L'Impopolare

Blog di attualità per uscire dalla comfort zone mediatica

I risultati della gestione epidemiologica svedese.

Il modello svedese, quante volte nelle scorse settimane abbiamo sentito questa espressione? Sbandierato, anche in Italia, come il più corretto e ragionevole approccio alla pandemia, si tratta di una delle tante “strategie” contro Sars- Cov 2, la cui peculiarità è sempre stata l’assoluta assenza di qualsiasi forma di lockdown. Oggi dopo svariati mesi possiamo, almeno in parte, analizzarne l’efficacia.

Partiamo da una premessa di fondo: il Covid-19 ha messo a nudo tutte le nostre debolezze e buona parte delle nostre ipocrisie. Nessuno sa veramente dove stiamo andando e quanto durerà questa emergenza. Nessuno sarebbe stato in grado di prevedere questa catastrofe, né di evitarla in toto. Non c’è una strategia migliore in assoluto, ma alcune si sono dimostrate migliori di altre.

Il modello italiano nonostante tutta la retorica non è stato uno dei migliori. C’è stata un’ecatombe: 35.000 morti.

I più fragili hanno pagato il prezzo di decenni di tagli alla sanità, portati avanti con scientifica determinazione da una classe dirigente miope, non solo completamente disinteressata al futuro del Paese (i giovani), ma alla prova dei fatti piuttosto negligente anche nei confronti del suo passato (gli anziani). Nonostante l’elevato numero di decessi, nonostante una popolazione di quasi 60.000.000 di persone con un’età media in costante ascesa e con zone ad elevatissima densità abitativa, l’epidemia italiana, per quanto dolorosa, è rimasta gestibile.

Cosa ci ha permesso di resistere sul versante sanitario? Il lockdown e il distanziamento sociale.

E’ stato duro? Si. I principi dello stato di diritto sono stati sgualciti e quasi strappati? Si. C’è stata strumentalizzazione politica di questo disastro? Si. Si poteva fare di meglio? Ovviamente. Siamo usciti migliori da questa vicenda grazie alle danze sui balconi e gli #andàtuttobene? Assolutamente no. Ma sarebbe potuta andare terribilmente peggio.

Tutto ciò, come già detto, non si è verificato in Svezia, dove il governo ha preferito lasciare esercizi commerciali, scuole e ristoranti aperti, esortando a seguire le regole igieniche e di distanziamento sociale; solo le case di cura sono state chiuse ai visitatori alla fine di marzo, ma circa la metà dei decessi sono stati comunque registrati in questi istituti. Alla luce di queste misure e dei loro risultati, possiamo affermare che una pratica arcaica e antiquata come la quarantena, quando ci si confronta con virus sconosciuto, ha una ragion d’essere. I dati del paese nordico lo confermano: su una popolazione di circa 10.000.000 più di 5.000 persone sono defunte, contro le 580 in Danimarca, le 320 in Finlandia e le 237 in Norvegia. Un tasso di mortalità procapite del 43,2 per 100 mila abitanti, più basso di quello spagnolo (58,1) e italiano (55,4), ma tra i più alti al mondo: più di Stati Uniti (32,1) e Brasile (14,3) e di gran lunga più elevato rispetto agli altri Paesi nordici. Non appiattendo la curva dei contagi, le strutture sanitarie si sono rapidamente riempite, l’accesso alle unità di terapia intensiva è diventato proibitivo, gli asintomatici hanno continuato ad infettare altre persone, mentre gli anziani morivano come mosche nelle case di riposo.

Si tratta di un fallimento umano e politico.

E’ un fallimento, perché nonostante tutte queste morti, non è detto gli svedesi siano riusciti a venire a capo della situazione. E’ dall’inizio della pandemia che in Svezia, così come nel resto del mondo, le statistiche sono sempre state altalenanti. Ai picchi seguivano plateau, cui seguivano altri picchi. La stessa immunità di gregge sembra piuttosto difficile da raggiungere, visto che con una malattia così contagiosa sarebbe necessario infettare almeno il 70/80% della popolazione. E in base ai dati ufficiali questo obiettivo sembra ancora ben lontano. Certo si obietterà dicendo che in tutti i paesi colpiti dalla pandemia i casi sono sottostimati, eppure nonostante ciò resterebbe comunque l’incontrovertibile fatto che il Governo svedese non ha una chiara fotografia della propria condizione epidemiologica interna e quindi non sa quanto distante sia l’obiettivo dell’immunità di massa. La prova plastica di ciò sono le dichiarazioni dell’epidemiologo Andres Tagnell, il principale artefice dell’esperimento svedese. Quest’ultimo il 26 aprile ha dichiarato che l’aumento dei contagi era in diminuzione. Dopo un mese possiamo dire che si sbagliava.

Forse se ne è reso conto anche lui, visto che il 3 giugno 2020 ha dichiarato di continuare “ a credere che la nostra strategia fosse buona, ma c’è sempre spazio per i miglioramenti. Puoi sempre fare meglio questo lavoro”, salvo poi affermare che “era una semplice ammissione che si può sempre fare meglio. Sono sicuro che i miei colleghi nel mondo direbbero la stessa cosa. A volte sento un pugno allo stomaco, ma è ok, posso conviverci”. Insomma anche sul Mar Baltico tira un’aria di profonda confusione.

La cosa che però fa rabbrividire, però, è il trattamento riservato ai residenti delle case di cura. In queste strutture, non solo i pazienti sono stati lasciati senza supporti vitali come bombole di ossigeno e similari, ma spesso i medici consigliavano telefonicamente la somministrazione di palliativi. Ora, i cocktail palliativi hanno la funzione di rendere il trapasso dei pazienti in fin di vita il più indolore possibile. Tuttavia, a causa della presenza di oppiacei al loro interno, tali medicinali spesso rischiano di ingenerare crisi respiratorie, che senza un tempestivo intervento possono portare alla morte del paziente. Non è un caso che questo tipo di trattamenti siano realizzati di norma in strutture ospedaliere e non in cliniche o case di riposo. Si potrà obiettare dicendo che trattandosi di “farmaci da fin di vita” importa ben poco che il paziente muoia a causa di un loro effetto collaterale. Ebbene, la questione non merita di essere liquidata così. Anzitutto, non si sta parlando di numeri o di oggetti, bensì della vita di migliaia di persone. In secundis, proprio perché i rischi di questi trattamenti sono ben noti, la scelta di procedere comunque alla loro somministrazione avvicina molto tale prassi ad una forma di eutanasia. Il punto è che in tutto l’Occidente qualsiasi trattamento sanitario si basa sul consenso informato, cioè su una libera scelta del paziente alla luce delle possibilità prospettate dal medico curante. Bisognerebbe chiedersi se in una condizione emergenziale e in un contesto non sanitario sia stato garantito tale diritto ai degenti oppure no. Va da sé che tale discorso è estendibile a qualsiasi paese, data la forte incidenza di mortalità da Covid-19 nelle case di riposo, ma il punto è che tali episodi, contestualizzati all’interno di questo fantomatico modello svedese, hanno assunto un significato del tutto singolare.

Infatti, dando per scontato che tutto sia frutto di una precisa scelta politica, tale modello sembra essere stato ideato con l’unico scopo di salvaguardare il PIL e i conti pubblici del Paese, de facto strumentalizzando gli individui al perseguimento di tale “interesse superiore”. Si è preferito sacrificare i più deboli per garantire la sopravvivenza del sistema economico. Ebbene, un paese democratico dovrebbe interrogarsi sull’ammissibilità di tale approccio e la Svezia dovrà alla fine stabilire se ne sarà valsa la pena.

#modellosvedese #covid19 #Europa #svezia #italia

Quattro punti per ricostruire come hanno fatto gli Usa ad arrivare a questo punto.

Il 2020 si conferma un anno di svolta. Le proteste che infiammano gli USA e di cui abbiamo già diffusamente parlato in un recente articolo, hanno acquisito toni ancora più preoccupanti.

I feriti e i morti aumentano, così come gli atti di vandalismo e gli scontri nelle strade. Gli animi stanno raggiungendo picchi di insofferenza e frustrazione inediti, avvicinandosi pericolosamente ad un punto di rottura. Perché tutto questo sta accadendo ora? La vicenda di George Floyd ha qualcosa di speciale? In realtà no, George è solo l’ultimo di una lunghissima lista, ma come spesso accade però, la differenza non la fa l’evento in sé, bensì il contesto in cui lo stesso si verifica. Già prima dello scoppio delle proteste (anche se forse sarebbe oramai il caso di chiamarla rivolta), la situazione negli States non era delle migliori. Disoccupazione galoppante, crisi economica, centinaia di migliaia di morti per una pandemia senza precedenti. Tutti questi eventi, concatenati e messi in moto dal Covid-19, hanno esacerbato gli animi di una società che da diversi anni non sa più ciò che vuole e vive in una costante schizofrenia e polarizzazione politica. Per capire è però opportuno andare con ordine.

