fafagiolo


Testo scritto mesi fa, quando il lavoro scarseggiava. Ora non scarseggia più.

Raf, 1993. Erano gli anni delle superiori; si potevano ancora trascorrere i pomeriggi bighellonando e fingendo di studiare, senza rimediare troppe occhiatacce dagli altri. Molti di quei pomeriggi li passavo a casa di un mio amico. Per studiare, certo. Lui poteva permettersi i vestiti di marca, io la roba da plebaglia; poteva comprare i cd, io dovevo arrangiarmi con le cassette registrate dalla radio. Con un budget di 1.000 lire al giorno, schizzato addirittura a 10.000 lire settimanali dai 17 anni in su, non si andava molto lontano. Dovevano bastarmi per una settimana in sala giochi, per qualche sfizio andando o tornando da scuola, per qualche gelato nella stagione calda. Ghiaccioli, in linea di massima: costano meno. E, con quello che avanzava...

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Cielo latte affumicato, quasi scozzese. Tra un balcone e l’altro, conversazioni di massaie in uniforme, quei loro vestitini dai colori e motivi assurdi. Fiori, cuori, azzurro quasi fluorescente. Anche qualche merletto. “Mi son svegliata presto per battere i tappeti e andare alla prima messa”. Sono le 9.30 passate da poco, in queste strade semivuote a quell’ora è ancora presto.

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Non so se fosse in prima o seconda visione, Alien, quando l'ho visto per la prima volta. Visto, comunque, sul solito televisore, chiaramente in bianco e nero e con una ricezione non esattamente ottimale. La scena del viaggiatore spaziale (poi avrei saputo, anni dopo, che lo chiamavano space jockey), il facehugger che evolve in chestburster. Quel portello spalancato sullo spazio che pare non chiudersi mai. Quella sera, mia mamma aveva un forte mal di denti e, il giorno dopo, andammo dal dentista.

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Son passato poco fa sulla strada che porta all'ex [omissis]. Dalle parti di quella saletta costretta ad aprire presto, per soddisfare la voglia di mazzate degli studenti delle superiori. Mazzate virtuali, si intende, in quel di Metro City. Già poco dopo le 7, la zona era rallegrata dalle urla belluine di Haggar & soci, nella versione bootleg di Final Fight.

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Riciclerò qualche post vecchio, per iniziare, preso da uno spazio che intendo chiudere.


Tornando verso casa da C., percorro a ritroso via N. S. e non è altro che un viaggio nel tempo, quasi ordinato in maniera discendente. Quasi, perchè certe stazioni sono messe alla rinfusa. La strada è sempre scassata: una sequela di buche, alcune rammendate a suon di toppe di colori sbagliati. Asfalto cicatrizzato male. Chiara metafora della vita, solo che nessuno ha il buon senso o la pietà di ricoprirti d'asfalto: qualche legge ingiusta lo proibisce e la gente le rispetta sempre, quelle ingiuste.

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