[2*] – Uno Spinoff

aguadulce

Dalle parti in cui vivevo a Buenaventura alcuni, pochi, la chiamavano “La Capitana” ma sulla sua lapide è scritto solo “La Madrina”. Griselda Blanco nacque nella zona caraibica, a Cartagena, ma visse da bambina, durante l'epoca della Violenza e per tutti gli anni 50, nel Barrio La Trinidad di Medellin in cui sposò, ancora sedicenne, tale Pestaña, un malandro del quartiere, secondo alcuni, addirittura uno dei suoi Capi (1).

Occorre qui una piccola digressione. Nella preistoria del traffico di cocaina, le rotte ed i contatti per far arrivare il prodotto a destinazione erano pochi e non vi erano molti clan che si dedicavano al business. Le storie di quei tempi tendono allora a concentrarsi su luoghi che più di altri permettono incontri e condivisione di conoscenze tra personaggi improbabili, senza reti di supporto ramificate e senza una chiara idea del valore commerciale dei prodotti che iniziano a contrabbandare. Il Barrio La Trinidad è da sempre descritto come uno di questi luoghi speciali dove connessioni impossibili possono avverarsi per magia dando vita a relazioni economiche impensabili in altri luoghi della città. La storia del quartiere sembra quindi fornire una lente di ingrandimento sulle traiettorie dei commerci colombiani, almeno dall’indipendenza del Paese (1). È questo certamente un racconto fatto di leggende, creatività, politiche pubbliche di confine e parecchio abbandono. Al tempo stesso, descrive tentativi che potrebbero dirsi d'avanguardia nella gestione e regolamentazione di economie che pur sostenendo ampi settori delle popolazioni urbane, rimangono storicamente relegate ai margini degli Stati e della legalità. In questa prospettiva, il Barrio La Trinidad è, a tutti gli effetti, una grande zona di tolleranza dove, fin dagli albori urbanistici di Medellin, furono “depenalizzati” tutta una serie di traffici ed espedienti economici di confine. Non solo nel barrio la prostituzione fu legalizzata prima che altrove. I suoi bar vendevano anche ogni prodotto allora disponibile nel mercato nero. Preziosi liquori, distillati introvabili, medicinali che promettevano di curare ogni malattia ed ogni tipologia disponibile di sostanze psicoattive potevano essere acquistate da queste parti. Fin dagli anni 50, il Barrio La Trinidad possedeva la fama di raccogliere un campione variegato e cosmopolita di personaggi dediti all'industria del contrabbando e rappresentava in se un unicum nel panorama colombiano. Essere uno dei suoi Capi o la moglie di un presunto Capo del Barrio La Trininidad significava per lo meno disporre di un esercito già sconfinato di persone esperte nell'arte di arrangiarsi, un giorno dopo l'altro.

Forse per dare lavoro a tutti questi espulsi e diseredati la Blanco si inventò i corrieri umani e trovò nuove forme per far viaggiare la mercanzia attraverso le dogane. Testimoni raccontano che agli inizi degli anni settanta almeno metà degli abitanti del barrio avessero viaggiato negli States. Griselda disegnava biancheria intima speciale in cui era facile nascondere chili di cocaina che signore al di là di ogni sospetto avrebbero trasportato nell'altro Mondo. Organizzò i primi viaggi personalmente. Trasportò pasta base dal Perù fin nel Barrio La Trinidad. Poi contrabbandò il prodotto finito negli States, sempre per via aerea. Collaudò il sistema e lo sdoganò a migliaia di paesani. Furono praticamente lei e il suo primo marito, insieme alla famiglia Mejía, a far conoscere il contrabbando di cocaina su vasta scala a Medellin, la città che sarebbe poi diventata una delle riconosciute capitali mondiali del suo commercio. La cocaina era prodotta direttamente nel quartiere. I laboratori e i migliori “chimici” del Paese finivano più o meno tutti a lavorare nel Barrio La Trinindad da dove la cocaina, purissima, prendeva successivamente il volo attraverso l'aeroporto che distava solo pochi isolati. In un decennio mise su un'organizzazione che non accentrava enormi guadagni su poche persone ma garantiva una certa diffusione di rischi e denari. In quei ruggenti anni sessanta Pablo Escobar rubava ancora macchine e correva per la città in motorino. Fu proprio grazie alla Blanco che iniziò a dedicarsi all'oro bianco; trasportando per lei.