1. 2016. La vittoria di Trump

Tutti ricorderanno quei mesi. Tutti ricorderanno i titoli e le dichiarazioni del mainstream liberal in America (ma anche in Italia). La vittoria di Hillary Clinton era data per scontata. Non c’era partita. Trump? Un rozzo arrivista e imbonitore di popoli. Un ciarlatano buono a nulla. Uno scherzo della democrazia. Poi i mesi sono passati ed improvvisamente tutti i pronostici sono diventati carta straccia. I sondaggi si sono rivelati infondati e il c.d. giornalismo predittivo si è mostrato per quello che era (ed è): un insieme di pregiudizi e speranze individuali. Ma cosa andò storto? Fondamentalmente tutto. A fronte di una campagna elettorale tra le più assurde della storia americana, nel 2016, il fronte Democratico ha mostrato fin da subito le proprie crepe. Al suo interno si erano creati due poli: uno moderato, tendenzialmente conservatore, figlio delle politiche di Bill Clinton e di Obama; un altro più radicale (socialista?), più recente, figlio della innovativa strategia politica di Sanders e Ocasìo-Cortez e particolarmente diffuso tra i giovani. In quel frangente, dopo una durissima lotta per la nomination dem, Sanders fu costretto dal Partito Democratico a fare un passo indietro, sostenendo la candidatura della Clinton. Sembrava tutto perfetto. I “radicali” (Sanders e Ocasio-Cortez) erano stati marginalizzati, la candidata era una moderata, una politica con molta esperienza, ex first lady e soprattutto era donna. La stampa liberal iniziò a sbavare dalla gioia. Si poteva assistere all’elezione della prima donna Presidente degli Stati Uniti. E ciò iniziò ad essere spacciato come motivo da solo sufficiente a smuovere le masse, spingendole nelle amorevoli braccia di Lady Lybia (soprannome della Clinton). Sappiamo come è andata. Alla fine Trump stravinse, complice anche il sistema elettorale americano, modulato secondo uno schema quasi ottocentesco, ma alla fine è il risultato che conta. E che risultato.

2. Perché Trump vinse? Il forgotten man.

La vittoria di The Donald fu un bagno di realtà per tutti e segnò il prepotente ritorno sulla scena politica americana del forgotten man.

“These unhappy times call for the building of plans that rest upon the forgotten, the unorganized but the indispensable units of economic power, for plans like those of 1917 that build from the bottom up and not from the top down, that put their faith once more in the forgotten man at the bottom of the economic pyramid.” “Questi tempi infelici richiedono la costruzione di piani che poggiano su unità di potere economico dimenticate, non organizzate ma indispensabili, per piani come quelli del 1917 che costruiscono dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso, che ripongono la loro fede ancora una volta nell’uomo dimenticato nella parte inferiore della piramide economica.”

Queste parole, inaspettatamente moderne, furono pronunciate da Roosvlet nell’aprile del 1932, durante il discorso che annunciava il New Deal. Era il tempo della Grande Depressione, del Primo Dopoguerra, dell’Uomo Forte in Europa e dell’avvisaglie della Secondo Conflitto Mondiale. Nel 2016 le condizioni erano differenti, ma la Storia non si ripete mai uguale a se stessa e d’altro canto l’uomo dimenticato del III Millennio è profondamente diverso da quello degli anni ‘30.

Non è un reduce che ha perso tutto a causa di un conflitto insensato su scala mondiale e non vive un periodo di depressione economica. L’identikit del moderno forgotten man è il seguente: Di solito è un uomo bianco di mezza età, lavoratore salariato o appartenente alla classe media precarizzata. Vive nell’entroterra americano o comunque lontano dalle grandi metropoli multiculturali. Ha vissuto (in prima persona o tramite i propri genitori) l’American Dream e ne ha nostalgia. Non gli interessano le questioni di genere o etniche, perché ancora lotta per rimettersi in sesto dopo la crisi economica del 2008. Si sente abbandonato dal sistema economico e ha perso la fiducia nel sistema partitico tradizionale. E’ stato questo elettore-tipo a consegnare a Trump le chiavi della Casa Bianca, preferendo affidarsi ad un outsider piuttosto che dare fiducia ad una donna dell’establishment. Ma cosa voleva ottenere l’uomo dimenticato dal miliardario di Manhattan? Tutto e niente.

3. Make America Great Again?

Lo stesso slogan di Donald: Make America Great Again era sintomatico di questa carenza di punti fermi. Si voleva tornare grandi, ma come? Dalla caduta del muro di Berlino, gli Usa sono saldamente ed ininterrottamente la prima potenza mondiale. La loro flotta controlla tutti i ceckpoint del commercio globalizzato. Lo stesso concetto di globalizzazione è solo un sinonimo per descrivere la supremazia americana. Il dollaro è la prima valuta al mondo e in ultima istanza il sistema economico-finanziario statunitense condiziona quello di qualsiasi altro paese (vedere alla voce crisi dei mutui subprime del 2008). Gli Usa in altre parole sono da decenni il vincolo esterno di qualsiasi altro Stato esistente. Come si fa ad essere più grandi di così? Non si può. E forse è questo il problema. La proiezione di potenza americana è stagnante. Le truppe americane sono stanziate in tutto il mondo, ma si limitano a svolgere funzioni di polizia. Non c’è un grande scontro o una grande impresa che tenga unito il paese. Non c’è una missione abbastanza grande da compiere o un obiettivo sufficientemente arduo da raggiungere. Si è soli al comando con il pilota automatico attivato. Dopo il 2001 e l’inizio della Guerra al Terrore, gli Usa hanno semplicemente cercato spasmodicamente il Nemico Pubblico n. 1, trovandolo prima in Saddam e Bin Laden, poi nell’ISIS e in generale nell’estremismo islamico. Eppure dopo quasi due decenni, appare evidente quanto, dopo la caduta delle Torri Gemelle, gli Usa non siano riusciti più a trovare una quadratura alle proprie ambizioni di grandezza e con il crollo del sistema finanziario nel 2008 la situazione ha inesorabilmente iniziato a degenerare. Ciò ha causato tanta sofferenza, segnando la destabilizzazione di intere regioni, con conseguenze che ancora non abbiamo visto fino in fondo.

Questa condizione esistenziale, combinata con le contraddizioni di un sistema economico tra i più iniqui al mondo, ha dato la stura ad un senso di insofferenza crescente. A nulla sono serviti i tentativi di Obama di ridare forza al Sogno Americano, puntando sull’apparente superamento della questione razziale. A nulla è servito ampliare le maglie di un welfare state spesso inesistente o comunque fortemente deficitario. Alla fine l’anima profonda dell’America è riemersa con forza, come un fiume carsico, dettando i tempi e le condizioni di quelle fatidiche elezioni nel 2016. C’e chi credette davvero che con l’avvento del primo afroamericano nello Studio Ovale tutto sarebbe cambiato e in effetti le speranze all’epoca erano tante, ma così non fu. Il sistema di potere americano continuò a funzionare come al solito. Le grandi banche dopo il crack del 2008 furono ricapitalizzate e le loro perdite furono ripartite tra i contribuenti. All’estero si continuò a intervenire militarmente, strumentalizzando finanche il complesso fenomeno delle Primavere Arabe, senza prevederne il deragliamento. All’interno si continuarono a nutrire gli spiriti del capitalismo selvaggio e globalizzato. L’industria manifattura tradizionale continuò ad essere delocalizzata (soprattutto in Messico), mentre la terziarizzazione dell’economia proseguì a ritmo sostenuto e la bilancia commerciale vedeva aumentare il suo deficit. Insomma buisness as usual. In questo contesto, la classe media e la working class bianche si ritrovarono sempre più unite nel medesimo disagio sociale. Lasciate indietro in quanto retaggio del passato, nel 2016, hanno tentato il colpo di mano, riuscendoci. E dividendo per sempre il Popolo americano.

4. L’Oggi e il Domani.

E rieccoci nuovamente nel 2020. Dopo quattro anni, ci troviamo di nuovo in una campagna elettorale, ancora una volta c’è Trump in corsa, ma manca Hillary Clinton. Ancora una volta Sanders ha cercato di vincere la nomination e ancora una volta è stato costretto a farsi da parte a favore di un moderato, Biden, l’ex vice di Obama. Trump era in netto vantaggio fino a pochi mesi fa, quando gli è esplosa tra le mani una crisi sanitaria e socio-economica senza eguali. Centinaia di migliaia di morti in un Paese che ha smantellato l’Obamacare, dove sono stati creati tantissimi posti di lavoro, ma mantenendo salari insensatamente bassi.

E così sono bastate poche settimane di rallentamento per superare il 10% di disoccupazione con le richieste di sussidi che hanno toccato numeri astronomici: 33 milioni.

Una tempesta perfetta e infatti la morte di George Floyd è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso fin troppo colmo. Alla questione razziale, mai risolta, si è subito aggiunta anche quella economica e sociale. Le due istanze si sono intrecciate e sono sfociate in proteste dure, spesso violente. Ovviamente, subito si sono diffuse le più disparate tesi sul perché e sul percome. E’ stato tirato in ballo Soros, gli estremisti di destra e di sinistra, ma la verità è che questi scontri raccontano tutto il disagio dell’uomo dimenticato, che si è riscoperto, dopo 4 anni di presidenza Trump, non più solamente bianco e di mezza età, ma anche giovane e appartenente a qualche minoranza etnica.

