Phil in Fediverse

Un blog delle origini. Di Filippo Albertin...

Non si tratta di semplice isolamento. No, c'è qualcosa di più. Riassumiamo un attimo.

Ok, dobbiamo stare il più possibile in casa, e fino a qui non ci piove. Dobbiamo (come ovvio corollario alla prima affermazione) limitare le uscite (sintetizzo) a faccende strettamente necessarie, e anche questo appare abbastanza comprensibile. Ma tutto questo fino a quando potrà durare?

Ciò che noi facciamo in casa è funzione di lavori che altri possono continuare a svolgere da casa? Là fuori chi c'è? Chi ci deve essere? Chi potrebbe dire che non vuole più esserci? Quanti si possono permettere di stare a casa, che sia a non far niente, che sia facendo lo smartworking permesso dalla specifica azienda o istituzione?

La mia provocazione assume una configurazione piuttosto semplice, in forma di domanda: quando serviranno soldi prodotti dal nulla, che verranno scambiati, incassati e spesi da mani che non potranno neppure toccarli, chi li stamperà, se tutti dovranno stare a casa? Li stamperemo con un processore speciale? (No. Il processore lo devi andare a comprare nel negozio di elettronica, che è chiuso. Oppure lo devi ordinare, ma chi te lo consegna non potrà consegnartelo, pena la lesione del suo diritto a stare a casa. Quindi?)

Mi viene in mente un isomorfismo. Immagino la nostra civiltà capitalistica occidentale come un bicchiere, un bicchiere pieno fino all'orlo.

Se un bicchiere è mezzo pieno, puoi pensare di mettere ogni tanto una goccia d'acqua, una goccia che dopo poco evapora e lascia il bicchiere esattamente identico a prima. Se poi il livello dell'acqua aumenta improvvisamente anche di tanto, il bicchiere non trabocca, rimane in uno stato di equilibrio.

Ma se il bicchiere è già pieno fino all'orlo, e a malapena riesce a mantenersi in equilibrio sopportando le gocce che ad ogni istante rischiano di farlo traboccare, cosa succede se arriva, al posto della goccia, la stessa ondata liquida che nel caso del bicchiere mezzo pieno non ha prodotto nulla?

kraftwerk

Un tumblelog interamente dedicato ai Kraftwerk. Love it.

facchetti

Questo mio post riguarda quella che ritengo la deriva culturale del nostro presente, e parte da un “materiali di base” del tutto identico a decine e decine di altre analoghe “proposte”, che magari potrebbero risultare ancora più disturbanti.

Si direbbe che la famigerata Chiara Ferragni ha fatto scuola. Sto parlando infatti dei suoi emuli o cloni più o meno dichiarati, come quello che mi accingo a descrivere.

Insomma, il canale YouTube di questa sbarbatella belloccia, al secolo Chiara Facchetti, per me è solo e unicamente un esempio. Non un esempio per criticare questa ragazza, che non conosco, e che probabilmente interpreta una parte, ed è frutto di un casting ad hoc, o di qualsivoglia operazione di marketing social-based. No. Il mio intento è solo di illustrare a quello che dovrebbe essere il mondo adulto, appunto, la terribile (lo ribadisco) deriva culturale nel quale l'adolescenza e addirittura la seconda infanzia stanno sprofondando.

In primis, è evidente che questi personaggi si rivolgono a un pubblico di giovanissimi, e costituiscono per loro non solo un esempio meramente iconografico, ma anche un vero e proprio modello di vita (che evidentemente viene poi investito dalla conseguente emulazione). Della serie: fare la bella vita senza preoccuparsi troppo dell'origine del denaro che permette di farla. E credo che siano in molti i “genitori bancomat” all'ascolto che potranno confermare.

Ora, chi abbiamo di fronte quanto snoccioliamo gli interventi video di questa Chiara Facchetti (che evidentemente vanta comunque uno staff di grafici e videomaker piuttosto versati, pur nella loro invisibilità)? Cioè, cosa vediamo?

