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    <title>Diario</title>
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    <pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:16:52 +0000</pubDate>
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      <title>Ieri sera sono andato - da solo e un po&#39; alla cieca - a sentire un concerto che...</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Ieri sera sono andato - da solo e un po&#39; alla cieca - a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l&#39;europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce &#34;froci&#34;) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra. &#xA;&#xA;Un po&#39; come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all&#39;idea di scuola di Vannacci - aberrante - dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C&#39;è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.&#xA;&#xA;Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri - torno sul pezzo - pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo &#34;mio figlio parla con due poliziotti, 2060&#34;. L&#39;immagine era fatta con l&#39;intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l&#39;intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.&#xA;&#xA;In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l&#39;immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l&#39;uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L&#39;occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L&#39;immagine l&#39;ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.&#xA;&#xA;E - sceso dallo scooter - mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell&#39;immagine: il centro storico di Genova, spesso d&#39;estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall&#39;africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell&#39;immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall&#39;altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura. &#xA;&#xA;Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che - nel mondo reale - sono diverse dalla foto generata dall&#39;intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell&#39;immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c&#39;è la gente.&#xA;&#xA;Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l&#39;organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto. &#xA;&#xA;Mirna Kassis, che non conoscevo, nell&#39;ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri - appunto - più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza. &#xA;&#xA;In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell&#39;aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante. &#xA;&#xA;A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. &#34;Oggi - ha ricordato la tastierista - si festeggia l&#39;indipendenza dell&#39;Algeria&#34;. Quando gli oppressori eravamo noi.  Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.&#xA;&#xA;Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C&#39;era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.&#xA;&#xA;Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica. &#xA;&#xA;Passare dall&#39;intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta. &#xA;&#xA;In entrambi i casi - sad but true - chi ci muove è l&#39;utopia, l&#39;idea di un mondo diverso e migliore. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera sono andato – da solo e un po&#39; alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l&#39;europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.</p>

<p>Un po&#39; come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all&#39;idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C&#39;è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.</p>

<p>Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L&#39;immagine era fatta con l&#39;intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l&#39;intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.</p>

<p>In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l&#39;immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l&#39;uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L&#39;occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L&#39;immagine l&#39;ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.</p>

<p>E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell&#39;immagine: il centro storico di Genova, spesso d&#39;estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall&#39;africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell&#39;immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall&#39;altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.</p>

<p>Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall&#39;intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell&#39;immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c&#39;è la gente.</p>

<p>Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l&#39;organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.</p>

<p>Mirna Kassis, che non conoscevo, nell&#39;ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.</p>

<p>In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell&#39;aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.</p>

<p>A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l&#39;indipendenza dell&#39;Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi.  Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.</p>

<p>Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C&#39;era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.</p>

<p>Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.</p>

<p>Passare dall&#39;intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.</p>

<p>In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l&#39;utopia, l&#39;idea di un mondo diverso e migliore.</p>
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      <pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:51:56 +0000</pubDate>
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      <title>In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/in-pratica-ieri-sono-andato-a-fare-una-passeggiata-nei-posti-in-cui-avevo</link>
      <description>&lt;![CDATA[In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant&#39;Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell&#39;entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all&#39;incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.&#xA;&#xA;Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che - di me - era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell&#39;estetica delle case.&#xA;&#xA;Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c&#39;è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l&#39;avevo fatto.&#xA;&#xA;Quindi non sono tornato spesso a Sant&#39;Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent&#39;anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due. &#xA;&#xA;Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d&#39;animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell&#39;adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d&#39;Italia in miniatura. &#xA;&#xA;La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.&#xA;&#xA;In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell&#39;uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della &#34;casa del catechismo&#34;, il sentiero che - dal nulla - partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un&#39;inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.&#xA;&#xA;A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico. &#xA;&#xA;Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi.  Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l&#39;unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d&#39;inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l&#39;avesse conosciuta prima.&#xA;&#xA;Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l&#39;adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c&#39;era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c&#39;era quello che vedevo e c&#39;era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell&#39;occhio e sovrapposte a quello che vedevo. &#xA;&#xA;La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d&#39;india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi - l&#39;oblazione - agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino. &#xA;&#xA;Quello che sento io - in maniera diversa - lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo  posto che via via nascono, si generano, sbocciano - marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all&#39;occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell&#39;oblio.  &#xA;&#xA;Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant&#39;Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell&#39;entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all&#39;incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.</p>

<p>Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell&#39;estetica delle case.</p>

<p>Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c&#39;è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l&#39;avevo fatto.</p>

<p>Quindi non sono tornato spesso a Sant&#39;Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent&#39;anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.</p>

<p>Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d&#39;animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell&#39;adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d&#39;Italia in miniatura.</p>

<p>La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.</p>

<p>In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell&#39;uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un&#39;inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.</p>

<p>A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.</p>

<p>Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi.  Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l&#39;unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d&#39;inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l&#39;avesse conosciuta prima.</p>

<p>Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l&#39;adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c&#39;era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c&#39;era quello che vedevo e c&#39;era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell&#39;occhio e sovrapposte a quello che vedevo.</p>

<p>La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d&#39;india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l&#39;oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.</p>

<p>Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo  posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all&#39;occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell&#39;oblio.</p>

<p>Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.</p>
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      <pubDate>Sat, 04 Jul 2026 06:38:13 +0000</pubDate>
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      <title>Perché le persone fanno quello che fanno?</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/perche-le-persone-fanno-quello-che-fanno</link>
      <description>&lt;![CDATA[Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e - di nuovo - i colpi echeggiavano per la piazza. &#xA;&#xA;La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché - alla fine - il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.&#xA;&#xA;Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a - niente - camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato. &#xA;&#xA;Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall&#39;altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando. &#xA;&#xA;Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta - poi - di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato - volenti o nolenti - restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.&#xA;&#xA;La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. &#34;Ma - le chiedo - il problema principale, quello: in quale cerchio è?&#34;. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi. &#xA;&#xA;Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C&#39;è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo - penso - perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione. &#xA;&#xA;A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall&#39;esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo? &#xA;&#xA;Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e – di nuovo – i colpi echeggiavano per la piazza.</p>

<p>La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché – alla fine – il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.</p>

<p>Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a – niente – camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato.</p>

<p>Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall&#39;altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando.</p>

<p>Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta – poi – di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato – volenti o nolenti – restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.</p>

<p>La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. “Ma – le chiedo – il problema principale, quello: in quale cerchio è?“. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi.</p>

<p>Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C&#39;è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo – penso – perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione.</p>

<p>A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall&#39;esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo?</p>

<p>Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/perche-le-persone-fanno-quello-che-fanno</guid>
      <pubDate>Thu, 02 Jul 2026 21:04:11 +0000</pubDate>
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      <title>Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l&#39;avevo iniziato a...</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l&#39;avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d&#39;impegno per terminarlo prima dell&#39;inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po&#39; per l&#39;oscurità, un po&#39; perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello - bontà sua - completava quello che non vedevo.&#xA;&#xA;Era come se un&#39;intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali. &#xA;&#xA;Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l&#39;incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano - in questi mesi - le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l&#39;ingombro dell&#39;apparato testuale. E uso pochissimo l&#39;intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma - in genere - per cazzate.&#xA;&#xA;L&#39;immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d&#39;arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d&#39;arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell&#39;arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l&#39;ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto. &#xA;&#xA;Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l&#39;otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un&#39;estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo - voglio dire - con l&#39;occhio algoritmico del filtro. E poi - vabbè - vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente. &#xA;&#xA;Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.&#xA;&#xA;Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c&#39;era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.&#xA;&#xA;Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l&#39;umanità è insostenibile. L&#39;umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l&#39;umanità - cioè - resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l&#39;innamoramento e sopportare l&#39;umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.&#xA;&#xA;È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l&#39;umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa - qualsiasi cosa - continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l&#39;occidente mette in piedi per raccontare qualcosa. &#xA;&#xA;Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale. &#xA;&#xA;Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà. &#xA;&#xA;Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un&#39;ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po&#39;. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che - in quel momento - mi sembrava una delle poche cose che - guardandola -  mi rispondeva. &#xA;&#xA;Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa - gli ho detto - è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l&#39;avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d&#39;impegno per terminarlo prima dell&#39;inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po&#39; per l&#39;oscurità, un po&#39; perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello – bontà sua – completava quello che non vedevo.</p>

<p>Era come se un&#39;intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali.</p>

<p>Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l&#39;incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano – in questi mesi – le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l&#39;ingombro dell&#39;apparato testuale. E uso pochissimo l&#39;intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma – in genere – per cazzate.</p>

