi da portare a casa e una competizione annichilente. Figurati, prenditela comoda, tanto il romanzo che sto scrivendo con il tuo software non lo finirò mai.&#xA;&#xA;Ogni tanto, quando parlo delle cose che mi appassionano, per un po&#39;, qualcuno rimane stupito e mi dice &#34;ma venerandi, ma quante ne sai!&#34;. Stanotte ho fatto il conto e secondo me poco più di un centinaio, 187 circa. Quelle le so. Come mettere uno zoccolo, come piastrellare superfici non troppo complesse, mettere o togliere tasselli, mettere tasselli di legno, leggere una poesia e farne una analisi metrica non troppo analitica, leggere testi scritti da gente più intelligente di me, scrivere da dio ma anche in maniera urbana e dozzinale, scrivere script in diversi linguaggi, utilizzare periferiche, contestualizzare un tot di avvenimenti storici usando le date faro, provare compassione (questa con grossi limiti) e via dicendo. Arrivo a stento a 187.&#xA;&#xA;So che l&#39;universo è nato più di cinque miliardi di anni fa, anche se non c&#39;ero, so che si sono succeduti eventi catastrofici, processi chimici, batteri, animali acquatici che poi - con incredibile lentezza - si sono mossi in altre parti della terra, dinosauri, pterodattili e poi anche l&#39;uomo, o quel che ne restava, una tra le tante bestie dei mondo, so che una nave aliena si è incagliata nel nostro mondo e - per riparare i suoi meccanismi tricofici ha utilizzato gli esseri umani come forza lavoro, dotandoli di quella rogna che è la consapevolezza di sé e donandogli alla fine alcune tecnologie che gli uomini per millenni e millenni non sono stati in grado di utilizzare perché ben integrata nella natura come la penicillina e l&#39;ukulele.  &#xA;&#xA;Non molto di più, centoottantasette; per dire non sono sicuro nemmeno di aver scritto correttamente penicillina. Tutto quello che si allontana dalle 187 cose primarie lo so solo se vado a controllare. Ma questa capacitià, di sapere trovare le cose che mi servono in breve tempo, conta solo come una anche se oggi sta diventando sempre più totalizzante. È sempre meno utile sapere le cose, perché le cose da sapere sono sempre di più, di campi semantici diversi e in perenne mutazione. Insegniamo cose ai nostri studenti come se fossero vere da sempre e per sempre, ma sono barbagli, fiammelle destinate a mutare e bruciare via, lampi che mostrano per un attimo la terra - la nostra coscienza - attonita, e poi via. &#xA;&#xA;Butto via libri, in questo periodo, del cui contenuto oggi ci vergogneremmo. Dopo che l&#39;ho scritta sono rimasto un po&#39; ad osservarla. Bella &#34;vergogneremmo&#34;. Sembra un transatlantico lessicale. Quanta roba potrebbe salire sul quel vergogneremmo prima di farlo affondare. Comunque. Testi di storia del ventennio fascista, difesa della razza, manuali di letteratura bolsi che analizzano poeti dimenticati da tutti, per fortuna, visioni filosofiche asfittiche, libri di scienza - oggi - imbarazzanti. Il grosso della produzione umana è impregnato della vergogna di aver vissuto in un determinato tempo, con un certo linguaggio e non un altro, con tutto un carico di relitti ideologici, ratti, cantanti evirati e l&#39;atroce consapevolezza - di alcuni - che la vita è breve.&#xA;&#xA;Ieri sera ho visto alcuni video su youtube di un comico italiano di cui ora mi sfugge il nome, un personaggio brillante e geniale, alcuni video sono puro genio, e poi ci sono i suoi ultimi di lui ormai anziano che - imbruttito forse - si fa riprendere mentre parla male di tutto e tutti. Rancoroso e - immagino - deluso. Va bene. In mezzo ho visto questa intervista a un cantante di cui ho comprato l&#39;anno scorso un album curioso che mi ricordava la musica che ascoltavo quando ero dark, comunque, il cantante a un certo punto diceva qualcosa del tipo &#34;è bello quando la musica pop ricorda ai suoi ascoltatori che devono morire&#34; e poi ha riso, si è fermato come per un attimo e poi ha aggiunto &#34;Prince - penso - faceva qualcosa del genere&#34;. &#xA;&#xA;E sono rimasto sbalordito perché erano due mondi musicalmente distanti anni luce, ma era vero. C&#39;era in Prince questo messaggio religioso costante, che vivremo poco, tutto sommato, dobbiamo - è vero - goderci la vita prima della fine, ma anche essere consapevoli che tutto è breve e che di noi, dopo la decomposizione, resterà appena una patina, l&#39;amore. &#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così – lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato e la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D&#39;altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno.</p>

