da quasi tre anni ho realizzato: si può dire che – per premere leggermente sul pedale della sintesi – alla schiacciante maggioranza della classe intellettuale e poeta italiana, del genocidio non gliene può fregare meno di un cazzo di blatta.

il punto massimo di cardiomotilità che fingono è quando parlare di “violenza” in generale può far gioco al come-fosse-antani che sul momento minimo mettono nel loro teatro, volta per volta. (e solo se vedono abbastanza claque).

per il resto la loro geopoliticamente localizzatissima esistenza, molto piena, è tutta un sempreuguale di tuffi su premi, di editori, di istituzioni, politici fascisti, sponsor, radiotv (lì si aggrottano), ancora premi, fondazioni déstacéppa. e i pettegolezzi alle tavolate.

se interrogati, nobilmente diranno entrare nella mafia per cambiarla da dentro



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