Alla fine degli anni 70, Griselda si era ormai affermata come uno dei maggiori broker ad operare negli States mentre il cartello di Medellin era una realtà in forte ascesa. I laboratori erano distribuiti su tutto il distretto d’Antioquia e il modello di business veniva imitato da sempre più persone. La Blanco però centrava il suo lavoro su di un'organizzazione che ogni giorno sfornava documenti falsi impeccabili. Grazie alla crisi del settore tessile di Medellin non era difficile trovare persone disposte a viaggiare per lei ma, in pratica, più che controllare il traffico di cocaina, gestiva i flussi migratori dalla Colombia a Miami. Mentre Escobar e i suoi soci compravano atolli alle Bahamas e trasportavano tonnellate di droga via mare e via aerea, Griselda si accontentava di un profilo sfumato, nelle retrovie del business. Si dice che rifornisse consumatori dell’elite americana con cocaina di altissima qualità e che lei stessa ne fosse un’assidua consumatrice. A Miami lavorava per tutti, ma i guai arrivavano ogni volta che qualcuno metteva in dubbio il suo ruolo o per qualche ragione le mancava di rispetto. I racconti su di lei e la sua leggenda oltre a definirla intelligente come pochi e perversa per via della sua bisessualità e della sua passione per orge e feste sfrenate, evidenziano con una certa alacrità la sua spietatezza e il suo sadismo contro i nemici che il settore in cui lavorava le procurava quasi naturalmente.

Il risultato di questo costante e capillare lavoro dal bajomundo cui la “Regina” partecipò, fu lo sviluppo di un mercato parallello che, nonostante la crisi economica della seconda metà degli anni settanta, avrebbe permesso a Miami di trovare la liquidità finanziaria che scarseggiava da altre parti. Ogni giorno nascevano nuove banche che non vedevano l'ora di prestare denari e partecipare ai progetti di riqualificazione della città. Tra queste ve n’era una, la North Side Bank, che era di proprietà di Gilberto Rodriguez-Orejuela già proprietario della Prima Banca Interamericana di Panama e del Banco de los Trabajadores di Cali. Ve ne sono altre come la Banca Great American che fu la prima della storia ad essere incriminata per lavaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Le autorità di controllo degli States accertarono che lavò 84 milioni di dollari dei Rodriguez-Orejuela in un anno e mezzo. Per questo, nel 1982, pagò 7 milioni di dollari di multa ma poi proseguì nel business. Il giorno prima dell'imputazione della Great American, Isaac Cattan, broker finanziario dei Rodriguez-Orejuela, caleño di origini israelo-siriane, finì in carcere. Di lui si diceva che lavasse ogni anno circa 300 milioni di dollari attraverso le banche di Panama e Miami. Ma qualcosa era cambiato.

Per circa tre anni, dal 1979 al 1981, non mi pare di dire una grossa corbelleria affermando che le strade di Miami entrarono sotto il braccio armato di Medellin. Mettere assieme quelle storie di assassinii e rese di conti esula dallo scopo di questa storia breve. In ogni caso si tratta di questioni molto complesse e specifiche che dal narcotraffico si allargavano a macchia d’olio fino a toccare tutta una serie di informatori della CIA che lavoravano per destabiizzare i governi del centro America e quello di Cuba. Nel suo mondo, Griselda aveva “solo” deciso di andare in guerra contro i suoi vecchi Patroni, la famiglia Mejía di Medellin, che era però da sempre in affari con i cubani anti-castristi che vivevano a Miami, alcuni dei quali erano anche sul libro paga della CIA. Non c’erano connotazioni politiche, non sembra. Lo faceva per il business. Credeva di essere ormai sufficientemente potente per liberarsi dei suoi capi. Non stupisce tuttavia che il sangue versato arrivò in poco tempo a toccare lei e il suo circolo di collaboratori più stretti. Così, mentre ad Escobar fu impedito di sedere sul trono più importante della Repubblica Colombiana, la Blanco, nel 1985, finì in prigione. Ciò avvenne proprio nell’anno che segnò la grande scissione tra Cali e Medellin, che portò ad un accordo con cui i due clan suddivisero il mercato degli States. Miami rimase ai soci di Escobar, mentre New York andò ai Rodriguez-Orejuela. Ma questa è un’altra storia.

Rimanendo invece su temi più pertinenti, dopo diciannove lunghi e silenziosi anni, nel 2004, Griselda ritornò in Colombia, estradata, e di lei si persero le tracce. Ritornò proprio quando Medellin era di nuovo a capo del traffico di cocaina in Colombia e la pace con Cali pareva ritrovata. L'Ex Regina era ormai una quieta vecchietta che si godeva quello che le rimaneva del suo impero: un edificio nel cuore del Poblado, il quartiere borghese di Medellin. Ogni giorno si recava però nel suo quartiere, nel Barrio La Trinidad, diventato nel frattempo una delle più note piazze di spaccio della città. Anche da anziana, Griselda lo considerava il suo quartiere. Quello che più interessa ai fini di questo racconto è che, dando per buona la confessione di Willy, a Buenaventura, nel silenzio assoluto, alcuni lavoravano per lei. Lavoravano per La Capitana. In altre parole, mentre Don Berna e Don Diego avevano “pacificato” i vertici narcotici della Colombia, la Blanco venne, forse, premiata con una quota del Puerto per il silenzio che mantenne sui suoi traffici durante gli anni di prigionia: una sorta di pensione riconosciutale dai clan. Ma può darsi anche che la confessione di Willy fosse falsa.