Noi vediamo una bella ragazzina “della porta accanto” che istante dopo istante riproduce questa esistenza:

  1. non sembra avere alcun impiego degno di questo nome, eppure passa la totalità della sua giornata a spendere quantità di denaro esorbitanti, usufruendo, pare, di un tempo libero infinito;
  2. spesso e volentieri “compra cose” solo per la pulsione di recensirle e poi, si presume, gettarle;
  3. rappresenta tutti i luoghi comuni alimentati dalle massime multinazionali planetarie, dalla Apple ad Amazon, passando per la McDonalds;
  4. schiocca le dita e (tanto per dirne una) cambia un arredamento spendendo oltre diecimila euro;
  5. si permette di catalogare come “acquisti stupidi” cifre dell'ordine di una quindicina di migliaia di euro (che spesso vengono pure rendicontate).

Ora, è evidente, direte voi, che gran parte della produzione video di questa ragazza, probabilmente classificabile come pura attrice al servizio del marketing, altro non è che il frutto di specifiche sponsorizzazioni da parte di ditte che si occupano di altrettanto specifici prodotti, dal make-up al food, passando per l'elettronica di consumo.

Sia quel che sia, io penso però che la questione sia ben altra. **Questa ragazza viene di fatto seguita da oceani di adolescenti che matematicamente non potranno mai e poi mai avere la vita che in tale “sostanziale fiction” viene mimata.** Ossia, i figli di papy esistono indubbiamente, e non fatico a pensare che questa vita la facciano sul serio. Esiste poi indubbiamente una larga fetta di adolescenti che, a furia di rompere le balle ai propri genitori, magari qualcosa di simile la ottiene pure. Ma questa radicale corsa verso la totale bulimia consumistica elevata a standard esistenziale a cosa porterà, se non alla costruzione di un esercito di perfetti frustrati?

Insomma. Socialmente parlando, quanti potranno essere i membri di questo Gotha? Un dieci percento della popolazione a farla grande? E gli altri che sbavano da vicino? Facciamo, esagerando, un quaranta percento? Ebbene, tutti gli altri che faranno?

Questo. Semplicemente questo mi chiedo. Che società stiamo alimentando?

Cari amici, cari compagni, cari intervenuti. Mi è stato chiesto di dire due parole sulla politica. Sì, sulla politica in genere. Prendendola, per così dire, molto alla larga.

Per quel che mi riguarda il “grado zero” della politica scaturisce dalla piena comprensione di una nota storiella: quella dell'ubriaco e del lampione.

Notte fonda. Un ubriaco cerca affannosamente qualcosa sotto un lampione. Passa un poliziotto che gli chiede cosa stia cercando. “Le chiavi di casa”, risponde l'ubriaco. Il poliziotto allora ribatte: “Ma le hai perse lì sotto?” L'ubriaco ci pensa un attimo e dice: “No. Però qui sotto c'è luce.”

Ecco. Se non capiamo questa storiella non possiamo fare politica, oppure se la capiamo, ma facciamo ugualmente la parte dell'ubriaco, non possiamo farla in modo efficace e sensato.

Il testo originale...

Tempo fa sono incappato in questo video online, che riportava il breve intervento TED di un certo Jeroen van Loon circa la possibilità e opportunità di staccarsi dal web e bloggare in via totalmente analogica. Una follia? No, una forte provocazione che può farci riflettere.

Premessa. Io sono nato nel 1975, e dunque non sono un nativo digitale. Tuttavia ho iniziato a usare i personal computer già da adolescente, e oggi conosco il mondo dei computer direi da esperto medio-alto; quindi ho avuto modo di testare sia il mondo prima che quello dopo le grandi rivoluzioni digitali degli ultimi trent'anni. Questa premessa è importante, perché mi ha permesso di maturare un principio generale: La comunicazione di massa nei social media è perfetta per veicolare velocemente messaggi che possono permettersi di essere mediocri, ovvero tanto più grossolani quanto più elevato è il numero di persone che raggiungono. In altre parole, più sono gli utenti digitali di un certo messaggio e più quel messaggio, per passare, deve essere basso, spicciolo, stereotipato, e in definitiva banale. Basti pensare alla politica, oggi a base di selfie e tweet, per rendersene conto (anche se penso che un adolescente medio non possa avere gli strumenti per rendersene conto).

