[2 di 3] La Storia di Rudi
Aveva sedici anni e aveva già un passato di cui doveva liberarsi. Era seduto su di una sedia e non solo era il meno sorridente, sembrava anche il più incazzato. Scrutava. Non si fidava. Si guardava in giro e chiedeva “e mò questo chi cazzo è?”. Da quelle parti, il colore bianco del viso e del corpo è associato al veleno dei serpenti. Vilma mi raccontava che la nonna le diceva sempre di guardarsi dai bianchi che portavano solo distruzione e problemi. Gli anni in cui i loro antenati erano stati trasportati in grosse imbarcazioni transoceaniche e poi venduti in lotti per lavorare nelle miniere e nelle piantagioni di canna da zucchero o di tabacco erano ormai lontani, ma in quelle loro terre li facevano ancora sentire in prestito. Nel Barrio il bianco aveva diverse tonalità. Non era netto come quello della nonna di Vilma. Era associato alla parola “paisa”, che significava sí “bianco”, ma delle zone di Medellin o di quella caffetera, oppure della Polizia. C’erano delle sfumature. Non tutto il bianco era dello stesso bianco. Rudi tutto questo lo sapeva bene e voleva chiarire subito le appartenenze, senza troppi giri di parole e giochetti strani. Non era interessato ai colori o alla geografia. Calcolava utilità e possibili vantaggi o pericoli.
Lo aveva imparato dal padre che di mestiere aveva sempre fatto il barcaiolo fino a quando si trovò a vivere lontano dal mare, senza barca e senza lavoro. Lo chiamavano Panamá, perché una volta era arrivato da solo con un’imbarcazione nel Darièn in mezzo a una tempesta che quando lo videro arrivare credettero che lui non fosse Panamá ma un'incarnazione di Changó, divinità guerriera Yoruba, la cui forza e il cui coraggio erano essenziali per la liberazione da ogni schiavitù. La sua fu l’unica barca che arrivò a destinazione per molti giorni, così la sua fama iniziò a circolare nel Puerto. Raccontano che a Panamá non importava cosa ci fosse sulla sua barca. Quando lo mettevano a bordo, diventava un computer perfettamente sincronizzato con l’oceano. Anzi, c’erano momenti in cui Panamá era l’oceano.
Conobbe la moglie, Mati, proprio dopo uno dei suoi viaggi verso l’ignoto. Un amico gliela presentò una sera in un bar del molo turistico: una bellissima donna, di dieci anni più giovane che per qualche combinazione famigliare era legata ai Niches, i barcaioli dei Rodriguez-Orejuela e poi degli Scissionisti del Norte del Valle. Se ne innamorò subito, tanto che ne fece la sua unica ragione di vita. Per qualche anno furono felici, ma dopo la nascita di Rudi, le cose iniziarono a complicarsi. Il Puerto si era trasformato in un campo privilegiato delle guerre tra clan. Per muoversi in mare bisognava essere sempre più armati, così Panamá smise di lavorare in barca e cercò lavoro dal cugino di Mati, Ronny, che in quel momento, con i suoi, sembrava stesse vincendo la guerra.
Ronny era stato affiliato tramite una gang di Cali al Bloque Calima di cui racconterò meglio. Aveva scontato qualche anno in carcere come parte degli accordi per lasciare le armi. Era uscito prima di altri ed aveva ricominciato a dedicarsi al narcotraffico da Buenaventura. Panamá allestiva le case di alcuni dei suoi clienti. Intagliava ed intrecciava il bambù. Costruiva pianali per cucine, panchine, sedie e quando non riusciva a stare fuori dai guai perché aveva bisogno di qualche soldo in più, si trasformava nel Changó del Grande Oceano e pilotava ancora barche verso l’ignoto. Solo che non era più come prima.
Tra un espediente e l’altro, Rudi aveva trovato un po' di serenità nella casa di José, che lo aveva ospitato in quello strano Barrio ai confini con la Selva dove tutto sembrava lontano e pareva che ci si potesse riposare e pensare ad altro. Forse nel suo sguardo, in quella calda giornata di ottobre, c’era tutto questo. O forse non gliene fregava niente di vedermi. In ogni caso la sua domanda “e mò questo chi cazzo è?” catturò da subito i miei favori. Mi era piaciuto fin dall'inizio. Non temeva le verità della sua terra.
Passammo quella serata a bere Viche (acquavite estratto dalla canna da zucchero) nella cantina di Maria, salsa in sotto fondo, balli e risate miste alle stesse ondate improvvise di disperazione e malinconia di sempre, quelle che arrivano quando l’alcol fa saltare fuori storie di cui si parla solo in certi momenti, con gli amici di una vita. Rudi parlò dei tempi in cui aveva lavorato con il cugino della madre a Cali, di come aveva visto cose indicibili e di come voleva con tutta la sua forza trovare una via di fuga. Finii a trascorrere molto tempo assieme a lui. I nostri incontri si perdevano dentro dialoghi improbabili animati dalla marijuana e dai suoi racconti sul mondo che viveva. Lunghe ore passavano mentre inscenava scontri a fuoco tra bande rivali o descriveva le donne mozzafiato che un giorno avrebbe voluto possedere. Giorni interi scorrevano tra racconti improvvisati, lavori nella “Riserva” e nell'attesa di qualcosa che non arrivava mai.
