non c'è riparo. periodicamente il sottobosco poetico di questa o quella città ricompare, magari dopo dieci, dopo venti, dopo trent'anni, da sotto la crema di candeggina che sembrava averlo debellato. e no, resiste, ha resistito. conosceva un assessore? probabile.
adesso trepida opportunamente ascensorizzato da una scuola di scrittura, un editore, una biblioteca, un festival, un premio, un convento, una galleria d'arte, una rivista anniversaria, un'istituzione “der teritorio”, 'na scòlacarcio, un brand daa bbella vita, un elicotterificio, un'azienda suinovinicola, un atelier di moda, una sionisteria, un anagramma similfascista del pd, un palazzo, uno studiolo, uno stadiolo.
anche lui, o lei, nonostante quello che scrive, fa il suo ingresso nel culto del comunicato stappa. apre le danze e le spumantesse per l'inauguratsija dell'autosalone, omaggia un vate andato, un circolo di briscola, una sagra del bronco pisto, caca un'ode sull'ala novissima del brefotrofio gioendo in petto al sindaco che sforbicia i nastri a vanvera e via.
extra-vano sperare che il dirigente di biblioteca, il ceo d'azienda, il fascista, il litico politico, il giornalista e cose così si giovino di quei minimi elementi di criterio in grado di dare l'alt al teratologio.
il sottobosco, il muschio muffo del verso italino, non è che non può estinguersi: è, anzi, il motivo per cui la poesia, questa poesia, la sua, quella del muffo smurf, esiste e allaga.
exsultet iam angelica turba caelorum. il corrugato che pesca nella fogna scarica direttamente in scaffale, ormai dentro la “grande distribuzione”.