<p>Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma – facendo una rapida classifica – nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all&#39;isola delle chiatte a leggere.</p>

<p>Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l&#39;inverno più freddo, il tutto ha un&#39;aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l&#39;espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all&#39;ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia &amp; incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e – soprattutto – pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po&#39; lucido.</p>

<p>Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta – uh – ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all&#39;isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.</p>

<p>Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all&#39;isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po&#39; il magnifico, si raccontano un po&#39; di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall&#39;essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.</p>

<p>E il ragazzo le chiede, “ma tutto dall&#39;inizio?” e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora “parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l&#39;assassino” e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell&#39;occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.</p>

<p>Ecco, pensare che tre ragazzi di quell&#39;età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell&#39;entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell&#39;età, ecco, mi ha un po&#39; commosso. Un po&#39;. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c&#39;è sempre stata e che non finirà mai.</p>

<p>Non ho più scritto aggiornamenti sul programma per scrivere romanzi senza scrolling video, perché il programmatore ha introdotto un bug sostanzioso e ora sta faticando a risolverlo perché – nel frattempo – deve anche lavorare per vivere. Empatizzo, mi ricorda il mondo della poesia, dove dobbiamo fare cultura e avanguardia nei ritagli di tempo, con bambini che ci piangono in braccio, pannolini da stoccare, haters a ogni angolo di strada, soldi reali e sporchi da portare a casa e una competizione annichilente. Figurati, prenditela comoda, tanto il romanzo che sto scrivendo con il tuo software non lo finirò mai.</p>

<p>Ogni tanto, quando parlo delle cose che mi appassionano, per un po&#39;, qualcuno rimane stupito e mi dice “ma venerandi, ma quante ne sai!”. Stanotte ho fatto il conto e secondo me poco più di un centinaio, 187 circa. Quelle le so. Come mettere uno zoccolo, come piastrellare superfici non troppo complesse, mettere o togliere tasselli, mettere tasselli di legno, leggere una poesia e farne una analisi metrica non troppo analitica, leggere testi scritti da gente più intelligente di me, scrivere da dio ma anche in maniera urbana e dozzinale, scrivere script in diversi linguaggi, utilizzare periferiche, contestualizzare un tot di avvenimenti storici usando le date faro, provare compassione (questa con grossi limiti) e via dicendo. Arrivo a stento a 187.</p>

<p>So che l&#39;universo è nato più di cinque miliardi di anni fa, anche se non c&#39;ero, so che si sono succeduti eventi catastrofici, processi chimici, batteri, animali acquatici che poi – con incredibile lentezza – si sono mossi in altre parti della terra, dinosauri, pterodattili e poi anche l&#39;uomo, o quel che ne restava, una tra le tante bestie dei mondo, so che una nave aliena si è incagliata nel nostro mondo e – per riparare i suoi meccanismi tricofici ha utilizzato gli esseri umani come forza lavoro, dotandoli di quella rogna che è la consapevolezza di sé e donandogli alla fine alcune tecnologie che gli uomini per millenni e millenni non sono stati in grado di utilizzare perché ben integrata nella natura come la penicillina e l&#39;ukulele.</p>

<p>Non molto di più, centoottantasette; per dire non sono sicuro nemmeno di aver scritto correttamente penicillina. Tutto quello che si allontana dalle 187 cose primarie lo so solo se vado a controllare. Ma questa capacitià, di sapere trovare le cose che mi servono in breve tempo, conta solo come una anche se oggi sta diventando sempre più totalizzante. È sempre meno utile sapere le cose, perché le cose da sapere sono sempre di più, di campi semantici diversi e in perenne mutazione. Insegniamo cose ai nostri studenti come se fossero vere da sempre e per sempre, ma sono barbagli, fiammelle destinate a mutare e bruciare via, lampi che mostrano per un attimo la terra – la nostra coscienza – attonita, e poi via.</p>

