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    <title>x &amp;mdash; La vita in famiglia è bellissima</title>
    <link>https://noblogo.org/fabriziovenerandi/tag:x</link>
    <description>Frammenti quotidiani di vita familiare</description>
    <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 06:58:33 +0000</pubDate>
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      <title>[bada-boom #x]</title>
      <link>https://noblogo.org/fabriziovenerandi/bada-boom-x</link>
      <description>&lt;![CDATA[[bada-boom #x]&#xA;&#xA;A Kassel arriviamo alla mattina. Documenta, la mostra d&#39;arte è distribuita, in varie parti della città, un po&#39; come una cuccia diffusa per cani. Appena riesco ad entrare in uno degli edifici capisco di aver sbagliato tutto. Cammino e mi rendo conto che non c&#39;è niente di eclatante, non ci sono opere che mi sbalordiscono, ma è pieno di cose. A centinaia. Abbiamo previsto tre o quattro ore di visita alla mostra, ma quando sono dentro capisco che dovrei starci dei giorni, da solo, girando e cercando informazioni. Una persona su Facebook mi dirà poi che a Kassel troverò più artigianato che arte, ma in quel momento non me ne frega niente. Mi sento come quando, negli anni ottanta, andavo quattordicenne da Genova a Milano per lo SMAU, la fiera dell&#39;elettronica e dell&#39;informatica, e giravo frenetico per i padiglioni a cercare gli home e i microcomputer che stavano assaltando l&#39;occidente con la novità del loro linguaggio. Sono sempre lo stesso ragazzino, vecchio, che gira e guarda tutto con uno sguardo disposto a farsi affascinare, solo che questa volta non dalla tecnologia: sono davanti a cose che nascono per non servire a niente. &#xA;&#xA;Cammino e mi ritrovo in sale buie dove vedo proiettati dei ragazzi orientali, seduti a terra, che fanno qualcosa che non capisco, per lunghissimo tempo, video dove neonati occidentali gattonano all&#39;interno di stanze chiuse, televisioni di cartone, a decine, disegnate a mano con l&#39;immagine di Fidel Castro, elaboratissimi meccanismi in legno e metallo che non fanno nulla, ricostruzioni di cinema africani che mandano i blockbuster girati in Africa, negozi che espongono vasetti di Nutella di marmo bianco, banane Chichita in bronzo, frutta immangiabile che morfizza in arma, torri trasparenti, maschere con i volti stilizzati di desaparecidos, manifesti di rivolta e antagonismo scritti con caratteri che non posso nemmeno leggere, chiese cattoliche piene di cadaveri vodoo, stamperie, gente che scolpisce scritte con i chiodi su carcasse animali, mia figlia su uno skate all&#39;interno di una pista, zone per disegnare, scritte sui muri, simboli, cartelli che volteggiano nell&#39;aria, idee. Centinaia di idee e ognuna potrebbe prenderti e catturarti. &#xA;&#xA;Non mi sento in un posto in esposizione, mi sembra invece di essere all&#39;interno di un enorme laboratorio aperto, in cui sei quasi spinto a partecipare, a informarti, a fare anche tu qualche cosa. E con un forte messaggio politico, sociale. Siamo tutte queste parti di mondo non occidentale, questi frammenti di tradizioni, storie, civiltà diverse, le une sovrapposte alle altre, cancellando e nascondendo. E siamo il mondo, la terra concreta, l&#39;energia dell&#39;acqua e del vento, la massa di aria che ci avvolge, sottilissima. Penso che abbiano ragione tutti e due i gruppi dei miei amici, questa mostra è una merda ed è bellissima. Ogni tanto vedo Elettra che gira, uno dei miei figli che osserva le cose e non dice niente. Capisco che questa cosa che sento, questo entusiasmo irrazionale è incomunicabile. Sono affascinato dal fatto che un posto del genere esista, che attiri persone, che crei connessioni per il mondo.&#xA;&#xA;E io sono lì, ci sono sempre stato. Questo interesse per la cosa che non gira, per l&#39;esclusione, per la stranezza, per l&#39;inconsueto fa parte di me. Non è uno standard che posso applicare a chi amo, alle persone con cui parlo. La letteratura, l&#39;arte, la comunicazione sono da qualche parte dentro di noi. Sono nel nostro dna, o non ci sono. Sono legami simbolici che possiamo curare, far riconoscere a chi ci circonda, fare emergere o nascondere, ma sono parti animali di quello che siamo. Non si tratta di intelligenza o di un dono, è più uno scatto muscolare che prende atto. Una fame chimica che arriva o non arriva. La bellezza è la presenza di una forma nello spazio, quello spazio e solo per noi. Poi segue lo studio, la formalizzazione, le ore passate all&#39;Università a guardare le diapositive delle nature morte, la frutta, le formiche, i violini e le viole abbandonate, gli uccelli uccisi e appesi ai ganci davanti a me. Ma se ero lì era perché qualcosa dentro di me rispondeva, un muscolo.