<p>L&#39;immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d&#39;arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d&#39;arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell&#39;arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l&#39;ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto.</p>

<p>Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l&#39;otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un&#39;estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo – voglio dire – con l&#39;occhio algoritmico del filtro. E poi – vabbè – vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente.</p>

<p>Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.</p>

<p>Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c&#39;era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.</p>

<p>Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l&#39;umanità è insostenibile. L&#39;umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l&#39;umanità – cioè – resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l&#39;innamoramento e sopportare l&#39;umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.</p>

<p>È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l&#39;umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa – qualsiasi cosa – continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l&#39;occidente mette in piedi per raccontare qualcosa.</p>

<p>Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale.</p>

<p>Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà.</p>

<p>Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un&#39;ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po&#39;. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che – in quel momento – mi sembrava una delle poche cose che – guardandola –  mi rispondeva.</p>

<p>Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa – gli ho detto – è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire.</p>
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      <pubDate>Fri, 26 Jun 2026 19:31:35 +0000</pubDate>
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      <title>Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/non-tutte-le-cose-che-scrivo-sono-intelligenti</link>
      <description>&lt;![CDATA[Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti. Molte cose che scrivo e che mi sembrano riuscite poi si fermano lì in rete. Altre rimbalzano al di là delle mie aspettative. In rete viene premiata - in genere - la comprensibilità. La cosa scritta deve tagliare via tutte le incoerenze e le irrazionalità della lingua parlante della testa, ma presentare i ragionamenti come qualcosa di lineare, semplice, progressivo. La cosa ha un suo fascino ma ovviamente anche un rischio. La scrittura si riduce a un grado minimo, vive di strutture retoriche consolidate, una spruzzata di storytelling, un&#39;autocensura alla fonte per evitare che il testo finisca nel vuoto che i social creano attorno alle parole e ai concetti bannabili o socialmente indesiderati.&#xA;&#xA;La scrittura della rete è una scrittura per dormienti. Ogni blocco testuale un ragionevole mattoncino di lego che può essere messo o tolto per la condivisione di massa, la replicazione, la condivisione. Ogni blocchetto di testo nasconde il liquame necessario per tenerlo lì in piedi nella sua struttura consolatoria, nasconde dietro ai paragrafi la carogna informe del pensiero, del dubbio e della materia irriducibile del discorso. Il segno. Più condivisoni ci sono, più le asportazioni necessarie, le amputazioni fatte quando ancora la cosa muoveva gli arti e i denti dentro la testa.&#xA;&#xA;Incidentalmente oggi leggo un articolo sull&#39;ultimo Progetto Grafico che parla di un aspetto simile, ma legato al mondo delle immagini. Parlano di una &#34;infodemia delle immagini&#34;, un continuo, costante flusso di immagini che tendono a semplificare il loro linguaggio per presentarsi come materiale da consumare mentre l&#39;utente viene anestetizzato, confuso e - nello stesso tempo - i suoi  desideri e le sue estetiche vengono indirizzate. &#xA;&#xA;Un, cito &#34;sovraccarico percettivo (che) genera un consumo passivo e superficiale dei contenuti visivi, ostacolando una comprensione critica e profonda della realtà&#34;. L&#39;immagine ha smesso di essere un contenuto che preserva per diventare un flusso di comunicazione che viene immediatamente riscritto e cancellato da altre versioni di se stesso. Migliaia di riproduzioni del reale che in realtà non riproducono ma simulano. Pensiamo di capire attraverso le immagini, ma quello che abbiamo alla fine non è una conoscenza ma un&#39;impressione della conoscenza. E tanto ci basta perché sta per arrivare un&#39;altra ondata.&#xA;&#xA;Tutto deve essere semplice e comprensibile, come la prosa. Facilmente generabile, riproducibile e standardizzato. Anche il weird diventa un semplice genere di questo flusso, una delle tante correnti. Le immagini non sono sciatte, beninteso, anzi, sono costruite per essere d&#39;impatto e esemplari ad ogni costo. La verità non è il primo principio, anche perché lo scopo delle immagini non è essere preservate e  fare da risonanza, ma invece essere condivise. Quello che è conservato muore, quello che è condiviso resta in vita.&#xA;&#xA;Anche questo porta ad una continua eccezionalità della figurazione: la riproduzione del vero lascia il posto alla raffigurazione del desiderato. L&#39;immagine vive in una continua polarizzazione sempre più estrema finché l&#39;eccezionale - estetico - diventa la routine e lo standard. Una standardizzazione di quello che è abnorme fino a farlo diventare piano. Il disordine informativo anche di questo si nutre, abituare l&#39;umano a messaggi sempre più estremi e nello stesso tempo sempre più chiari, semplici. La complessità non ha spazio nella comunicazione digitale. &#xA;&#xA;Cambio discorso. Se scrivo un post su Facebook e questo supera qualche centinaio di like o un certo numero di condivisioni, nei commenti arrivano i rompicoglioni tossici. Gente che scrive con il solo scopo di crearti danno. Non importa di cosa tu stia parlando, l&#39;intento è di creare danno. Mostrare che tutti quei like sono trappole e lui, l&#39;interlocutore tossico, non ci è cascato.  Meglio tra i commenti Facebook che nella riunione di condominio, anyway.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Non tutte le cose che scrivo sono intelligenti. Molte cose che scrivo e che mi sembrano riuscite poi si fermano lì in rete. Altre rimbalzano al di là delle mie aspettative. In rete viene premiata – in genere – la comprensibilità. La cosa scritta deve tagliare via tutte le incoerenze e le irrazionalità della lingua parlante della testa, ma presentare i ragionamenti come qualcosa di lineare, semplice, progressivo. La cosa ha un suo fascino ma ovviamente anche un rischio. La scrittura si riduce a un grado minimo, vive di strutture retoriche consolidate, una spruzzata di storytelling, un&#39;autocensura alla fonte per evitare che il testo finisca nel vuoto che i social creano attorno alle parole e ai concetti bannabili o socialmente indesiderati.</p>

<p>La scrittura della rete è una scrittura per dormienti. Ogni blocco testuale un ragionevole mattoncino di lego che può essere messo o tolto per la condivisione di massa, la replicazione, la condivisione. Ogni blocchetto di testo nasconde il liquame necessario per tenerlo lì in piedi nella sua struttura consolatoria, nasconde dietro ai paragrafi la carogna informe del pensiero, del dubbio e della materia irriducibile del discorso. Il segno. Più condivisoni ci sono, più le asportazioni necessarie, le amputazioni fatte quando ancora la cosa muoveva gli arti e i denti dentro la testa.</p>

<p>Incidentalmente oggi leggo un articolo sull&#39;ultimo Progetto Grafico che parla di un aspetto simile, ma legato al mondo delle immagini. Parlano di una “infodemia delle immagini”, un continuo, costante flusso di immagini che tendono a semplificare il loro linguaggio per presentarsi come materiale da consumare mentre l&#39;utente viene anestetizzato, confuso e – nello stesso tempo – i suoi  desideri e le sue estetiche vengono indirizzate.</p>

<p>Un, cito “sovraccarico percettivo (che) genera un consumo passivo e superficiale dei contenuti visivi, ostacolando una comprensione critica e profonda della realtà”. L&#39;immagine ha smesso di essere un contenuto che preserva per diventare un flusso di comunicazione che viene immediatamente riscritto e cancellato da altre versioni di se stesso. Migliaia di riproduzioni del reale che in realtà non riproducono ma simulano. Pensiamo di capire attraverso le immagini, ma quello che abbiamo alla fine non è una conoscenza ma un&#39;impressione della conoscenza. E tanto ci basta perché sta per arrivare un&#39;altra ondata.</p>

<p>Tutto deve essere semplice e comprensibile, come la prosa. Facilmente generabile, riproducibile e standardizzato. Anche il weird diventa un semplice genere di questo flusso, una delle tante correnti. Le immagini non sono sciatte, beninteso, anzi, sono costruite per essere d&#39;impatto e esemplari <em>ad ogni costo</em>. La verità non è il primo principio, anche perché lo scopo delle immagini non è essere preservate e  fare da risonanza, ma invece essere condivise. Quello che è conservato muore, quello che è condiviso resta in vita.</p>

<p>Anche questo porta ad una continua eccezionalità della figurazione: la riproduzione del vero lascia il posto alla raffigurazione del <em>desiderato</em>. L&#39;immagine vive in una continua polarizzazione sempre più estrema finché l&#39;eccezionale – estetico – diventa la routine e lo standard. Una standardizzazione di quello che è abnorme fino a farlo diventare piano. Il disordine informativo anche di questo si nutre, abituare l&#39;umano a messaggi sempre più estremi e nello stesso tempo sempre più chiari, semplici. La complessità non ha spazio nella comunicazione digitale.</p>

