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    <title>Diario</title>
    <link>https://noblogo.org/diario/</link>
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    <pubDate>Mon, 24 Aug 2026 12:53:28 +0000</pubDate>
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      <title>Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/facebook-e-pieno-di-pseudofascisti-con-il-culo-parato-da-decenni-di-lotte</link>
      <description>&lt;![CDATA[Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte socialiste. Al calore del loro tinello, con le tutele contrattuali, i sindacati liberi, la previdenza sociale, malattia &amp; pensione, agitano i loro manganelli/meme contro i comunisti &amp; socialisti rei di volergli far perdere questo bengodi. Musulmani, LGBT, immigrati, woke &amp; educazione gender si mescolano in un maelstrom informe la cui difesa è in mano tanto agli estremisti di destra quanto - ironia della storia - agli eroi del liberismo &amp; liberalismo, quella manciata di imprenditori che ha fatto della propria ricchezza illimitata un sistema di immaginario, desiderio e proprietà.&#xA;&#xA;Ma poi  - penso - cosa potrei io contrapporre a questo meccanismo? Le mie risposte, nella struttura dei social, sarebbero atrofizzate e storicamente inaccurate quanto le uscite dei parafascisti. Anche in classe quello che insegno è una sorta di compendio di fatti che - se zoomati - mostrerebbero, via via che la timeline si dilatasse e i singoli avvenimenti venissero scomposti nei loro atomi minimi, mostrerebbero dicevo un liquido di ambiguità e di incertezza che solo a posteriori e solo tagliando e semplificando possiamo sintetizzare in quella che chiamiamo storia. Più andiamo a vedere le cose come sono successe, più entriamo nel disordine informativo in cui sono accadute. Salvo le eccellenze: gli abomini, la scelleratezza, l&#39;infamia. I massacri. Ma il grosso di quello che accade accade nell&#39;incertezza e nell&#39;approssimazione. &#xA;&#xA;Quella che insegno in classe come storia è più un vademecum, un dizionarietto tascabile di cause &amp; effetti. La storia si ripete non perché non impariamo dalla storia, ma perché quello che abbiamo imparato dalla storia è spesso un abbaglio, una luce che abbiamo fissato a lungo per avere dei punti di riferimento certi. Spesso consolatori. Dovremmo amplificare le possibilità e le connessioni ma - sad story - non è possibile. Come diceva Berisso, l&#39;uomo è un animale semplificatore. Superato un certo grado di complessità non riesce a reggere l&#39;urto informativo e deve iniziare a digerire e sintetizzare le proteine conoscitive. Deve fare - banalmente - delle scelte.&#xA;&#xA;Quello a cui si è ridotta la telematica, il bordello dei social, la spettacolarizzazione del proprio esserci qua, al mondo, con uno smartphone o un notebook, favorisce questa semplificazione del mondo. La polarizzazione. Abbiamo come eroi gente come Elon Musk, Bezos o Zuckerberg perché la struttura, dicevo, è malata. Siamo sui social perché funzionano, le cose che scriviamo raggiungono e creano notifiche e adrenalina. Ma la struttura è malata: non è un&#39;agorà, è piuttosto un anfiteatro dove lo spettacolo è il pubblico che scende nello spazio comune e si scarnifica, mostra il culo, si strappa i capelli. &#xA;&#xA;In questi giorni Meta è sotto inchiesta perché i suoi meccanismi, la sua struttura, creerebbe dipendenza e Zuckerberg, pur sapendolo, avrebbe mantenuto e privilegiato queste meccaniche tossiche. Da persona che è sui social dagli anni ottanta, credo che la tossicità sia implicità nel mezzo. La telematica - raw - è tossica. Potenzialmente almeno. Lo è sempre stata, dalle BBS in poi almeno. Scrivi e quello che scrivi inizia a essere propagato nel mondo, letto da sconosciuti, commentato e quotato. Mentre ti stacchi dalla rete quello che hai scritto - come un virus -- genera conseguenze. E quando ti ricolleghi il virus è mutato, è aumentato, può avere avuto sviluppi inaspettati. Oppure non ha attecchito ed è morto lì. Dico scrivi, ma il concetto è lo stesso per qualsiasi media. Una cosa del genere, con questa velocità, con questi numeri di propagazione, con questa economicità di contenuti di partenza, non c&#39;era mai stata. È meravigliosa e terribile nello stesso tempo. &#xA;&#xA;Si poteva lavorare per renderla sovra-umana, o sfruttarne i meccanismi animali per aumentare il reddito della propria startup, fun fact: la seconda.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte socialiste. Al calore del loro tinello, con le tutele contrattuali, i sindacati liberi, la previdenza sociale, malattia &amp; pensione, agitano i loro manganelli/meme contro i comunisti &amp; socialisti rei di volergli far perdere questo bengodi. Musulmani, LGBT, immigrati, woke &amp; educazione gender si mescolano in un maelstrom informe la cui difesa è in mano tanto agli estremisti di destra quanto – ironia della storia – agli eroi del liberismo &amp; liberalismo, quella manciata di imprenditori che ha fatto della propria ricchezza illimitata un sistema di immaginario, desiderio e proprietà.</p>

<p>Ma poi  – penso – cosa potrei io contrapporre a questo meccanismo? Le mie risposte, nella struttura dei social, sarebbero atrofizzate e storicamente inaccurate quanto le uscite dei parafascisti. Anche in classe quello che insegno è una sorta di compendio di fatti che – se zoomati – mostrerebbero, via via che la timeline si dilatasse e i singoli avvenimenti venissero scomposti nei loro atomi minimi, mostrerebbero dicevo un liquido di ambiguità e di incertezza che solo a posteriori e solo tagliando e semplificando possiamo sintetizzare in quella che chiamiamo storia. Più andiamo a vedere le cose come sono successe, più entriamo nel disordine informativo in cui sono accadute. Salvo le eccellenze: gli abomini, la scelleratezza, l&#39;infamia. I massacri. Ma il grosso di quello che accade accade nell&#39;incertezza e nell&#39;approssimazione.</p>

<p>Quella che insegno in classe come storia è più un vademecum, un dizionarietto tascabile di cause &amp; effetti. La storia si ripete non perché non impariamo dalla storia, ma perché quello che abbiamo imparato dalla storia è spesso un abbaglio, una luce che abbiamo fissato a lungo per avere dei punti di riferimento certi. Spesso consolatori. Dovremmo amplificare le possibilità e le connessioni ma – sad story – non è possibile. Come diceva Berisso, l&#39;uomo è un animale semplificatore. Superato un certo grado di complessità non riesce a reggere l&#39;urto informativo e deve iniziare a digerire e sintetizzare le proteine conoscitive. Deve fare – banalmente – delle scelte.</p>

<p>Quello a cui si è ridotta la telematica, il bordello dei social, la spettacolarizzazione del proprio esserci qua, al mondo, con uno smartphone o un notebook, favorisce questa semplificazione del mondo. La polarizzazione. Abbiamo come eroi gente come Elon Musk, Bezos o Zuckerberg perché la struttura, dicevo, è malata. Siamo sui social perché funzionano, le cose che scriviamo raggiungono e creano notifiche e adrenalina. Ma la struttura è malata: non è un&#39;agorà, è piuttosto un anfiteatro dove lo spettacolo è il pubblico che scende nello spazio comune e si scarnifica, mostra il culo, si strappa i capelli.</p>

<p>In questi giorni Meta è sotto inchiesta perché i suoi meccanismi, la sua struttura, creerebbe dipendenza e Zuckerberg, pur sapendolo, avrebbe mantenuto e privilegiato queste meccaniche tossiche. Da persona che è sui social dagli anni ottanta, credo che la tossicità sia implicità nel mezzo. La telematica – raw – è tossica. Potenzialmente almeno. Lo è sempre stata, dalle BBS in poi almeno. Scrivi e quello che scrivi inizia a essere propagato nel mondo, letto da sconosciuti, commentato e quotato. Mentre ti stacchi dalla rete quello che hai scritto – come un virus — genera conseguenze. E quando ti ricolleghi il virus è mutato, è aumentato, può avere avuto sviluppi inaspettati. Oppure non ha attecchito ed è morto lì. Dico scrivi, ma il concetto è lo stesso per qualsiasi media. Una cosa del genere, con questa velocità, con questi numeri di propagazione, con questa economicità di contenuti di partenza, non c&#39;era mai stata. È meravigliosa e terribile nello stesso tempo.</p>

<p>Si poteva lavorare per renderla sovra-umana, o sfruttarne i meccanismi animali per aumentare il reddito della propria startup, fun fact: la seconda.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/facebook-e-pieno-di-pseudofascisti-con-il-culo-parato-da-decenni-di-lotte</guid>
      <pubDate>Thu, 20 Aug 2026 10:11:57 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Sto leggendo questo libro dove il protagonista non si sente amato.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/sto-leggendo-questo-libro-dove-il-protagonista-non-si-sente-amato</link>
      <description>&lt;![CDATA[Sto leggendo questo libro dove il protagonista non si sente amato. In realtà, non lo è amato. Almeno fino al punto in cui sono arrivato io. È un desiderio egoistico, quello di essere amati ed è un desiderio anche di difficile analisi. Come è che si viene amati? Come si comunica il fatto di amare qualcuno o qualcosa? Vivere, da non amati, è un vivere accanto alla morte. In più, il desiderio di essere amati non è colossale. Voglio essere amato, ma non da uno qualsiasi. A questo punto meglio vivere accanto alla morte. Vivere senza essere amati è il soprabito di una grande ingiustizia. &#xA;&#xA;La scorsa notte stavo male, mal di testa e mal di pancia, di notte andavo e venivo dalla camera da letto al bagno, mi sedevo lì con il portatile e - verso le due di notte - mi sono ritrovato tutto contratto in posizione fecale, più che fetale, a fare uscire dal mio corpo liquidi dalla parte sbagliata, e mentre rumori e odori scatologici venivano dalla tazza sottostante, sulle mie gambe stava Carmelo Bene che con faccia severa recitava non so quale poeta russo, forse Esenin, e ho pensato che non ci sarebbe mai stata epifania più felice tra la dissenteria notturna e la voce molata di Bene che echeggiava tra le maioliche del bagno.&#xA;&#xA;Siamo su questo prato bellissimo in cui non ero mai stato, pieno di gente, per vedere l&#39;eclissi di sole. Siamo nel mezzo di un rito collettivo non organizzato - e infatti si vede. Genova - strutturalmente - collassa per qualunque evento preveda la presenza di più di dieci persone. Strade intasate, niente parcheggi, strade che sono vecchie mulattiere poco più che asfaltate: la foga dello sciame che con terrore si rende conto che passerà il momento magico chiusa in auto in coda. In qualche modo, all&#39;italiana, arriviamo sotto al forte, il posto - dicevo - bellissimo.&#xA;&#xA;I prati mi piacciono più per l&#39;idea del prato che per il prato in sé: appena mi sdraio sull&#39;erba grilli iniziano a saltarmi sulla faccia, arrivano branchi di vespe attirati dai nostri panini, insomma, non c&#39;è come la natura per ricordarci che siamo solo dei parassiti idealisti. Non abbiamo gli occhialini. Venerandi imbecille si è svegliato troppo tardi, ha girato ore per Genova, ha parlato con un sacco di persone, molte di etnia cinese o di etnia ferramentista, e alla fine ha speso quasi dieci euro per una protezione esterna per caschi da saldatore che non serviva a nulla.&#xA;&#xA;Terzogenita con Elettra vanno a cercare tra la gente qualcuno che le faccia vedere la luna che copre il sole, mentre io mi metto a trafficare con il cellulare e la macchina fotografica, abbasso gli ISO, metto l&#39;otturatore al minimo, fotografo alla cieca - all&#39;accecato a dire il vero - e poi assisto a questo mio miracolo interno che guardo la foto che ho scattato e nella foto si vede l&#39;eclissi in corso. Mi meraviglia di più il fatto che tutti i settaggi che avevo messo riescano a catturare - parzialmente - l&#39;eclissi, che l&#39;eclissi in sé. Voglio dire, l&#39;eclissi c&#39;è sempre stata e ci sarà ancora per un bel po&#39; di tempo. Che io invece giochi con i settaggi della macchina fotografica in maniera sensata ha del miracoloso, appunto.&#xA;&#xA;Tornano Elettra e terzogenita. Un benefattore gli ha prestato una lastra, i raggi di non so quale analisi medica. Siamo quasi commossi, alziamo la lastra verso il cielo e io indico un punto a caso della lastra esclamando &#34;ma questo signore ha un serio problema allo stomaco! dobbiamo subito avvisarlo!&#34;. Intorno a me sguardi di compassione e scetticismo etico morale. Mi zittisco. Torno nel personaggio. Con la lastra vediamo benissimo l&#39;eclissi in corso. Sta succedento davvero. &#34;Cavolo&#34; penso. Chissà come faceva Erodoto quando ancora non c&#39;erano i raggi x. Faccio anche delle fotografie mettendo la lastra tra la macchina e il cielo. Sperimento. Mi diverto.&#xA;&#xA;Quando il sole tramonta, trascinandosi dietro la luna, tutti noi - sconosciuti - partiamo in un applauso. Ecco, quello che veramente mi ha commosso è stata vedere nascere l&#39;empatia tra persone che non si sono mai viste prima e che erano tutte lì per uno scopo: meravigliarsi di fronte all&#39;universo, agli scampoli di universo che ci arrivano. Sentirsi per due minuti piccoli piccoli di fronte a corpi celesti colossali che si sovrappongono e ci mandano le tenebre addosso. Applaudiamo al sole che scompare e poi ci guardiamo, ci salutiamo, cerchiamo il signore per restituire la lastra, buttiamo via la spazzatura.&#xA;&#xA;Io mi sdraio sul prato, guardo il cielo che si scurisce, le veloci saette dei grilli.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sto leggendo questo libro dove il protagonista non si sente amato. In realtà, non lo è amato. Almeno fino al punto in cui sono arrivato io. È un desiderio egoistico, quello di essere amati ed è un desiderio anche di difficile analisi. Come è che si viene amati? Come si comunica il fatto di amare qualcuno o qualcosa? Vivere, da non amati, è un vivere accanto alla morte. In più, il desiderio di essere amati non è colossale. Voglio essere amato, ma non da uno qualsiasi. A questo punto meglio vivere accanto alla morte. Vivere senza essere amati è il soprabito di una grande ingiustizia.</p>