&#xA;&#xA;La prima volta era successo al liceo Classico, il professore di Arte, non so bene perché, ci aveva portato in un&#39;aula a vedere un film, in bianco e nero. Il professore d&#39;Arte quando spiegava guardava sempre nel vuoto: uno dei due occhi non funzionava più, era sbrincio. Gli studenti lo sfottevano, di nascosto, vedendo che nel viso, dalla parte dell&#39;occhio cieco, si vedevano i peli della rasatura sbagliata. È l&#39;unica cosa che ricordo di tutte le sue lezioni di arte, la barba tagliata male e quella mattinata passata a vedere un film in bianco e nero. Entriamo nell&#39;aula, lui fa partire il film. Il film, scoprirò poi, è &#34;La dolce vita&#34; di Fellini. Man mano che il film andava avanti io restavo a fissare lo schermo. Le immagini, le inquadrature, tutto mi entrava dentro e io restavo immobile, rapito, completamente rapito. Nell&#39;aula vecchai, con le tende strappate, le sedie inadatte a stare seduti, io ero entrato dentro lo schermo. Ogni tanto mi voltavo per vedere i miei compagni e nessuno stava guardando il film, non come lo stavo guardando io. Chiacchieravano, guardavano fuori dalla finestra, si facevano scherzi, cazzeggiavano. Io tornavo dentro Fellini, quei bianchi e neri assoluti. Alla fine il professore spegne tutto, ci dice che dobbiamo tornare in classe e io mi alzo, come se mi fossi svegliato da un sogno profondissimo. Non torno in classe, vado da lui che sta ancora armeggiando per spegnere il proiettore e gli dico qualcosa del tipo, professore, ma questa cosa è bellissima. Ricordo ancora che lui si è tirato indietro, ha preso spazio per quello che gli stavo dicendo. Questa cosa è bellissima. Ha sorriso, mi ha detto qualcosa che non ricordo. È in quel momento che ho capito che tutte quelle due ore di cineforum erano servite forse solo a me, probabilmente solo a me. Che ogni tanto certe cose succedono per andare a toccare un muscolo, una resistenza mentale, una piccola parte umida dentro una singola persona, e che è uno sforzo immane quello della letteratura, dell&#39;arte, del cinema, dei videogiochi. Della scuola.&#xA;&#xA;Così, ora a Kassel mi sento protetto, ma anche un traditore. Ogni volta che lascio un padiglione, di corsa quasi per passare a quello successivo e vedere più cose possibile prima di andarmene, provo un senso di colpa e di paura. Come se stessi passando da turista all&#39;interno di un mostro che in quel momento è vivo, con le sue viscere che pulsano, le sue contraddizioni, le sue poveracciate, ma che poi non ci sarà più. Sono un Achab dentro questo corpo e più avanzo più lo sto perdendo. Più passano le ore, più vengo espulso fuori, verso il resto del viaggio. E penso che anche questo sentimento di vuoto e di perdita devo conservarlo con cura, portarmelo dietro.&#xA;&#xA;È dentro quel budello che penso alla cittadinanza. La mia generazione non è determinata dall&#39;età, la mia patria non ha niente a che vedere con il luogo di nascita. Dentro a quell&#39;organo animale, a Kassel, sono circondato da gente della mia generazione, esseri simili a me. Ragazzini tatuati, donne dai capelli grigi, gli occhiali delicati e lo sguardo acceso. Quella cuccia diffusa è un pezzo della mia patria, come si è andata formando per decenni, prendendo i pezzi per il mondo. La tradizione è lì, in quel continuo spostare le cose per distruggerla. Benvenuti in Europa, penso, mentre la bestia, il continente, si immerge nelle profondità della storia. &#xA;&#xA;Poi - ecco - vedo uno dei figli grandi, gli chiedo, che ne pensi, ti piace? Quello alza le spalle, dice boh. Alzo le spalle anche io. Boh.]]&gt;</description>
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<p>A Kassel arriviamo alla mattina. Documenta, la mostra d&#39;arte è distribuita, in varie parti della città, un po&#39; come una cuccia diffusa per cani. Appena riesco ad entrare in uno degli edifici capisco di aver sbagliato tutto. Cammino e mi rendo conto che non c&#39;è niente di eclatante, non ci sono opere che mi sbalordiscono, ma è pieno di cose. A centinaia. Abbiamo previsto tre o quattro ore di visita alla mostra, ma quando sono dentro capisco che dovrei starci dei giorni, da solo, girando e cercando informazioni. Una persona su Facebook mi dirà poi che a Kassel troverò più artigianato che arte, ma in quel momento non me ne frega niente. Mi sento come quando, negli anni ottanta, andavo quattordicenne da Genova a Milano per lo SMAU, la fiera dell&#39;elettronica e dell&#39;informatica, e giravo frenetico per i padiglioni a cercare gli home e i microcomputer che stavano assaltando l&#39;occidente con la novità del loro linguaggio. Sono sempre lo stesso ragazzino, vecchio, che gira e guarda tutto con uno sguardo disposto a farsi affascinare, solo che questa volta non dalla tecnologia: sono davanti a cose che nascono per non servire a niente.</p>

