L'Impopolare

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Nessuno si salva da solo A che punto è lo scontro in Europa?

Il 2020 sta inanellando di mese in mese eventi di portata immane. Quest’annus terribilis ci ha catapultato purtroppo nello “stato d’eccezione” con tutti i rischi che ciò comporta.

Da tempo su questo blog scriviamo delle terribili conseguenze economiche del post pandemia. Tutti i governi del mondo ne sono consapevoli e finanche il Papa ha lanciato un appello: “In questi giorni, in alcune parti del mondo, si sono evidenziate alcune conseguenze della pandemia. Una di queste è la fame. Si comincia a vedere gente che ha fame perché non può lavorare, perché non aveva un lavoro fisso e per tante circostanze. Si comincia già a vedere il dopo, quello che avverrà più tardi, ma incomincia adesso. Preghiamo per le famiglie che cominciano a sentire il bisogno a causa della pandemia, cominciamo già a vedere il dopo”.

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa, è quello della carestia.

Che fare per evitare la catastrofe?

Beh, la risposta sarebbe quella di avere un piano, di prendere atto che il libero mercato nelle condizioni attuali non può garantire il sostentamento di tutti e che pertanto è necessario una pianificazione della produzioni, una riconversione degli stabilimenti secondo i paradigmi dell’economia di guerra.

Lo Stato dovrebbe intervenire nell’economia, anche attraverso nazionalizzazioni, tenere bassi i prezzi, farsi carico del debito privato, proteggere gli asset strategici da qualsiasi speculazione.

Questa è la ricetta proposta da molti sia a destra che a sinistra. Lo stesso Draghi ha definitivamente infranto lo stigma dell’aumento del deficit; in Germania il dogma del pareggio di bilancio è stato messo da parte; nella ultracapitalistica america Trump ha attivato il Defensive Production Act e c’è chi addirittura propone di chiudere le Borse e di accreditare soldi direttamente sui conti correnti dei cittadini (Helicopter Money). Sembra tutto perfetto, tutti sembrano rendersi conto che la priorità è garantire la liquidità nelle tasche delle famiglie, oltre che la pronta assistenza sanitaria. Panem et circenses.

Eppure in Europa la solidarietà in campo economico-finanziario scarseggia. O meglio, il patto di stabilità è stato sospeso, nessuno si acciglia più se si fa debito, ma non tutti sono pronti a compiere l’ultimo e decisivo passo per il contrasto della crisi: la mutualizzazione del debito sovrano.

Le singole comunità nazionali stanno implementando misure a sostegno dei propri cittadini, ma non c’è una cabina di regia unitaria. Ed è per questo che molti ritengono l’implosione dell’UE una possibilità più che concreta.

Quando la tempesta virale sarà passata, infatti, il divario tra i paesi membri sarà ancora maggiore e ciò renderà sempre più difficile la sopravvivenza dell’Unione. La Germania ha varato un piano da mille miliardi per tutelare la propria economia e coesione sociale, accoglie i malati francesi e italiani nei propri ospedali, ma non vuole sentir parlare di coronabond o di altre misure del genere.

Perché i paesi della c.d. Nuova Lega Anseatica e la Germania sembrano non voler sentir ragioni?

Anzitutto è bene chiarire che un procedimento di questo tipo potrebbe condurre ad un bilancio unico. Ciò renderebbe l’Europa un blocco virtualmente inscindibile, rendendo probabilmente o forse addirittura inevitabile la nascita di una vera e propria federazione. Progressivamente si formerebbero nuove classi dirigenti, nuove istituzioni, un nuovo ordinamento. Sarebbe la realizzazione del sogno di tanti europeisti radicali, ma segnerebbe la fine delle singole élite nazionali, fisiologicamante votate alla propria autoconservazione.

L’altra ragione è più prettamente economica e culturale. La mutualizzazione del debito da coronabond e la possibile creazione di un bilancio unico finirebbero per imporre la ripartizione a livello comunitario degli oneri che adesso gravano sui singoli bilanci statali. Per i paesi dell’Europa Continentale e del Nord Europa, a maggioranza calvinista- protestante, ciò sarebbe semplicemente inconcepibile, perché significherebbe addossarsi la povertà altrui.

