Quanto spazio prendere quando non si vuole chiedere permesso? Capita spesso anche a me di sentirmi inadeguata, mai all'altezza di immaginarie aspettative di altre persone. Vorrei solo prendere spazio per esistere e respirare ma ancora mi domando a chi chiedere il permesso. Ed è lì che sta il punto. Aspettando una validazione dall'alto ci si sentirà sempre inadeguate. L'agio nasce dall'abitarsi senza timore. Non so se ti consola pensare che sí siamo tutt animali in gabbia abituat a desiderare di vivere nel mondo e una volta scappate non sappiamo da che parte iniziare per essere. Il bosco qui vicino all'aube ha tratti demoniaci. Non è quel demonio che ti aspetti infervorato, brutto, disarmonioso. È qualcosa di più sottile, che si muove nell'aria ardente come i maledetti tafani assetati di vendetta e non più solo di sangue, è nelle edere che subdole si avvicinano a stritolare i lunghi e larghi tronchi d'albero, è nell'acqua stagnante del grembo, è nell'ortica che spunta a tradimento. È nella sua sublime bellezza, fatta di verde acacia e tronchi rotondi che sta il suo essere perfettamente diabolico. Mentre lo attraverso sento la paura che prova ad affossarmi. Tremo spesso di paura quando mi addentro in lui per lunghe passeggiate pomeridiane alla ricerca di magici incastri di alberi. Le radici che ho incontrato qui mi ricordano i nostri mali. Tutto il sublime dolore che ci portiamo dentro con la paura che lasciandolo andare, lasciandolo libero di attraversarci si porti via anche quella che crediamo la nostra identità. Ho visto i mali di tutte incastrarsi. Attorcigliati, aggrovigliati, abbracciati. Mi sono sentita tirare dentro quei nodi e vi sono entrata. Nuda mi sono arrampicata: anche io volevo attorcigliarmi, aggrovigliarmi forse perché anche io mi vorrei abbracciare. Vorrei abbracciare il mio male, perfetto perché acuto. Dirgli che gli ho voluto bene, che nella desolazione è stato un conforto ma che non posso più vivere nella paura. Ma per farlo devo lasciare che mi passi da dentro. L'abbandono subito e il lasciarsi morire che diabolico si insinua in ogni non azione sono il mio male. Parte del mio dolore atavico. Sono scesa dagli alberi piena di graffi. Le grinfie del male hanno provato a farmi loro. O forse ha solo reso visibile ciò che prima era imperscrutabile: un'identità frammentata, paralizzata dal dolore. Ho bisogno di vivere come un amante. In senso lato, gigante. E per farlo occorre egoistica fiducia in sé e fede in qualcosa di più grande che esuli dal proprio io. Quando mi spavento penso di non appartenere più a questo mondo. Rigettata in tutto e per tutto perdo la direzione e il ricordo. Se non ci fosse tutto questo verde intorno perderei anche il ricordo dei tuoi occhi guizzanti. Non so quale sia la chiave della cura. Non so bene dove si collochi nella formula esistenziale. So che l'amore non si esaurisce nella cura ma che sicuramente si legano indissolubilmente. È forse la capacità di sentirsi essere umano unico, uguale e altero all'altr3? Ho deciso che la formula esistenziale si muove come un campo gravitazionale, in certi punti affonda, in altri resta sul piano. Ti vedo sprofondato nell'interioritá, lo squilibrio in tal senso genera e riavviva la fiamma dell'insicurezza, dell'inadeguatezza. Può riportarti in superficie dirti come ti vedo? A me ricordi l'acqua frizzante. Come dosare il passo per imparare a correre sui sassi?
Con leggerezza che non è superficialità.
C'è chi i tagli sulla pelle li ha visibili, sgargianti. Siamo tutt animale ferito.