<p>Cambio discorso. Se scrivo un post su Facebook e questo supera qualche centinaio di like o un certo numero di condivisioni, nei commenti arrivano i rompicoglioni tossici. Gente che scrive con il solo scopo di crearti danno. Non importa di cosa tu stia parlando, l&#39;intento è di creare danno. Mostrare che tutti quei like sono trappole e lui, l&#39;interlocutore tossico, non ci è cascato.  Meglio tra i commenti Facebook che nella riunione di condominio, anyway.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/non-tutte-le-cose-che-scrivo-sono-intelligenti</guid>
      <pubDate>Sun, 21 Jun 2026 07:23:35 +0000</pubDate>
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      <title>Elettra, come regalo di compleanno, mi cucinerà il ramen però mi ha chiesto di...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/elettra-come-regalo-di-compleanno-mi-cucinera-il-ramen-pero-mi-ha-chiesto-di</link>
      <description>&lt;![CDATA[Elettra, come regalo di compleanno, mi cucinerà il ramen però mi ha chiesto di andare a comperare io gli ingredienti. &#34;Già che vai al suq - mi ha detto - cercali in Sottoripa che alcuni sono difficili da trovare&#34;. Così sono uscito, volevo fare uno stacco, e ho portato con me terzogenita. Sta crescendo terzogenita, ad un certo punto ci separiamo e e dico che ci rivediamo al suq. Quando arrivo al suq non la vedo, cerco in giro, c&#39;è solo una ragazza elegante seduta su una panca e io dopo un po&#39; mi rendo conto che la ragazza seduta sulla panca è terzogenita. Dannazione. Metamorfizzano come se niente fosse. &#xA;&#xA;Al suq terzogenita si annoia un po&#39; perché in quel momento non ci sono molte attività, gira per i negozi è attratta dai negozi con il cibo. È curiosa. Giriamo ancora un po&#39;, poi la lascio per andare a cercare gli ingredienti. Anche se è cresciuta mi regala qualcuno dei suoi dialoghi fulminanti. &#34;Sai cosa manca a voi giovani?&#34; dico io volendo iniziare una lunga tirata boomer per farla ridere. &#34;Le patatine&#34; mi risponde lei bruciandomi. Va bene.&#xA;&#xA;La faccio breve. Giro per i vicoli e poi vado in via Gramsci in questo negozietto che mi ricordavo esserci, c&#39;è un piccolo ingresso e poi, se non ti fai spaventare e prosegui, ti ritrovi in un budello di piccoli corridoi pieni di roba. Una specie di suq - a modo suo - ma non per turisti. Nel budello, oltre al venerandi, ci sono persone che chiaramente vengono da ogni parte del mondo: Africa, Sudamerica, Cina, girano e prendono prodotti, guardano, cercano. &#xA;&#xA;Io sono con il mio cellulare in mano con la lista delle cose strane che servono per il ramen e giro anche io, guardo i prodotti e dopo un po&#39; provo questa sensazione di sentirmi come se fossi finito in un raccordo del mondo, come se quel budello fosse un punto di scambio tra Genova e il resto del mondo. Cammino e guardo e prendo in mano cose che non so cosa siano: farine di piante che non ho mai visto, spezie di arbusti che non ho mai sentito nominare, frutta sconosciuta, paste e ingredienti dai nomi sconosciuti. &#xA;&#xA;Più cerco più mi rendo conto di quanto poco io sappia, di come i miei riferimenti di quello che è commestibile siano annichiliti da quella marea di cose, di prassi e tradizioni nel manipolare il cibo; che - a loro volta -  si portano dietro culture, linguaggi, modi di vivere e di vedere il mondo. Disincagliato da quella decina di prodotti occidentali, sempre gli stessi, che vedo da quando sono bambino, mi ritrovo perso in una giungla di frammenti del mondo: e sono solo prodotti legati al cibo, una scheggia. &#xA;&#xA;Mi volto, lascio passare una ragazzina con gli occhi sottili, una donna bassa dai tratti sudamericani, due matriarche africane vestite con tuniche colorate, un ragazzo magro orientale, uno altissimo nero con la barbetta. È un punto di scambio. Ognuno cerca i residui e le risorse di quello che è la sua terra. Per un attimo mi immagino che il budello continui per migliaia di chilometri, si biforchi in labirinti, che abbia dei punti di risalita in ogni continente, che ci sia un qualcosa di nascosto che tiene unita la diversità di queste persone qua sotto/sopra nel mondo a muoversi, cercare il proprio benessere.&#xA;&#xA;Poi esco con le mie alghe, i miei anici stellati e le salse di soia e via Gramsci appare una cosa piccola piccola.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Elettra, come regalo di compleanno, mi cucinerà il ramen però mi ha chiesto di andare a comperare io gli ingredienti. “Già che vai al suq – mi ha detto – cercali in Sottoripa che alcuni sono difficili da trovare”. Così sono uscito, volevo fare uno stacco, e ho portato con me terzogenita. Sta crescendo terzogenita, ad un certo punto ci separiamo e e dico che ci rivediamo al suq. Quando arrivo al suq non la vedo, cerco in giro, c&#39;è solo una ragazza elegante seduta su una panca e io dopo un po&#39; mi rendo conto che la ragazza seduta sulla panca è terzogenita. Dannazione. Metamorfizzano come se niente fosse.</p>

<p>Al suq terzogenita si annoia un po&#39; perché in quel momento non ci sono molte attività, gira per i negozi è attratta dai negozi con il cibo. È curiosa. Giriamo ancora un po&#39;, poi la lascio per andare a cercare gli ingredienti. Anche se è cresciuta mi regala qualcuno dei suoi dialoghi fulminanti. “Sai cosa manca a voi giovani?” dico io volendo iniziare una lunga tirata boomer per farla ridere. “Le patatine” mi risponde lei bruciandomi. Va bene.</p>

<p>La faccio breve. Giro per i vicoli e poi vado in via Gramsci in questo negozietto che mi ricordavo esserci, c&#39;è un piccolo ingresso e poi, se non ti fai spaventare e prosegui, ti ritrovi in un budello di piccoli corridoi pieni di roba. Una specie di suq – a modo suo – ma non per turisti. Nel budello, oltre al venerandi, ci sono persone che chiaramente vengono da ogni parte del mondo: Africa, Sudamerica, Cina, girano e prendono prodotti, guardano, cercano.</p>

<p>Io sono con il mio cellulare in mano con la lista delle cose strane che servono per il ramen e giro anche io, guardo i prodotti e dopo un po&#39; provo questa sensazione di sentirmi come se fossi finito in un raccordo del mondo, come se quel budello fosse un punto di scambio tra Genova e il resto del mondo. Cammino e guardo e prendo in mano cose che non so cosa siano: farine di piante che non ho mai visto, spezie di arbusti che non ho mai sentito nominare, frutta sconosciuta, paste e ingredienti dai nomi sconosciuti.</p>

<p>Più cerco più mi rendo conto di quanto poco io sappia, di come i miei riferimenti di quello che è commestibile siano annichiliti da quella marea di cose, di prassi e tradizioni nel manipolare il cibo; che – a loro volta –  si portano dietro culture, linguaggi, modi di vivere e di vedere il mondo. Disincagliato da quella decina di prodotti occidentali, sempre gli stessi, che vedo da quando sono bambino, mi ritrovo perso in una giungla di frammenti del mondo: e sono solo prodotti legati al cibo, una scheggia.</p>

<p>Mi volto, lascio passare una ragazzina con gli occhi sottili, una donna bassa dai tratti sudamericani, due matriarche africane vestite con tuniche colorate, un ragazzo magro orientale, uno altissimo nero con la barbetta. È un punto di scambio. Ognuno cerca i residui e le risorse di quello che è la sua terra. Per un attimo mi immagino che il budello continui per migliaia di chilometri, si biforchi in labirinti, che abbia dei punti di risalita in ogni continente, che ci sia un qualcosa di nascosto che tiene unita la diversità di queste persone qua sotto/sopra nel mondo a muoversi, cercare il proprio benessere.</p>