Tutto è iniziato come un moto spontaneo antirazzista, ma più il tempo passa e l’economia si avvita, più le proteste si trasformano in una vera e propria rivolta. Soprattutto perché sembra che nessuno voglia una de-escalation, anzi. Dopo l’incendio della stazione di polizia di Minneapolis, le autorità hanno iniziato a relazionarsi alla questione con una forma mentis militare da seek and destroy, con coprifuoco, pattugliamenti, arresti indiscriminati, Il problema di questo approccio è che rischia davvero di far definitivamente esplodere una situazione già precaria.

Vogliamo essere cauti, ma se non si interviene con mano ferma e cuore calmo per arrestare l’escalation di scontri, l’unico sbocco possibile a tutta questa vicenda sarebbe un conflitto vero e proprio, che potrebbe assumere i toni di una guerra civile.

L’unica speranza è cercare di comprendere cosa vogliono i manifestanti. Le loro istanze saranno sicuramente eterogenee, ma è indispensabile conoscerle tutte per cercare di normalizzare la situazione. Cercare di trovare un nemico interno su cui scagliarsi non porterà a nulla di buono.

Alla fine è arrivato, o meglio è oramai in dirittura di arrivo. Serve solo l’approvazione del Parlamento. Una bazzecola in questi tempi di autoritarismo soft e virologia. Già qui una prima sorpresa. L’Avvocato del Popolo ha dismesso (ed era ora) l’utilizzo dei DPCM, optando per il Decreto Legge. Uno strumento molto più adatto, perché pensato dai Costituenti proprio per fronteggiare momenti come quello che stiamo vivendo. Tuttavia, il discorso non si “riduce” ad una discettazione di diritto costituzionale. Nella conferenza stampa che ha annunciato in pompa magna l’imminente approvazione del decreto si sono dipanati vari spunti di riflessione, ma come sempre andiamo con ordine.

1. Più soldi per tutti

A parole, il Governo ha elencato in ordine sparso i beneficiari delle misure del Decreto. Ci sono tutti: dipendenti, autonomi, imprese, famiglie, i lavoratori dello spettacolo (che fanno ridere, Conte dixit), i più anziani, i più giovani. Insomma proprio tutti. Durante la conferenza sia Conte che Gualtieri hanno insistito sul parallelismo tra il Decreto Rilancio e la legge finanziaria.

Una manovra monstre: più di duecento articoli per distribuire 55 mld (di soldi a debito). Due finanziarie.

Tanti soldi, che però arrivano dopo tanti, forse troppi mesi e che in ogni caso non saranno disponibili in uno schiocco di dita, visto che saranno necessari centinaia, se non migliaia di decreti attuativi ministeriali. A conferma del fatto che gli uffici tecnici in Italia erano tanti già prima della pandemia. Ciò cozza, se vogliamo, con il tenore dell’intervento del Premier, degli altri ministri ed esponenti della maggioranza. Tutti consci, ancora una volta almeno a parole, che i ritardi nell’erogazione dei sussidi ci sono stati e che molti ne hanno sofferto. Quindi come ovviare a questa mancanza? Promettendo maggiore celerità. L’INPS è ora in possesso dell’elenco anagrafico completo di tutti i potenziali beneficiari,che secondo il Premier saranno esattamente gli stessi che hanno già beneficiato del primo contributo. Tutto ciò mentre Alitalia viene rifinanziata (di nuovo).

2. La sovietizzazione dell’economia

L’aspetto più interessante della manovra, però, riguarda le imprese. Per tutta la durata della conferenza, c’è stato un mantra di sottofondo. Affermato dal Premier, sottolineato da Gualtieri e sottoscritto da tutti gli altri ministri presenti: lo Stato sosterrà la ripresa economica, aiutando le imprese ad uscire da questo empasse con tagli e sospensione delle tasse (in particolare l’IRAP) ed investimenti a fondo perduto, fermo restando in caso di necessità l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti.

E’ qui che un brivido è corso lungo la schiena dei liberisti.

Eccolo lì! Ecco il rischio della sovietizzazione dell’economia, dell’ingresso dello stato nei consigli di amministrazione delle imprese, dell’alterazione del libero mercato, il ritorno dell’Iri e della politica clientelare. Ebbene al netto del fatto che l’Iri è stato uno dei volani del miracolo economico italiano e che sicuramente oggi non abbiamo di fronte la classe dirigente di allora, è comunque da sottolineare che l’ampliamento della governance statale nell’indirizzo della vita economica del paese è una possibilità concreta.

E’ plausibile che, tramite CDP, il Governo faccia capolino in alcuni consigli di amministrazione, ma la situazione che si dipana è ben lungi da qualsiasi utopia (o distopia, a seconda del proprio orientamento politico) marxista-leninista. Qui non si parla di “collettivizzare i mezzi di produzione” (ancora una volta Conte dixit), ma molto probabilmente di impedire che i contraccolpi economici della pandemia spazzino via il tessuto produttivo italiano fatto di piccole e medie imprese, spesso poco capitalizzate, ma tutte fortemente interconnesse l’un l’altra. Allo stesso tempo, con questa mossa è probabile che il Governo speri di “costringere” le grandi imprese italiane (FCA in primis), a restare in Patria.

Il coronavirus ha inceppato l’economia. Nessuno può prevedere quali saranno gli scenari futuri e c’è chi teme che utilizzando i classici rimedi non ci si riprenda più. Si parla di depressione economica, non di una semplice crisi. Se queste sono premesse è legittimo pensare che facendo leva un po’ sulla diffidenza verso il c.d. just in time capitalism, che ha mostrato tutti i suoi limiti in questi giorni, un po’ sulla possibilità di beneficiare di tutte le agevolazioni del caso, alcune aziende già collegate con il nostro territorio decidano di rimanervi e, per evitare di essere fagocitate dal mercato, accettino una qualche forma di partecipazione pubblica ai loro bilanci.

Chiunque abbia studiato filosofia si rende conto di quanto questo scenario sia ben lontano da un’economia socialista. Il mercato continuerà ad esistere, così come le grandi, medie e piccole imprese. Forse, ma solo forse, si potrà assistere al tentativo di ricreare una forma molto blanda di capitalismo di stato, che in ogni caso riguarderebbe solo determinate filiere, in primis quella agroalimentare, ma che senza dubbio alcuno costituirà solo una fase intermedia in attesa dell’avvento di un nuovo equilibrio economico e geopolitico che per ora però non si intravede.

Ovviamente non possiamo sapere se questa sia la strategia dell’Esecutivo e in realtà non sappiamo neppure se ci sia una strategia tout court, fatto sta che la prospettiva di un ingresso (diretto o indiretto) della “Mano Pubblica” nel capitale delle aziende è sul tavolo e non solo in Italia.

3. Unione delle Repubbliche Socialiste Europee

In tutta Europa si discute più o meno animatamente su come tutelare le filiere produttive strategiche. Basta scorrere le pagine di qualche settimana fa e soffermarsi sulle parole usate sia da Macron che da Merkel nei loro rispettivi discorsi. Ebbene in entrambi emerge chiaramente la preoccupazione della classe politica (tutt’altro che socialista, va detto) per la tenuta dei rispettivi sistemi economici nazionali. Ancora una volta i settori chiave sono quello agroalimentare, la ricerca, quello farmaceutico, oltre ovviamente alle infrastrutture e all’energia. Più recentemente, Macron nel commentare la vicenda del vaccino promesso agli USA da Sanofi, ha esplicitamente dichiarato che “[il vaccino] non è un bene sul mercato”. Più chiaro di così.

L’europeismo è oramai merce rara. Assistiamo invece alla vendita all’ingrossso di un prodotto un po’ vintage, ma sempre di moda: il nazionalismo,quello vero. Al di là dei giochi di parole, più del rischio di veder sovietizzata l’economia, ci dovremmo preoccupare del rischio di essere schiacciati nella lotta per la supremazia sul continente europeo tra Francia e Germania, che appaiono più agguerrite che mai a perseguire il (proprio) primato nazionale.

In questi paesi è forse in atto una rivoluzione bolscevica? Ovviamente no. Stiamo solo assistendo al “ritorno” dello Stato sulla scena politico-economica. Complice il virus, sono riesplose le pulsioni nazionali e particolariste.

Lo abbiamo scritto tante vole, ma lo ripetiamo: La Brexit era l’avvisaglia di una tempesta in fase di avvicinamento, il cui arrivo è stato semplicemente accelerato dal Covid-19 e le cui cause profonde vanno ricercate nella gestione della crisi del 2008, esplosa in Europa nel 2011 con la crisi dei debiti sovrani e il salvataggio della Grecia. In quell’occasione, a causa dell’elevato grado di esposizione dei gruppi bancari, gli Stati europei e la BCE optarono per il famoso bazooka di Mario Draghi. Si salvò il sistema creditizio, ma si dissanguarono i contribuenti.