<p>La scorsa notte stavo male, mal di testa e mal di pancia, di notte andavo e venivo dalla camera da letto al bagno, mi sedevo lì con il portatile e – verso le due di notte – mi sono ritrovato tutto contratto in posizione fecale, più che fetale, a fare uscire dal mio corpo liquidi dalla parte sbagliata, e mentre rumori e odori scatologici venivano dalla tazza sottostante, sulle mie gambe stava Carmelo Bene che con faccia severa recitava non so quale poeta russo, forse Esenin, e ho pensato che non ci sarebbe mai stata epifania più felice tra la dissenteria notturna e la voce molata di Bene che echeggiava tra le maioliche del bagno.</p>

<p>Siamo su questo prato bellissimo in cui non ero mai stato, pieno di gente, per vedere l&#39;eclissi di sole. Siamo nel mezzo di un rito collettivo non organizzato – e infatti si vede. Genova – strutturalmente – collassa per qualunque evento preveda la presenza di più di dieci persone. Strade intasate, niente parcheggi, strade che sono vecchie mulattiere poco più che asfaltate: la foga dello sciame che con terrore si rende conto che passerà il momento magico chiusa in auto in coda. In qualche modo, all&#39;italiana, arriviamo sotto al forte, il posto – dicevo – bellissimo.</p>

<p>I prati mi piacciono più per l&#39;idea del prato che per il prato in sé: appena mi sdraio sull&#39;erba grilli iniziano a saltarmi sulla faccia, arrivano branchi di vespe attirati dai nostri panini, insomma, non c&#39;è come la natura per ricordarci che siamo solo dei parassiti idealisti. Non abbiamo gli occhialini. Venerandi imbecille si è svegliato troppo tardi, ha girato ore per Genova, ha parlato con un sacco di persone, molte di etnia cinese o di etnia ferramentista, e alla fine ha speso quasi dieci euro per una protezione esterna per caschi da saldatore che non serviva a nulla.</p>

<p>Terzogenita con Elettra vanno a cercare tra la gente qualcuno che le faccia vedere la luna che copre il sole, mentre io mi metto a trafficare con il cellulare e la macchina fotografica, abbasso gli ISO, metto l&#39;otturatore al minimo, fotografo alla cieca – all&#39;accecato a dire il vero – e poi assisto a questo mio miracolo interno che guardo la foto che ho scattato e nella foto si vede l&#39;eclissi in corso. Mi meraviglia di più il fatto che tutti i settaggi che avevo messo riescano a catturare – parzialmente – l&#39;eclissi, che l&#39;eclissi in sé. Voglio dire, l&#39;eclissi c&#39;è sempre stata e ci sarà ancora per un bel po&#39; di tempo. Che io invece giochi con i settaggi della macchina fotografica in maniera sensata ha del miracoloso, appunto.</p>

<p>Tornano Elettra e terzogenita. Un benefattore gli ha prestato una lastra, i raggi di non so quale analisi medica. Siamo quasi commossi, alziamo la lastra verso il cielo e io indico un punto a caso della lastra esclamando “ma questo signore ha un serio problema allo stomaco! dobbiamo subito avvisarlo!”. Intorno a me sguardi di compassione e scetticismo etico morale. Mi zittisco. Torno nel personaggio. Con la lastra vediamo benissimo l&#39;eclissi in corso. Sta succedento davvero. “Cavolo” penso. Chissà come faceva Erodoto quando ancora non c&#39;erano i raggi x. Faccio anche delle fotografie mettendo la lastra tra la macchina e il cielo. Sperimento. Mi diverto.</p>

<p>Quando il sole tramonta, trascinandosi dietro la luna, tutti noi – sconosciuti – partiamo in un applauso. Ecco, quello che veramente mi ha commosso è stata vedere nascere l&#39;empatia tra persone che non si sono mai viste prima e che erano tutte lì per uno scopo: meravigliarsi di fronte all&#39;universo, agli scampoli di universo che ci arrivano. Sentirsi per due minuti piccoli piccoli di fronte a corpi celesti colossali che si sovrappongono e ci mandano le tenebre addosso. Applaudiamo al sole che scompare e poi ci guardiamo, ci salutiamo, cerchiamo il signore per restituire la lastra, buttiamo via la spazzatura.</p>

<p>Io mi sdraio sul prato, guardo il cielo che si scurisce, le veloci saette dei grilli.</p>
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      <pubDate>Thu, 13 Aug 2026 08:06:18 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Sono lì in spiaggia con Elettra, non dico dove.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/sono-li-in-spiaggia-con-elettra-non-dico-dove</link>
      <description>&lt;![CDATA[Sono lì in spiaggia con Elettra, non dico dove. Mettiamo i nostri asciugamani, il nostro ombrellone entry level, ci sdraiamo come gatti al sole, io leggo la Morante, lei legge Roth, affrontiamo con tutto il coraggio del caso un pomeriggio sulla costa ligure, il vento porta brandelli di calore, la sabbia e i sassi hanno temperature incandescenti, arrivano alla fine i frammenti dei discorsi delle persone messe vicino a noi.&#xA;&#xA;Una signora sta commentando una notizia di cronaca, un ragazzo rimasto ucciso sotto ad un treno, in una località balneare lì vicino. &#34;Oh magari si è suicidato&#34; dice. Ci sono tante persone che hanno problemi e che non sono curate, dice. Fa una pausa. &#34;Io poi non sono razzista&#34; dice e io lì, prima che prosegua, mi chiedo cosa c&#39;entri, mi viene da pensare che la persona finita sotto al treno fosse un migrante e invece lei continua e dice che lei non è razzista, ma se le risorse per curare le persone le danno invece a questi qua che arrivano, tolgono i soldi agli italiani per darli agli stranieri, ti fanno diventare razzista eh. Attorno mormorii di approvazione.&#xA;&#xA;Dentro di me penso ai problemi cognitivi che una persona deve avere per partire da un incidente ferroviario e arrivare agli stranieri che ci tolgono le risorse, cioè, alla quantità di disagio mentale e tossicità che uno deve avere e apro anche gli occhi, mi giro, guardo e vedo due signore che potrebbero essere mia madre, due genovesi standard che mescolerebbero il loro non essere razziste, con la gente comune come virus tra la gente civile. Dentro la mia testa parte un dialogo - che nel mondo reale non avviene - in cui mi alzo e spiego alla signora che lei non è razzista, è proprio una testa di cazzo, che è diverso.&#xA;&#xA;Diverse mie conoscenze ultimamente mostrano senza vergogna di essere conservatori, razzisti, condividono materiali di estrema destra, fake news, hanno una visione della vita, dela scuola, della società oscurantista e - francamente - pericolosa. Ma - se contestati dagli amici di un tempo - si meravigliano, negano di essere di destra, dicono di non essere fascisti. Sono per il libero pensiero, dicono. Ecco. Penso: non sono quelli che andavano a dare fuoco all&#39;Avanti o che entravano nelle case con l&#39;olio di ricino, certo. Sono gli altri, la maggioranza silenziosa che lasciava fare e che - tutto sommato - gli stava bene e che avrebbe messo il like.&#xA;&#xA;Vado a fare il bagno e quando torno un gruppo di ragazzi, non ragazzini, si è messo accanto a me, ma non accanto, proprio a un centimetro dal mio asciugamano con dei lettini di metallo. Guardo il ragazzo che si è sdraiato proprio lì, con tutta la spiaggia libera che c&#39;è. Voleva - immagino - stare più vicino all&#39;acqua. È un ragazzo asciutto, con le cuffiette auricolari finto Apple che tiene gli occhi chiusi, tutta la testa coperta da perline di sudore. Sguardo incazzato.&#xA;&#xA;Elettra mi guarda. Dietro di noi tre ragazzine parlano, più giovani, qualche anno più di terzogenita. Ogni frase non può partire se non c&#39;è uno dei tre termini che seguono: &#34;cazzo&#34; &#34;coglione&#34; &#34;vaffanculo&#34;. Dentro di me ridacchio. Le frasi sembrano generate con un algoritmo random. &#34;Oh cazzo ma dove sono quei cogliioni?&#34; &#34;Che cazzo ne so, vaffanculo&#34; &#34;Eccoli là, cazzo, guarda quei coglioni&#34; &#34;Cazzo ma stanno là o vengono da noi, coglioni&#34; &#34;Che cazzo ne so, io me ne vado, vaffanculo&#34;.  &#xA;&#xA;Più in là due signori si mettono a parlare dei problemi di viabilità di Genova, &#34;basta&#34; dice Elettra. &#34;Andiamocene. Non mi sembra di essere in vacanza. Mi sembra di stare nella sala di aspetto del dottore&#34;. Rido, amaro, prendiamo tutto e ce ne andiamo. &#xA;&#xA;&#34;Il vantaggio di andare in vacanza all&#39;estero - dico ad Elettra - è che non capisci quello che la gente dice e automaticamente gli attribuisci un&#39;intelligenza e una sensibilità che - in realtà - probabilmente non hanno&#34;. Lei annuisce, ride. &#xA;&#xA;La verità è che abbiamo un fardello troppo pesante sulle spalle. Invecchiare è una merda.&#xA;&#xA;Per distrarci - in auto - Elettra mi parla di questa idea di remigrare tutti gli israeliani in occidente, liberare la Palestina, fare tornare gli ebrei in Europa e costringere le nazioni europee a ripagare l&#39;orrore che per secoli gli hanno fatto soffrire costruendo per loro nuove città.&#xA;&#xA;Così, la fiction.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Sono lì in spiaggia con Elettra, non dico dove. Mettiamo i nostri asciugamani, il nostro ombrellone entry level, ci sdraiamo come gatti al sole, io leggo la Morante, lei legge Roth, affrontiamo con tutto il coraggio del caso un pomeriggio sulla costa ligure, il vento porta brandelli di calore, la sabbia e i sassi hanno temperature incandescenti, arrivano alla fine i frammenti dei discorsi delle persone messe vicino a noi.</p>