<p>Poi esco con le mie alghe, i miei anici stellati e le salse di soia e via Gramsci appare una cosa piccola piccola.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/elettra-come-regalo-di-compleanno-mi-cucinera-il-ramen-pero-mi-ha-chiesto-di</guid>
      <pubDate>Wed, 17 Jun 2026 10:43:52 +0000</pubDate>
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      <title>Sono lì fuori da Unieuro che vado verso l&#39;ingresso per comprare un cavo usb-c...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/sono-li-fuori-da-unieuro-che-vado-verso-lingresso-per-comprare-un-cavo-usb-c</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Sono lì fuori da Unieuro che vado verso l&#39;ingresso per comprare un cavo usb-c per elettra. Il suo si è rotto. Passo nella stretta via che passa tra la struttura del centro commerciale e il carcere, lì attiguo. Mentre mi avvicino sento fischiare, un fischio forte. Mi avvicino e vedo che sono tre persone, tre femmine. Una donna, avrà la mia età, una ragazza dell&#39;età di secondogenito e una bambina. La donna (la madre?)  prova di nuovo a fare questo fischio potente, caratteristico, con ondulazioni di suono. Poi tutte e tre guardano in alto.&#xA;&#xA;Sento la ragazzina che chiede se è sicura che sia lì. La madre risponde che sì, sì, la cella è quella. &#34;Vedo i capelli&#34; dice. &#34;Forse starà dormendo&#34;. La ragazzina (la figlia?) fa un gesto come dire che non ci crede che la madre veda i capelli, addirittura. &#34;La cella è quella&#34; conferma comunque. Fischiano ancora e poi iniziano a urlare un nome. Usano toni duri fra di loro, secchi.&#xA;&#xA;La struttura del carcere è lontana, oltre le mura circondariali. Le finestre sono più che francobolli. Qualcuno dall&#39;altra parte risponde, con un suono. &#34;Aò!&#34;.  Sarà lui? Qualche altro carcerato? Mi immagino cosa deve pensare un uomo che - dal suo punto di vista - attraverso le grate della finestra vede le tre figurine  là, in basso, lungo la strada, che lo cercano con gli occhi, che lo aspettano. Tutti gli altri corpi nella cella, e fuori quel piccolo nucleo che rotea attorno.&#xA;&#xA;Le tre donne riprendono a fischiare e fare suoni, si sporgono con il corpo, si consultano. Si sente ancora qualcuno rispondere. La madre indica qualcosa.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sono lì fuori da Unieuro che vado verso l&#39;ingresso per comprare un cavo usb-c per elettra. Il suo si è rotto. Passo nella stretta via che passa tra la struttura del centro commerciale e il carcere, lì attiguo. Mentre mi avvicino sento fischiare, un fischio forte. Mi avvicino e vedo che sono tre persone, tre femmine. Una donna, avrà la mia età, una ragazza dell&#39;età di secondogenito e una bambina. La donna (la madre?)  prova di nuovo a fare questo fischio potente, caratteristico, con ondulazioni di suono. Poi tutte e tre guardano in alto.</p>

<p>Sento la ragazzina che chiede se è sicura che sia lì. La madre risponde che sì, sì, la cella è quella. “Vedo i capelli” dice. “Forse starà dormendo”. La ragazzina (la figlia?) fa un gesto come dire che non ci crede che la madre veda i capelli, addirittura. “La cella è quella” conferma comunque. Fischiano ancora e poi iniziano a urlare un nome. Usano toni duri fra di loro, secchi.</p>

<p>La struttura del carcere è lontana, oltre le mura circondariali. Le finestre sono più che francobolli. Qualcuno dall&#39;altra parte risponde, con un suono. “Aò!”.  Sarà lui? Qualche altro carcerato? Mi immagino cosa deve pensare un uomo che – dal suo punto di vista – attraverso le grate della finestra vede le tre figurine  là, in basso, lungo la strada, che lo cercano con gli occhi, che lo aspettano. Tutti gli altri corpi nella cella, e fuori quel piccolo nucleo che rotea attorno.</p>