Da allora, il mercato finanziario ha continuato a vivere in un perenne stato di agitazione, calmierato solo da continue iniezioni di liquidità da parte delle Banche Centrali ed è qui probabilmente che va ricercata le cause della stagflazione dell’ultimo decennio, nuovamente acuita dai lockdown. Una di queste potrebbe essere l’oscena quantità di danaro presente nei circuiti finanziari e la sua penuria nell’economia reale, mentre le grandi imprese preferiscono tesaurizzare i propri utili, anziché reinvestirli.

Ecco allora spiegato il revival del nazionalismo, dello statalismo, del capitalismo di stato. Si tratta forse di un disperato tentativo per salvare la baracca. Nella consapevolezza di non potersi permettere ancora una volta la collettivizzazione delle perdite e la privatizzazione dei benefici. Le imprese stavolta saranno chiamate a pagare un prezzo e a cedere parte della loro libertà per contribuire a traghettare i singoli sistemi-paese nelle acque incognite del XXI secolo.

O forse no. Staremo a vedere dove ci porta la corrente, nella speranza che la nostra classe politica sappia cosa stia facendo.

La storia del Covid- 19 creato in laboratori è una bufala. Certo, si potrebbe obiettare che non ne abbiamo l’assoluta certezza; d’altronde si parla della Cina, una dittatura che non brilla certo per libertà di stampa. E in effetti è così. Eppure tutte le ricerche che hanno riguardato il virus hanno chiaramente evidenziato che le mutazioni del Covid-19 sono così microscopiche e randomiche da essere del tutto casuali. Forse sarebbe opportuno, per analisti, opinionisti e giornalisti smetterla di sollevare suggestioni fuorvianti. A furia di voler fare sempre il bastian contrario a volte si diventa ridicoli. Per quanto riguarda la possibile fuga del virus dal laboratorio per mancanze del personale, è anche’essa un’ipotesi poco convincente. Quello di Wuhan è un laboratorio finanziato dall’OMS con standard fissati a livello internazionale e in cui non lavorano solo cinesi, ma personale proveniente da tutto il mondo. Quindi un’organizzazione internazionale di tale livello (nonostante le mancanze che ha avuto nella gestione della pandemia) avrebbe personale così mediocre da commettere errori tanto madornali? Tutto può essere, ma a prima vista sembra un’ipotesi improbabile. A questo mondo esiste anche il caso, o meglio una serie infinita di cause ed effetto messe in moto chissà quando, chissà da chi. Forse è lì che va ricercata la causa di questa crisi. Perché non interrogarsi sulla sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo? Sull’eccessiva urbanizzazione e sull’alterazione degli habitat da parte dell’uomo? Sulla vendita di animali selvatici al pubblico? In effetti è più convincente la storia del laboratorio “segreto” di Wuhan.

Allora la Cina è l’eden in terra ed è vittima dell’Occidente imperialista? No. Questo Paese ha sicuramente delle responsabilità, ma accusarlo di aver fatto fuggire un virus da un laboratorio o peggio, pare davvero eccessivo e se non addirittura frutto di mala fede. Le teorie cospirazioniste sono fuffa, ma dietro le dichiarazioni di politici e burocrati c’è di norma sempre una strategia.

Teniamo bene a mente che Trump è in campagna elettorale e che in Nord America stanno morendo migliaia di persone, mentre l’economia v a rotoli. C’è altro che va male? Si. La bilancia commerciale americana è ancora in deficit, nonostante le promesse di Trump. Significa che gli USA importano più di quello che esportano, con tutto quello che consegue in termini di minore sviluppo della manifattura nazionale e quindi di posti di lavoro. Perché fare questo? Beh, per creare dipendenza economica nei confronti di tutti gli altri paesi, tra cui non a caso la Cina. Essere la prima potenza mondiale ha un prezzo d’altronde. Senza contare che The Donald aveva promesso il ritiro delle truppe, che però sono ancora dispiegate oltreoceano. Cosa portare quindi in dote agli elettori americani per ottenere la rielezione? La sola uccisione di Soleimani? Troppo poco. Soprattutto se si pensa che gli accordi sul nucleare con la Corea del Nord sono impantanati, Cuba esiste ancora e il Venezuela pure (anche se in perenne declino). Inoltre le trattative per la realizzazione del Nord Stream 2, il nuovo gasdotto Russia-UE, sono ancora in corso, nonostante il parere contrario degli americani. Insomma non proprio uno scenario confortante. In tutto questo marasma c’è poi la partita delle Nuove Vie della Seta. L’ambizioso e secondo alcuni irrealizzabile progetto cinese, che sarebbe in grado di creare un’alternativa al commercio così come lo conosciamo e che si svolge prevalentemente via mare. Inutile dire che ciò non piace agli Stati Uniti, che rischierebbero così di perdere il proprio primato sui mari (e quindi nel mondo), possibile grazie al controllo di tutti gli istmi e gli stretti (i c.d. checkpoint), in cui transitano l’80% di tutti i prodotti commerciati a livello globale. In questi casi si parla di talassocrazia, una delle caratteristiche indispensabili che un “impero” deve avere per “dominare il mondo”. Talassocrazie erano l’impero britannico nell’800 e gli Spagnoli nel ‘500. Gli stessi Romani avevano fondato sul controllo del Mediterraneo il loro secolare dominio e per cosa erano famosi gli Ateniesi se non per loro triremi?

E’ quindi opportuno contestualizzare questa orrenda crisi e cercare di vedere gli equilibri di forza che muovono gli stati nello scacchiere mondiale. Il Rasoio di Occam è sempre un ottimo viatico per le analisi. Chiediamoci: è più probabile che un virus sia stato creato in laboratorio senza che ci siano particolari prove a riguardo o che si sia evoluto casualmente, magari per la pressione umana sull’ecosistema? E’ più probabile che la Cina abbai scientemente tentato di lanciare un attacco batteriologico (finendo per esserne vittima) o è più probabile che abbia reagito come qualsiasi totalitarismo ad una crisi presa sotto gamba e in ritardo? E’ più probabile che sia tutto un complotto o che gli Usa cerchino di profittare della situazione per perseguire i propri obiettivi strategici in politica estera? Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Il 2020 sta inanellando di mese in mese eventi di portata immane. Quest’annus terribilis ci ha catapultato purtroppo nello “stato d’eccezione” con tutti i rischi che ciò comporta.

Da tempo su questo blog scriviamo delle terribili conseguenze economiche del post pandemia. Tutti i governi del mondo ne sono consapevoli e finanche il Papa ha lanciato un appello: “In questi giorni, in alcune parti del mondo, si sono evidenziate alcune conseguenze della pandemia. Una di queste è la fame. Si comincia a vedere gente che ha fame perché non può lavorare, perché non aveva un lavoro fisso e per tante circostanze. Si comincia già a vedere il dopo, quello che avverrà più tardi, ma incomincia adesso. Preghiamo per le famiglie che cominciano a sentire il bisogno a causa della pandemia, cominciamo già a vedere il dopo”.

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa, è quello della carestia.

Che fare per evitare la catastrofe?

Beh, la risposta sarebbe quella di avere un piano, di prendere atto che il libero mercato nelle condizioni attuali non può garantire il sostentamento di tutti e che pertanto è necessario una pianificazione della produzioni, una riconversione degli stabilimenti secondo i paradigmi dell’economia di guerra.

Lo Stato dovrebbe intervenire nell’economia, anche attraverso nazionalizzazioni, tenere bassi i prezzi, farsi carico del debito privato, proteggere gli asset strategici da qualsiasi speculazione.

Questa è la ricetta proposta da molti sia a destra che a sinistra. Lo stesso Draghi ha definitivamente infranto lo stigma dell’aumento del deficit; in Germania il dogma del pareggio di bilancio è stato messo da parte; nella ultracapitalistica america Trump ha attivato il Defensive Production Act e c’è chi addirittura propone di chiudere le Borse e di accreditare soldi direttamente sui conti correnti dei cittadini (Helicopter Money). Sembra tutto perfetto, tutti sembrano rendersi conto che la priorità è garantire la liquidità nelle tasche delle famiglie, oltre che la pronta assistenza sanitaria. Panem et circenses.

Eppure in Europa la solidarietà in campo economico-finanziario scarseggia. O meglio, il patto di stabilità è stato sospeso, nessuno si acciglia più se si fa debito, ma non tutti sono pronti a compiere l’ultimo e decisivo passo per il contrasto della crisi: la mutualizzazione del debito sovrano.

Le singole comunità nazionali stanno implementando misure a sostegno dei propri cittadini, ma non c’è una cabina di regia unitaria. Ed è per questo che molti ritengono l’implosione dell’UE una possibilità più che concreta.

Quando la tempesta virale sarà passata, infatti, il divario tra i paesi membri sarà ancora maggiore e ciò renderà sempre più difficile la sopravvivenza dell’Unione. La Germania ha varato un piano da mille miliardi per tutelare la propria economia e coesione sociale, accoglie i malati francesi e italiani nei propri ospedali, ma non vuole sentir parlare di coronabond o di altre misure del genere.

