se, intorno ai quindici anni o poco prima o poco dopo, scoprendo i racconti di Cortàzar, e venendone disorientato anzi scosso, mi fossi fermato alla sorpresa e mi fossi fatto – diciamo così – disarcionare dalla singolarità del suo lavoro, se insomma avessi chiuso Ottaedro e le Storie di cronopios e di famas giudicando inaccettabile la sprezzatura dell'autore verso causalità, definizione dei personaggi e principio di non-contraddizione, avrei perso il contatto con una parte colossale di letteratura e avanguardia mondiale, non solo novecentesca.

sarei diventato magari un ligio bigio lettore di romanzi ordinari, plot ordinati, poesia postromantica, linguaggi passati al pettine e occidentalissima devozione ad Aristotele. per fortuna ho deciso di iniziare una poi non terminabile passeggiata per la palus (non necessariamente putredinis) con cui centinaia di altri autori e milioni di lettori avevano, stavano avendo, avrebbero avuto e hanno tutt'ora a che fare.

che poi, diciamolo, come palude è del tutto abitabile, e forse corrisponde a strutture antropologiche vecchie di decine se non centinaia di migliaia di anni. non bianche e non fissate con le infinite menate più o meno teocentriche delle filosofie e letterature coloniali.

ancora adesso nelle scritture (apparentemente o effettivamente) lineari, alfabetiche o meno, e in quelle asemiche, nei materiali verbovisivi e nell'astrazione, cerco daccapo e daccapo i pezzetti di alterità & alterazione che interessavano Michaux, Burroughs, Villa. vado insomma d'accordo con la messa fuori asse (un asse del resto inesistente) dei tratti presuntivamente coesivi della percezione, dei linguaggi, dell'orientamento spaziale e della causalità temporale, dell'affioramento del senso (anche a prescindere dal significato).



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