<p>Le tre donne riprendono a fischiare e fare suoni, si sporgono con il corpo, si consultano. Si sente ancora qualcuno rispondere. La madre indica qualcosa.</p>
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      <pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:26:33 +0000</pubDate>
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      <title>Ieri decido di fare questa passeggiata nel centro di Genova, senza nessun...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/ieri-decido-di-fare-questa-passeggiata-nel-centro-di-genova-senza-nessun</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Ieri decido di fare questa passeggiata nel centro di Genova, senza nessun motivo in particolare, cosa che accade molto di raro. Posteggio zona Brignole e inizio a camminare come un gatto, vado nelle zone al sole, entro dentro a Comics Corner, frugo con gli occhi, chiedo se sanno quando uscirà Alterlinus 6 che è un po&#39; un numero quantistico, c&#39;è e non c&#39;è nello stesso tempo, sfoglio, desidero, esco.&#xA;&#xA;Cammino strusciando i piedi per terra per via XX Settembre quando sento qualcuno che mi chiama. &#34;Venerandi!&#34; urla. &#34;Sei Venerandi?&#34; chiede e si avvicina a me. Lo guardo tenendomi un po&#39; sulle mie. Lo osservo e come al solito non lo riconosco. Il fatto è che io non riconosco nessuno. Tendo a dimenticare. Side effect dell&#39;egocentrismo. Allora faccio questo esercizio di osservare bene i lineamenti di quest&#39;uomo che ho davanti e cercare di immaginarmelo da ragazzo, di farlo ringiovanire, sperando che emerga la faccia di qualcuno che non vedo magari da anni perché le persone, me escluso, hanno questa caratteristica di invecchiare, di mutare, trasformarsi nel tempo mantenendo però un semino dentro, una libbra di carne che è ancora quella che ho conosciuto. Se trovi quella poi tiri e via via emerge anche tutto il resto, l&#39;ossatura del ragazzino è lì sotto sommersa da tutta la sovrastruttura del tempo. Comunque anche questa tecnica non funziona. &#xA;&#xA;&#34;Ciao?&#34; dico, come farebbe secondogenito. L&#39;uomo sorride e mi dice &#34;Sono Emilio Pozzolini!&#34; e qua ci metto un attimo perché il mio database è un colabrodo e Emilio Pozzolini era in un area sematica completamente diversa da quella di me in via XX Settembre a Genova che passeggio cercando le macchie di luce; poi l&#39;agnizione, come nella migliore tradizione della commedia dell&#39;arte. &#34;Emilio Pozzolini&#34; dico e - niente - Emilio Pozzolini, cavolo, dico, hai scritto la colonna sonora del mio ultimo videogioco! heee ehh ci mettiamo a ridacchiare come due complici, ci diciamo le cose che stiamo facendo, gli racconto dell&#39;editore interessato a la lingua nella testa, lui mi racconta del sound design e sono anche contento perché il fatto che io non lo avessi riconosciuto aveva senso, non l&#39;avevo mai visto, avevamo lavorato per sei mesi come entità virtuali, per quanto ne sapessimo noi poteva anche non esistere un vero Venerandi e un vero Pozzolini e invece eccoci qua, ci siamo davvero incontrati per caso in via XX Settembre, tipo dottor Livingston I suppose e ora ridacchiamo, io avvicino la testa.&#xA;&#xA;Io avvicino la testa, questo Pozzolini non lo sa, perché ho qualche problema dentro la testa, non so bene dove, ma sento tutto male, ovattato, è un anno che provo a fare cure, deve essere la lingua nella testa che si sta divorando gli interstizi e lì in mezzo a via XX Settembre ridacchio e chiacchiero con un forte spaesamento perché quando parlo è come se sentissi me che parlo da un&#39;altra parte, una specie di ritorno in cuffie di una fonte sonora che chissà dove è finita, scrivo queste cose per appunti per la mia medico, comunque ci lasciamo, ci tocchiamo le ginocchia delle braccia come avrei scritto un tempo, un tempo quando scrivevo per non perdere tempo, se non mi veniva in mente un parola, cosa che mi succede molto spesso, andavo di analogie e perifrasi, ginocchia delle braccia ha un suo perché, che è comunque un correlativo oggettivo, toccarsi i gomiti, ecco come si chiamano, toccarsi i gomiti vicendevolmente come immagine della complicità intellettuale. &#xA;&#xA;Ci lasciamo come due barche trascinate dalla corrente e io vengo risucchiato dentro Feltrinelli, prendo l&#39;ascensore che va all&#39;ultimo piano così posso girare ancora un frammento di video di me in ascensore, sto facendo questo video di frammenti di viaggi in ascensore, sono due anni che li accumulo, non so perché - ma poi - diciamocelo - quasi ogni cosa che faccio non so bene il perché. Come avrebbe detto Kennendy citando non mi ricordo più chi, &#34;perché era lì&#34;. Le cose sono lì, e vanno fatte. Si fanno fare. Pensa al sesso.&#xA;&#xA;Arrivato in cima a Feltrinelli inizio a ridiscendere verso il basso, girone dei dannati dopo girone dei dannati. Non devo comprare niente, guardo, sfoglio. Guardo come è metamorfata dentro di sé in questi ultimi anni: sono svaniti nel nulla i dvd, scomparsi i bluray, ridotti in un&#39;ultima nicchia i neanderthal dei cd, distanti dalle sciccherie dei vinili redivivi, tra trionfi di gadget, giochi, il ritorno di massa dei manga giapponesi. Muta la sua natura, molto è stato divorato dal digitale. Restano lì, inossidabili, i libri, come relitti a presidiare il territorio. Ne prendo qualcuno in mano e lo rimetto a posto, con imbarazzo e cortesia.&#xA;&#xA;Esco. Attraverso la strada e entro alla Berio, la biblioteca civica. Non so perché, giro un po&#39; dentro, cerco indizi di qualcosa che sta succedendo. Prendo un libro di fumetti di Schuiten e Peeters, una donna spaziale che vuole andare a visitare la Parigi inesistente di Albert Robida. Vedo una sedia e un tavolino Ikea per bambini. Non c&#39;è nessuno. Mi infilo dentro alle mie ginocchia e mi siedo. Mi metto lì a leggere, guardo i disegni. Il fumetto è bello ma non mi piace. Vale comunque la pena leggerlo. Resto lì finché non mi mandano via. Anche questo l&#39;ho fatto, penso. Non era scontato. Esco.&#xA;&#xA;Salgo fino alla cima di via XX Settembre, entro nel palazzo Ducale e intanto penso. Una frase affiora nella testa: &#34;il prodotto è una malformazione&#34;. Dopo tutta venti Settembre ho nausea del pensare a pacchetti. A prodotti. A contenitori. A essere rassicurato. Mi sembra di essere in un enorme kindergarden per adulti, un parco giochi di plastica colorata circondato da un muro con dei pezzi di bottiglia cementati sulla cima: seduto a cavalcioni, come il gatto di cui resta solo il sorriso, Montale. Quello che ha davvero senso è insensato. E non si vede.  &#xA;&#xA;Ho bisogno di qualcosa che abbia senso. Così, inizio a fotografare le cose, cerco il punto in cui la cosa smette di essere e inizia a essere qualcosa di diverso. Dove finisce il prodotto e inizia la cosa. Alla fine faccio una foto che mi calma, un armadietto elettrico su cui è stato appeso un grosso poster di sensibilizzazione per la vicenda di Regeni. Faccio la foto in modo che le scritte esplicative restino fuori ed entrino quelle della tensione elettrica. Mi sembra la cosa migliore di ieri. La condivido. Faccio altre foto, sull&#39;entusiasmo, dei video. Tutti trascurabili. &#xA;&#xA;In quel momento sento una voce che mi chiama. &#34;Venerandi, eccoti!&#34;. Mi giro. Questa volta lo riconosco, sorrido, è Guido Caserza. Mi parla, fa un lungo discorso per dirmi che si sta per vedere con Donald Datti, che è un caso incredibile che ci siamo incontrati proprio mentre lui sta per vedere il Datti. Io gli dico che oggi - per noi ieri - è una giornata particolare. Poi gli racconto che quest&#39;anno lui, Caserza, è nel programma di maturità della mia classe, ce l&#39;ho messo io. Come poeta. Lui mi guarda. &#34;Ma sei pazzo?&#34; mi chiede serissimo. &#34;Caserza: sì&#34; rispondo e sorrido e lui si apre. &#34;Allora va bene&#34;. &#xA;&#xA;Uscendo dal Ducale lo accompagno dal Datti che mi guarda come se non ci vedessimo da anni e forse quasi. Ci abbracciamo. Fuori c&#39;è un sole caldo. &#34;Vieni a prendere un aperitivo con noi&#34; mi chiede gentilmente Caserza e io dico, &#34;me ne vado&#34; e me ne vado, li saluto con una mano, scendo per via XX Settembre, faccio il percorso all&#39;inverso e vedo la città che brulica, di nuovo, è tutto un movimento, sotto al sole tutto lampeggia, brilla, e mentre cammino sul bordo della strada per stare al sole penso che quella cosa lì, quell&#39;emozione che sto provando nel vedere il campo lungo della città, l&#39;idea di sentirla come una cosa straniera e multiforme, come l&#39;open world di un videogame in cui sono dentro da decenni, quella non la posso fotografare o riprodurre, è lì per me.&#xA;&#xA;Alla fine torno verso casa, ma prima passo dai miei genitori per salutarli, salendo prendo l&#39;ascensore. Appena entro mia madre mi rimprovera. &#34;Ho letto le cose che hai scritto su Facebook. Sono cose brutte. Tutte cose tristi. Non scriverle più così tristi!&#34;. Io ridacchio, mamma - le dico - quella cosa lì era un inno alla vita, ha preso un like. Era poco prodotto. Mangio delle mandorle e una banana. &#34;Perché - mi chiede poi mia madre - sei salito con l&#39;ascensore? In genere prendi sempre le scale!&#34;. Io la guardo, indico il cellulare: sto facendo dei video di me in ascensore, le spiego. &#xA;&#xA;E lei mi guarda con profonda commiserazione.&#xA;&#xA;&#34;Ah - aggiunge - domani è il tuo compleanno. Ti do già il regalo?&#34;. Guardo le mie braccia e mi sento così libero senza niente addosso. &#34;Me ne vado&#34; dico, abbraccio lei e mio padre che ridacchia guardandomi. E me ne vado.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ieri decido di fare questa passeggiata nel centro di Genova, senza nessun motivo in particolare, cosa che accade molto di raro. Posteggio zona Brignole e inizio a camminare come un gatto, vado nelle zone al sole, entro dentro a Comics Corner, frugo con gli occhi, chiedo se sanno quando uscirà Alterlinus 6 che è un po&#39; un numero quantistico, c&#39;è e non c&#39;è nello stesso tempo, sfoglio, desidero, esco.</p>

<p>Cammino strusciando i piedi per terra per via XX Settembre quando sento qualcuno che mi chiama. “Venerandi!” urla. “Sei Venerandi?” chiede e si avvicina a me. Lo guardo tenendomi un po&#39; sulle mie. Lo osservo e come al solito non lo riconosco. Il fatto è che io non riconosco nessuno. Tendo a dimenticare. Side effect dell&#39;egocentrismo. Allora faccio questo esercizio di osservare bene i lineamenti di quest&#39;uomo che ho davanti e cercare di immaginarmelo da ragazzo, di farlo ringiovanire, sperando che emerga la faccia di qualcuno che non vedo magari da anni perché le persone, me escluso, hanno questa caratteristica di invecchiare, di mutare, trasformarsi nel tempo mantenendo però un semino dentro, una libbra di carne che è ancora quella che ho conosciuto. Se trovi quella poi tiri e via via emerge anche tutto il resto, l&#39;ossatura del ragazzino è lì sotto sommersa da tutta la sovrastruttura del tempo. Comunque anche questa tecnica non funziona.</p>

<p>“Ciao?” dico, come farebbe secondogenito. L&#39;uomo sorride e mi dice “Sono Emilio Pozzolini!” e qua ci metto un attimo perché il mio database è un colabrodo e Emilio Pozzolini era in un area sematica completamente diversa da quella di me in via XX Settembre a Genova che passeggio cercando le macchie di luce; poi l&#39;agnizione, come nella migliore tradizione della commedia dell&#39;arte. “Emilio Pozzolini” dico e – niente – Emilio Pozzolini, cavolo, dico, hai scritto la colonna sonora del mio ultimo videogioco! heee ehh ci mettiamo a ridacchiare come due complici, ci diciamo le cose che stiamo facendo, gli racconto dell&#39;editore interessato a la lingua nella testa, lui mi racconta del sound design e sono anche contento perché il fatto che io non lo avessi riconosciuto aveva senso, non l&#39;avevo mai visto, avevamo lavorato per sei mesi come entità virtuali, per quanto ne sapessimo noi poteva anche non esistere un vero Venerandi e un vero Pozzolini e invece eccoci qua, ci siamo davvero incontrati per caso in via XX Settembre, tipo dottor Livingston I suppose e ora ridacchiamo, io avvicino la testa.</p>