<p>Cammino e mi ritrovo in sale buie dove vedo proiettati dei ragazzi orientali, seduti a terra, che fanno qualcosa che non capisco, per lunghissimo tempo, video dove neonati occidentali gattonano all&#39;interno di stanze chiuse, televisioni di cartone, a decine, disegnate a mano con l&#39;immagine di Fidel Castro, elaboratissimi meccanismi in legno e metallo che non fanno nulla, ricostruzioni di cinema africani che mandano i blockbuster girati in Africa, negozi che espongono vasetti di Nutella di marmo bianco, banane Chichita in bronzo, frutta immangiabile che morfizza in arma, torri trasparenti, maschere con i volti stilizzati di desaparecidos, manifesti di rivolta e antagonismo scritti con caratteri che non posso nemmeno leggere, chiese cattoliche piene di cadaveri vodoo, stamperie, gente che scolpisce scritte con i chiodi su carcasse animali, mia figlia su uno skate all&#39;interno di una pista, zone per disegnare, scritte sui muri, simboli, cartelli che volteggiano nell&#39;aria, idee. Centinaia di idee e ognuna potrebbe prenderti e catturarti.</p>

<p>Non mi sento in un posto in esposizione, mi sembra invece di essere all&#39;interno di un enorme laboratorio aperto, in cui sei quasi spinto a partecipare, a informarti, a fare anche tu qualche cosa. E con un forte messaggio politico, sociale. Siamo tutte queste parti di mondo non occidentale, questi frammenti di tradizioni, storie, civiltà diverse, le une sovrapposte alle altre, cancellando e nascondendo. E siamo il mondo, la terra concreta, l&#39;energia dell&#39;acqua e del vento, la massa di aria che ci avvolge, sottilissima. Penso che abbiano ragione tutti e due i gruppi dei miei amici, questa mostra è una merda ed è bellissima. Ogni tanto vedo Elettra che gira, uno dei miei figli che osserva le cose e non dice niente. Capisco che questa cosa che sento, questo entusiasmo irrazionale è incomunicabile. Sono affascinato dal fatto che un posto del genere esista, che attiri persone, che crei connessioni per il mondo.</p>

<p>E io sono lì, ci sono sempre stato. Questo interesse per la cosa che non gira, per l&#39;esclusione, per la stranezza, per l&#39;inconsueto fa parte di me. Non è uno standard che posso applicare a chi amo, alle persone con cui parlo. La letteratura, l&#39;arte, la comunicazione sono da qualche parte dentro di noi. Sono nel nostro dna, o non ci sono. Sono legami simbolici che possiamo curare, far riconoscere a chi ci circonda, fare emergere o nascondere, ma sono parti animali di quello che siamo. Non si tratta di intelligenza o di un dono, è più uno scatto muscolare che prende atto. Una fame chimica che arriva o non arriva. La bellezza è la presenza di una forma nello spazio, quello spazio e solo per noi. Poi segue lo studio, la formalizzazione, le ore passate all&#39;Università a guardare le diapositive delle nature morte, la frutta, le formiche, i violini e le viole abbandonate, gli uccelli uccisi e appesi ai ganci davanti a me. Ma se ero lì era perché qualcosa dentro di me rispondeva, un muscolo.</p>