<p>Una signora sta commentando una notizia di cronaca, un ragazzo rimasto ucciso sotto ad un treno, in una località balneare lì vicino. “Oh magari si è suicidato” dice. Ci sono tante persone che hanno problemi e che non sono curate, dice. Fa una pausa. “Io poi non sono razzista” dice e io lì, prima che prosegua, mi chiedo cosa c&#39;entri, mi viene da pensare che la persona finita sotto al treno fosse un migrante e invece lei continua e dice che lei non è razzista, ma se le risorse per curare le persone le danno invece a questi qua che arrivano, tolgono i soldi agli italiani per darli agli stranieri, ti fanno diventare razzista eh. Attorno mormorii di approvazione.</p>

<p>Dentro di me penso ai problemi cognitivi che una persona deve avere per partire da un incidente ferroviario e arrivare agli stranieri che ci tolgono le risorse, cioè, alla quantità di disagio mentale e tossicità che uno deve avere e apro anche gli occhi, mi giro, guardo e vedo due signore che potrebbero essere mia madre, due genovesi standard che mescolerebbero il loro non essere razziste, con la gente comune come virus tra la gente civile. Dentro la mia testa parte un dialogo – che nel mondo reale non avviene – in cui mi alzo e spiego alla signora che lei non è razzista, è proprio una testa di cazzo, che è diverso.</p>

<p>Diverse mie conoscenze ultimamente mostrano senza vergogna di essere conservatori, razzisti, condividono materiali di estrema destra, fake news, hanno una visione della vita, dela scuola, della società oscurantista e – francamente – pericolosa. Ma – se contestati dagli amici di un tempo – si meravigliano, negano di essere di destra, dicono di non essere fascisti. Sono per il libero pensiero, dicono. Ecco. Penso: non sono quelli che andavano a dare fuoco all&#39;Avanti o che entravano nelle case con l&#39;olio di ricino, certo. Sono gli altri, la maggioranza silenziosa che lasciava fare e che – tutto sommato – gli stava bene e che avrebbe messo il like.</p>

<p>Vado a fare il bagno e quando torno un gruppo di ragazzi, non ragazzini, si è messo accanto a me, ma non accanto, proprio a un centimetro dal mio asciugamano con dei lettini di metallo. Guardo il ragazzo che si è sdraiato proprio lì, con tutta la spiaggia libera che c&#39;è. Voleva – immagino – stare più vicino all&#39;acqua. È un ragazzo asciutto, con le cuffiette auricolari finto Apple che tiene gli occhi chiusi, tutta la testa coperta da perline di sudore. Sguardo incazzato.</p>

<p>Elettra mi guarda. Dietro di noi tre ragazzine parlano, più giovani, qualche anno più di terzogenita. Ogni frase non può partire se non c&#39;è uno dei tre termini che seguono: “cazzo” “coglione” “vaffanculo”. Dentro di me ridacchio. Le frasi sembrano generate con un algoritmo random. “Oh cazzo ma dove sono quei cogliioni?” “Che cazzo ne so, vaffanculo” “Eccoli là, cazzo, guarda quei coglioni” “Cazzo ma stanno là o vengono da noi, coglioni” “Che cazzo ne so, io me ne vado, vaffanculo”.</p>

<p>Più in là due signori si mettono a parlare dei problemi di viabilità di Genova, “basta” dice Elettra. “Andiamocene. Non mi sembra di essere in vacanza. Mi sembra di stare nella sala di aspetto del dottore”. Rido, amaro, prendiamo tutto e ce ne andiamo.</p>

<p>“Il vantaggio di andare in vacanza all&#39;estero – dico ad Elettra – è che non capisci quello che la gente dice e automaticamente gli attribuisci un&#39;intelligenza e una sensibilità che – in realtà – probabilmente non hanno”. Lei annuisce, ride.</p>

<p>La verità è che abbiamo un fardello troppo pesante sulle spalle. Invecchiare è una merda.</p>

<p>Per distrarci – in auto – Elettra mi parla di questa idea di remigrare tutti gli israeliani in occidente, liberare la Palestina, fare tornare gli ebrei in Europa e costringere le nazioni europee a ripagare l&#39;orrore che per secoli gli hanno fatto soffrire costruendo per loro nuove città.</p>

<p>Così, la fiction.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/sono-li-in-spiaggia-con-elettra-non-dico-dove</guid>
      <pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:57:47 +0000</pubDate>
    </item>
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      <title>Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/per-fortuna-di-tutti-non-ho-mai-conosciuto-guccini-mai-visto-se-non-su-di-un</link>
      <description>&lt;![CDATA[Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un palco. Non ci ho mai parlato e non ho mai sentito l&#39;esigenza di farmi fotografare con lui. E viceversa. Ieri leggendo i messaggi di cordoglio, quelli di disprezzo, quelli di disprezzo del cordoglio, quelli di disprezzo del disprezzo e quelli di disprezzo di qualunque cosa potesse essere scritta su Guccini nel giorno della sua morte, aka, &#34;guardatemi come sono originale&#34;, ecco, ho pensato a quanto un cantautore possa entrare nella vita delle persone, abitarla per un po&#39; di tempo, farsi amare e disprezzare e poi uscire e svanire nel tempo che passa.&#xA;&#xA;La prima volta che ho ascoltato Guccini ero alle superiori in gita verso la Spagna. La professoressa di Filosofia, una toscana dal carattere piuttosto particolare, ci aveva in classe più volte parlato di come lei fosse amica di Guccini e di come lui - quando si incontravano - suonasse per lei Contessa. Il fatto che Contessa non sia di Guccini rende questo mio ricordo poco affidabile. Probabilmente era Pietrangeli. Ma comunque, nel viaggio lunghissimo da Genova a Madrid la docente di Filosofia mise nell&#39;impianto stereo del pullman questa audiocassetta di non so quale album di Guccini, lunghissimo, che fummo costretti ad ascoltare allo sfinimento. &#xA;&#xA;Il secondo ricordo è legato al mondo scout: molte delle canzoni di Guccini non le ho sentite cantare da Guccini. Una cosa ammirevole del mondo scout sono questi hamburgher-canzonieri, pieni di testi e accordi per chitarra delle più disparate fonti, dove canti cristiani convivono con canti anarchici, politici, d&#39;amore e altro. Dalla immancabile Teorema, fino al Dio è morto appunto gucciniano. E io stesso, dovendo scegliere un canzoniere su cui impratichirmi, avevo comprato un piccolo canzoniere di pezzi di Guccini. Costava più o meno quanto la bresaola.&#xA;&#xA;Mi mettevo in camera, con la chitarra e provavo quelle più facili. Ricordo i tentativi di arrivare alla fine di Eskimo, che era abbastanza abbordabile, infinita ma divertente, di cui probabilmente sbagliavo del tutto il ritmo, ma che riuscivo a fare almeno fino al punto dell&#39;LSD con somma soddisfazione.&#xA;&#xA;Un mio amico d&#39;infanza, Claudio, era stato per un periodo appassionato di cantautorato italiano e aveva deciso che io dovevo conoscere questa musica. Da Milano mi inviava (o mi dava quando riuscivamo a vederci) delle cassette manufatte con i materiali che lui riteneva più importanti: De André, De Gregori, Fossati soprattutto, Finardi, Vecchioni e Guccini appunto. Credo che tutti gli album me li avesse passati lui in questo modo carbonaro. Di tutti gli album, non so perché, quello che ho ascoltato di più e che ricordo meglio è Amerigo, che non è neppure uno dei più popolari. Cringissimo pensarci oggi, ma mi chiudevo in camera, facevo partire Libera Nos Domine e la intepretavo in playback, fingendo di essere io lì a cantarla davanti a chissà chi. &#xA;&#xA;Tutto questo periodo liceo, più o meno. Una volta è venuto a Genova, alla Festa dell&#39;Unità, che all&#39;epoca era ancora enorme e sotto le bandiere del sol dell&#39;avvenire del PCI. Io non avevo i biglietti, ma qualcuno che era nell&#39;organizzazione, di cui non farò il nome (Flavio) mi fece avere un pass come tecnico luci o qualcosa del genere, così entrai a sentire dal vivo Guccini. Ovviamente pioveva e ricordo questa cosa, per me piuttosto divertente, di Guccini che prima di interrompere il concerto ci disse, &#34;vedete - io continuerei - perché gli organizzatori hanno messo la copertura sul palco. Ma il mixer è dall&#39;altra parte, in mezzo a voi. E quello non è coperto. E coprire il palco e non il mixer è come coprirsi l&#39;uccello e lasciare scoperto il buco del culo&#34; (la citazione è a memoria, ma il concetto è quello). A suo onore devo dire che - rischiando di fulminare il mixer - fece comuqnue un ultimo lungo pezzo prima di andarsene.&#xA;&#xA;Un&#39;altra volta, anni e anni dopo, Claudio venne da Milano a Genova per dirmi che era morta una persona amica di molti del club Tenco. Ora non ricordo, forse un farmacista. Non sono sicuro. E diversi cantanti del club Tenco avrebbero tenuto in concerto nel suo paese natale, a Dolceacqua, un paesino dell&#39;entroterra ligure. La faccio breve. Andammo io e lui, senza auto, un po&#39; in treno, un po&#39; a piedi, un po&#39; in autostop da Genova a Dolceacqua, per scoprire che i biglietti erano stati tutti venduti. Il posto era piccolissimo, una piccola piazza/posteggio contornata da case. Allora, con una sfacciataggine che ora non avrei, forse, io e Claudio andammo di appartamento in appartamento chiedendo se qualcuno ci avesse potuto ospitare sul suo poggiolo per sentire lo stesso il concerto. &#xA;&#xA;Così fu, sentimmo questo concerto stranissimo, vedendo salire sul palco Fossati, Paolo Conte e Guccini (anche altri, ma ricordo questi tre). Guccini fece una serie di canzoni che non erano ancora uscite, e che avrei sentito poi nel primo cd da me legalmente acquistato, Quello che non. Era quindi il 1989/1990. Fu un esperienza particolare, in casa di sconosciuti, sul loro poggiolo, sentire i pezzi del prossimo disco di Guccini. &#xA;&#xA;Poi andai ancora una volta a sentirlo al Palasport, ma ricordo solo l&#39;acustica terribile. Musicalmente penso che i suoi dischi, fino a Madame Bovary, siano davvero importanti, sia musicalmente che come scrittura. Di quelli successivi preferisco non parlare.&#xA;&#xA;L&#39;ultimo ricordo è legato a quanto tempo, negli ultimi decenni, io poi abbia speso serate a parlare con Marco e Francesco della musica dei nostri cantautori, a descriverne le parabole, a definire i momenti riusciti e le cadute, le cose brillanti e innovative e quelle retoriche e bolse. Di come - sostanzialmente - la mia generazione, quella più critica, abbia poi fatto i conti con quell&#39;immaginario che questa musica voleva trasmetterci. E di come, leggendo ieri i commenti su Facebook, questo immaginario si sia gonfiato e sgonfiato, ci abbia mostrato isole che non c&#39;erano e che pensavamo prima o poi di trovare e che oggi, di fronte a questo millennio in perpetuo cambiamento, sono proprio fuori mappa.&#xA;&#xA;Chiudo: così ognuno di noi conserva dei frammenti sporchi, delle scorie di quello che la produzione culturale ci ha imbastito. Immagini, suoni si mescolano con il teatrino della nostra vita, delle tante forme che siamo stati: ragazzini, liceali, universitari, cococo, amanti, contestatori, affittuari. Escono fuori questi pezzi di metallo con un po&#39; del corpo estraneo, un po&#39; del nostro, un po&#39; di quello che siamo stati ed è ancora lì, inerte, ad aspettare.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un palco. Non ci ho mai parlato e non ho mai sentito l&#39;esigenza di farmi fotografare con lui. E viceversa. Ieri leggendo i messaggi di cordoglio, quelli di disprezzo, quelli di disprezzo del cordoglio, quelli di disprezzo del disprezzo e quelli di disprezzo di qualunque cosa potesse essere scritta su Guccini nel giorno della sua morte, aka, “guardatemi come sono originale”, ecco, ho pensato a quanto un cantautore possa entrare nella vita delle persone, abitarla per un po&#39; di tempo, farsi amare e disprezzare e poi uscire e svanire nel tempo che passa.</p>