<p>Io avvicino la testa, questo Pozzolini non lo sa, perché ho qualche problema dentro la testa, non so bene dove, ma sento tutto male, ovattato, è un anno che provo a fare cure, deve essere la lingua nella testa che si sta divorando gli interstizi e lì in mezzo a via XX Settembre ridacchio e chiacchiero con un forte spaesamento perché quando parlo è come se sentissi me che parlo da un&#39;altra parte, una specie di ritorno in cuffie di una fonte sonora che chissà dove è finita, scrivo queste cose per appunti per la mia medico, comunque ci lasciamo, ci tocchiamo le ginocchia delle braccia come avrei scritto un tempo, un tempo quando scrivevo per non perdere tempo, se non mi veniva in mente un parola, cosa che mi succede molto spesso, andavo di analogie e perifrasi, ginocchia delle braccia ha un suo perché, che è comunque un correlativo oggettivo, toccarsi i gomiti, ecco come si chiamano, toccarsi i gomiti vicendevolmente come immagine della complicità intellettuale.</p>

<p>Ci lasciamo come due barche trascinate dalla corrente e io vengo risucchiato dentro Feltrinelli, prendo l&#39;ascensore che va all&#39;ultimo piano così posso girare ancora un frammento di video di me in ascensore, sto facendo questo video di frammenti di viaggi in ascensore, sono due anni che li accumulo, non so perché – ma poi – diciamocelo – quasi ogni cosa che faccio non so bene il perché. Come avrebbe detto Kennendy citando non mi ricordo più chi, “perché era lì”. Le cose sono lì, e vanno fatte. Si fanno fare. Pensa al sesso.</p>

<p>Arrivato in cima a Feltrinelli inizio a ridiscendere verso il basso, girone dei dannati dopo girone dei dannati. Non devo comprare niente, guardo, sfoglio. Guardo come è metamorfata dentro di sé in questi ultimi anni: sono svaniti nel nulla i dvd, scomparsi i bluray, ridotti in un&#39;ultima nicchia i neanderthal dei cd, distanti dalle sciccherie dei vinili redivivi, tra trionfi di gadget, giochi, il ritorno di massa dei manga giapponesi. Muta la sua natura, molto è stato divorato dal digitale. Restano lì, inossidabili, i libri, come relitti a presidiare il territorio. Ne prendo qualcuno in mano e lo rimetto a posto, con imbarazzo e cortesia.</p>

<p>Esco. Attraverso la strada e entro alla Berio, la biblioteca civica. Non so perché, giro un po&#39; dentro, cerco indizi di qualcosa che sta succedendo. Prendo un libro di fumetti di Schuiten e Peeters, una donna spaziale che vuole andare a visitare la Parigi inesistente di Albert Robida. Vedo una sedia e un tavolino Ikea per bambini. Non c&#39;è nessuno. Mi infilo dentro alle mie ginocchia e mi siedo. Mi metto lì a leggere, guardo i disegni. Il fumetto è bello ma non mi piace. Vale comunque la pena leggerlo. Resto lì finché non mi mandano via. Anche questo l&#39;ho fatto, penso. Non era scontato. Esco.</p>

<p>Salgo fino alla cima di via XX Settembre, entro nel palazzo Ducale e intanto penso. Una frase affiora nella testa: “il prodotto è una malformazione”. Dopo tutta venti Settembre ho nausea del pensare a pacchetti. A prodotti. A contenitori. A essere rassicurato. Mi sembra di essere in un enorme kindergarden per adulti, un parco giochi di plastica colorata circondato da un muro con dei pezzi di bottiglia cementati sulla cima: seduto a cavalcioni, come il gatto di cui resta solo il sorriso, Montale. Quello che ha davvero senso è insensato. E non si vede.</p>

<p>Ho bisogno di qualcosa che abbia senso. Così, inizio a fotografare le cose, cerco il punto in cui la cosa smette di essere e inizia a essere qualcosa di diverso. Dove finisce il prodotto e inizia la cosa. Alla fine faccio una foto che mi calma, un armadietto elettrico su cui è stato appeso un grosso poster di sensibilizzazione per la vicenda di Regeni. Faccio la foto in modo che le scritte esplicative restino fuori ed entrino quelle della tensione elettrica. Mi sembra la cosa migliore di ieri. La condivido. Faccio altre foto, sull&#39;entusiasmo, dei video. Tutti trascurabili.</p>

<p>In quel momento sento una voce che mi chiama. “Venerandi, eccoti!”. Mi giro. Questa volta lo riconosco, sorrido, è Guido Caserza. Mi parla, fa un lungo discorso per dirmi che si sta per vedere con Donald Datti, che è un caso incredibile che ci siamo incontrati proprio mentre lui sta per vedere il Datti. Io gli dico che oggi – per noi ieri – è una giornata particolare. Poi gli racconto che quest&#39;anno lui, Caserza, è nel programma di maturità della mia classe, ce l&#39;ho messo io. Come poeta. Lui mi guarda. “Ma sei pazzo?” mi chiede serissimo. “Caserza: sì” rispondo e sorrido e lui si apre. “Allora va bene”.</p>

<p>Uscendo dal Ducale lo accompagno dal Datti che mi guarda come se non ci vedessimo da anni e forse quasi. Ci abbracciamo. Fuori c&#39;è un sole caldo. “Vieni a prendere un aperitivo con noi” mi chiede gentilmente Caserza e io dico, “me ne vado” e me ne vado, li saluto con una mano, scendo per via XX Settembre, faccio il percorso all&#39;inverso e vedo la città che brulica, di nuovo, è tutto un movimento, sotto al sole tutto lampeggia, brilla, e mentre cammino sul bordo della strada per stare al sole penso che quella cosa lì, quell&#39;emozione che sto provando nel vedere il campo lungo della città, l&#39;idea di sentirla come una cosa straniera e multiforme, come l&#39;open world di un videogame in cui sono dentro da decenni, quella non la posso fotografare o riprodurre, è lì per me.</p>

<p>Alla fine torno verso casa, ma prima passo dai miei genitori per salutarli, salendo prendo l&#39;ascensore. Appena entro mia madre mi rimprovera. “Ho letto le cose che hai scritto su Facebook. Sono cose brutte. Tutte cose tristi. Non scriverle più così tristi!”. Io ridacchio, mamma – le dico – quella cosa lì era un inno alla vita, ha preso un like. Era poco prodotto. Mangio delle mandorle e una banana. “Perché – mi chiede poi mia madre – sei salito con l&#39;ascensore? In genere prendi sempre le scale!”. Io la guardo, indico il cellulare: sto facendo dei video di me in ascensore, le spiego.</p>

<p>E lei mi guarda con profonda commiserazione.</p>

<p>“Ah – aggiunge – domani è il tuo compleanno. Ti do già il regalo?”. Guardo le mie braccia e mi sento così libero senza niente addosso. “Me ne vado” dico, abbraccio lei e mio padre che ridacchia guardandomi. E me ne vado.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/ieri-decido-di-fare-questa-passeggiata-nel-centro-di-genova-senza-nessun</guid>
      <pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:58:58 +0000</pubDate>
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      <title>Voglio che arrivi il caldo che mi brucia l&#39;aria attorno, la secchezza degli...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/voglio-che-arrivi-il-caldo-che-mi-brucia-laria-attorno-la-secchezza-degli</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Voglio che arrivi il caldo che mi brucia l&#39;aria attorno, la secchezza degli elementi della natura, le folate di calore, il sudore interno delle cose l&#39;emergere degli insetti che ci vedono - finalmente - come una delle tante cose del mondo, provare tutta la consistenza del corpo nello spazio, la luce cieca e gialla che amalgama le strutture del mondo - la mancanza di energia per dissipazione per strategia per - oh dio mio - l&#39;arancione come bagliore quotidiano, voglio che arrivi il caldo e annienti questa stratificazione sociale fatta di escrementazione verbale, tassidermia sociale, nobiltà norrena   voglio che arrivi il caldo e mi renda la vita impossibile come - similitudine&#xA;&#xA;come quando vedi nel buio di una stanza una lama di luce passare dalle persiane e in quella lama vedi danzare le polveri del mondo, l&#39;invisibile peluccheria quantistica di cui è fatta l&#39;aria respirabile, voglio essere una di quelle particelle mosse dal calore secondo leggi fisiche che non conosco ma di cui potrei facilmente trovare gli algoritmi base - voglio di la tar mi come le sillabe di un verso scandito a un poetry slam davanti a un pubblico aggrappato a un bicchiere di negroni sbagliato per non pre ci  pi ta re nel buio della notte - di la tar mi per il calore termico che mette sotto griglia la mia carne priva di ventole, solo sistemi idraulici qua dentro&#xA;&#xA;e sdraiato al sole voglio vedere la mia pelle sbucciare, cambiare muta come un serpente e infilarmi la pelle staccata in bocca come le ostie di un rito andro-centrico - carne sei carne rimarrai - sentire il mio cervello rettile saettare la lingua fuori e dentro come un artiglio dell&#39;intelletto, portare dentro al corpo altro calore - lingua biforcuta beninteso, essere metà mammifero con i capezzoli e gli alluci puntati verso lo spazio infinito e metà lucertola che scava con la schiena i tegumenti del mondo terreno per farsi spazio, una tana nell&#39;umidità terrestre.&#xA;&#xA;Non pensare, fibrillare, essere un ventenne per qualche secondo in un corpo da cinquantaseienne, provare gusto, immaginarsi cose, sapersi fermare in tempo giusto per prendere lo slancio e la rincorsa per un nuovo mirabile errore del cazzus. So 6 - 7 in 26.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Voglio che arrivi il caldo che mi brucia l&#39;aria attorno, la secchezza degli elementi della natura, le folate di calore, il sudore interno delle cose l&#39;emergere degli insetti che ci vedono – finalmente – come una delle tante cose del mondo, provare tutta la consistenza del corpo nello spazio, la luce cieca e gialla che amalgama le strutture del mondo – la mancanza di energia per dissipazione per strategia per – oh dio mio – l&#39;arancione come bagliore quotidiano, voglio che arrivi il caldo e annienti questa stratificazione sociale fatta di escrementazione verbale, tassidermia sociale, nobiltà norrena &gt; voglio che arrivi il caldo e mi renda la vita impossibile come – similitudine</p>