A dirla tutta ho sempre ritenuto il loro legame una diceria, una delle tante storie che si ascoltavano per le strade e che spesso servivano a dare un’aura di importanza a chi le raccontava oltre che a generare una buona dose di paura tra l’auditorio. Annotai quel dettaglio da qualche parte e lì rimase per circa 2 anni quando, nel marzo del 2013, a Bogotà, durante un foro dei movimenti sociali colombiani presso l’Università Nazionale, venni a conoscenza della morte di Willy dopo un mio rincontro con Josè. Mi occorsero però altri mesi per relazionare la sua morte con quella della Blanco e comunque non trovai mai prove di legami. L’unico elemento strano era la contiguità temporale delle due morti. La Blanco morì nei primi giorni di settembre 2012. Willy un mese più tardi, insieme a quasi tutti quelli che si diceva partecipassero alla rete di contrabbandi della “Capitana” da Buenaventura.

C’era però un elemento che più degli altri insinuò il dubbio in me. Come spiegato nel post “La Leggenda di Willy” vi era qualcosa di strano nel suo modo di partecipare ai traffici illegali del Puerto e questa particolarità aveva a che fare con il suo stile mai esagerato, sempre attento a non attirare l’attenzione su di sè e quindi sui suoi. Dall’incarcerazione in poi la Blanco fece del silenzio mafioso quasi un’ossessione. Aveva addirittura chiamato uno dei suoi figli, Vito Corleone, proprio per la sua venerazione dei film di Coppola e per quello che riteneva essere lo stile della mafia italiana, quella “originale ed autentica”. Dopo la sua morte, in effetti, sono aumentati i reportage giornalistici e le biografie non autorizzate sul suo conto, quindi è stato più facile leggere di lei. Recentemente, è stato anche prodotto un film non molto accurato con C. Zeta Jones. Il documentario “Cocaine Cowboys” ripercorre parti della sua storia sulla base delle indagini giudiziarie che condussero alla sua cattura a Los Angeles nel 1985. Il libro di J.E. Smith (2013) “Cocaine Cowgirl”, è invece l'unico che fa domande sulle ragioni del suo assassinio, il cui movente ufficiale riportato tra i tanti verbali della polizia cui non fanno seguito indagini è: “debiti non pagati”. Leggendo quei testi mi chiedevo allora se il comportamento di Willy non potesse rappresentare un modo di eseguire ordini, come se avesse ricevuto una preparazione specifica sulle modalità di attuare in certi contesti. Non trovai mai una risposta.

Tuttavia, il trovarmi catturato in questa vasta rete di storie, alcune con traiettorie decisamente rumorose, mi mise di fronte in maniera diretta, quasi partecipata, al funzionamento della macchina mitica che operava nei quartieri e che allacciava paranoicamente tutti quei giovani e meno giovani che “lavoravano sulle frontiere” della città. L’incrociarsi di possibilità e contraddizioni, di domande senza risposte e di strane coincidenze che relazionavano un personaggio qualsiasi di Buenaventura ad una leggenda dei narcos costituiva un mondo possibile ma immaginario capace di richiamare un passato noto che continuava ad informare il presente. Queste storie si intrecciavano a paure e sogni di “perditempo e squattrinati” alla ricerca dell’occasione di una vita. Soprattutto erano parte di una mitologia che alimentava e sosteneva ordinamenti politici ombra proprio come facevano i più reali flussi di Capitale. Costituivano anche il pretesto perfetto con cui le agenzie di controllo entravano ed uscivano dai quartieri criminalizzando praticamente ogni passante. Per muoversi sulle frontiere di Buenaventura occorreva quindi essere consapevoli di immischiarsi in queste storie sperando anche di comprenderne il segreto più nascosto. Solo così era possibile non lasciarci la pelle magari con qualche spicciolo in più in tasca ogni giorno.

Credo allora che valga la pena riflettere meglio su questi temi a partire dal Barrio che mi ospitò.

Notazioni bibliografiche aggiuntive:

Oltre a rimandare alla bibliografia del primo post cito qui altri due testi specifici su Medelllin da cui sono tratte le descrizioni sul Barrio La Trinidad (cui va aggiunta una mia visita “di campo” per interviste nel 2014) e alcuni dettagli sulla Blanco: A. Salazar, 2016, La Parabola de Pablo e P. Riaño Alcalà, 2000, Dwellers of Memory.