<p>La prima volta che ho ascoltato Guccini ero alle superiori in gita verso la Spagna. La professoressa di Filosofia, una toscana dal carattere piuttosto particolare, ci aveva in classe più volte parlato di come lei fosse amica di Guccini e di come lui – quando si incontravano – suonasse per lei Contessa. Il fatto che Contessa non sia di Guccini rende questo mio ricordo poco affidabile. Probabilmente era Pietrangeli. Ma comunque, nel viaggio lunghissimo da Genova a Madrid la docente di Filosofia mise nell&#39;impianto stereo del pullman questa audiocassetta di non so quale album di Guccini, lunghissimo, che fummo costretti ad ascoltare allo sfinimento.</p>

<p>Il secondo ricordo è legato al mondo scout: molte delle canzoni di Guccini non le ho sentite cantare da Guccini. Una cosa ammirevole del mondo scout sono questi hamburgher-canzonieri, pieni di testi e accordi per chitarra delle più disparate fonti, dove canti cristiani convivono con canti anarchici, politici, d&#39;amore e altro. Dalla immancabile Teorema, fino al Dio è morto appunto gucciniano. E io stesso, dovendo scegliere un canzoniere su cui impratichirmi, avevo comprato un piccolo canzoniere di pezzi di Guccini. Costava più o meno quanto la bresaola.</p>

<p>Mi mettevo in camera, con la chitarra e provavo quelle più facili. Ricordo i tentativi di arrivare alla fine di Eskimo, che era abbastanza abbordabile, infinita ma divertente, di cui probabilmente sbagliavo del tutto il ritmo, ma che riuscivo a fare almeno fino al punto dell&#39;LSD con somma soddisfazione.</p>

<p>Un mio amico d&#39;infanza, Claudio, era stato per un periodo appassionato di cantautorato italiano e aveva deciso che io dovevo conoscere questa musica. Da Milano mi inviava (o mi dava quando riuscivamo a vederci) delle cassette manufatte con i materiali che lui riteneva più importanti: De André, De Gregori, Fossati soprattutto, Finardi, Vecchioni e Guccini appunto. Credo che tutti gli album me li avesse passati lui in questo modo carbonaro. Di tutti gli album, non so perché, quello che ho ascoltato di più e che ricordo meglio è Amerigo, che non è neppure uno dei più popolari. Cringissimo pensarci oggi, ma mi chiudevo in camera, facevo partire Libera Nos Domine e la intepretavo in playback, fingendo di essere io lì a cantarla davanti a chissà chi.</p>

<p>Tutto questo periodo liceo, più o meno. Una volta è venuto a Genova, alla Festa dell&#39;Unità, che all&#39;epoca era ancora enorme e sotto le bandiere del sol dell&#39;avvenire del PCI. Io non avevo i biglietti, ma qualcuno che era nell&#39;organizzazione, di cui non farò il nome (Flavio) mi fece avere un pass come tecnico luci o qualcosa del genere, così entrai a sentire dal vivo Guccini. Ovviamente pioveva e ricordo questa cosa, per me piuttosto divertente, di Guccini che prima di interrompere il concerto ci disse, “vedete – io continuerei – perché gli organizzatori hanno messo la copertura sul palco. Ma il mixer è dall&#39;altra parte, in mezzo a voi. E quello non è coperto. E coprire il palco e non il mixer è come coprirsi l&#39;uccello e lasciare scoperto il buco del culo” (la citazione è a memoria, ma il concetto è quello). A suo onore devo dire che – rischiando di fulminare il mixer – fece comuqnue un ultimo lungo pezzo prima di andarsene.</p>

<p>Un&#39;altra volta, anni e anni dopo, Claudio venne da Milano a Genova per dirmi che era morta una persona amica di molti del club Tenco. Ora non ricordo, forse un farmacista. Non sono sicuro. E diversi cantanti del club Tenco avrebbero tenuto in concerto nel suo paese natale, a Dolceacqua, un paesino dell&#39;entroterra ligure. La faccio breve. Andammo io e lui, senza auto, un po&#39; in treno, un po&#39; a piedi, un po&#39; in autostop da Genova a Dolceacqua, per scoprire che i biglietti erano stati tutti venduti. Il posto era piccolissimo, una piccola piazza/posteggio contornata da case. Allora, con una sfacciataggine che ora non avrei, forse, io e Claudio andammo di appartamento in appartamento chiedendo se qualcuno ci avesse potuto ospitare sul suo poggiolo per sentire lo stesso il concerto.</p>

<p>Così fu, sentimmo questo concerto stranissimo, vedendo salire sul palco Fossati, Paolo Conte e Guccini (anche altri, ma ricordo questi tre). Guccini fece una serie di canzoni che non erano ancora uscite, e che avrei sentito poi nel primo cd da me legalmente acquistato, Quello che non. Era quindi il 1989/1990. Fu un esperienza particolare, in casa di sconosciuti, sul loro poggiolo, sentire i pezzi del prossimo disco di Guccini.</p>

<p>Poi andai ancora una volta a sentirlo al Palasport, ma ricordo solo l&#39;acustica terribile. Musicalmente penso che i suoi dischi, fino a Madame Bovary, siano davvero importanti, sia musicalmente che come scrittura. Di quelli successivi preferisco non parlare.</p>

<p>L&#39;ultimo ricordo è legato a quanto tempo, negli ultimi decenni, io poi abbia speso serate a parlare con Marco e Francesco della musica dei nostri cantautori, a descriverne le parabole, a definire i momenti riusciti e le cadute, le cose brillanti e innovative e quelle retoriche e bolse. Di come – sostanzialmente – la mia generazione, quella più critica, abbia poi fatto i conti con quell&#39;immaginario che questa musica voleva trasmetterci. E di come, leggendo ieri i commenti su Facebook, questo immaginario si sia gonfiato e sgonfiato, ci abbia mostrato isole che non c&#39;erano e che pensavamo prima o poi di trovare e che oggi, di fronte a questo millennio in perpetuo cambiamento, sono proprio fuori mappa.</p>