Quando non era con me o alle prese con la “Riserva”, insieme agli altri ragazzi se la passava nell'esquina (angolo) della strada che collegava il Barrio alla via principale, l'Avenida Bolivar, che spaccava Buenaventura da est a ovest in due parti quasi simmetriche, il lato Nord e il lato Sud. Pareva che fossero tutti iscritti ad una qualche immaginaria lista di collocamento di un Capo che, prima o poi, sarebbe apparso per una commissione o per un lavoretto di qualche giorno. Il tempo passava raccattando spiccioli alla buona: a volte proponendo servigi alle vecchie del Barrio o avventurandosi in perquisizioni improvvisate di passanti o di giovani malcapitati, altre volte semplicemente chiedendo “una cosa di soldi” (dame algo pues) a qualcuno. I pochi quattrini messi in saccoccia venivano prontamente spesi per acquistare un grammo o due di marijuana che serviva per mantenere vive le conversazioni ed alto il morale. Improvvisavano ritmi rap e danze per catturare l'attenzione delle giovani che sondavano ammiccanti l'ambiente della esquina e lasciavano immaginare giochi amorosi da consumarsi nella “Riserva”.
L'adrenalina era vissuta a distanza, attraverso i racconti di gente come l’Altro Josè, che nella sua vita aveva attraversato tutto lo spettro belligerante di Buenaventura ed era sopravvissuto. Si era fatto le ossa insieme agli amici di una vita rubando cibo dai camion che rifocillavano i ristoranti “Michelin” del Puerto. Aveva poi avuto l’idea di “mettere ordine” in città prima opponendosi e poi tassando il passaggio di mercanzia di contrabbando dalle acque del suo Barrio che era lo stesso di Panamà. Per questo pare lo avessero fatto capitano Guerrigliero e che Panamà fosse uno dei suoi e, come lui, quando la guerra si intensificò anche l’Altro Josè finì nelle mani dei clan. Nei tempi in cui lo conobbi era uno dei junky del quartiere, sempre senza soldi ma pieno di racconti. Era soprattutto lui che parlava di quello che accadeva in città, delle faide, dei trasporti andati male, delle rese di conti. Proprio per via della sua storia personale, un pò tutti lo ascoltavano. Spesso era difficile credergli ma le sue parole costruivano, comunque, immagini di un mondo in guerra che stava là fuori eppure per niente lontano. Alimentava così un senso di protezione che il Barrio invece offriva.
– Qui nessuno ci tocca. Quelli di fuori hanno paura di mettersi con noi. Lo sanno benissimo che se vengono da queste parti noi siamo in tanti e facciamo suonare i ferri.
Frasi così, in una lingua imparata sulla calle, sancivano in maniera chiara un senso di dentro-fuori su cui si articolavano le giornate. Rimanere nella esquina era un modo per affacciarsi alla città e insieme definire un confine tra tutti i mondi di Buenaventura. Costruiva un senso precario di ''noi'' che poteva durare un giorno o il tempo di rimanere nella esquina fino a quando qualche evento della città non costringeva vecchi amici a farsi nemici e a scegliere nuove alleanze e altre esquinas. Per il resto, era baldoria continua.
Poi accadde che una notte Rudi tentò di ammazzare Panamá. Fu più o meno un anno dopo il nostro primo incontro. Panamá e Mati da un pò di tempo non riuscivano più a passare insieme una normale nottata alcolica senza arrivare alle mani e a pianti strazianti. Panamá non aveva lavoro in quel periodo e Mati si era fatta assumere come donna delle pulizie nella casa di un riccone della città. In poco tempo iniziarono a circolare voci sui suoi tradimenti che non tardarono ad arrivare alle orecchie di Panamá. Da sobrio le credeva e la appoggiava anche perchè era lei che portava i soldi a casa. Da ubriaco invece qualcosa cambiava e iniziavano i diverbi e poi la violenza. L’altro José aveva addirittura sviluppato teorie Zen su come insegnare a Rudi ad affrontare la situazione evitando di diventare un assasino. Un pomeriggio, dopo l'ultima grande tragedia familiare, più o meno gli disse queste parole:
– Rudi, se tuo padre picchia tua madre, tu allora devi aiutarlo a picchiarla. In questo modo tu sei sicuro che tuo padre non la ammazzerà e forse c'è anche qualche possibilità che Panamá si risvegli. Comunque, se non si risveglia, tu la mattina dopo prendi tua madre e la porti in un posto sicuro. La vai a nascondere. Ti porti tua sorella e ve ne andate da qui. Poi torni da tuo padre e gli dici semplicemente che non lo rispetti più perché ti ha insegnato a picchiare tua madre.