<p>Butto via libri, in questo periodo, del cui contenuto oggi ci vergogneremmo. Dopo che l&#39;ho scritta sono rimasto un po&#39; ad osservarla. Bella “vergogneremmo”. Sembra un transatlantico lessicale. Quanta roba potrebbe salire sul quel vergogneremmo prima di farlo affondare. Comunque. Testi di storia del ventennio fascista, difesa della razza, manuali di letteratura bolsi che analizzano poeti dimenticati da tutti, per fortuna, visioni filosofiche asfittiche, libri di scienza – oggi – imbarazzanti. Il grosso della produzione umana è impregnato della vergogna di aver vissuto in un determinato tempo, con un certo linguaggio e non un altro, con tutto un carico di relitti ideologici, ratti, cantanti evirati e l&#39;atroce consapevolezza – di alcuni – che la vita è breve.</p>

<p>Ieri sera ho visto alcuni video su youtube di un comico italiano di cui ora mi sfugge il nome, un personaggio brillante e geniale, alcuni video sono puro genio, e poi ci sono i suoi ultimi di lui ormai anziano che – imbruttito forse – si fa riprendere mentre parla male di tutto e tutti. Rancoroso e – immagino – deluso. Va bene. In mezzo ho visto questa intervista a un cantante di cui ho comprato l&#39;anno scorso un album curioso che mi ricordava la musica che ascoltavo quando ero dark, comunque, il cantante a un certo punto diceva qualcosa del tipo “è bello quando la musica pop ricorda ai suoi ascoltatori che devono morire” e poi ha riso, si è fermato come per un attimo e poi ha aggiunto “Prince – penso – faceva qualcosa del genere”.</p>

<p>E sono rimasto sbalordito perché erano due mondi musicalmente distanti anni luce, ma era vero. C&#39;era in Prince questo messaggio religioso costante, che vivremo poco, tutto sommato, dobbiamo – è vero – goderci la vita prima della fine, ma anche essere consapevoli che tutto è breve e che di noi, dopo la decomposizione, resterà appena una patina, l&#39;amore.</p>
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      <pubDate>Fri, 08 May 2026 06:44:28 +0000</pubDate>
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      <description>&lt;![CDATA[In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così - lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato è la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D&#39;altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno. &#xA;&#xA;Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma - facendo una rapida classifica - nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all&#39;isola delle chiatte a leggere. &#xA;&#xA;Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l&#39;inverno più freddo, il tutto ha un&#39;aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l&#39;espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all&#39;ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia &amp; incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e - soprattutto - pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po&#39; lucido. &#xA;&#xA;Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta - uh - ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all&#39;isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.&#xA;&#xA;Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all&#39;isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po&#39; il magnifico, si raccontano un po&#39; di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall&#39;essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.&#xA;&#xA;E il ragazzo le chiede, &#34;ma tutto dall&#39;inizio?&#34; e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora &#34;parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l&#39;assassino&#34; e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell&#39;occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.&#xA;&#xA;Ecco, pensare che tre ragazzi di quell&#39;età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell&#39;entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell&#39;età, ecco, mi ha un po&#39; commosso. Un po&#39;. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c&#39;è sempre stata e che non finirà mai.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi giorni non ho voglia di scrivere e di lasciare segno. Preferisco manipolare immagini. È così – lo so. Procedo nella vita e nelle cose che faccio come certi organismi primitivi che seguono le macchie di luce, poi le abbandonano, ne trovano altre, si scindono, eccetera. Quello che distingue un diario pubblico da uno privato è la rimozione della vergogna. Le cose più vergognose e meschine non emergono, restano là sotto come ombre scure sul fondo del lago. D&#39;altronde tirare fuori le cose più grosse nere e limacciose, metterle per scritto, formalizzarle, non le ha mai disinnescate. Comunque se vogliono farti precipitare nel loro abisso, lo fanno.</p>

