Cannibali


Testo scritto mesi fa, quando il lavoro scarseggiava. Ora non scarseggia più.

Raf, 1993. Erano gli anni delle superiori; si potevano ancora trascorrere i pomeriggi bighellonando e fingendo di studiare, senza rimediare troppe occhiatacce dagli altri. Molti di quei pomeriggi li passavo a casa di un mio amico. Per studiare, certo. Lui poteva permettersi i vestiti di marca, io la roba da plebaglia; poteva comprare i cd, io dovevo arrangiarmi con le cassette registrate dalla radio. Con un budget di 1.000 lire al giorno, schizzato addirittura a 10.000 lire settimanali dai 17 anni in su, non si andava molto lontano. Dovevano bastarmi per una settimana in sala giochi, per qualche sfizio andando o tornando da scuola, per qualche gelato nella stagione calda. Ghiaccioli, in linea di massima: costano meno. E, con quello che avanzava...

Ok. Molti pomeriggi passati in compagnia di Cannibali (l'album, non i simpatici antropofagi: diversamente non sarei qui a parlarne, anche se dubito di avere un buon sapore), buttati sul suo letto al piano di sopra, generalmente dopo una breve sessione di studi. Per rilassarsi e perché eravamo ragazzi, come dicevo. Non era il solo cd a disposizione, ma uno dei più ascoltati per un bel periodo. Ascoltavamo le canzoni e sognavamo di dedicare questa o quella a qualche fanciulla. Pure io. Che cosa assurda, a ripensarci. In ogni modo, i sogni sono gratuiti. Basta addormentarsi, anche se, come spesso accade per le cose gratuite, dietro c'è la fregatura: aspetti un sogno e ti regalano degli incubi orrendi. A lui è andata meglio in quanto a dediche, visto che è sposato da un pezzo e con due figli, credo. Almeno due. Io pure ho avuto la sfrontatezza di sognare qualche dedica, roba per cui davvero rido anche io di me stesso. Probabilmente, avranno smesso di dirmi “che cariiino!” già prima di compiere tre anni. Registrai due canzoni su una cassettina, chissà se la destinataria ce l'ha ancora. Un pezzo di Aleandro Baldi, non di quelli famosi; l'altro non lo ricordo. Dopo un anno circa, mi ritornò una cassetta, un'altra. Con due pezzi, dovrei controllare su un vecchio walkman, visto che non ricordo precisamente: uno dei titoli era di Riccardo Cocciante. Tu sei il mio amico carissimo. Poi risposi con l'ultima cassetta, sempre con due pezzi dei quali ne ricordo uno soltanto: “Ricordati di me”, ovviamente Antonello Venditti. Così finì, niente più cassette o altro. Altri cd da relax pomeridiano? Vediamo... qualcosa di Mango, sicuramente. Elton John. Aleandro Baldi, dicevamo. Una raccolta di ballate rock, tra cui spiccava “Wind of change” degli Scorpions. Non avevamo sicuramente l'orecchio allenatissimo all'inglese: “i follow the Moskva down to Gorky Park” diventava “ai follo damon squa don te monchi pa”. Qualche altro cd ancora, interrotto dalle incursioni dei suoi fratelli più piccoli o di sua mamma, che veniva a rompere le scatole in quella specie di santuario. Raramente, sia detto.

Stamattina me ne sono andato a zonzo, il lavoro scarseggia. Ho deciso di ascoltare proprio l'album che intitola questo post, ripercorrendo strade fatte in quegli anni. Strade che in quegli anni facevamo in sella a una Vespa, la sua. Ovviamente il motorizzato era lui. A me dissero che l'avrebbero comprata al compimento dei 16 anni. Stava uscendo nella versione a tre marce, in quel periodo, già fantasticavo su che colore prenderla: rosso. A distanza di diversi lustri, sono ragionevolmente certo sia giunto il momento di mettere una pietra sopra a tutte le promesse fattemi in gioventù. Promesse infallibilmente disattese. Ho un hangar immaginario, di cui mi son servito in passato per ospitare quel cumulo enorme di promesse e propositi futuri. Andavamo da quelle parti perché c'era un nostro compagno di classe, lavorava nel negozietto di famiglia. Riparavano biciclette, spesso andavamo a fargli visita nei pomeriggi senza cd. Una specie di officina, con l'odore tipico della gomma vulcanizzata, il sentore viscido del grasso; telai buttati alla rinfusa, i cavi dei freni, altri pezzi di ricambio. Quei locali bui, in cui la luce tremula dei neon sembra non riuscire a farsi strada per davvero. Qualche altra volta ci siam stati quando si timbrava il cartellino del collocamento, periodicamente. Sì, perché in quell'anno non avevamo una sede del collocamento in zona e si doveva andare nel paese vicino. Pure oggi a dirla tutta, anche se è cambiato il paese e, da casa mia, si tratta di fare poche centinaia di metri a casa, piuttosto che diversi chilometri in Vespa.

Ora quel negozietto è fallito, chissà da quanto tempo. Puzza ancora di gomma, all'esterno biciclette abbandonate penzolano dai ganci nel muro come corpi da un patibolo. Non le rubano, evidentemente non valgono neanche il disturbo.

La Vespa non l'ho mai guidata, non ho mai imparato a farla. Non so guidare motorini, moto in genere.

Sono il re dei pedoni, però, pur non sapendo giocare a scacchi.