Questo non significa che la tecnologia sia una cosa sbagliata. Questo significa che la sua applicazione di massa ha prodotto fenomenologie da detestare, piaghe sociali, deformazioni dalle quali sarebbe opportuno purgarsi. In che modo? Io credo che esista un solo modo: l'utilizzo della tecnologia per veicolare contenuti esclusivamente fruibili nel mondo reale.

Più nel dettaglio, credo che si debba enunciare un concetto ancora più specifico e profondo, che è il seguente:

Le vere reti sociali devono essere costituite da esseri umani, e non da collegamenti ipertestuali. L'unica rete digitale in grado di funzionare veramente con efficacia è quella che riproduce in scala uno a uno la relativa rete di relazioni sociali nei territori reali.

Trovo veramente bellissima questa iconografia very very english “dame e cavalieri” relativa a questo album di amenità musicali britanniche old style.

cavalieri

Colonne sonore ulteriori

Su questo PAD stiamo parlando di dialoghi operativi e affini. Mi piace. Ho avuto modo di ritrovare vecchi amici e di conoscerne nuovi.

Dialog Bootstrap

Sul revival socialista successivo al film di Amelio su Craxi, diciamoci una buona volta come stanno le cose. C'è una cricca atomizzata di “ex” che bene o male hanno nostalgia di un tempo in cui c'erano soldini per mantenere famiglie e fidanzate.

Il fediverso, se ci si pensa è una fantastica metafora per intendere il BUON sovranismo (che NON è e NON può essere nazionalismo). L'idea del fediverso, infatti, mima l'esatto contrario della globalizzazione così come è stata imposta dalle abili e invisibili mani delle tecnocrazie mondiali.

Che il nazionalismo non possa essere sovranismo lo si dovrebbe capire con poche battute. Nazionalista è colui che propugna la superiorità di una certa nazione, che rapidamente diventa costume e addirittura razza, naturalmente antagonista rispetto a tutto ciò che è diverso. In tal senso, il nazionalismo è preludio, attraverso il conseguente imperialismo, dell'omologazione come allargamento forzato del potere di una nazione sulle altre nazioni.

La globalizzazione è stato un processo in cui specifici nodi sovraordinati della rete (quelli che oggi chiamiamo poteri forti) hanno imposto a tutti gli altri sistemi non già un linguaggio comune per comunicare tra diversi territori, ma all'opposto un territorio comune dove competere con regole imposte dall'alto, dettate, guarda caso, da chi sapeva di poter vincere facile, in modalità monocratica, oltre che monodirezionale.

Se ci pensiamo, il fediverso esprime appunto la situazione esattamente opposta: una serie di “isole” del tutto sovrane rispetto alla loro esistenza interna, che però comunicano tra loro attraverso protocolli di linguaggio comuni, come a sancire una filosofia multilaterale di fondo.

Se l'imperialismo delle società di rating ha un nome, quel nome è certamente in rima con le politiche monetarie dei grandi sistemi sovraordinati, che selezionano e foraggiano una classe dirigente obbediente che nei vari territori nazionali depreda, svende, smembra, anestetizza, piega al proprio volere attraverso l'illusoria e vacua veste di una democrazia solo sulla carta.

L'omologazione che, invece, deriva dalla globalizzazione, somiglia molto, su vasta scala, al processo che Pasolini descriveva in modo molto eloquente nei primi anni Settanta, in un noto intervento di quella che all'epoca era una televisione italica pubblica degna di questo nome.

Pur non condividendo la matrice nichilista e apocalittica di Pasolini, non posso fare a meno di notare come in generale l'omologazione abbia fatto, dopo il crollo del Muro di Berlino, dopo Maastricht, dopo la grande globalizzazione, un radicale e definitivo passo avanti. Omologazione come privilegio dei pochi a danno dei tanti, in lotta perenne tra loro, alla base della piramide sociale.

Il dialogo iniziato in questo post continua su un PAD dedicato. In forma di documento condiviso daremo forma a questa idea di mappa in progress.