Se la prospettiva cattolica dei paesi mediterranei considera la povertà quasi una virtù, quella protestante- calvinista dei paesi baltici e mittleuropei la considera come sinonimo di peccato e di predestinazione alla dannazione eterna. Non è roba da poco. A ciò si deve aggiungere il vero e proprio dogmatismo che ammanta la dottrina economica del “pareggio di bilancio”, che a sua volta affonda le proprie radici nell’esperienza traumatica della Repubblica di Weimar, della sua iperinflazione e di tutti i rivolgimenti che condussero all’ascesa del nazismo.

In altre parole non si tratta carenza di spirito di solidarietà, ma di un vero e proprio pregiudizio socio-culturale.

Il coronavirus ha semplicemente fatto emergere ciò che da tempo bruciava sotto la cenere, rendendo assolutamente improrogabile un profondo e radicale cambiamento delle istituzioni europee.

Allo stesso tempo il rischio concreto è che paesi come Italia e Spagna, indebitati e bisognosi di aiuto per rilanciare le proprie economie, dopo tutti gli strepiti e i pugni sul tavolo alla fine non riescano ad ottenere alcunché.

Ursula Von der Layen lo ha detto chiaramente: “La parola coronabond è solo un slogan, dietro ad essa c’è la questione più grande delle garanzie. E in questo le riserve della Germania e di altri paesi sono giustificate. Alla Commissione è stato affidato dal Consiglio il compito di elaborare il piano di ricostruzione, e questi sono i binari su cui stiamo lavorando”.

Nonostante i tentativi di ricucire lo strappo, lo scontro tra Italia e Germania è ancora lontano da una sua soluzione.

In Italia si varano Decreti Legge e Dpcm a iosa, ingolfando ulteriormente una macchina legislativa già ipertrofica. Si adotta un atteggiamento opaco e attendista sul versante economico, che tradisce la carenza di liquidità del nostro bilancio e l’assenza di un piano ben preciso. Soprattutto, l’insistenza con cui Palazzo Chigi cerca di aprire un negoziato serio sui coronabond lascia pensare che in fin dei conti l’obiettivo ultimo sia scaricare all’esterno la responsabilità di scelte che la nostra classe dirigente non può o non vuole prendere da sola. In altre parole manca il coraggio di andare fino in fondo.

Solo il tempo ci dirà chi l’avrà vinta, ma forse sarebbe il caso di preparasi al peggio.

E’ vero, nessuno si salva da solo, ma è altresì inconfutabile che in Europa qualcuno crede di essere predestinato alla salvezza.

Lasciati soli (o quasi) Niente taglio dei tassi dalla Bce. Ira del Quirinale. FTSE MIB in profondo rosso.