<p>Questa sera sono andato nel centro storico, ero preda di una voglia irrazionale di patatine fritte e volevo fingere per qualche ora di non vivere nella Valbisagno. Non è stata una delle migliori idee della mia vita, ma – facendo una rapida classifica – nemmeno una delle peggiori, diciamo metà posizione. Le patatine del supermercato erano unte come lo è la carta marrone su cui fai gocciolare il fritto e il gusto anche era simile. Ho guardato se qualche chiesa fosse stata aperta per qualche concerto sacro, ma non ho trovato niente e sono andato all&#39;isola delle chiatte a leggere.</p>

<p>Girare da solo senza scopo è una cosa che ormai mi capita raramente, ma il corpo non è più quello di una volta, ero stanco, e per girare da soli è meglio l&#39;inverno più freddo, il tutto ha un&#39;aria più romantica e bohemien. Il centro storico era il solito framework di gente che ti attraversa la strada con l&#39;espressione di volerti uccidere, negozietti di alimentari con una donna con il burka all&#39;ingresso che scrolla un cellulare, microspacci di tecnologia &amp; incenso con un ragazzo indiano o pakistano che si guarda attorno senza sapere bene perché sia lì e – soprattutto – pericolosi gruppetti di alpini che camminano con lo sguardo a volte famelico a volte un po&#39; lucido.</p>

<p>Io passo in mezzo a tutto, ricordo cose che mi sono successe, passo davanti a un locale dove avevo letto poesie in pubblico per la prima volta – uh – ventisette anni fa. Guardo questi pezzi di Genova tenuti assieme da quello che mi ricordo di loro. Arrivo all&#39;isola delle chiatte, mi siedo su una panchina, mi godo il dondolio leggero, il rumore delle corde che si tendono e rilasciano, tiro fuori il mio romanzo e inizio a leggere. Non lo tiro fuori dalla tasca, ma dallo zaino, mi sono portato lo zaino solo per portare con me il romanzo perché pesa una tonnellata.</p>

<p>Leggere è problematico, sia perché il romanzo è impegnativo, sia perché ogni tanto arrivano persone all&#39;isola delle chiatte che hanno questa idea di mettersi a parlare, e io che posso fare? Fingo di leggere e ascolto. La faccio breve, arrivano questi tre ragazzi, due ragazze e un ragazzo che stanno parlando di un film di Dario Argento, Opera mi pare, e il ragazzo fa un po&#39; il magnifico, si raccontano un po&#39; di scene, il proiettile, la scena del proiettile è incredibile dicono, parlano della musica e io lì mi distraggo, cioè, mi metto a leggere il romanzo sul serio, quindi mi distraggo dall&#39;essere distratto da loro e quando riprendo ad ascoltarli la ragazza sta dicendo che ora vuole rifarlo tutto.</p>

<p>E il ragazzo le chiede, “ma tutto dall&#39;inizio?” e lei risponde di sì, allora lui, che sempre vuole fare il magnifico, dice allora “parti da Fuoco Cammina con Me, così si sa già chi è l&#39;assassino” e la ragazza risponde che sì, pensa di fare così. Io giro appena la testa per guardarli con la coda dell&#39;occhio mentre si allontanano. Avranno una trentina di anni meno di me. Occhio e croce.</p>

<p>Ecco, pensare che tre ragazzi di quell&#39;età vadano in giro a parlare di cinema, che pianifichino di vedersi tutte le tre stagioni di Twin Peaks, con tanto di prequel, Twin Peaks che quando è uscito non erano manco nati, e che parlino di queste cose con quell&#39;entusiasmo sbruffoncello e mitico che si ha a quell&#39;età, ecco, mi ha un po&#39; commosso. Un po&#39;. Ho pensato che avere entusiasmo cieco e irragionevole è una benedizione che va tenuta accesa il più possibile. Va riconosciuta come una proprietà per chi è ragazzo e può ancora gestirla e pensarla come una cosa che c&#39;è sempre stata e che non finirà mai.</p>
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      <pubDate>Wed, 06 May 2026 22:29:36 +0000</pubDate>
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