Perché i paesi della c.d. Nuova Lega Anseatica e la Germania sembrano non voler sentir ragioni?

Anzitutto è bene chiarire che un procedimento di questo tipo potrebbe condurre ad un bilancio unico. Ciò renderebbe l’Europa un blocco virtualmente inscindibile, rendendo probabilmente o forse addirittura inevitabile la nascita di una vera e propria federazione. Progressivamente si formerebbero nuove classi dirigenti, nuove istituzioni, un nuovo ordinamento. Sarebbe la realizzazione del sogno di tanti europeisti radicali, ma segnerebbe la fine delle singole élite nazionali, fisiologicamante votate alla propria autoconservazione.

L’altra ragione è più prettamente economica e culturale. La mutualizzazione del debito da coronabond e la possibile creazione di un bilancio unico finirebbero per imporre la ripartizione a livello comunitario degli oneri che adesso gravano sui singoli bilanci statali. Per i paesi dell’Europa Continentale e del Nord Europa, a maggioranza calvinista- protestante, ciò sarebbe semplicemente inconcepibile, perché significherebbe addossarsi la povertà altrui.

Se la prospettiva cattolica dei paesi mediterranei considera la povertà quasi una virtù, quella protestante- calvinista dei paesi baltici e mittleuropei la considera come sinonimo di peccato e di predestinazione alla dannazione eterna. Non è roba da poco. A ciò si deve aggiungere il vero e proprio dogmatismo che ammanta la dottrina economica del “pareggio di bilancio”, che a sua volta affonda le proprie radici nell’esperienza traumatica della Repubblica di Weimar, della sua iperinflazione e di tutti i rivolgimenti che condussero all’ascesa del nazismo.

In altre parole non si tratta carenza di spirito di solidarietà, ma di un vero e proprio pregiudizio socio-culturale.

Il coronavirus ha semplicemente fatto emergere ciò che da tempo bruciava sotto la cenere, rendendo assolutamente improrogabile un profondo e radicale cambiamento delle istituzioni europee.

Allo stesso tempo il rischio concreto è che paesi come Italia e Spagna, indebitati e bisognosi di aiuto per rilanciare le proprie economie, dopo tutti gli strepiti e i pugni sul tavolo alla fine non riescano ad ottenere alcunché.

Ursula Von der Layen lo ha detto chiaramente: “La parola coronabond è solo un slogan, dietro ad essa c’è la questione più grande delle garanzie. E in questo le riserve della Germania e di altri paesi sono giustificate. Alla Commissione è stato affidato dal Consiglio il compito di elaborare il piano di ricostruzione, e questi sono i binari su cui stiamo lavorando”.

Nonostante i tentativi di ricucire lo strappo, lo scontro tra Italia e Germania è ancora lontano da una sua soluzione.

In Italia si varano Decreti Legge e Dpcm a iosa, ingolfando ulteriormente una macchina legislativa già ipertrofica. Si adotta un atteggiamento opaco e attendista sul versante economico, che tradisce la carenza di liquidità del nostro bilancio e l’assenza di un piano ben preciso. Soprattutto, l’insistenza con cui Palazzo Chigi cerca di aprire un negoziato serio sui coronabond lascia pensare che in fin dei conti l’obiettivo ultimo sia scaricare all’esterno la responsabilità di scelte che la nostra classe dirigente non può o non vuole prendere da sola. In altre parole manca il coraggio di andare fino in fondo.

Solo il tempo ci dirà chi l’avrà vinta, ma forse sarebbe il caso di preparasi al peggio.

E’ vero, nessuno si salva da solo, ma è altresì inconfutabile che in Europa qualcuno crede di essere predestinato alla salvezza.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione. Queste sono le parole al vetriolo di Mattarella, affidate ad una nota ufficiale del Quirinale. Si tratta di parole che continueranno ad echeggiare nelle prossime settimane. Si tratta di un’accusa neppure troppo velata di attendismo, se non addirittura di mala fede da parte del Capo di Stato di uno dei Paesi Fondatori all’istituzione più importante (e meno democratica) di tutta l’Unione Europea: la BCE, nella persona della sua Presidentessa, Christine Lagarde. In una conferenza stampa quest’ultima ha infranto tutte le aspettative che si erano formate sull’atteso intervento della Banca Centrale Europea. Molti, soprattutto in Italia si aspettavano un ulteriore taglio dei tassi di interesse, ma le loro aspettative sono rimaste deluse. Perché tagliare i tassi era così importante? Perché tassi molto bassi o addirittura negativi permettono alle banche centrali di ottenere prestiti molto vantaggiosi dalla Bce, che così riesce indirettamente ad iniettare liquidità nell’economia reale attraverso l’accesso al credito da parte degli imprenditori. In altre parole, le banche centrali nazionali prendono in prestito denaro da parte della Bce e provvedono poi a distribuirlo tra le banche commerciali, che a loro volta lo prestano ai cittadini. Tramite questi ultimi quindi il denaro della Bce arriva nell’economia reale contribuendo a sostenere gli investimenti e i consumi. Il problema è che in questa catena di distribuzione del cash qualcosa va sempre storto. Viviamo in un ossimoro: tra le banche e le istituzioni finanziarie circola una quantità oscena di danaro, tra i comuni mortali ce n’è costantemente penuria. E’ evidente che tutta questa ricchezza venga dispersa nel momento in cui dalle singole Banche Centrali nazionali il flusso passa a quelle commerciali, ma il perché e il come restano un mistero. Probabilmente ne parleremo dopo lo scoppio della prossima bolla speculativa, quando ci chiederemo come fosse stato possibile non accorgersi della tempesta in avvicinamento. Al netto di quello che accade nell’alta finanza il sistema produttivo europeo sta lottando da anni con il Problema, quello che prima o poi qualsiasi economia capitalistica avanzata si trova ad affrontare: la stagnazione dei consumi, la carenza della domanda di mercato. Senza consumatori non si possono vendere prodotti e se non si vendono prodotti si inizia ad arrancare, senza più riuscire ad accedere al credito. Alla fine si va in crisi e se non interviene lo Stato con i soldi dei contribuenti, non si va più avanti. E’ evidente che il “lasser faire” vale solo se il Pil è in salita e non quando è in picchiata. Questo è lo scenario ed è in questa prospettiva che vanno interpretati tutti gli interventi che la Bce, ma anche la Fed americana hanno realizzato. Sono state queste misure ed in particolare il quantitive easing, che hanno permesso di salvare dal default tutta l’eurozona all’indomani della crisi del 2008. In quell’occasione, Mario Draghi pronunciò la famosa frase “whatever it takes” e probabilmente fu anche la sua scelta comunicativa a consentire di superare quei momenti concitati. Nonostante tutte le frasi fatte sulle mani invisibili e sulla razionalità del mercato, alla fine spesso tutto si riduce ad un’oculata strategia comunicativa. Lagarde si è dimostrata attendista, non ha voluto urlare con chiarezza quello che i mercati si volevano sentir dire, anzi se è possibile ha fatto di peggio gli ha detto la verità. La diffusione del coronavirus avrà un “impatto economico significativo”, costituendo “un grande shock alle prospettive di crescita”. “Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione della Bce” “Quando il mio predecessore e amico Mario Draghi ha lasciato la Bce, ho detto in un’intervista che speravo di non dover mai fare un ‘whatever it takes” e “non è nei miei piani passare alla storia per un ‘whatever it takes numero due”. Insomma tira aria di bufera nelle alte sfere e gli investitori se ne sono accorti. In fondo oggi come oggi il mercato è un tossicodipendente, le costanti iniezioni di liquidità sono le sue dosi e la crisi finanziaria la sua astinenza. Il risultato è stato un bel -16.96% del FTSE MIB, il peggior risultato della storia. Troppe parole, pochi fatti: il cancro dell’UE. Assieme ovviamente alla mancanza di un collante nazionale effettivo. Diciamoci la verità quello tra i paesi europei è stato un matrimonio di convenienza per fare affari e per ridurre al minimo le frizioni commerciali, che tendono spesso a tradursi in guerre finanziarie e quindi in guerre vere e proprie. A parte questo, però, le comunità nazionali restano ben compatte e molto poco inclini a farsi carico dei problemi altrui. E’ forse un caso che Francia e Polonia abbiano deciso di contingentare tutte le medicine, i macchinari e finanche le mascherine. Questi beni non possono uscire dai territori nazionali. Per loro Schengen è stato già sospeso da un po’ evidentemente. Ogni Paese europeo va per conto suo e pensa esclusivamente al proprio benessere e alla propria sopravvivenza. Le parole della Lagarde dimostrano che anche all’interno della Bce evidentemente molti valutano più prezioso il fair play finanziario rispetto al benessere della popolazione ad oggi più colpita dal Covid-19, quella italiana. Nonostante le belle parole di Ursula Von der Leyen, nonostante una sospensione de facto del Patto di Stabilità, siamo rimasti soli e se non fosse stato per la Cina, saremmo rimasti totalmente isolati.

