[1 di 3] – L’Incontro con Josè

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Si era fatto un tatuaggio con i tre sei in bella vista sul petto. Sembrava l'adepto di una setta. Raccontano che la polizia avrebbe dovuto prenderlo e portarlo in commissariato per fargli qualche domanda. Dovevano chiedergli di un omicidio. Qualcuno del suo Barrio aveva sgozzato un ragazzo di sedici anni. Lo avevano smembrato e poi gli avevano tagliato la testa. La madre, una venditrice di acqua di cocco, lo aveva ritrovato in una grande borsa di plastica nera, di quelle che si usano per raccogliere la spazzatura. Ci avevamo fatto un documentario su quel ragazzo, un perfetto signor nessuno: la mia prima ed ultima partecipazione ad un reportage giornalistico. Secondo le ricostruzioni ufficiali, aveva oltrepassato una frontiera invisibile, di quelle che da un lato della calle c’è un combo e dall’altro un altro combo, per cui semplicemente qualcuno aveva pensato che il giovane fosse degli altri e che li stesse sfidando con un’arroganza inaccettabile. La sentenza di quella sera fu una pena esemplare. Il ragazzo di giorno andava a scuola e di pomeriggio aiutava la madre a caricare cocchi, aprirli e trasportarli su di un carretto per venderli al mercato. Erano venditori ambulanti. El Diablo con me finse di non sapere e io non riuscii a non credergli. Tutti quelli che lo conoscevano nella zona di Bajamar, invece, erano convinti che lui sapesse abbastanza, anzi, di più. Alcuni dicevano che lui era un capo. Qualsiasi fosse la verità, sapeva di quell’omicidio, ma a me non raccontò nulla. Viste però tutte le voci che circolavano su di lui, dopo avergli parlato della sua migliore possibilità di sopravvivenza, la fuga in direzione Ecuador, venti giorni più tardi pubblicai un articolo su di un giornale online abbastanza in vista nei centri benpensanti.

Un anziano del Barrio mi aveva messo in guardia tempo prima. Mi disse: “Chi ha cura di questa”, indicando la lingua, “ha cura di questo”, indicando il cuore. Lo disse con tale naturalezza che mi lasciò senza parole, come se mi avesse fatto un incantesimo. Alcuni giorni, gli echi della violenza di Buenaventura si facevano così assordanti che queste frasi sembravano raccogliere tutta la saggezza disponibile. La ricerca della verità a volte è semplicemente troppo costosa; un bene di lusso che a Buenaventura si pagava a caro prezzo. Il silenzio invece era capace di lenire l'impotenza di chi non cercava vendetta, come se il “Male del Puerto” non riguardasse noi, le nostre vie o il Barrio. Altri giorni, invece, la rabbia non si placava e la mente girava a mille. Non dire nulla, non fare domande, non cercare di capire, evitava davvero guai peggiori? Allora mi incamminavo verso casa sua, a pochi passi dalla mia e glielo richiedevo. Quell'anziano era uno dei padri fondatori del Barrio. Aveva vissuto troppi anni per non conoscere la risposta giusta da darmi. Ma mi ripeteva sempre lo stesso mantra. Dovevo trovare da solo una chiave per accedere a quella conoscenza ancestrale che mi stava mostrando.