<p>come quando vedi nel buio di una stanza una lama di luce passare dalle persiane e in quella lama vedi danzare le polveri del mondo, l&#39;invisibile peluccheria quantistica di cui è fatta l&#39;aria respirabile, voglio essere una di quelle particelle mosse dal calore secondo leggi fisiche che non conosco ma di cui potrei facilmente trovare gli algoritmi base – voglio di la tar mi come le sillabe di un verso scandito a un poetry slam davanti a un pubblico aggrappato a un bicchiere di negroni sbagliato per non pre ci  pi ta re nel buio della notte – di la tar mi per il calore termico che mette sotto griglia la mia carne priva di ventole, solo sistemi idraulici qua dentro</p>

<p>e sdraiato al sole voglio vedere la mia pelle sbucciare, cambiare muta come un serpente e infilarmi la pelle staccata in bocca come le ostie di un rito andro-centrico – carne sei carne rimarrai – sentire il mio cervello rettile saettare la lingua fuori e dentro come un artiglio dell&#39;intelletto, portare dentro al corpo altro calore – lingua biforcuta beninteso, essere metà mammifero con i capezzoli e gli alluci puntati verso lo spazio infinito e metà lucertola che scava con la schiena i tegumenti del mondo terreno per farsi spazio, una tana nell&#39;umidità terrestre.</p>

<p>Non pensare, fibrillare, essere un ventenne per qualche secondo in un corpo da cinquantaseienne, provare gusto, immaginarsi cose, sapersi fermare in tempo giusto per prendere lo slancio e la rincorsa per un nuovo mirabile errore del cazzus. So 6 – 7 in 26.</p>
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      <pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:22:14 +0000</pubDate>
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      <title>Pensavo oggi a come certa musica che sentivo da ragazzo, quando la ascolto...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/pensavo-oggi-a-come-certa-musica-che-sentivo-da-ragazzo-quando-la-ascolto</link>
      <description>&lt;![CDATA[Pensavo oggi a come certa musica che sentivo da ragazzo, quando la ascolto oggi, si porta dietro delle sensazioni immateriali e inspiegabili che mi riportano dei frammenti di quello che provavo da diciassettenne, sdraiato nel letto. Non succede sempre, ma talvolta certi brani mi fanno sprofondare in questa madelaine proustiana; difficilmente succede con la musica che scopro oggi. Spesso mi piace, mi ci butto e poi - dopo un po&#39; - provo un sentimento di abbandono e ripulsa. Mi stufa più velocemente.&#xA;&#xA;Mi sono dato delle spiegazioni razionali, ma oggi una - più irrazionale - ha fatto capolino. Forse, - mi ha detto - quella musica ti è rimasta impressa perché risuonava in un periodo della tua vita che eri positivo, sano, in crescita. Oggi sei più stanco, cinico, disilluso. Senti i dolori delle cose. Vedi più concretamente i tuoi limiti. Se vuoi che la musica che ascolti oggi resti a lungo, devi fare in modo che il resto della tua vita sia felice caro Venerandi. Devi fare risuonare la musica in un mondo solare. Perché la tua musica sia memorabile, devi ascoltarla mentre fai cose memorabili, caro.&#xA;&#xA;Poi sono in questo negozio dell&#39;usato e vedo le commesse che girano tra i banconi e gli scaffali, cercano per terra. Sento, onestamente, uno strano odore e poi - da quello che le commesse si dicono, capisco. Stanno cercando dove - ipotizzano - un cane abbia fatto la cacca. L&#39;odore è chiaro. Sembra una caccia al tesoro. Girano usando l&#39;olfatto per avvicinarsi alla vittoria. Fanno ipotesi: forse la persona con il cane, quando ha visto che il cane aveva fatto la cacca, l&#39;ha chiusa in un sacchetto e se l&#39;è portata via. Ma è rimasto l&#39;odore, come una traccia di qualcosa che esiste e non esiste. Vagano, come spettri in un labirinto di cose che nessuno vuole più.&#xA;&#xA;Decido di sgomberare alcuni dei materiali della vecchia cucina e di portarli all&#39;isola ecologica. Li faccio a pezzi e poi li porto sulla strada, per caricarli con l&#39;auto. Il piano iniziale è di sgomberare tutto il terrazzo, ma poi succede questa cosa che dopo una decina di trasporti, sono morto. Morto. Mi fa male la schiena, i polpacci, quando salgo le scale senza carico cammino scalino per scalino, come un vecchio che prende fiato per sopravvivere. Morto. Felice di essere lì, vivo, a portare assi di legno imbevute e gonfie; ma morto. &#xA;&#xA;Vado all&#39;auto, posteggio vicino a dove ho posato tutto il materiale e inizio ad andare avanti e indietro per caricarlo in auto. Il piano iniziale era di parcheggiare a pochi metri dai residui della cucina, ma dopo la quarta auto che mi ha costretto a spostarmi per farla passare mi sono dovuto mettere più distante. Anyway. Sono a metà del lavoro quando vedo che una grossa moto ha posteggiato letteralmente accanto alla mia pila di materiali, quelli che devo ancora caricare in auto. Penso, mentre mi avvicino, ma perché? Perché. Adesso dovrò stare attento a non colpire la moto mentre sposto le assi. Il tipo si sta togliendo il casco quando mi vede arrivare e prendere un pezzo di legno. &#34;Ti dà fastidio la moto?&#34; mi chiede. Io dico di no, ce la dovrei fare. Non lo guardo in faccia e ho un ghigno cortese ma un po&#39; incazzato. &#xA;&#xA;&#34;Scusa, mi dice, pensavo che li avessero abbandonati. Non sarebbe la prima volta&#34;. Io sorrido e dico che - no - porto via tutto. Faccio il mio viaggio fino all&#39;auto, mi giro e vedo che il tipo della moto si è caricato delle mie assi di legno e le sta portando alla mia auto. Mi sta aiutando. &#34;Ma no, ma no! - faccio io - non si disturbi&#34;. Lui alza le spalle, solo un carico, mi spiega e ride. Così, tutta la mia rabbia, rovinata. &#xA;&#xA;Sono al supermercato per prendere una cosa per Elettra e la cassiera si sta lamentando. In pratica, capisco, ha dato il resto a qualcuno che  si è messo a protestare dicendo che il resto era sbagliato, aveva dato dieci euro, mentre - secondo la cassiera - ne aveva dati due. Ne deve essere nata una vivace discussione. La cassiera è ancora nervosa, perché la persona era ritornata per avere il suo resto immaginario e probabilmente sarebbe tornata ancora. La cassiera si sta sfogando con una cliente. &#34;Ho montato da dieci minuti e già sono furiosa. Non si può lavorare così&#34; dice, e ripete ancora tutti i dettagli dell&#39;avvenimento. Aggiunge particolari. La cliente gli dà corda. Io ascolto tutto mentre cerco il prodotto, ma non mi giro verso di loro. &#xA;&#xA;Alla fine alzo lo sguardo e vedo il volto della cassiera. È una ragazza, la faccia scura, tutta immersa in quello che le è successo. Vederla in faccia ha cambiato tutto. Si vede la cecità, la stanchezza, l&#39;irritazione. Il nervosismo di una ragazzina. Siamo fatti di carne. Qua non è Facebook, qua c&#39;è tutto il limite e l&#39;esplosione del corpo. Il tono della voce. Lo sguardo. La cliente ad un certo punto - inaspettatamente - lo dice: la persona che ha protestato per il resto, insomma, non c&#39;era tutta. Era un po&#39; fuori di testa. Bisogna avere un po&#39; di pazienza. La cassiera dice che, certo, però no, lei così non può lavorare. Ci mettiamo la faccia, nella vita, letteralmente. &#xA;&#xA;Cammino per una zona periferica, vorrei vedere qualcosa di bello. Non c&#39;è niente. Casermoni abitativi. Negozi, negozi, asfalto. Le cose belle non sono lì. Ci siamo abituati a sostituire la bellezza con la rassegna dei prodotti. I giri nei negozi. Si gira nei negozi e non tra la bellezza. Si compra la bellezza, per un consumo a posteriori. Mi volto e per un attimo vedo Marassi per quello che è e non per quello che da sempre percepisco. Case, e poi case da un lato e dall&#39;altro. Sono nel mezzo di un frammento del formicaio umano di Genova. Gente che entra e esce dalle sue tane, va in cerca dei suoi pezzi di cibo, i plancton di benessere e poi torna a casa. Per un attimo Genova mi appare per quello che è, lì, quel casino tenuto insieme con l&#39;umanità.&#xA;&#xA;Ragazze che si tengono per mano, chinate in avanti, a cercare la merda dei cani, motociclisti che spostano la mia spazzatura, ragazzine uscite dalle secondarie che masticano la rabbia e l&#39;ansia della vita lavorativa in questa società dei prodotti e dei consumi. E io - lì in mezzo - che faccio la sanguisuga, osservo, trascrivo quello che dicono, faccio foto ai muri, cerco di fare in modo che la musica duri il più a lungo possibile. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Pensavo oggi a come certa musica che sentivo da ragazzo, quando la ascolto oggi, si porta dietro delle sensazioni immateriali e inspiegabili che mi riportano dei frammenti di quello che provavo da diciassettenne, sdraiato nel letto. Non succede sempre, ma talvolta certi brani mi fanno sprofondare in questa madelaine proustiana; difficilmente succede con la musica che scopro oggi. Spesso mi piace, mi ci butto e poi – dopo un po&#39; – provo un sentimento di abbandono e ripulsa. Mi stufa più velocemente.</p>