Il Covid19 ha messo a nudo tutte le contraddizioni e le debolezze della nostra società. Sono bastate poche settimane per trasformare la nostra Nazione in una cloaca di isteria e individualismo. Certo tanti stanno combattendo in prima linea per contrastare la diffusione del virus, altri nel privato della propria dimora cercano di rincuorare i propri cari, di badare ai propri figli, di dare un piccolo contributo a rallentare la diffusione di questo morbo. Il punto purtroppo non sono gli sforzi immensi che si stanno compiendo e non sono neppure gli assalti ai supermercati o alle farmacie. Il punto non è neppure la fuga dalla Lombardia di centinaia, forse migliaia di persone verso il Sud. Il punto è che il nostro sistema istituzionale sta collassando su se stesso, nessuno se ne accorge e nessuno fa niente per impedirlo. Il punto è che una nuova crisi economica potrebbe esplodere e non saremmo nelle condizioni di affrontarla. Nonostante tutti ormai sappiamo che di per sé il nuovo coronavirus non sia estremamente letale, è oramai sempre più chiaro che ciò che fa veramente la differenza tra la vita e la morte è la possibilità di accedere prontamente a cure mediche di qualità. Queste ultime purtroppo come ogni cosa di valore è estremamente limitata ed in questo momento ciò è più che mai evidente. Ce la si potrebbe prendere con la classe dirigente nazionale e regionale, che ha progressivamente ridotto il numero di posti letto a fronte di una popolazione sempre più anziana e bisognosa di cure, ma non è questo il momento. Sul punto ci sarà una resa dei conti, ma solo quando la tempesta sarà passata. Prima o poi infatti questa crisi passerà, ma il punto nodale della questione è cosa si lascerà alle spalle. Ad oggi infatti l’economia è quella maggiormente colpita dal virus. L’Italia non è la Cina, la sua struttura macro e micro economica è estremamente ramificata sul territorio ed estremamente dipendente dall’export e dal turismo. Attività non particolarmente indicate in periodo di pandemia. Non è un segreto: la domanda interna è da anni stagnante. Le imprese si basano quindi sulla domanda straniera e se a ciò aggiungiamo una spiccata interconnessione delle catene produttive a livello europeo e globale ecco che emerge il quadro di insieme, per niente tranquillizzante. Stiamo camminando a grandi passi verso la fase acuta del contagio in tutto l’Occidente. La diffidenza verso le merci italiane si diffonde, mentre la continuità produttiva è messa a repentaglio dalle scelte del Governo. Certo è sacrosanto limitare il contagio, ma bisognerebbe fare qualcosa per evitare il collasso economico del paese. L’apertura dei cantieri, le Grandi Opere non sono la risposta ai nostri problemi. E’ necessario un intervento radicale per fare fronte all’emergenza. Di opzioni ce ne sono tante: la sospensione di tutti i tributi, il ricorso a maggior deficit, il commissariamento di interi settori produttivi. Sarebbe indispensabile creare linee logistiche con gli altri paesi europei per consentire lo scambio in sicurezza di beni, ma anche di materiale medico e medicinali. Ci troviamo in un’emergenza, dovremmo iniziare a reagire adeguatamente. C’è un estremo bisogno di chiarezza e di visione di insieme e purtroppo ce n’è penuria. A livello nazionale, il regionalismo sta ingolfando la gestione della crisi sanitaria ed economica. Non c’è una vera catena di comando ed ogni governatore va per conto suo. A livello europeo, l’isolamento dell’Italia è sempre più evidente, così come il probabile avvitamento della situazione finanziaria. In una sola parola: caos. Sotto i nostri occhi si sta dipanando senza troppe cerimonie una pietra miliare della Storia. L’infinitamente piccolo sta mettendo in crisi finanche il civilizzato Occidente. L’epidemia sta mostrando tutto il meglio e il peggio dell’homo oeconomicus. Ci eravamo così assuefatti alla pace, al c.d. “progresso”, che ci eravamo convinti che la stessa morte fosse un’eco distante. Un avvenimento remoto da esorcizzare. Ora che la stabilità artificiale e rarefatta che ci eravamo costruiti sta scricchiolando ci rendiamo conto di quanto le nostre società così avanzate siano così vulnerabili. E’ bastato un virus neppure così tanto letale a far serpeggiare il panico e lo scoramento, soprattutto e purtroppo tra i governanti. Mancano i nervi saldi e manca un centro decisionale unitario. Mancano solidarietà e collaborazione. Domani Lunedì 09.03.2020 inizia una nuova settimana e un nuovo ciclo della Storia nazionale ed europea. Si respira aria di crisi e questo in Italia ha sempre significato una cosa: Governo tecnico, del Presidente et similia. D’altronde Mario Draghi è da poco disoccupato e le borse europee sono in rosso fisso da settimane. Lo spread salirà, i trader finanziari si renderanno conto che la bolla speculativa che fino ad oggi ha continuato a far salire gli indici di borsa potrebbe esplodere. I tassi di interesse negativi che fino ad oggi le banche nazionali di tutto il mondo hanno tenuto bassi per invogliare gli investitori a continuare ad acquistare potrebbero dimostrarsi in fin dei conti pillole omeopatiche contro il cancro. In quel caso nessun paese sarebbe al sicuro. Nel 2008 la crisi partì dalla bolla speculativa dei mutui sub prime, nel 2020 la crisi potrebbe partire dalla consapevolezza che senza la costante e continua iniezione di liquidità da parte delle Banche Centrali il mercato semplicemente non può andare avanti. Non c’è abbastanza denaro in circolo, perché mai come prima d’ora chi lo detiene lo tesaurizza, immobilizzandolo. Tutte le imprese anche quelle bancarie sono a corto di liquidi. Non c’è cash nelle borse, ci sono solo titoli di stato, debito (pubblico). In fondo, la guerra commerciale di Trump aveva fatto già intravedere lo spettro della crisi. Il coronavirus gli ha dato concretezza, bloccando per settimane il cuore pulsante della manifattura mondiale: la Cina. Xi Jinping sta cercando disperatamente di far ripartire la produzione, ma non è detto che ce la faccia in tempo. E’ anzi possibilissimo che l’acuirsi dell’epidemia nel resto del mondo blocchi le catene produttive in Occidente. Insomma siamo in bel pasticcio. Potremmo trovarci all’inizio di un nuovo maelstorm finanziario. L’epicentro potrebbe essere proprio la vecchia Europa, dannatamente divisa e con istituzioni lente e poco reattive. Si salvi chi può.

Che le Sardine fossero dei centristi mascherati da socialisti, non era un mistero. La loro strategia è stata quella di fare leva sul dissenso di alcuni elettori nei confronti di una certa politica, rappresentata da Salvini in primis, per affermarsi come soggetto politico autosufficiente, giovane e, soprattutto, moderato.

L’interlocutore perfetto per un centrosinistra zingarettiano, voglioso di reinventarsi, magari in un movimento/partito oltre il PD. Le Sardine sebbene si fossero presentate come l'alternativa al populismo sovranista, di fatto non hanno fatto altro che divenire la terza gamba della sinistra liberal.

Quella stessa sinistra che ha rinnegato un'autentica prospettiva socialista nella convinzione che dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell'Urss, la bandiera rossa fosse stata ammainata per sempre, che la storia si fosse arrestata e che la democrazia atlantica avesse definitivamente vinto.

Una sinistra pavida, asservita allo status quo, volta al perseguimento dei soli diritti civili, totalmente dimentica di quelli sociali e complice dell'europeismo ordo-liberista che ha bloccato (si spera non definitivamente) il processo di democraticizzazione dell'UE, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato.

Le Sardine sono figlie di questa prospettiva, quella dell'homo oeconomicus di Clinton e di Obama alla sua massima espressione: smart, cosmopolita, politically correct e soprattutto perfettamente a suo agio nel sistema produttivo capitalista.

Dopo la vittoria in Emilia, la saldatura tra la “sinistra” istituzionale e il direttivo del movimento ittico si è consolidata. Come confermano sia l’incontro, poi in parte rinnegato, con Benetton, che gli screzi degli ultimi giorni con il M5S. E' in questo clima che è iniziato il dialogo con tutti i ministri del Governo Conte, da cui però non è emerso ancora nulla di concreto, a parte le polemiche.

La querelle più rilevante è quella legata all'istituzione di un Erasmus tra Nord e Sud, al fine di consentire a tutti gli studenti universitari e liceali di trascorrere un certo lasso di tempo in un’altra regione: apriti cielo. L'idea, in sé non peregrina, ha fatto storcere il naso a molti. D'altronde dietro di essa sembrano non esserci delle reali proposte politiche. E' questo il problema.

Certo sarebbe sicuramente piacevole consentire questo tipo di interscambio, ma ciò permetterebbe di risolvere il divario Nord-Sud? Come verrebbe implementato? Come dovrebbe essere finanziato? Non è dato saperlo.

I portavoce del movimento di Mattia Santori, forse anche per smorzare le critiche che piovevano sia da destra che da sinistra, hanno a più riprese sottolineato come lo scambio studentesco fosse solo una delle tante idee sul tavolo; che con il ministro del Sud il colloquio fosse durato più di due ore; che altri colloqui sarebbero stati tenuti; che presto tutto sarebbe stato sintetizzato in un unico piano programmatico.

