è sempre ai miei occhi prodigiosa la quantità di praticanti dell'arrampicamento sugli specchi. quel che di solito hanno in comune è la nonchalance con cui ignorano la storia linguistica del proprio e altrui presente.

ci sono vari tipi di burloni burlatori. chi ciurla col didò di un vocabolario tardo-ottocentesco o peggio, e salta da una panca social all'altra per vender(se)lo come sport dotato di senso e – addirittura – di “poesia”. chi difende einaudi e mondadori (emoticon che si spancia). chi inietta un siero anti-zombi a concetti tipo “autenticità” o “tradizione”, datando da quel momento una fatata/fatale rinascenza. chi ha letto Lacan attraverso Famiglia cristiana e alza un sussiegoso dito indice. chi s'indìa da prete della (suddetta) poesia e gira omelie in video fb per trascinare adolescenti ancora nell'ovo sotto il culo della chioccia feltrinelli.

eccetera.

il bello è che faranno – tutti – fortuna. ce l'hanno anzi già in tasca. non solo perché al peggio non c'è limite, ma perché l'aprico margo anti-merda un dì lo tracciava severa un po' la critica letteraria. disciplina che, come tante tante altre forme di critica, da un bel pezzo alberga sotto le medesime terga della chioccia nominata, e delle altre fin meno degne, e lì s'ingegna di studiare il romanzo, il Manzo, il metricume, magnando porchetta estiva nei festival alfabetici e premiali impanati dal comune di Roma e dai suoi splendidissimi assessori.



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