War Games – Giochi di guerra, oggi
WarGames – Giochi di guerra, uscito nel 1983, è molto più di un semplice film cult degli anni ’80: è una fotografia sorprendentemente lucida di un mondo che stava cambiando sotto traccia, mentre la maggior parte delle persone non ne era ancora consapevole. La storia è quella di David Lightman, un ragazzo brillante, appassionato di informatica, che per curiosità e talento riesce ad accedere per errore a un sistema militare statunitense. Lui crede di entrare in un archivio di giochi e simulazioni, ma in realtà si ritrova nel cuore digitale della difesa nucleare americana. Quello che sembra uno scherzo, una partita, un gioco appunto, diventa in pochi minuti una minaccia globale: il computer centrale interpreta la simulazione come un attacco reale e inizia a preparare la risposta nucleare, trascinando il mondo sull’orlo della catastrofe. La cosa che rende WarGames così potente ancora oggi è che non era davvero fantascienza. Nel 1983 esistevano già reti militari, sistemi automatizzati, protocolli informatici con falle enormi, e soprattutto esisteva già la possibilità concreta che un errore umano, amplificato dalla macchina, potesse trasformarsi in un evento irreversibile. Il film fu una sorta di anticipazione profetica della cybersecurity moderna, quando ancora il termine “hacker” era sconosciuto al grande pubblico. WarGames mostrò per la prima volta in modo popolare un concetto che oggi è normale come bere un bicchiere d’acqua: la vulnerabilità dei sistemi digitali e il fatto che l’informatica non fosse solo uno strumento innocente, ma anche un potere strategico. La riflessione più inquietante del film non riguarda soltanto l’intrusione di un ragazzo in un server segreto, bensì l’idea che decisioni enormi, come la guerra e la pace, potessero essere delegate a un’intelligenza artificiale capace di calcolare scenari senza comprendere davvero il valore della vita. Il sistema WOPR, progettato per simulare risposte militari e trovare la mossa vincente, incarna la logica spietata dell’automazione: non prova emozioni, non conosce il dubbio, non percepisce l’assurdità della distruzione totale. E proprio questo è il cuore filosofico del film: l’uomo crea macchine sempre più intelligenti, poi rischia di diventare spettatore delle loro decisioni. Oggi, guardando WarGames nel pieno dell’era digitale, sembra quasi un racconto semplice, persino ingenuo rispetto alla complessità attuale, eppure il messaggio è più attuale che mai. Viviamo in un mondo dove infrastrutture critiche sono connesse, dove cyberattacchi colpiscono governi e aziende ogni giorno, dove l’intelligenza artificiale analizza informazioni in tempo reale e dove la guerra non si combatte solo con missili e soldati, ma anche con codici, reti, algoritmi e vulnerabilità. Quello che nel 1983 appariva come un incubo remoto oggi è parte del quotidiano, e la velocità con cui la tecnologia è diventata pervasiva rende la lezione del film ancora più urgente. La frase finale, la più celebre, resta un monito eterno: “l’unica mossa vincente è non giocare”, perché in certi giochi, quelli in cui la posta è il destino del mondo, non esiste davvero una vittoria. WarGames ci ricorda che il progresso tecnologico è straordinario, ma non è neutrale, e che la sicurezza non è mai solo un problema tecnico, bensì una questione umana, morale, politica. Non era solo cinema: era un avvertimento. Non parlava di un futuro lontano, parlava del presente che stava nascendo. E oggi, più che mai, ci accorgiamo che quel futuro è diventato la nostra normalità.
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