Ennesima dichiarazione piena di parole apparentemente pregne di significato, ma che sembrano nascondere un certo grado di vacuità concettuale.

La notizia nella sia brutale semplicità è la seguente: le Sardine hanno parlato con chi di dovere, ma l'unica proposta che è stata ritenuta meritevole di menzione davanti alle telecamere è stata quella di un Erasmus entro i confini nazionali, oltre che un generico riferimento al Green New Deal (si suppone a livello europeo).

Quando, come era prevedibile, l'ira cibernetica si è manifestata, Santori & co. sono corsi ai ripari, cercando di ridimensionare la questione e dando la colpa a come la notizia fosse stata riportata.

In altre parole, la colpa non è la loro carenza di contenuti o quanto meno la loro incapacità di esprimere al meglio le proposte discusse con il Governo; la colpa è dei giornalisti e degli avversari politici che hanno semplificato le loro proposte, riducendole a uno slogan; la colpa è dei troll e degli haters che si sono permessi di mettere in discussione il ruolo che questo tipo di progetto potrebbe avere sul miglioramento delle sorti degli studenti italiani.

A questo punto, non resta che attendere il nuovo piano programmatico e tutti i suoi effetti salvifici, ma lo scetticismo resta, perché una cosa è certa:

  • nessuna tra le eventuali proposte delle Sardine metterà in discussione come viene prodotta la ricchezza nel nostro sistema economico o come la stessa venga redistribuita;
  • nessuno si soffermerà sul gravissimo problema del diritto interno, sovrabbondante, ipertrofico, assolutamente caotico: il più grave danno che uno Stato di diritto possa fare ai suoi cittadini;
  • nessuno si interrogherà su come ripensare il nostro sistema istituzionale, attraversato da costanti crisi che stanno mettendo sempre più in pericolo la rappresentatività del Parlamento e del suo ruolo come Legislatore;
  • nessuno si porrà la questione di come salvare il sistema previdenziale e assistenziale gestito dall’INPS;
  • nessuno porrà la questione del ruolo dell’Italia in Europa e del ruolo dell’Europa nel mondo.

Nessuno porrà queste questioni perché ciò richiederebbe uno sforzo eccessivo, incompatibile con l’idea di snap politics che si è diffusa tra tutti i personaggi che popolano il sottobosco politico italiano, tra cui ritroviamo anche le Sardine, che forse ne rappresentano la più fulgente manifestazione (dopo Salvini, ovviamente).

Le proposte politiche vengono condensate in spot elettorali di pochi secondi, facendo ampio ricorso a frasi ad effetto e slogan. Questo ha condotto e conduce ancora all’impoverimento del dibattito e alla sua polarizzazione. Ad esserne danneggiate sono le istituzioni democratiche, che anziché strumenti di dialogo (anche acceso), si trasformano in clave per distruggere i propri avversari.

Prevale allora la demagogia da social network, che magari ottiene tanta visibilità e riesce a smuovere le masse, ma che alla prova dei fatti risulta essere piuttosto inconcludente, perché legata ad un clima di campagna elettorale permanente e alla convinzione che gli elettori siano asini lobotomizzati, incapaci di comprendere pensieri complessi.

E’ questa impostazione di fondo il cancro della democrazia moderna, che sottende un clima di profonda sfiducia reciproca tra sistema politico e elettorato. Nonostante le apparenze, c’è una crisi profonda in corso da tempo e ciò si traduce a Destra nella spiccata tendenza ad individuare l’ “uomo forte” e a Sinistra nel malcelato concetto di superiorità antropologica, che anima alcune forze politiche “progressiste”, completamente alienate dalla realtà e dai bisogni dei cittadini.

La vicenda delle Sardine non è che l’ennesima dimostrazione di tutto ciò.

In particolare, dopo vent’anni di berlusconismo, la cd. sinistra si ritrova sempre più al centro, sempre più lontana dai bisogni delle persone reali, sempre più prigioniera della sua retorica, ieri incentrata sull’antiberlusconismo, oggi sull’antisalvinismo.

In questo contesto ci si può davvero sorprendere che l’astensionismo sia il primo partito in Italia e che il consenso elettorale sia estremamente evanescente? Si può davvero biasimare chi deride Santori per questa idea dell’Erasmus?

Forse sarebbe il caso per Zingaretti di fare i conti con la realtà e costruire delle proposte concrete, rompendo la dialettica sloganistica e iniziando a parlare effettivamente con le persone. Che Utopia!

Che la sinistra riparta dall’Erasmus allora! Che si schianti contro il muro del dissenso elettorale filosalviniano, cantando vittoria! Si continuino ad inseguire i cavalli di battaglia degli altri partiti politici e a dare legittimità politica a movimenti come le Sardine, vivissime nelle piazze e sui social, ma assolutamente assenti nelle urne.

Comunque vada sarà un successo.

Dopo la parentesi populista giallo-verde, il Governo e il suo Primo Ministro, l’avvocato del popolo Giuseppe Conte, si sono riscoperti europeisti ortodossi e prontamente sono tornati a Bruxelles chiedendo flessibilità per la Legge di Bilancio. Proprio come aveva fatto il Governo precedente, quello prima e quello prima ancora.

E’ evidente che sovranisti ed europeisti stanno sulla stessa barca quando si tratta di aumentare il debito pubblico della nostra Nazione. La Commissione europea dopo i tira e molla di rito ha infine graziosamente concesso ai nostri governanti di finanziare parte della manovra con denaro preso in prestito. Cosa ne è uscito fuori?

Una legge che a detta del Ministro Gualtieri era inemendabile e che puntualmente è stata stravolta dal Parlamento; una manovra che trasuda attendismo e totale assenza di visione per il futuro. C’è solo spesa corrente, misure di assistenzialismo e clientelismo, in perfetta linea con le “strategie economiche” adottate da almeno tre legislature a questa parte.

Il nulla mischiato al niente spacciato per miracolo laico.

Questa lunga sit com che ha accompagnato l’approvazione del Bilancio statale ha messo nuovamente in mostra una peculiarità sicuramente italiana, ma molto probabilmente comune a tutti i paesi europei:

evitare qualsiasi serio confronto sullo stato di salute dell’UE, mai stato così critico come oggi.

Questa tendenza in Italia si è tradotta (da alcuni anni a questa parte) o nell’adozione di un (finto) europeismo oltranzista o di un sovranismo posticcio e piuttosto vago.

In entrambi i casi si tratta di prospettive miopi, se non addirittura ipocrite: tutti sono consci dell’elevato grado di interconnessione economica e finanziaria delle nostre filiere produttive con quelle degli altri paesi europei; tutti sanno che l’Europa così com’è oggi è destinata a scomparire; tutti sanno che il principale problema di questa Unione sta proprio nell’assoluta insufficienza di legittimazione democratica delle sue istituzioni e nella sua struttura “germano-centrica”.

Tutti conoscono questi problemi, ma nessuno fa nulla per risolverli.

In un contesto così delicato, l’alone di mistero che avvolge il funzionamento delle istituzioni comunitarie non è certo d’aiuto, anzi non fa altro che allontanare i cittadini da un’entità percepita come distante e astrusa.

In realtà però l’UE non è niente di così trascendentale: si tratta di un’organizzazione internazionale con aspirazioni federaliste mai realizzatesi, frutto di compromessi politici compiuti sulla spinta della paura di rivivere gli orrori delle Guerre Mondiali.

Proprio perché questi sono i presupposti, il risultato non poteva che essere insoddisfacente, tant’è vero che tutti i tentativi di redigere una vera Costituzione europea, di adottare soluzioni radicali volte a ultimare il processo di integrazione politico sono falliti miseramente.

Perché?

Perché nonostante molti lo dessero per morto nel secondo dopoguerra e soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, il Leviatano , lo Stato- Nazione di Hobbes, è sempre stato vivissimo e mai davvero pronto a farsi da parte per lasciare il posto a qualche organizzazione internazionale, men che meno all’Unione Europea.

Ciò ha inevitabilmente condotto al cortocircuito di tutto il sistema comunitario non appena da una dimensione meramente economica e commerciale, si è passati a quella politica e finanziaria.

Si è continuato ad accarezzare il sogno degli Stati Uniti d’Europa senza però fare nulla per creare una Nazione europea.

Ciò ha portato allo “scoppio” dell’euroscetticismo e non potrebbe essere altrimenti: bastano pochi esempi per rendersi conto che qualcosa non va.

La Commissione, una sorta di governo europeo, è composta esclusivamente da soggetti scelti dagli esecutivi degli Stati membri, rispetto ai quali il Parlamento Europeo svolge solo una funzione di controllo postumo;

i parlamentari europei dal canto loro non hanno neppure la facoltà di presentare proposte di legge, dovendo inoltre condividere l’esercizio del potere legislativo con il Consiglio, un organo intergovernativo composto dai soli ministri degli esecutivi nazionali;

non bisogna dimenticare poi il Consiglio europeo (da non confondere col Consiglio di cui sopra), composto dai Primi Ministri e Capi di Stato degli Stati membri, che detta le linee politiche generali a cui devono sottostare sia il Consiglio che la Commissione.