<p>Chiudo: così ognuno di noi conserva dei frammenti sporchi, delle scorie di quello che la produzione culturale ci ha imbastito. Immagini, suoni si mescolano con il teatrino della nostra vita, delle tante forme che siamo stati: ragazzini, liceali, universitari, cococo, amanti, contestatori, affittuari. Escono fuori questi pezzi di metallo con un po&#39; del corpo estraneo, un po&#39; del nostro, un po&#39; di quello che siamo stati ed è ancora lì, inerte, ad aspettare.</p>
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      <pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:55:59 +0000</pubDate>
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      <title>Questa mattina avevo voglia di leggere, così ho  preso e sono andato in una...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/questa-mattina-avevo-voglia-di-leggere-cosi-ho-preso-e-sono-andato-in-una</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;Questa mattina avevo voglia di leggere, così ho  preso e sono andato in una delle biblioteche pubbliche della mia città. Non c&#39;è quasi nessuno, solo bambini in età prescolare che mandano le loro lallazioni occupando lo spazio sonoro che la loro natura di frugugnetti gli riconosce. Sto leggendo un ebook di letteratura comparata, da diversi mesi, che trovo un po&#39; difficile da razionalizzare ma piuttosto stimolante e che voglio finire di leggere entro fine dell&#39;estate. Qua, con gli occhiali, il relativo silenzio concesso dai piccoli corridori e dai padri &amp; madri relative, il mio grosso e largo ebook reader con il suo pennino, i condizionatori che danno al tutto un clima artico-temperato, insomma, non è male. &#xA;&#xA;Uscito da casa mia, nell&#39;afrore umido del genovese, mi ero voltato indietro: sulla facciata stavano sei sudamericani appesi alle loro corde che livellavano l&#39;intonaco. Uno si era voltato verso di me, riconoscendomi, mi ha salutato con un gesto e la voce. Guarda tu, ho pensato.&#xA;&#xA;Una considerazione che facevo scrivendo questo diario, e rileggendone alcune parti. Più le cose che scrivo diventano chiare, il lessico comprensibile e i miei ragionamenti razionali, meno quella persona che viene rappresentata dal diario mi somiglia. Tutta questa fatica di rendere quello che comunico - comunicabile - è fatta a danno di una teoria di cose di stomaco, di zecche vergognose nascoste sotto i capelli, di porcherie ingollate abbruttito in qualche parte del mondo. Di balbettamenti incomprensibili. Più mi rendo comprensibile, più faccio violenza e strappo via l&#39;incerto, il non linguistico, l&#39;irrazionale e l&#39;irragionevole. &#xA;&#xA;Ho iniziato, quasi per caso, a scrivere la struttura di un videogioco. &#34;Inferno&#34;, la visual novel che ho iniziato vent&#39;anni fa, si è bloccata. Ho finito il prologo, l&#39;ho anche messo su itch.io, ho iniziato la parte centrale ma sono andato in empasse. La storia e gli enigmi che ricordo e che mi sono segnato, non mi convincono più. Dovrei rifare buona parte della storia, ma sono vincolato a quello che la storia ancora occupa dentro di me. Sono agganciato alla struttura originaria, ma nello stesso tempo vedo che è arida. E sono anche costretto dalle immagini che già ho. È come se avessi davanti le carte di un gioco, ma le regole con cui giocare non mi convincono più. E non ne trovo di nuove efficaci. Credo che lo lascerò a macerare ancora per qualche tempo. &#xA;&#xA;Invece, dicevo, ho iniziato un arcade. Ho preso il motore che avevo programmato per Allydim, il videogame che avevo iniziato a fare con secondogenito, e ho cancellato tutto tranne la struttura vuota. Avevo in mente questa idea di un personaggio che non ha forma fissa, fatto di linee, punti, colori, a seconda dello svolgimento del gioco. Ho fatto giusto due prove di come questa idea rendeva graficamente e mi hanno soddisfatto. Ho alcune idee sulla storia, ma questa volta penso che storia e programmazione procederanno assieme, nel senso, la programmazione di elementi grafici impatterà sulla storia e viceversa. &#xA;&#xA;L&#39;idea - non originalissima - è quella di un corpo che muta e le sue variazioni gli permettono di accedere a determinate zone del gioco mentre determinate zone del gioco (o azioni) effettuano delle permutazioni al corpo stesso. Ho in mente alcune idee di base: per accedere al posto di lavoro il personaggio deve &#34;banalizzarsi&#34; perdendo i propri colori, diventando a livelli di grigio. La scuola è un ambiente in cui il personaggio può uniformarsi, perdendo appunto i colori personali. Ci sono poi luoghi dell&#39;antagonismo e della criticità dove si riesce a ritrovare le proprie cromie. Però così è un po&#39; troppo meccanico. Penso che &#34;giocherò&#34; ancora a programmare possibili corpi del giocatore prima di formalizzare la storia.&#xA;&#xA;Un elemento che mi attrae è che programmare è divertente. Dico, partire da zero, o quasi visto che mi appoggio a Pygame. Da questo punto di vista la programmazione &#34;standard&#34; di Ren&#39;Py è piuttosto piatta. Con Pygame ho la sensazione di libertà assoluta. Mentre vi scrivo una mamma sta cantando una canzone in francese per addormentare il proprio bambino. Qua a due scrivanie di distanza. Cinquantaquattro morti, almeno, di ragazzi marocchini che hanno cercato di entrare nell&#39;enclave di Ceuta. &#34;Entrare nell&#39;enclave&#34;, cioé, muoversi nel mondo. E qua una mamma canta in francese a un frugugnetto come se niente fosse, come se avessimo diritto di essere semplici esseri umani che lallano, frignano, mutano il corpo, succhiano, si innamorano, figliano - se ne hanno voglia. Prendono, camminano, se ne vanno. Muoversi nel mondo. Guarda tu, ho pensato. &#xA;&#xA;Io non lo vedrò.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina avevo voglia di leggere, così ho  preso e sono andato in una delle biblioteche pubbliche della mia città. Non c&#39;è quasi nessuno, solo bambini in età prescolare che mandano le loro lallazioni occupando lo spazio sonoro che la loro natura di frugugnetti gli riconosce. Sto leggendo un ebook di letteratura comparata, da diversi mesi, che trovo un po&#39; difficile da razionalizzare ma piuttosto stimolante e che voglio finire di leggere entro fine dell&#39;estate. Qua, con gli occhiali, il relativo silenzio concesso dai piccoli corridori e dai padri &amp; madri relative, il mio grosso e largo ebook reader con il suo pennino, i condizionatori che danno al tutto un clima artico-temperato, insomma, non è male.</p>

<p>Uscito da casa mia, nell&#39;afrore umido del genovese, mi ero voltato indietro: sulla facciata stavano sei sudamericani appesi alle loro corde che livellavano l&#39;intonaco. Uno si era voltato verso di me, riconoscendomi, mi ha salutato con un gesto e la voce. Guarda tu, ho pensato.</p>

<p>Una considerazione che facevo scrivendo questo diario, e rileggendone alcune parti. Più le cose che scrivo diventano chiare, il lessico comprensibile e i miei ragionamenti razionali, meno quella persona che viene rappresentata dal diario mi somiglia. Tutta questa fatica di rendere quello che comunico – comunicabile – è fatta a danno di una teoria di cose di stomaco, di zecche vergognose nascoste sotto i capelli, di porcherie ingollate abbruttito in qualche parte del mondo. Di balbettamenti incomprensibili. Più mi rendo comprensibile, più faccio violenza e strappo via l&#39;incerto, il non linguistico, l&#39;irrazionale e l&#39;irragionevole.</p>

<p>Ho iniziato, quasi per caso, a scrivere la struttura di un videogioco. “Inferno”, la visual novel che ho iniziato vent&#39;anni fa, si è bloccata. Ho finito il prologo, l&#39;ho anche messo su itch.io, ho iniziato la parte centrale ma sono andato in empasse. La storia e gli enigmi che ricordo e che mi sono segnato, non mi convincono più. Dovrei rifare buona parte della storia, ma sono vincolato a quello che la storia ancora occupa dentro di me. Sono agganciato alla struttura originaria, ma nello stesso tempo vedo che è arida. E sono anche costretto dalle immagini che già ho. È come se avessi davanti le carte di un gioco, ma le regole con cui giocare non mi convincono più. E non ne trovo di nuove efficaci. Credo che lo lascerò a macerare ancora per qualche tempo.</p>

<p>Invece, dicevo, ho iniziato un arcade. Ho preso il motore che avevo programmato per Allydim, il videogame che avevo iniziato a fare con secondogenito, e ho cancellato tutto tranne la struttura vuota. Avevo in mente questa idea di un personaggio che non ha forma fissa, fatto di linee, punti, colori, a seconda dello svolgimento del gioco. Ho fatto giusto due prove di come questa idea rendeva graficamente e mi hanno soddisfatto. Ho alcune idee sulla storia, ma questa volta penso che storia e programmazione procederanno assieme, nel senso, la programmazione di elementi grafici impatterà sulla storia e viceversa.</p>

<p>L&#39;idea – non originalissima – è quella di un corpo che muta e le sue variazioni gli permettono di accedere a determinate zone del gioco mentre determinate zone del gioco (o azioni) effettuano delle permutazioni al corpo stesso. Ho in mente alcune idee di base: per accedere al posto di lavoro il personaggio deve “banalizzarsi” perdendo i propri colori, diventando a livelli di grigio. La scuola è un ambiente in cui il personaggio può uniformarsi, perdendo appunto i colori personali. Ci sono poi luoghi dell&#39;antagonismo e della criticità dove si riesce a ritrovare le proprie cromie. Però così è un po&#39; troppo meccanico. Penso che “giocherò” ancora a programmare possibili corpi del giocatore prima di formalizzare la storia.</p>

<p>Un elemento che mi attrae è che programmare è divertente. Dico, partire da zero, o quasi visto che mi appoggio a Pygame. Da questo punto di vista la programmazione “standard” di Ren&#39;Py è piuttosto piatta. Con Pygame ho la sensazione di libertà assoluta. Mentre vi scrivo una mamma sta cantando una canzone in francese per addormentare il proprio bambino. Qua a due scrivanie di distanza. Cinquantaquattro morti, almeno, di ragazzi marocchini che hanno cercato di entrare nell&#39;enclave di Ceuta. “Entrare nell&#39;enclave”, cioé, muoversi nel mondo. E qua una mamma canta in francese a un frugugnetto come se niente fosse, come se avessimo diritto di essere semplici esseri umani che lallano, frignano, mutano il corpo, succhiano, si innamorano, figliano – se ne hanno voglia. Prendono, camminano, se ne vanno. Muoversi nel mondo. Guarda tu, ho pensato.</p>

<p>Io non lo vedrò.</p>
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      <pubDate>Sat, 01 Aug 2026 10:19:59 +0000</pubDate>
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      <title>Non sono costretto a scrivere.</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/non-sono-costetto-a-scrivere</link>
      <description>&lt;![CDATA[Non sono costretto a scrivere. Non costretto a leggere. Fare le piccole cose, chiudere con dei fiocchi blu metallici le cose che ho attorno. In questa busta ci metto un pezzo del cuore e tutte le unghie tagliate ai miei figli. Le cose - mi raccomando - sempre in coppia: altra busta il mio primo profilattico e un rasoio monolama Gilette in cui mettevo le lame intere, come quelle dei film. Terza busta uno Skyfonino e la carogna di un piccione che ho visto stamattina diventare tutt&#39;uno con l&#39;asfalto bollente qua vicino a casa mia. Molte cose le facevo a senso. Non ho mai riflettuto molto.&#xA;&#xA;Mi sono sempre mosso tra la paura e l&#39;entusiasmo. Entrare nei negozi con la paura di innamorarmi e il desiderio di trovare qualcosa di inedito. In fondo un centro commerciale è una foresta e la mia carta di credito è un coltello. Scrivere ad occhi chiusi, fatto anche questo; in apnea. Nelle ore notturne e diurne. Agganciarsi a un paragrafo scritto dieci, vent&#39;anni prima, per non lasciarlo morto, recidere lemmi e agganciarne di nuovi, fare innesti letterari, cambiare gusti, dimenticare i libri letti. Dimenticare anche quelli scritti. &#xA;&#xA;Le cose che ho fatto non hanno cambiato il mondo. Il mercato - comunque - determina una scelta del gusto. Alla fine nelle antologie resteranno certi nomi e non altri presi da una rosa del venduto e dell&#39;invenduto: Brizzi, Tamaro, Nove, Scarpa, Nori, Ammaniti, Santacroce, boh, Galiazzo, Morozzi, Piccolo, Mozzi, Genna, almeno metà di questi nomi scomparirà nel nulla in qualche decennio. Fuori catalogo dopo fuori catalogo. Qualche briciola verrà presa come rappresentativa del decennio.&#xA;&#xA;Giro nella libreria abbandonata, ricca di gente che negli anni sessanta-settanta era nel gusto comune:  non riconosco la maggior parte dei nomi. Titoli più recenti di meteore a cui Einaudi o Mondadori hanno anche dato la grazia del cartonato; de sa pa re ci dos. Tutto questo sbattone per sparire nel nulla. Era meglio allora coltivare le fragole. E nuovi ne arrivano di continuo, uno sciame oggi di aedi del digitale. Pensare di riprendere la propria faccia che cambia negli anni, dover parlare per sempre soli davanti a una videocamera che ci riprende, essere condannati a essere uno spettacolo vivente per due spicci e uno sciame - ancora - di follower.&#xA;&#xA;Ero l&#39;altro giorno a Quarto, o Quinto, non ho mai capito dove l&#39;uno diventi l&#39;altro. In spiaggia. Pensavo che non c&#39;è niente come la spiaggia per tornare negli anni settanta, specie quelle pubbliche. La tecnologia con cui si va al mare oggi è la stessa - sostanzialmente - di cinquant&#39;anni fa: l&#39;odore di creme solari, ombrelloni diseguali e variopinti, teli spiaggia e asciugamani, corpi seminudi che si osservano guardinghi sotto al sole assoluto dell&#39;estate: il mare poi, come un limes dell&#39;occhio.&#xA;&#xA;Gli anziani e Venerandi che si trascinano sul bagnasciuga, guardano, sognano. I gruppi di ragazzi che si mettono in cerchio - da decenni - per provare a tenere la palla in bilico nel cielo. Bambini che muovono la sabbia, costruiscono cose come se avessero tutto il tempo davanti: la dilatazione del tempo. La spiaggia è una macchina del tempo, reca consolazione all&#39;invecchiamento. Quealcuno legge libri, riviste, un Kindle. &#xA;&#xA;&#34;Fabrizio - Fabrizio&#34; mi sento chiamare. Mi giro, un uomo mi guarda sorridente, c&#39;è qualcosa in lui che mi pare di vedere sotto la carne, ma non lo riconosco. &#34;Non ti riconosco&#34; ammetto ridendo e lui mi dice il nome: è un compagno delle medie. Non ci vediamo da almeno quarant&#39;anni. Ci raccontiamo le nostre vite, in breve, una biografia essenziale. Ad un certo punto gli dico che insegno e lui - lo so, lo so - mi dice. &#34;Ti seguo su Facebook&#34; aggiunge. &#39;Ecco come mi ha riconosciuto!&#39; penso. Lui continua a dire che legge le cose che scrivo, che scrivo cose filosofiche. &#34;Ma già alle medie si vedeva - mi dice - che eri un filosofo&#34;.&#xA;&#xA;Torno a camminare sul bagnasciuga, che poi non si chiama bagnasciuga. Ecco, vedi, scompariamo nel nulla ma laciamo dei brandelli di memoria di noi di cui non sappiamo nulla, come della rucola in mezzo ai denti. Le ragazze le vedo, sono due. Una è sdraiata sul materassino, l&#39;altra in piedi nell&#39;acqua che parla. Ma non sta parlando all&#39;amica: la seconda ragazza, quella sdraiata sul materassino tiene in mano un asticella con un cellulare in fondo. Sta riprendendo quella in piedi con lo sfondo della linea del mare. Un&#39;influencer marina al lavoro. Quella in piedi parla al vuoto dello smartphone, al pubblico invisibile del suo canale. Ecco, questa è una inflitrazione del presente, una anomalia della macchina del tempo.&#xA;&#xA;Sotto la vita mi immagino le squame e la pinna della sirena digitale. Vorrei tuffarmi, nuotare fino ad entrare nel campo di ripresa del cellulare, diventare un elemento dello storytelling della ragazza e poi avvicinarmi, interromperla, chiedere scusa e sapere di cosa stanno parlando, per chi, su che canale. Cosa le spinge. &#34;Sapete - avrei detto - anche io comunico&#34;.  Restare a galleggiare per qualche minuto tra gli anni settanta e la fine degli anni venti, con il mio corpo come uno spaghetto teso nel buco azzurro del mare.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Non sono costretto a scrivere. Non costretto a leggere. Fare le piccole cose, chiudere con dei fiocchi blu metallici le cose che ho attorno. In questa busta ci metto un pezzo del cuore e tutte le unghie tagliate ai miei figli. Le cose – mi raccomando – sempre in coppia: altra busta il mio primo profilattico e un rasoio monolama Gilette in cui mettevo le lame intere, come quelle dei film. Terza busta uno Skyfonino e la carogna di un piccione che ho visto stamattina diventare tutt&#39;uno con l&#39;asfalto bollente qua vicino a casa mia. Molte cose le facevo a senso. Non ho mai riflettuto molto.</p>