La parola nel mondo afrocolombiano ha infatti il potere di curare ferite (1, 2, 3). Se propriamente utilizzata ha la forza di contenere il Male, di circoscriverlo o di farlo uscire da un corpo o da un luogo che tiene prigioniero. Chi conosce le giuste orazioni può produrre vere e proprie metamorfosi nei corpi, risvegliando soffi vitali sopiti. Curatori e sciamani preparati sanno invocare spiriti che curano malattie. Ma senza questa conoscenza, la parola rischia di degradare. Da protettrice e fonte di salvezza si fa potere occulto, malefica e pericolosa, capace di generare follia e causare morte. Usare la parola incuranti delle sue regole e dei suoi simboli significa produrre nuove malattie nell'altro fino ad ammalare il proprio cuore. L'anziano questo lo sapeva bene. Mi ci volle però molto tempo per comprendere la profondità dei suoi insegnamenti. Così, in un giorno di rigurgiti di odio e di moralismo che imponeva azioni alla coscienza sanguinante, quel pezzo venne fuori: l'ennesimo pessimo articolo sulla violenza in Colombia pubblicato tra vecchie foto di vetture esplose sulle strade che non avevo mai visto ed accompagnato dai soliti commenti denigratori. Era un articolo che non dava speranze. Parlava del Diablo come simbolo della decadenza del Puerto e di tutti noi. A vederlo su quella pagina della rete mi parve che il suo unico compito fosse un depistaggio preventivo, pubblicato prima ancora dell'ultimo editing, con il titolo modificato a mia insaputa e dato in pasto agli influencer che avevano deciso che doveva essere letto. Nel giro di poche ore aveva raggiunto alcune migliaia di click. Il mio più grande successo editoriale, tanto che me ne chiesero altri ma io non fui più capace di scrivere per qualche anno. Fino a dove arrivarono quelle parole? Chi decise che un altro proiettile poteva essere speso?

La dinamica della morte di Rudi confermò che aveva ancora molta strada da fare per diventare El Diablo. Si dice che all'arrivo della polizia non si fece prendere e che iniziò un “tiroteo” (sparatoria) e che qualcuno fu più preciso di lui. El Diablo, probabilmente, si sarebbe fatto prendere e sarebbe uscito di prigione dopo pochi giorni. Quindi El Diablo era solo Rudi e per molto tempo avevo sperato che non finisse così, morto ammazzato. Era nato libero a modo suo e quelli così a Buenaventura duravano pochissimo o almeno questa era la storia che tutti ripetevano. In un niente finivano coinvolti in giri troppo grossi, circondati dalle persone sbagliate. Iniziavano a perdere la testa e poi la paura faceva il resto. Un errore dopo l'altro e la vita lentamente appassiva. Se gli andava bene avevano ancora tutti i pezzi attaccati al corpo quando qualcuno andava a riconoscerli all'obitorio. Purtroppo, però, queste storie ripetute continuamente da molti non mi hanno mai convinto. Certamente non mi sono bastate per placare il senso di colpa e il dolore di un’assenza. Scrivere male, d'impulso, un articolo grossolano su di un vecchio amico e scoprire poco dopo della sua morte mi fece sentire complice di una macchinazione più ampia che arrivò fino al suo assassinio. Anni dopo la sua scomparsa, sono ancora qui a ripensare a lui come in un loop da cui non sono più riuscito a uscire. Continuo a cercare spiegazioni.

In quella difficile epoca del Puerto, i ragazzi come Rudi non credevano di essere in guerra. Chiamavano quegli scontri e quei tiroteos, “meter orden” (mettere ordine), “portar la ley” (stabilire la regole), “luchar la vida” (imparare a vivere). La parola guerra non la usavano, come d’altronde non era usata nel gergo comune colombiano per riferirsi a quanto accadeva nel paese. Si parlava e si scriveva di conflitto armato, ma mai di guerra, e guai arrivavano al solo ipotizzare una guerra che fosse anche civile. Si parlava di sicurezza e pacificazione dei territori ma non del suo contrario. C’erano i rifugiati interni del conflitto che non erano esattamente rifugiati di guerra, perchè quella guerra ufficialmente non esisteva (1). A Buenaventura si poteva partire. Si poteva scegliere un lato o una fazione. Si poteva diventare soldati ed andare sulle montagne per combattare contro le guerriglie, ad esempio. Ma anche allora chi partiva soldato andava “sul monte” non andava in guerra. Quando si rientrava, poi, a maggior ragione, non c’era più quella vita con le divise e gli accampamenti e i pattugliamenti. C’era una quotidianità semplicemente dura che spesso richiedeva l’uso delle armi per non farsi sopraffare dal vicino e fortuna voleva che si imparasse anche ad usarle. Si ascoltava allora di criminalità, di cartelli e di mafie, di bande e di follia ma non di guerra.