L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione. Queste sono le parole al vetriolo di Mattarella, affidate ad una nota ufficiale del Quirinale. Si tratta di parole che continueranno ad echeggiare nelle prossime settimane. Si tratta di un’accusa neppure troppo velata di attendismo, se non addirittura di mala fede da parte del Capo di Stato di uno dei Paesi Fondatori all’istituzione più importante (e meno democratica) di tutta l’Unione Europea: la BCE, nella persona della sua Presidentessa, Christine Lagarde. In una conferenza stampa quest’ultima ha infranto tutte le aspettative che si erano formate sull’atteso intervento della Banca Centrale Europea. Molti, soprattutto in Italia si aspettavano un ulteriore taglio dei tassi di interesse, ma le loro aspettative sono rimaste deluse. Perché tagliare i tassi era così importante? Perché tassi molto bassi o addirittura negativi permettono alle banche centrali di ottenere prestiti molto vantaggiosi dalla Bce, che così riesce indirettamente ad iniettare liquidità nell’economia reale attraverso l’accesso al credito da parte degli imprenditori. In altre parole, le banche centrali nazionali prendono in prestito denaro da parte della Bce e provvedono poi a distribuirlo tra le banche commerciali, che a loro volta lo prestano ai cittadini. Tramite questi ultimi quindi il denaro della Bce arriva nell’economia reale contribuendo a sostenere gli investimenti e i consumi. Il problema è che in questa catena di distribuzione del cash qualcosa va sempre storto. Viviamo in un ossimoro: tra le banche e le istituzioni finanziarie circola una quantità oscena di danaro, tra i comuni mortali ce n’è costantemente penuria. E’ evidente che tutta questa ricchezza venga dispersa nel momento in cui dalle singole Banche Centrali nazionali il flusso passa a quelle commerciali, ma il perché e il come restano un mistero. Probabilmente ne parleremo dopo lo scoppio della prossima bolla speculativa, quando ci chiederemo come fosse stato possibile non accorgersi della tempesta in avvicinamento. Al netto di quello che accade nell’alta finanza il sistema produttivo europeo sta lottando da anni con il Problema, quello che prima o poi qualsiasi economia capitalistica avanzata si trova ad affrontare: la stagnazione dei consumi, la carenza della domanda di mercato. Senza consumatori non si possono vendere prodotti e se non si vendono prodotti si inizia ad arrancare, senza più riuscire ad accedere al credito. Alla fine si va in crisi e se non interviene lo Stato con i soldi dei contribuenti, non si va più avanti. E’ evidente che il “lasser faire” vale solo se il Pil è in salita e non quando è in picchiata. Questo è lo scenario ed è in questa prospettiva che vanno interpretati tutti gli interventi che la Bce, ma anche la Fed americana hanno realizzato. Sono state queste misure ed in particolare il quantitive easing, che hanno permesso di salvare dal default tutta l’eurozona all’indomani della crisi del 2008. In quell’occasione, Mario Draghi pronunciò la famosa frase “whatever it takes” e probabilmente fu anche la sua scelta comunicativa a consentire di superare quei momenti concitati. Nonostante tutte le frasi fatte sulle mani invisibili e sulla razionalità del mercato, alla fine spesso tutto si riduce ad un’oculata strategia comunicativa. Lagarde si è dimostrata attendista, non ha voluto urlare con chiarezza quello che i mercati si volevano sentir dire, anzi se è possibile ha fatto di peggio gli ha detto la verità. La diffusione del coronavirus avrà un “impatto economico significativo”, costituendo “un grande shock alle prospettive di crescita”. “Non siamo qui per ridurre gli spread, non è la funzione della Bce” “Quando il mio predecessore e amico Mario Draghi ha lasciato la Bce, ho detto in un’intervista che speravo di non dover mai fare un ‘whatever it takes” e “non è nei miei piani passare alla storia per un ‘whatever it takes numero due”. Insomma tira aria di bufera nelle alte sfere e gli investitori se ne sono accorti. In fondo oggi come oggi il mercato è un tossicodipendente, le costanti iniezioni di liquidità sono le sue dosi e la crisi finanziaria la sua astinenza. Il risultato è stato un bel -16.96% del FTSE MIB, il peggior risultato della storia. Troppe parole, pochi fatti: il cancro dell’UE. Assieme ovviamente alla mancanza di un collante nazionale effettivo. Diciamoci la verità quello tra i paesi europei è stato un matrimonio di convenienza per fare affari e per ridurre al minimo le frizioni commerciali, che tendono spesso a tradursi in guerre finanziarie e quindi in guerre vere e proprie. A parte questo, però, le comunità nazionali restano ben compatte e molto poco inclini a farsi carico dei problemi altrui. E’ forse un caso che Francia e Polonia abbiano deciso di contingentare tutte le medicine, i macchinari e finanche le mascherine. Questi beni non possono uscire dai territori nazionali. Per loro Schengen è stato già sospeso da un po’ evidentemente. Ogni Paese europeo va per conto suo e pensa esclusivamente al proprio benessere e alla propria sopravvivenza. Le parole della Lagarde dimostrano che anche all’interno della Bce evidentemente molti valutano più prezioso il fair play finanziario rispetto al benessere della popolazione ad oggi più colpita dal Covid-19, quella italiana. Nonostante le belle parole di Ursula Von der Leyen, nonostante una sospensione de facto del Patto di Stabilità, siamo rimasti soli e se non fosse stato per la Cina, saremmo rimasti totalmente isolati.

Collasso. L'Italia e l'Europa ad un passo dal baratro.