<p>Mi sono sempre mosso tra la paura e l&#39;entusiasmo. Entrare nei negozi con la paura di innamorarmi e il desiderio di trovare qualcosa di inedito. In fondo un centro commerciale è una foresta e la mia carta di credito è un coltello. Scrivere ad occhi chiusi, fatto anche questo; in apnea. Nelle ore notturne e diurne. Agganciarsi a un paragrafo scritto dieci, vent&#39;anni prima, per non lasciarlo morto, recidere lemmi e agganciarne di nuovi, fare innesti letterari, cambiare gusti, dimenticare i libri letti. Dimenticare anche quelli scritti.</p>

<p>Le cose che ho fatto non hanno cambiato il mondo. Il mercato – comunque – determina una scelta del gusto. Alla fine nelle antologie resteranno certi nomi e non altri presi da una rosa del venduto e dell&#39;invenduto: Brizzi, Tamaro, Nove, Scarpa, Nori, Ammaniti, Santacroce, boh, Galiazzo, Morozzi, Piccolo, Mozzi, Genna, almeno metà di questi nomi scomparirà nel nulla in qualche decennio. Fuori catalogo dopo fuori catalogo. Qualche briciola verrà presa come rappresentativa del decennio.</p>

<p>Giro nella libreria abbandonata, ricca di gente che negli anni sessanta-settanta era nel gusto comune:  non riconosco la maggior parte dei nomi. Titoli più recenti di meteore a cui Einaudi o Mondadori hanno anche dato la grazia del cartonato; de sa pa re ci dos. Tutto questo sbattone per sparire nel nulla. Era meglio allora coltivare le fragole. E nuovi ne arrivano di continuo, uno sciame oggi di aedi del digitale. Pensare di riprendere la propria faccia che cambia negli anni, dover parlare per sempre soli davanti a una videocamera che ci riprende, essere condannati a essere uno spettacolo vivente per due spicci e uno sciame – ancora – di follower.</p>

<p>Ero l&#39;altro giorno a Quarto, o Quinto, non ho mai capito dove l&#39;uno diventi l&#39;altro. In spiaggia. Pensavo che non c&#39;è niente come la spiaggia per tornare negli anni settanta, specie quelle pubbliche. La tecnologia con cui si va al mare oggi è la stessa – sostanzialmente – di cinquant&#39;anni fa: l&#39;odore di creme solari, ombrelloni diseguali e variopinti, teli spiaggia e asciugamani, corpi seminudi che si osservano guardinghi sotto al sole assoluto dell&#39;estate: il mare poi, come un limes dell&#39;occhio.</p>

<p>Gli anziani e Venerandi che si trascinano sul bagnasciuga, guardano, sognano. I gruppi di ragazzi che si mettono in cerchio – da decenni – per provare a tenere la palla in bilico nel cielo. Bambini che muovono la sabbia, costruiscono cose come se avessero tutto il tempo davanti: la dilatazione del tempo. La spiaggia è una macchina del tempo, reca consolazione all&#39;invecchiamento. Quealcuno legge libri, riviste, un Kindle.</p>

<p>“Fabrizio – Fabrizio” mi sento chiamare. Mi giro, un uomo mi guarda sorridente, c&#39;è qualcosa in lui che mi pare di vedere sotto la carne, ma non lo riconosco. “Non ti riconosco” ammetto ridendo e lui mi dice il nome: è un compagno delle medie. Non ci vediamo da almeno quarant&#39;anni. Ci raccontiamo le nostre vite, in breve, una biografia essenziale. Ad un certo punto gli dico che insegno e lui – lo so, lo so – mi dice. “Ti seguo su Facebook” aggiunge. &#39;Ecco come mi ha riconosciuto!&#39; penso. Lui continua a dire che legge le cose che scrivo, che scrivo cose filosofiche. “Ma già alle medie si vedeva – mi dice – che eri un filosofo”.</p>

<p>Torno a camminare sul bagnasciuga, che poi non si chiama bagnasciuga. Ecco, vedi, scompariamo nel nulla ma laciamo dei brandelli di memoria di noi di cui non sappiamo nulla, come della rucola in mezzo ai denti. Le ragazze le vedo, sono due. Una è sdraiata sul materassino, l&#39;altra in piedi nell&#39;acqua che parla. Ma non sta parlando all&#39;amica: la seconda ragazza, quella sdraiata sul materassino tiene in mano un asticella con un cellulare in fondo. Sta riprendendo quella in piedi con lo sfondo della linea del mare. Un&#39;influencer marina al lavoro. Quella in piedi parla al vuoto dello smartphone, al pubblico invisibile del suo canale. Ecco, questa è una inflitrazione del presente, una anomalia della macchina del tempo.</p>