Quello stesso anziano del Barrio si riferiva a tutto questo come al “male del Puerto” che era una nozione che mi impegnò mesi se non anni per poterla intendere. Nel Pacifico colombiano “lo Malo” era tutto quell'insieme di accadimenti negativi che portavano alla distruzione della vita in comune. Era però inteso in due campi dell'esistenza distinti seppur tra loro connessi: quello della malattia e quello della “mala suerte” (la sfortuna). La prima affettava le persone da dentro, debilitandone la capacità di vita e colpendo direttamente il loro flusso vitale. La seconda invece riguardava una manifestazione esterna di diversi disequilibri per cui qualcuno soffriva una serie ripetuta di eventi negativi come un cattivo raccolto, la morte di figli o battute di caccia non proficue. In questo secondo caso di solito si mettevano in moto energie cosmiche che cospiravano contro la persona e la sua famiglia e le cause potevano essere molteplici. Per arginare “lo Malo” si ricorreva allora ai curatori e agli sciamani che tra la conoscenza delle piante medicinali e la loro capacità di accedere ai mondi occulti degli spiriti e delle forze della Natura attraverso le giuste orazioni cercavano di curare i malcapitati.

“Il male del Puerto” metteva assieme queste nozioni allargandole ad una condizione esistenziale che riguardava la città, concepita come un sovraorganismo in cui era avvenuta una scissione. Il Puerto appariva ora come un'entità a se stante che si frapponeva al continuo scambio vitale del villaggio; tra il campo coltivato, che bilanciava le forze riproduttive, e la selva, che raccoglieva invece la nozione di ignoto o di caos. Se quindi “el buen vivir” (vivere bene) nel Pacifico colombiano significava trovare un equilibrio in questo scambio, a parere dell’Anziano, a Buenaventura non solo l’equilibrio era perso. L’opera umana stessa era intrisa di caos, rivolta alla creazione de lo Malo. Troppi morti di “mala muerte”, di morte violenta, avevano infatti riesumato il “marciume del mondo” (lo podrido) mischiandolo alla vita, confondendo, mutando, trasformando le cose in modi tanto veloci da non poter essere più facilmente riconoscibili (1, 2). Invece di organizzare le forze riproduttive definendo gli spazi in cui la mano del contadino, del cacciatore o del taglialegna poteva arrivare, l’opera umana nascondeva l’ignoto negli spazi del quotidiano. Esumava un conflitto radicato nella capacità stessa di distinguere tra umano ed animale, tra riproduzione e caos (1, 2). Qui risiedeva una parte importante della concettualizzazione della guerra civile per cui la città non era rappresentata come un luogo di riparo, “porto” da cui prepararsi alle prossime ripartenze. Era invece realtà ammalata in cui le giuste orazioni avevano perso potere e non potevano riaffermare la superiorità della vita in comune rispetto al volere dei pochi.

L’esperienza del disequilibrio era condivisa da molti abitanti del Barrio e le sue spiegazioni erano molteplici. Quando José descriveva vite come quella di Rudi accusava quelli della sua generazione che erano, a suo parere, esempi tossici per i giovani come lui. Descriveva la gente della sua età come portatrice del “marciume del mondo”, come se avesse assorbito il Male del Puerto senza però trovare un modo per curarlo. Questa incapacità era la prova che tutti loro non devevano più aspettarsi rispetto ed ascolto. Disse una volta: “questi ragazzi li abbiamo persi noi che non siamo stati in grado di costruire un mondo dove potessero pensare ad altro”. Disse anche: “siamo noi ad essere pieni di odio, siamo noi che dovremmo morire tutti per far smettere a quei ragazzi di ammazzarsi”. Josè pensava alle cosmologie esistenti spingendosi fino a credere che fosse necessario stabilire una frattura tra le generazioni. Occorreva liberare quei ragazzi sospendendo il culto degli ancestri, un altro elemento centrale delle tradizioni delle comunità afrocolombiane. Per curare il Male del Puerto bisognava dunque spingersi fino a riconsiderare i legami costituitivi, anche biologici della vita in comune. Per vincere la guerra civile occorreva prima di tutto riconoscerla. Ma in quali modi ciò sarebbe stato concretamente possibile? Ed era davvero questa la ragione dell’implosione delle vecchie modalità di vita cui alcuni dicevano di assistere?