Ci lasciava sempre basiti, l’altro José, quando tirava fuori queste perle di etica dell'altro mondo. Bisognava essere di ferro per seguire i suoi consigli, aver superato i normali limiti del cinismo da Barrio per sfondare da dentro la consapevolezza di essere immischiati in una sorta di lento e inesorabile nichilismo quotidiano. E la lunga storia dell’altro José forse un giorno qualcuno potrà raccontarla.
Per il momento, il tentato omicidio di Panamá rappresentò uno di quegli eventi che sancirono una sorta di prima e dopo nelle dinamiche del Barrio. All'improvviso, si misero in moto tutte le reti di significazione e tutti gli apparati narrativi disponibili iniziarono a produrre rumore su di una scampata tragedia familiare che aveva acceso in ognuno degli abitanti una sorta di necessità di riflessione. Rudi aveva svelato un qualche segreto nascosto condiviso però da molti. Panamá e Mati non erano due persone qualsiasi, erano a tutti gli effetti figli di Buenaventura, prodotti degli ultimi venti anni di guerre per il Puerto. Le loro discendenze non si radicavano in nessun mito fondativo della città, ma il loro legame che si spegneva giorno dopo giorno sotto i colpi di una quotidianità impietosa, sanciva una sorta di impossibilità di ricostruzione: lei figlia di Narcos, lui un ex guerrigliero. Panamá, il perdente della storia, Mati, vincitrice sfigurata e senza alcuna parte nella vittoria degli altri, e Rudi, il frutto dell'impossibilità di ogni tentata rivoluzione, producevano ogni giorno uno scontro senza soluzione.
Ci vollero quattro persone per fermarlo quella notte. Sembrava posseduto da uno spirito bestiale che gli aveva conferito una forza sovrannaturale, come se pulsioni castrate da secoli di catene fossero riemerse improvvise e volessero fuoriuscire tutte attraverso un unico e blasfemo gesto che avrebbe ristabilito l'ordine del cosmo. Rudi, con i suoi fantasmi, si trasformò in un Anti-Amleto che senza corona, né regno, formulò un verdetto definitivo. Forse in quegli occhi ormai ciechi, privi di ogni ripensamento e indecisione, si nascondeva la credenza che il sangue versato avrebbepotuto risolvere magicamente tutti i conti sospesi della città. Imbracciò allora il machete di suo padre, pronto, senza esitazioni, per sferrare il colpo mortale, ma quelli del combo intervennero e salvarono Panamá. La rabbia di Rudi fu fermata, però quel tentato parricidio produsse un disgusto profondo che materializzò la guerra al di là di ogni negazione o fuga. Rudi aveva mostrato senza schermi e illusioni un dramma esistenziale che toccava molti. Svelò con un semplice gesto la natura della guerra civile che si stava combattendo. Forse anche per questo atto di verità, la sua vita fu costretta verso nuovi cammini. Lui e la sua famiglia divennero ospiti sgraditi, sempre più emarginati. Dopo pochi mesi si rifugiarono altrove, nella zona di Bajamar, da dove dovettero scappare qualche anno prima e dove tre anni più tardi Rudi avrebbe trovato la morte. Già nel 2011 però i clan avevano iniziato ad osservarlo con un occhio di riguardo, probabilmente interessati alla sua rabbia, al suo passato e a quel tentato omicidio di un ex guerrigliero. Iniziarono un'altra volta brevi viaggi, piccole commissioni e i primi debiti da ripagare. Mi svegliava di soprassalto nella notte in preda al panico, bussando nervosamente alla porta metallica del vecchio magazzino in cui avevo messo un letto per dormire con la disperata richiesta di qualche soldo.
– Fumiamocene una. Ti devo raccontare questa storia. È pura follia là fuori. Qui sono tutti matti. Non si salva più niente. L'unica soluzione è comprarsi un bazuca e sterminare tutti.
Mi parlava dei grandi capi, di quelli che laggiù al Puerto gestivano affari multimilionari ma che volevano fregarlo per pochi dollari.
– Dammi dieci dollari, hermano, quando sarò diventato qualcuno ti restituisco tutto con gli interessi. Ti riempirò d'oro, hermano. Mi bastano dieci dollari per pagare quello stronzo. Sennò ha minacciato di violentare mia sorella. Capisci? Mia sorella ha 13 anni.
Di riprendere a dormire non se ne parlava. Si rullava uno spinello e si iniziavano grandi discorsi su Buenaventura, sul Puerto, sui Capi che come fantasmi onniscienti gestivano tutto, controllavano tutto e organizzavano le vite di quelli come Rudi che poco alla volta, un giorno, forse avrebbero potuto mettere le mani anche loro su una piazza, raccogliere qualche soldo e sfamare le loro famiglie. E fu proprio in quelle notti trascorse a sedare la follia che saltò fuori il nome, il presunto Capo dei Capi.
– Non dire niente a nessuno che sennò ammazzano me e tutta la mia famiglia mentre tu ci guardi con un palo di bambù che ti cresce dentro il culo.
– Rudi, non mi interessa, non dirmi niente.
– Segnati questo nome: Willy. È di Willy che ti devo parlare.