<p>Sotto la vita mi immagino le squame e la pinna della sirena digitale. Vorrei tuffarmi, nuotare fino ad entrare nel campo di ripresa del cellulare, diventare un elemento dello storytelling della ragazza e poi avvicinarmi, interromperla, chiedere scusa e sapere di cosa stanno parlando, per chi, su che canale. Cosa le spinge. “Sapete – avrei detto – anche io comunico”.  Restare a galleggiare per qualche minuto tra gli anni settanta e la fine degli anni venti, con il mio corpo come uno spaghetto teso nel buco azzurro del mare.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/diario/non-sono-costetto-a-scrivere</guid>
      <pubDate>Thu, 30 Jul 2026 04:53:28 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Ho provato a salvare tutto quello che ho scritto in questo diario negli ultimi...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/ho-provato-a-salvare-tutto-quello-che-ho-scritto-in-questo-diario-negli-ultimi</link>
      <description>&lt;![CDATA[Ho provato a salvare tutto quello che ho scritto in questo diario negli ultimi mesi, per vedere quanti caratteri erano. Il programma che uso sull&#39;Tab XC non ha curiosamente questa funzione, mi dice solo quante parole sono state scritte, ma non i caratteri, mentre io sono abituato a pensare in caratteri per capire quello che ho scritto che dimensione fisica ha. Ho esportato, importato su un clone di OpenOffice e lì guardato le statistiche che dicono che ho scritto più di duecentomila caratteri. La cosa è ovviamente semplice. Scrivere un diario, anche se pubblico, non sbagli mai. &#xA;&#xA;Non ci sono personaggi, climax, luoghi, spannung, tutta la tiritera che rende un romanzo romanzo e che non puoi tralasciare se vuoi - per dire - che il tuo romanzo sia leggibile. Il diario, scrivi e vai, puoi solo produrre contenuti, ogni blocco ha una sua autonomia interna, si capisce quando inizia una pagina di diario e quando finisce, anche se - per scelta - ho deciso di pensarla come un unico flusso. Più di ducentomila caratteri e scritti tutti su e-ink.&#xA;&#xA;Ieri ho iniziato a guardare &#34;Les Carabiniers&#34; di Godard in e-ink, ero nel letto e non avevo voglia di accendere lo schermo del Macbook. Ne ho visto un terzo in e-ink, faceva una strana impressione perché il film era in bianco e nero, un bianco e nero molto contrastato, quindi in e-ink funzionava bene, ma il software, per stare dietro ai frame, effettuava una specie di dithering, era come se la pellicola avesse una natura granulare. L&#39;immagine non sembrava una fotografia, ma un composto granulare di elementi singoli infinitesimali che interagivano per creare qualcosa. L&#39;ho fermato. Ho pensato che Godard non sarebbe stato contento e sono passato a vederlo con il banale LCD del Macbook.&#xA;&#xA;Il film ha diverse scene memorabili, ringrazio a chi lo ha riconosciuto nella descrizione che ne avevo fatto nel mio diario spagnolo. In sé, non è uno dei grandi film di Godard, ho anche letto delle critiche all&#39;uscita. Ho anche letto del progetto parallelo di Rossellini e del fiasco. Detto questo del film mi ha un po&#39; fatto soffrire solo una scena - lunghissima - verso la fine, quella con le cartoline. Ma poi, anche in quella, mi sono goduto i movimenti di telecamera, gli zoom. Gli attori. Bene. Anche questo fatto, dopo Bugonia, Les Carabiniers. Di Bugonia non dirò nulla.&#xA;&#xA;La scena che mi è piaciuta di più, nella prima parte, è quando uno dei protagonisti, chiamato ad andare in guerra, chiede informazioni su quello che potrà fare in guerra, se potrà prendersi le cose, uccidere gli innocenti, rubare e il soldato che gli risponde lo rassicura, certo, dice, è la guerra. L&#39;elencazione di cose che il ragazzino chiede è irragionevole e disordinata, ma la guerra inghiotte tutto, qualunque cosa diventa accettabile nel momento in cui cadono i sostegni della vita reale e si entra in questa alienazione sociale, questa roba che è diventata virale. A stare qua a ticchettare nella mia sala da pranzo la guerra, la morte, lo stupro, sono un sogno.&#xA;&#xA;Questa notte ho sognato che perdevo il mio Tab XC. Avevo accompagnato terzogenita in non so quale gita scolastica o scoutistica e - alla fine - nel rifare i bagagli era sparito il mio Tab XC. I sogni in cui perdo o - più spesso - spacco lo schermo del Tab XC sono più numerosi di quanto sarebbe opportuno. Evidentemente sono ancora - sotto sotto - un ragazzino innamorato degli oggetti. Anche se - pensavo ieri - in quesi ultimissimi anni sono cambiato nel condividere pubblicamente quello che faccio. Cancello molto più di un tempo. I prodotti finali, se non mi riescono bene, intendo dire il &#34;bene&#34; che avevo in testa, li cancello e non li posto, non li uso. Un tempo li buttavo comunque dentro, non si butta via niente, pensavo. Oggi c&#39;è troppa roba in circolo. Meglio recidere.&#xA;&#xA;Ieri Paolo Nori ha scritto un post in cui racconta di lui in Russia, delle critiche che ha ricevuto sui social per aver scritto bene della Russia in un momento storico come questo, senza prendere una posizione politica su quello che sta avvenendo in Ucraina. Nori ha risposto con lo stile che usa nei suoi romanzi, quel suo idioletto che lo caratterizza, dicendo - in sostanza che lui ama la Russia a prescindere da chi la governa. Ho trovato la risposta di Nori chiara e puerile per due motivi. Il primo è che - politicamente - è una risposta chiara, ma che - come direbbe qualcuno - preferirei di no. Se io amassi la Russia, avessi la libertà di azione e la cultura che Nori ha sulla storia russa, non andrei a sentire le campane a San Pietroburgo o dov&#39;era, ora non ricordo. Forse, oggi, nel 2026, uno scrittore dovrebbe andare dove quella politica che a Nori pare non interessare sta plasmando la storia dei prossimi decenni. &#xA;&#xA;La cosa puerile è lo stile, l&#39;idioletto. Scrivere a sessantatre anni usando ancora il cammuffamento dell&#39;idioletto per comunicare quello che doveva comunicare, in pubblico, l&#39;ho trovata una pratica puerile. Detto questo, Nori può fare quello che gli pare. Ci mancherebbe. Ho declamato i suoi libri in classe, ci sono cose che trovo interessanti e ardite tra quello che ha fatto, ma può benissimo essere una delle tante persone che non prendo come riferimento per capire il mondo. Siamo solo scrittori, attori, musicisti e tutta questa massa di roba ci rotea attorno come un turbine di vento e noi siamo qua a preoccuparci dei nostri ruttini. &#xA;&#xA;Poi stamattina leggo di un auto che si lancia contro il Pride di Berlino. Ero al Pride di Barcellona pochi giorni fa con mia moglie e terzogenita e ho pensato a questo, che una piccola parte di me, lì al Pride, aveva paura. Una piccola piccola parte pensava, ecco ora arrivano da una via laterale e iniziano a menarci. Suprematisti cattolici o integralisti musulmani, una delle tante forme di violenza, di repulsione e di - come scrivevo - incapacità di gestire il disagio. Leggo questa cosa qua, nel silenzio della mia sala da pranzo mentre ticchetto sulla tastiera, sento il traffico fuori, il mio malessere dentro e penso a questa microosmosi che sono, una particella elementare infilata in un tessuto granulare - un micropixel incerto nel frame di un film di Godard, un niente che concorre - volente o nolente - a una immagine generale di un piccolo frammento della storia. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Ho provato a salvare tutto quello che ho scritto in questo diario negli ultimi mesi, per vedere quanti caratteri erano. Il programma che uso sull&#39;Tab XC non ha curiosamente questa funzione, mi dice solo quante parole sono state scritte, ma non i caratteri, mentre io sono abituato a pensare in caratteri per capire quello che ho scritto che dimensione fisica ha. Ho esportato, importato su un clone di OpenOffice e lì guardato le statistiche che dicono che ho scritto più di duecentomila caratteri. La cosa è ovviamente semplice. Scrivere un diario, anche se pubblico, non sbagli mai.</p>

<p>Non ci sono personaggi, climax, luoghi, spannung, tutta la tiritera che rende un romanzo romanzo e che non puoi tralasciare se vuoi – per dire – che il tuo romanzo sia leggibile. Il diario, scrivi e vai, puoi solo produrre contenuti, ogni blocco ha una sua autonomia interna, si capisce quando inizia una pagina di diario e quando finisce, anche se – per scelta – ho deciso di pensarla come un unico flusso. Più di ducentomila caratteri e scritti tutti su e-ink.</p>

<p>Ieri ho iniziato a guardare “Les Carabiniers” di Godard in e-ink, ero nel letto e non avevo voglia di accendere lo schermo del Macbook. Ne ho visto un terzo in e-ink, faceva una strana impressione perché il film era in bianco e nero, un bianco e nero molto contrastato, quindi in e-ink funzionava bene, ma il software, per stare dietro ai frame, effettuava una specie di dithering, era come se la pellicola avesse una natura granulare. L&#39;immagine non sembrava una fotografia, ma un composto granulare di elementi singoli infinitesimali che interagivano per creare qualcosa. L&#39;ho fermato. Ho pensato che Godard non sarebbe stato contento e sono passato a vederlo con il banale LCD del Macbook.</p>

<p>Il film ha diverse scene memorabili, ringrazio a chi lo ha riconosciuto nella descrizione che ne avevo fatto nel mio diario spagnolo. In sé, non è uno dei grandi film di Godard, ho anche letto delle critiche all&#39;uscita. Ho anche letto del progetto parallelo di Rossellini e del fiasco. Detto questo del film mi ha un po&#39; fatto soffrire solo una scena – lunghissima – verso la fine, quella con le cartoline. Ma poi, anche in quella, mi sono goduto i movimenti di telecamera, gli zoom. Gli attori. Bene. Anche questo fatto, dopo Bugonia, Les Carabiniers. Di Bugonia non dirò nulla.</p>

<p>La scena che mi è piaciuta di più, nella prima parte, è quando uno dei protagonisti, chiamato ad andare in guerra, chiede informazioni su quello che potrà fare in guerra, se potrà prendersi le cose, uccidere gli innocenti, rubare e il soldato che gli risponde lo rassicura, certo, dice, è la guerra. L&#39;elencazione di cose che il ragazzino chiede è irragionevole e disordinata, ma la guerra inghiotte tutto, qualunque cosa diventa accettabile nel momento in cui cadono i sostegni della vita reale e si entra in questa alienazione sociale, questa roba che è diventata virale. A stare qua a ticchettare nella mia sala da pranzo la guerra, la morte, lo stupro, sono un sogno.</p>

<p>Questa notte ho sognato che perdevo il mio Tab XC. Avevo accompagnato terzogenita in non so quale gita scolastica o scoutistica e – alla fine – nel rifare i bagagli era sparito il mio Tab XC. I sogni in cui perdo o – più spesso – spacco lo schermo del Tab XC sono più numerosi di quanto sarebbe opportuno. Evidentemente sono ancora – sotto sotto – un ragazzino innamorato degli oggetti. Anche se – pensavo ieri – in quesi ultimissimi anni sono cambiato nel condividere pubblicamente quello che faccio. Cancello molto più di un tempo. I prodotti finali, se non mi riescono bene, intendo dire il “bene” che avevo in testa, li cancello e non li posto, non li uso. Un tempo li buttavo comunque dentro, non si butta via niente, pensavo. Oggi c&#39;è troppa roba in circolo. Meglio recidere.</p>

<p>Ieri Paolo Nori ha scritto un post in cui racconta di lui in Russia, delle critiche che ha ricevuto sui social per aver scritto bene della Russia in un momento storico come questo, senza prendere una posizione politica su quello che sta avvenendo in Ucraina. Nori ha risposto con lo stile che usa nei suoi romanzi, quel suo idioletto che lo caratterizza, dicendo – in sostanza che lui ama la Russia a prescindere da chi la governa. Ho trovato la risposta di Nori chiara e puerile per due motivi. Il primo è che – politicamente – è una risposta chiara, ma che – come direbbe qualcuno – preferirei di no. Se io amassi la Russia, avessi la libertà di azione e la cultura che Nori ha sulla storia russa, non andrei a sentire le campane a San Pietroburgo o dov&#39;era, ora non ricordo. Forse, oggi, nel 2026, uno scrittore dovrebbe andare dove quella politica che a Nori pare non interessare sta plasmando la storia dei prossimi decenni.</p>

<p>La cosa puerile è lo stile, l&#39;idioletto. Scrivere a sessantatre anni usando ancora il cammuffamento dell&#39;idioletto per comunicare quello che doveva comunicare, in pubblico, l&#39;ho trovata una pratica puerile. Detto questo, Nori può fare quello che gli pare. Ci mancherebbe. Ho declamato i suoi libri in classe, ci sono cose che trovo interessanti e ardite tra quello che ha fatto, ma può benissimo essere una delle tante persone che non prendo come riferimento per capire il mondo. Siamo solo scrittori, attori, musicisti e tutta questa massa di roba ci rotea attorno come un turbine di vento e noi siamo qua a preoccuparci dei nostri ruttini.</p>