Conobbi Josè, nel 2009, quando da volontario, lavoravo nel Barrio San Francisco, all’epoca uno dei quartieri più colpiti dalla guerra urbana di Buenaventura. Era balzato sulle prime pagine dei giornali locali per via di una casa per le torture (casa de pique) che era sorta proprio al lato della chiesa del quartiere. Gli abitanti erano sconvolti dalle urla che si ascoltavano e chiedevano disperatamente alle autorità della città di chiuderla. Purtroppo non ebbero successo. Per circa dieci anni e forse più, Polizia e muncipio continuarono a negare l’esistenza delle case per le torture a Buenaventura. Bisognò aspettare il 2014 e l’omicidio di quel ragazzo per confermare che ne esisteva una sola, nel Barrio La Playta, che “era stata prontamente distrutta dall’intervento dei militari”.

L'ONG che mi ospitava organizzava attività ludiche con alcuni giovani di quelle parti e io mi occupavo di preparare tè e biscotti e poi di servirli. Organizzavo la sala prima del loro arrivo e la pulivo subito dopo. Il resto del tempo lo passavo ad ascoltare le storie della città. Di tanto in tanto una visita in una chiesa o in un centro polifunzionale mi permetteva di ascoltare direttamente delle atrocità commesse in luoghi come la casa de pique ad opera di gruppi armati senza scrupoli. José apparse uno di quei giorni e ci parlò del suo Barrio. Ricordo che mi conquistò perché allontanò un bambino con incredibile gentilezza e poi mi disse: “Qui bisogna stare attenti a tutti. Lo hanno mandato per ascoltarci.” Qualche giorno dopo andai a trovarlo perché mi raccontò della sua battaglia legale per riuscire ad ottenere i diritti di proprietà delle terre in cui viveva da sempre. Era la più vasta area edificabile di tutta la città e, a suo parere, poteva essere salvata dalle anti estetiche costruzioni dei narcos. Sognava un’immensa riserva ecologica e per questo lo chiamavano “el loco”, il pazzo. Mentre la città pensava a come costruire nuovi hotel e grattacieli, lui ogni mattina prendeva il machete e andava a pulire il cammino per i visitatori della “Riserva”, che erano soprattutto lui e i suoi figli.

Purtroppo la zona era diventata teatro di omicidi efferati e in città raccontavano che molte persone scomparse erano sepolte da quelle parti. Probabilmente per questa ragione, era molto difficile invogliare qualcuno a trascorrere un pomeriggio fuori dal caos urbano per trovare un po' di tranquillità nell'unico spazio verde della città. Lui però non pareva curarsene. Quando camminava nella sua “Riserva”, non aveva bisogno di altro. Conosceva ogni pianta, ogni ramo, ogni suo piccolo anfratto. “Quando sono qui rido da solo e parlo con le piante”, diceva mentre mi mostrava un frutto o una radice con proprietà curative. Pensai allora che due pazzi sarebbero stati più credibili di uno solo e cercai di aiutarlo a realizzare il suo sogno, raccontando qualche storia sulla novità delle sue idee. Appoggiati da un’organizzazione locale, il PCN (il Proceso de las Comunidades Negras), e da altri pazzi del proceso sognavamo di non essere fagocitati dai Capi della narcotici. Qui si inserì il mio progetto di dottorato e, per qualche tempo, divenni l'antropologo del Barrio. Così eccomi un anno dopo nell’unica stanza della casa che serviva da cucina, camera da letto e sala ricevimenti a salutare tutti i figli di José, la moglie, i nipoti e, in mezzo a quel marasma, conobbi Rudi.