<p>La prima volta era successo al liceo Classico, il professore di Arte, non so bene perché, ci aveva portato in un&#39;aula a vedere un film, in bianco e nero. Il professore d&#39;Arte quando spiegava guardava sempre nel vuoto: uno dei due occhi non funzionava più, era sbrincio. Gli studenti lo sfottevano, di nascosto, vedendo che nel viso, dalla parte dell&#39;occhio cieco, si vedevano i peli della rasatura sbagliata. È l&#39;unica cosa che ricordo di tutte le sue lezioni di arte, la barba tagliata male e quella mattinata passata a vedere un film in bianco e nero. Entriamo nell&#39;aula, lui fa partire il film. Il film, scoprirò poi, è “La dolce vita” di Fellini. Man mano che il film andava avanti io restavo a fissare lo schermo. Le immagini, le inquadrature, tutto mi entrava dentro e io restavo immobile, rapito, completamente rapito. Nell&#39;aula vecchai, con le tende strappate, le sedie inadatte a stare seduti, io ero entrato dentro lo schermo. Ogni tanto mi voltavo per vedere i miei compagni e nessuno stava guardando il film, non come lo stavo guardando io. Chiacchieravano, guardavano fuori dalla finestra, si facevano scherzi, cazzeggiavano. Io tornavo dentro Fellini, quei bianchi e neri assoluti. Alla fine il professore spegne tutto, ci dice che dobbiamo tornare in classe e io mi alzo, come se mi fossi svegliato da un sogno profondissimo. Non torno in classe, vado da lui che sta ancora armeggiando per spegnere il proiettore e gli dico qualcosa del tipo, professore, ma questa cosa è bellissima. Ricordo ancora che lui si è tirato indietro, ha preso spazio per quello che gli stavo dicendo. Questa cosa è bellissima. Ha sorriso, mi ha detto qualcosa che non ricordo. È in quel momento che ho capito che tutte quelle due ore di cineforum erano servite forse solo a me, probabilmente solo a me. Che ogni tanto certe cose succedono per andare a toccare un muscolo, una resistenza mentale, una piccola parte umida dentro una singola persona, e che è uno sforzo immane quello della letteratura, dell&#39;arte, del cinema, dei videogiochi. Della scuola.</p>

<p>Così, ora a Kassel mi sento protetto, ma anche un traditore. Ogni volta che lascio un padiglione, di corsa quasi per passare a quello successivo e vedere più cose possibile prima di andarmene, provo un senso di colpa e di paura. Come se stessi passando da turista all&#39;interno di un mostro che in quel momento è vivo, con le sue viscere che pulsano, le sue contraddizioni, le sue poveracciate, ma che poi non ci sarà più. Sono un Achab dentro questo corpo e più avanzo più lo sto perdendo. Più passano le ore, più vengo espulso fuori, verso il resto del viaggio. E penso che anche questo sentimento di vuoto e di perdita devo conservarlo con cura, portarmelo dietro.</p>

<p>È dentro quel budello che penso alla cittadinanza. La mia generazione non è determinata dall&#39;età, la mia patria non ha niente a che vedere con il luogo di nascita. Dentro a quell&#39;organo animale, a Kassel, sono circondato da gente della mia generazione, esseri simili a me. Ragazzini tatuati, donne dai capelli grigi, gli occhiali delicati e lo sguardo acceso. Quella cuccia diffusa è un pezzo della mia patria, come si è andata formando per decenni, prendendo i pezzi per il mondo. La tradizione è lì, in quel continuo spostare le cose per distruggerla. Benvenuti in Europa, penso, mentre la bestia, il continente, si immerge nelle profondità della storia.</p>

<p>Poi – ecco – vedo uno dei figli grandi, gli chiedo, che ne pensi, ti piace? Quello alza le spalle, dice boh. Alzo le spalle anche io. Boh.</p>
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      <pubDate>Wed, 07 Sep 2022 07:10:43 +0000</pubDate>
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