<p>Poi stamattina leggo di un auto che si lancia contro il Pride di Berlino. Ero al Pride di Barcellona pochi giorni fa con mia moglie e terzogenita e ho pensato a questo, che una piccola parte di me, lì al Pride, aveva paura. Una piccola piccola parte pensava, ecco ora arrivano da una via laterale e iniziano a menarci. Suprematisti cattolici o integralisti musulmani, una delle tante forme di violenza, di repulsione e di – come scrivevo – incapacità di gestire il disagio. Leggo questa cosa qua, nel silenzio della mia sala da pranzo mentre ticchetto sulla tastiera, sento il traffico fuori, il mio malessere dentro e penso a questa microosmosi che sono, una particella elementare infilata in un tessuto granulare – un micropixel incerto nel frame di un film di Godard, un niente che concorre – volente o nolente – a una immagine generale di un piccolo frammento della storia.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/ho-provato-a-salvare-tutto-quello-che-ho-scritto-in-questo-diario-negli-ultimi</guid>
      <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 07:08:25 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>In questo racconto futuribile ma non troppo i libri di storia potrebbero avere...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/in-questo-racconto-futuribile-ma-non-troppo-i-libri-di-storia-potrebbero-avere</link>
      <description>&lt;![CDATA[In questo racconto futuribile ma non troppo i libri di storia potrebbero avere - sulla copertina - un adesivo governativo che avverte che le informazioni storiche contenute all&#39;interno del libro sono inaccurate e mettono in cattiva luce la civiltà europea occidentale. &#xA;&#xA;Non troppo dissimile da quello che - nel mondo reale - accade oggi negli Stati Uniti d&#39;America, dove il presidente ha chiesto che venga messo un disclaimer davanti al Smithsonian History Museum ad avvertire i visitatori che la storia americana illustrata all&#39;interno del museo rappresenta l&#39;America in maniera innacurata per via di politiche estremiste della dirigenza del museo. Il disclaimer dovrebbe indicare anche altri luoghi dove invece il canone della storia americana è conforme al desiderio patriottico dell&#39;amministrazione.&#xA;&#xA;Tanta gente qua, nell&#39;inebriato occidente, plauderebbe e vorrebbe quel futuro distopico. I diritti civili, il diritto internazionale e la storia sono patine fragili, che diamo per scontate ma che vanno invece preservate in tutte le loro contraddizioni. Vanno memorizzate le finzioni, le inefficienze, le meschinità così come le conquiste, le luci, i frammenti di dignità che abbiamo messo assieme. La storia - messa alle strette - si contorce come un&#39;anguilla. Più zoommi sulla storia, più vengono fuori le contraddizioni, le ambiguità, la confusione. Ogni tanto devi allontanarti.&#xA;&#xA;Di fronte a casa mia stanno abbattendo alcune costruzioni dell&#39;AMIU. È più di un mese che lavorano, abbattono, lentamente con le ruspe accumulano i detriti. Non avete idea di quanti detriti una costruzione generi. La maggior parte del tempo lavoro è data dal rimuovere la massa di cemento, laterizi, pietra che la demolizione ha prodotto. È un mese, forse anche di più, che sono al lavoro e ancora non hanno finito, il piazzale in cui le ruspe si muovono è coperto da montagne di &#34;zetto&#34;, come viene chiamato a Genova. In due, tre mesi dovrebbero aver finito, liberato tutto dalle macerie. Quattro mesi per due o tre costruzioni, penso guardando le ruspe al lavoro.&#xA;&#xA;Chissà quanto ce ne vorrà per una città sventrata. Mi chiedo. Per una città ucraina, russa, palestinese, siriana. Una delle tante usate come banco macelli. Se per tre costruzioni serviranno quattro mesi, per una città bombardata quanto tempo sarà necessario per lo smaltimento? Chi scriverà le pagine di storia di questo, del tempo passato a rimuovere i blocchi di cemento, a seppellirlo. La carne, anche, in questo caso, rimasta infilata dentro, tra i soffitti sfondati, i pavimenti crollati. &#xA;&#xA;Il calcestruzzo confezionato con aggregati riciclati può raggiungere una soddisfacente qualità come materiale strutturale attraverso l’impiego di aggregati riciclati conformi ai requisiti di qualità richiesti, come per tutti gli altri ingredienti. Inoltre, l’impiego di aggregati riciclati può contribuire efficacemente alla riduzione dell’impatto ambientale correlato alla produzione del calcestruzzo ed al contenimento dei relativi costi di produzione, in particolare quando viene preso in considerazione il costo eco-bilanciato.&#xA;&#xA;Dice il sito. &#xA;&#xA;Ero a Barcellona e leggo questo volantino che inneggia al veganesimo e al rispetto degli animali. È in spagnolo, ma ne capisco il senso, solo che qualcuno ha aggiunto una scritta con un pennarello. &#34;En catalan!&#34;. Il messaggio per la salvezza degli animali era scritto in spagnolo, cioé in castigliano. Andava scritto in catalano perché fosse capito. Sono rimasto a fissare il volantino e pensare che - niente - siamo farfalle che portano sulle spalle giganti di malta e calcestruzzo in perenne disfacimento. Abbiamo tutta la storia sul nostro fragile corpo.&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In questo racconto futuribile ma non troppo i libri di storia potrebbero avere – sulla copertina – un adesivo governativo che avverte che le informazioni storiche contenute all&#39;interno del libro sono inaccurate e mettono in cattiva luce la civiltà europea occidentale.</p>

<p>Non troppo dissimile da quello che – nel mondo reale – accade oggi negli Stati Uniti d&#39;America, dove il presidente ha chiesto che venga messo un disclaimer davanti al Smithsonian History Museum ad avvertire i visitatori che la storia americana illustrata all&#39;interno del museo rappresenta l&#39;America in maniera innacurata per via di politiche estremiste della dirigenza del museo. Il disclaimer dovrebbe indicare anche altri luoghi dove invece il canone della storia americana è conforme al desiderio patriottico dell&#39;amministrazione.</p>

<p>Tanta gente qua, nell&#39;inebriato occidente, plauderebbe e vorrebbe quel futuro distopico. I diritti civili, il diritto internazionale e la storia sono patine fragili, che diamo per scontate ma che vanno invece preservate in tutte le loro contraddizioni. Vanno memorizzate le finzioni, le inefficienze, le meschinità così come le conquiste, le luci, i frammenti di dignità che abbiamo messo assieme. La storia – messa alle strette – si contorce come un&#39;anguilla. Più zoommi sulla storia, più vengono fuori le contraddizioni, le ambiguità, la confusione. Ogni tanto devi allontanarti.</p>

<p>Di fronte a casa mia stanno abbattendo alcune costruzioni dell&#39;AMIU. È più di un mese che lavorano, abbattono, lentamente con le ruspe accumulano i detriti. Non avete idea di quanti detriti una costruzione generi. La maggior parte del tempo lavoro è data dal rimuovere la massa di cemento, laterizi, pietra che la demolizione ha prodotto. È un mese, forse anche di più, che sono al lavoro e ancora non hanno finito, il piazzale in cui le ruspe si muovono è coperto da montagne di “zetto”, come viene chiamato a Genova. In due, tre mesi dovrebbero aver finito, liberato tutto dalle macerie. Quattro mesi per due o tre costruzioni, penso guardando le ruspe al lavoro.</p>

<p>Chissà quanto ce ne vorrà per una città sventrata. Mi chiedo. Per una città ucraina, russa, palestinese, siriana. Una delle tante usate come banco macelli. Se per tre costruzioni serviranno quattro mesi, per una città bombardata quanto tempo sarà necessario per lo smaltimento? Chi scriverà le pagine di storia di questo, del tempo passato a rimuovere i blocchi di cemento, a seppellirlo. La carne, anche, in questo caso, rimasta infilata dentro, tra i soffitti sfondati, i pavimenti crollati.</p>

<p>Il calcestruzzo confezionato con aggregati riciclati può raggiungere una soddisfacente qualità come materiale strutturale attraverso l’impiego di aggregati riciclati conformi ai requisiti di qualità richiesti, come per tutti gli altri ingredienti. Inoltre, l’impiego di aggregati riciclati può contribuire efficacemente alla riduzione dell’impatto ambientale correlato alla produzione del calcestruzzo ed al contenimento dei relativi costi di produzione, in particolare quando viene preso in considerazione il costo eco-bilanciato.</p>

<p>Dice il sito.</p>

<p>Ero a Barcellona e leggo questo volantino che inneggia al veganesimo e al rispetto degli animali. È in spagnolo, ma ne capisco il senso, solo che qualcuno ha aggiunto una scritta con un pennarello. “En catalan!”. Il messaggio per la salvezza degli animali era scritto in spagnolo, cioé in castigliano. Andava scritto in catalano perché fosse capito. Sono rimasto a fissare il volantino e pensare che – niente – siamo farfalle che portano sulle spalle giganti di malta e calcestruzzo in perenne disfacimento. Abbiamo tutta la storia sul nostro fragile corpo.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/diario/in-questo-racconto-futuribile-ma-non-troppo-i-libri-di-storia-potrebbero-avere</guid>
      <pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:54:05 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima...</title>
      <link>https://noblogo.org/diario/in-questo-viaggio-in-spagna-sono-rimasto-colpito-da-diverse-cose-la-prima-blz3</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall&#39;Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell&#39;Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C&#39;è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo. &#xA;&#xA;La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L&#39;essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra. &#xA;&#xA;Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po&#39; un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali  disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.&#xA;&#xA;Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall&#39;esterno perché - sad but true - l&#39;accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall&#39;esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.&#xA;&#xA;Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell&#39;impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell&#39;impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.&#xA;&#xA;Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell&#39;intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia - da quel che ho capito - parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena - ai miei occhi - è brutale. &#34;Ancora&#34; ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell&#39;attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.&#xA;&#xA;Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.&#xA;&#xA;La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D&#39;amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo &#34;cinema&#34; con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l&#39;artista immagino,  con un passamontagna rosa fatto all&#39;uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d&#39;impatto è quella dell&#39;artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.&#xA;&#xA;Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c&#39;è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di - se ho segnato bene - Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto &#34;materiale&#34; e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento. &#xA;&#xA;Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato - come dire - folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l&#39;abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto - lo so - poi mi abituerò.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall&#39;Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell&#39;Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C&#39;è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo.</p>

<p>La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L&#39;essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra.</p>

<p>Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po&#39; un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali  disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.</p>

<p>Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall&#39;esterno perché – sad but true – l&#39;accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall&#39;esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.</p>

<p>Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell&#39;impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell&#39;impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.</p>

<p>Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell&#39;intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia – da quel che ho capito – parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena – ai miei occhi – è brutale. “Ancora” ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell&#39;attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.</p>

<p>Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.</p>

<p>La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D&#39;amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo “cinema” con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l&#39;artista immagino,  con un passamontagna rosa fatto all&#39;uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d&#39;impatto è quella dell&#39;artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.</p>

<p>Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c&#39;è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di – se ho segnato bene – Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto “materiale” e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento.</p>

<p>Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato – come dire – folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l&#39;abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto – lo so – poi mi abituerò.</p>
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      <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 07:18:35 +0000</pubDate>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall&#39;Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell&#39;Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C&#39;è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo. &#xA;&#xA;La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L&#39;essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra. &#xA;&#xA;Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po&#39; un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali  disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.&#xA;&#xA;Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall&#39;esterno perché - sad but true - l&#39;accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall&#39;esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.&#xA;&#xA;Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell&#39;impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell&#39;impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.&#xA;&#xA;Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell&#39;intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia - da quel che ho capito - parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena - ai miei occhi - è brutale. &#34;Ancora&#34; ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell&#39;attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.&#xA;&#xA;Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.&#xA;&#xA;La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D&#39;amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo &#34;cinema&#34; con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l&#39;artista immagino,  con un passamontagna rosa fatto all&#39;uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d&#39;impatto è quella dell&#39;artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.&#xA;&#xA;Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c&#39;è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di - se ho segnato bene - Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto &#34;materiale&#34; e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento. &#xA;&#xA;Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato - come dire - folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l&#39;abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto - lo so - poi mi abituerò.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall&#39;Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell&#39;Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C&#39;è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo.</p>

<p>La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L&#39;essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra.</p>

<p>Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po&#39; un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali  disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.</p>

<p>Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall&#39;esterno perché – sad but true – l&#39;accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall&#39;esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.</p>

<p>Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell&#39;impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell&#39;impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.</p>

<p>Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell&#39;intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia – da quel che ho capito – parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena – ai miei occhi – è brutale. “Ancora” ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell&#39;attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.</p>

<p>Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.</p>

<p>La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D&#39;amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo “cinema” con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l&#39;artista immagino,  con un passamontagna rosa fatto all&#39;uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d&#39;impatto è quella dell&#39;artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.</p>

<p>Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c&#39;è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di – se ho segnato bene – Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto “materiale” e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento.</p>

<p>Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato – come dire – folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l&#39;abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto – lo so – poi mi abituerò.</p>
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      <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 07:16:05 +0000</pubDate>
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