A questo complesso sistema si affiancano miriadi di Agenzie e Autorità indipendenti, oltre ovviamente alla BCE, che controlla di fatto i flussi di denaro che circolano in Europa.

Solo un cieco non vederebbe che il problema principale dell’UE sta tutta qui: nella sua insufficiente legittimazione democratica e nell’eccessiva preminenza degli organi tecnici rispetto a quelli propriamente politici.

A riguardo può citarsi tutta la vicenda del MES. Quest’ultimo è stato al centro di un aspro dibattito politico, ma tra tutti i sovranisti lillipuziani e gli europeisti immaginari che popolano i talk show e i banchi del Parlamento, nessuno ha centrato il nocciolo della questione.

Il problema della riforma del MES non è mai stato rappresentato dalle CACS, che già sono presenti in tutti i BTP emessi dopo il 2014.

Il vero problema della riforma è che la scelta sul se dare sostegno finanziario ad uno stato in difficoltà spetta ad un organo collegiale intergovernativo; mentre la scelta sulle concrete modalità degli aiuti spetta in fin dei conti a tecnici nominati dagli Stati Membri, senza nessun potere di controllo esercitabile né dalla Commissione, né dal Parlamento.

Tutta questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di quanto l’UE sia figlia di una visione tutt’altro che innovativa, che ripercorre sentieri già tracciati, dove al centro, checché se ne dica, non sono mai stati posti i bisogni delle persone, ma solo gli interessi geopolitici degli Stati.

Questi ultimi si sono dimostrati più di una volta, se non sempre, costantemente in contrapposizione.

Basta vedere la vicenda libica, scoppiata per le mire espansionistiche anglo-francesi, in cui l’Italia fu costretta ad entrare solo per cercare di salvare il salvabile, ma di fatto andando contro i suoi stessi interessi.

Anche la storia recente dimostra l’assoluta assenza di una politica estera comune a livello comunitario: la Francia continua a supportare Haftar, mentre l’Italia cerca maldestramente di mediare e di (ancora una volta) limitare al minimo i danni.

Sull’Iran l’UE risulta essere non pervenuta, eppure pare chiaro che Trump voglia un maggiore impegno in Medio Oriente da parte della NATO (cioè tutti i paesi europei).

Forse sarebbe il caso di sottolineare che in caso di shock geopolitici a pagarne maggiormente il prezzo sarebbero proprio gli europei, totalmente dipendenti dalle forniture di gas e greggio estere, soprattutto quelle che passano per lo stretto di Hormuz, quello che una volta è stato già occupato dai pasdaran.

Ma in fondo perché perdere tempo su queste bazzecole?

Tra sardine, gattini, leggi di bilancio, gravi crisi industriali e idrogeologiche e proposte di matrimonio in aula a Montecitorio, è passata un po’ in sordina la notizia della declaratoria di parziale incostituzionalità della norma che sanzione l’aiuto al suicidio: art. 580 del Codice Penale.

La Corte Costituzionale ha messo la parola fine alla vicenda di Marco Cappato, che un anno fa aveva aiutato Dj Fabo, da tempo affetto da una malattia neurodegenerativa, a morire e per questo era stato rinviato a giudizio (dopo essersi autodenunciato). All’epoca si tornò a parlare di eutanasia, ma in realtà si tratta di una semplificazione. Il paziente ha il diritto di decidere di sospendere le cure salva-vita e di lasciare che la malattia faccia il suo normale decorso. Ci si è sempre e solo limitati ad eliminare quei trattamenti che impedivano la morte del paziente, senza causarla direttamente. Si tratta di un diritto a lasciarsi morire, non certo ad essere sottoposto ad eutanasia Oggi, dopo la pronuncia della Consulta, le cose sono in parte cambiate.

Ora, infatti, il medico pur continuando a non poter sottoporre un paziente consenziente ad eutanasia diretta, può però predisporre gli strumenti terapeutici necessari per consentire al paziente non semplicemente di lasciarsi morire, ma di suicidarsi. Per quanto ciò possa sembrare tragico, è sicuramente una vittoria civile per tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e che ritengono necessario consentire a chiunque di poter decidere, in determinate circostanze, quando una vita non può essere più definita degna di essere vissuta. Si badi bene, non c’è nessun “suicidio di stato”, ma semplicemente un trattamento sanitario per accelerare il sopraggiungere di un trapasso che si sarebbe comunque verificato, ma con modalità e tempistiche intollerabili per il paziente. D’altro canto, la Corte ha individuato dei requisiti piuttosto stringenti affinché la richiesta del paziente possa essere considerata giuridicamente legittima e lecita:

  • quest’ultimo deve essere sottoposto ad un trattamento salva-vita (es. essere collegato ad un respiratore artificiale) la cui sospensione determinerebbe una morte lenta e dolorosa e in ogni caso non immediata;
  • il ricorso alla sedazione profonda e ad altre cure palliative contro il dolore non sia considerato dal paziente confacente alla sua idea di vita e di dignità umana;
  • deve essere in degenza presso una struttura sanitaria pubblica e la sua richiesta deve essere accettata dal Comitato Etico territorialmente competente;
  • deve essere in grado di intendere e volere o aver espresso tale volontà attraverso le DAT (disposizioni anticipate di trattamento), sempreché si tratti di una volontà consapevole e informata;
  • non c’è modo di costringere il medico, che può sollevare l’obiezione di coscienza;
  • la condizione clinica del paziente deve essere clinicamente irreversibile.

La prudenza della Corte si spiega nel timore di sostituire il Parlamento in un settore così delicato come il fine vita. Inutile dire che tutti i nostri onorevoli siano rimasti inerti su questo tema, nonostante i ripetuti inviti ad intervenire provenienti proprio dal Giudice delle Leggi. D’altro canto non si tratta delle solite sciocchezze che ci vengono propinate dal dibattito pubblico quotidiano. Qui ci troviamo di fronte alla personale battaglia di migliaia di persone con se stesse e la propria condizione. Si tratta di persone inermi che lo Stato dovrebbe difendere, offrendo loro gli strumenti per vivere al meglio la propria vita, finanche quando ciò dovesse coincidere con la scelta di morire. In fondo, al di là di tutte le ricostruzioni di diritto, qui si sta parlando di una sola cosa: garantire la dignità umana nella vita e soprattutto nella morte. Ci troviamo di fronte alla questione etica e giuridica più spinosa di tutte, stabilire se, come e quando una persona possa decidere di andarsene e in che misura lo Stato debba intervenire a riguardo. In un contesto istituzionale come il nostro, questa scelta non spetterebbe ad una Corte Costituzionale, che ha funzioni differenti, di controllo dell’operato di chi fa le leggi. Invece sempre più spesso, l’incompetenza, l’insensibilità, la pavidità della nostra classe politica costringe altri rami delle Istituzioni a svolgere una funzione di supplenza del Parlamento e spesso dello stesso Esecutivo. Certo, non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio, né di nascondere che in alcuni casi la supplenza istituzionale sia dettata solo da spirito di protagonismo, ma la crisi dei gangli del potere repubblicano c’è, è grave ed anche piuttosto evidente. In quale paese degno di questo nome è la Procura a dover chiudere strade e viadotti pericolanti? Quando mai in una repubblica parlamentare, il Capo dello Stato si “immischia” nelle quotidiane vicende politiche per dettare la linea da seguire? C’è qualcosa di sbagliato in tutto ciò e la vicenda di DJ Fabo, poc’anzi descritta, non fa eccezione. Gli Onorevoli rappresentanti del nostro paese subappaltano il loro ruolo agli altri organi istituzionali, per non assumersi responsabilità di sorta. Tanto a pagarne il prezzo sono sempre i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili. Il cerchiobottismo, punta di diamante della politica all’italiana, da semplice strategia comunicativa democristiana, si è trasformato in una condizione esistenziale. Si preferisce fare niente, spacciandolo per tutto; meglio tirare a campare, che tirare le cuoia. Che fare dunque? Forse è il caso di interrogarsi sullo stato di salute della Repubblica; forse è il caso di notare come Camera dei Deputati e Senato siano totalmente balcanizzati, incapaci di svolgere un ruolo politico propositivo e totalmente prone alle dinamiche di potere dei partiti (altro che partitocrazia da Prima Repubblica); forse è il caso di notare come l’Esecutivo dimostri quotidianamente tutta la sua inadeguatezza a dettare una linea politica generale e di ampio respiro. Ci si limita a svolgere attività di ordinaria amministrazione, in uno stato di fibrillazione costante, mentre i dossier veramente importanti vengono passati sotto silenzio (questioni troppo complesse per essere spiegate in un tweet). E i partiti? Beh loro sono costantemente in campagna elettorale: alla febbrile ricerca di un consenso momentaneo ed evanescente che tende a volatilizzarsi in un battito di ciglia, chiedetelo a Renzi e al suo 40% alle europee del 2014. Tanti problemi e poche soluzioni.