<p>Mi sono dato delle spiegazioni razionali, ma oggi una – più irrazionale – ha fatto capolino. Forse, – mi ha detto – quella musica ti è rimasta impressa perché risuonava in un periodo della tua vita che eri positivo, sano, in crescita. Oggi sei più stanco, cinico, disilluso. Senti i dolori delle cose. Vedi più concretamente i tuoi limiti. Se vuoi che la musica che ascolti oggi resti a lungo, devi fare in modo che il resto della tua vita sia felice caro Venerandi. Devi fare risuonare la musica in un mondo solare. Perché la tua musica sia memorabile, devi ascoltarla mentre fai cose memorabili, caro.</p>

<p>Poi sono in questo negozio dell&#39;usato e vedo le commesse che girano tra i banconi e gli scaffali, cercano per terra. Sento, onestamente, uno strano odore e poi – da quello che le commesse si dicono, capisco. Stanno cercando dove – ipotizzano – un cane abbia fatto la cacca. L&#39;odore è chiaro. Sembra una caccia al tesoro. Girano usando l&#39;olfatto per avvicinarsi alla vittoria. Fanno ipotesi: forse la persona con il cane, quando ha visto che il cane aveva fatto la cacca, l&#39;ha chiusa in un sacchetto e se l&#39;è portata via. Ma è rimasto l&#39;odore, come una traccia di qualcosa che esiste e non esiste. Vagano, come spettri in un labirinto di cose che nessuno vuole più.</p>

<p>Decido di sgomberare alcuni dei materiali della vecchia cucina e di portarli all&#39;isola ecologica. Li faccio a pezzi e poi li porto sulla strada, per caricarli con l&#39;auto. Il piano iniziale è di sgomberare tutto il terrazzo, ma poi succede questa cosa che dopo una decina di trasporti, sono morto. Morto. Mi fa male la schiena, i polpacci, quando salgo le scale senza carico cammino scalino per scalino, come un vecchio che prende fiato per sopravvivere. Morto. Felice di essere lì, vivo, a portare assi di legno imbevute e gonfie; ma morto.</p>

<p>Vado all&#39;auto, posteggio vicino a dove ho posato tutto il materiale e inizio ad andare avanti e indietro per caricarlo in auto. Il piano iniziale era di parcheggiare a pochi metri dai residui della cucina, ma dopo la quarta auto che mi ha costretto a spostarmi per farla passare mi sono dovuto mettere più distante. Anyway. Sono a metà del lavoro quando vedo che una grossa moto ha posteggiato letteralmente accanto alla mia pila di materiali, quelli che devo ancora caricare in auto. Penso, mentre mi avvicino, ma perché? Perché. Adesso dovrò stare attento a non colpire la moto mentre sposto le assi. Il tipo si sta togliendo il casco quando mi vede arrivare e prendere un pezzo di legno. “Ti dà fastidio la moto?” mi chiede. Io dico di no, ce la dovrei fare. Non lo guardo in faccia e ho un ghigno cortese ma un po&#39; incazzato.</p>

<p>“Scusa, mi dice, pensavo che li avessero abbandonati. Non sarebbe la prima volta”. Io sorrido e dico che – no – porto via tutto. Faccio il mio viaggio fino all&#39;auto, mi giro e vedo che il tipo della moto si è caricato delle mie assi di legno e le sta portando alla mia auto. Mi sta aiutando. “Ma no, ma no! – faccio io – non si disturbi”. Lui alza le spalle, solo un carico, mi spiega e ride. Così, tutta la mia rabbia, rovinata.</p>

<p>Sono al supermercato per prendere una cosa per Elettra e la cassiera si sta lamentando. In pratica, capisco, ha dato il resto a qualcuno che  si è messo a protestare dicendo che il resto era sbagliato, aveva dato dieci euro, mentre – secondo la cassiera – ne aveva dati due. Ne deve essere nata una vivace discussione. La cassiera è ancora nervosa, perché la persona era ritornata per avere il suo resto immaginario e probabilmente sarebbe tornata ancora. La cassiera si sta sfogando con una cliente. “Ho montato da dieci minuti e già sono furiosa. Non si può lavorare così” dice, e ripete ancora tutti i dettagli dell&#39;avvenimento. Aggiunge particolari. La cliente gli dà corda. Io ascolto tutto mentre cerco il prodotto, ma non mi giro verso di loro.</p>

<p>Alla fine alzo lo sguardo e vedo il volto della cassiera. È una ragazza, la faccia scura, tutta immersa in quello che le è successo. Vederla in faccia ha cambiato tutto. Si vede la cecità, la stanchezza, l&#39;irritazione. Il nervosismo di una ragazzina. Siamo fatti di carne. Qua non è Facebook, qua c&#39;è tutto il limite e l&#39;esplosione del corpo. Il tono della voce. Lo sguardo. La cliente ad un certo punto – inaspettatamente – lo dice: la persona che ha protestato per il resto, insomma, non c&#39;era tutta. Era un po&#39; fuori di testa. Bisogna avere un po&#39; di pazienza. La cassiera dice che, certo, però no, lei così non può lavorare. Ci mettiamo la faccia, nella vita, letteralmente.</p>

<p>Cammino per una zona periferica, vorrei vedere qualcosa di bello. Non c&#39;è niente. Casermoni abitativi. Negozi, negozi, asfalto. Le cose belle non sono lì. Ci siamo abituati a sostituire la bellezza con la rassegna dei prodotti. I giri nei negozi. Si gira nei negozi e non tra la bellezza. Si compra la bellezza, per un consumo a posteriori. Mi volto e per un attimo vedo Marassi per quello che è e non per quello che da sempre percepisco. Case, e poi case da un lato e dall&#39;altro. Sono nel mezzo di un frammento del formicaio umano di Genova. Gente che entra e esce dalle sue tane, va in cerca dei suoi pezzi di cibo, i plancton di benessere e poi torna a casa. Per un attimo Genova mi appare per quello che è, lì, quel casino tenuto insieme con l&#39;umanità.</p>

<p>Ragazze che si tengono per mano, chinate in avanti, a cercare la merda dei cani, motociclisti che spostano la mia spazzatura, ragazzine uscite dalle secondarie che masticano la rabbia e l&#39;ansia della vita lavorativa in questa società dei prodotti e dei consumi. E io – lì in mezzo – che faccio la sanguisuga, osservo, trascrivo quello che dicono, faccio foto ai muri, cerco di fare in modo che la musica duri il più a lungo possibile.</p>
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      <pubDate>Tue, 09 Jun 2026 19:46:44 +0000</pubDate>
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