Il Covid19 ha messo a nudo tutte le contraddizioni e le debolezze della nostra società. Sono bastate poche settimane per trasformare la nostra Nazione in una cloaca di isteria e individualismo. Certo tanti stanno combattendo in prima linea per contrastare la diffusione del virus, altri nel privato della propria dimora cercano di rincuorare i propri cari, di badare ai propri figli, di dare un piccolo contributo a rallentare la diffusione di questo morbo. Il punto purtroppo non sono gli sforzi immensi che si stanno compiendo e non sono neppure gli assalti ai supermercati o alle farmacie. Il punto non è neppure la fuga dalla Lombardia di centinaia, forse migliaia di persone verso il Sud. Il punto è che il nostro sistema istituzionale sta collassando su se stesso, nessuno se ne accorge e nessuno fa niente per impedirlo. Il punto è che una nuova crisi economica potrebbe esplodere e non saremmo nelle condizioni di affrontarla. Nonostante tutti ormai sappiamo che di per sé il nuovo coronavirus non sia estremamente letale, è oramai sempre più chiaro che ciò che fa veramente la differenza tra la vita e la morte è la possibilità di accedere prontamente a cure mediche di qualità. Queste ultime purtroppo come ogni cosa di valore è estremamente limitata ed in questo momento ciò è più che mai evidente. Ce la si potrebbe prendere con la classe dirigente nazionale e regionale, che ha progressivamente ridotto il numero di posti letto a fronte di una popolazione sempre più anziana e bisognosa di cure, ma non è questo il momento. Sul punto ci sarà una resa dei conti, ma solo quando la tempesta sarà passata. Prima o poi infatti questa crisi passerà, ma il punto nodale della questione è cosa si lascerà alle spalle. Ad oggi infatti l’economia è quella maggiormente colpita dal virus. L’Italia non è la Cina, la sua struttura macro e micro economica è estremamente ramificata sul territorio ed estremamente dipendente dall’export e dal turismo. Attività non particolarmente indicate in periodo di pandemia. Non è un segreto: la domanda interna è da anni stagnante. Le imprese si basano quindi sulla domanda straniera e se a ciò aggiungiamo una spiccata interconnessione delle catene produttive a livello europeo e globale ecco che emerge il quadro di insieme, per niente tranquillizzante. Stiamo camminando a grandi passi verso la fase acuta del contagio in tutto l’Occidente. La diffidenza verso le merci italiane si diffonde, mentre la continuità produttiva è messa a repentaglio dalle scelte del Governo. Certo è sacrosanto limitare il contagio, ma bisognerebbe fare qualcosa per evitare il collasso economico del paese. L’apertura dei cantieri, le Grandi Opere non sono la risposta ai nostri problemi. E’ necessario un intervento radicale per fare fronte all’emergenza. Di opzioni ce ne sono tante: la sospensione di tutti i tributi, il ricorso a maggior deficit, il commissariamento di interi settori produttivi. Sarebbe indispensabile creare linee logistiche con gli altri paesi europei per consentire lo scambio in sicurezza di beni, ma anche di materiale medico e medicinali. Ci troviamo in un’emergenza, dovremmo iniziare a reagire adeguatamente. C’è un estremo bisogno di chiarezza e di visione di insieme e purtroppo ce n’è penuria. A livello nazionale, il regionalismo sta ingolfando la gestione della crisi sanitaria ed economica. Non c’è una vera catena di comando ed ogni governatore va per conto suo. A livello europeo, l’isolamento dell’Italia è sempre più evidente, così come il probabile avvitamento della situazione finanziaria. In una sola parola: caos. Sotto i nostri occhi si sta dipanando senza troppe cerimonie una pietra miliare della Storia. L’infinitamente piccolo sta mettendo in crisi finanche il civilizzato Occidente. L’epidemia sta mostrando tutto il meglio e il peggio dell’homo oeconomicus. Ci eravamo così assuefatti alla pace, al c.d. “progresso”, che ci eravamo convinti che la stessa morte fosse un’eco distante. Un avvenimento remoto da esorcizzare. Ora che la stabilità artificiale e rarefatta che ci eravamo costruiti sta scricchiolando ci rendiamo conto di quanto le nostre società così avanzate siano così vulnerabili. E’ bastato un virus neppure così tanto letale a far serpeggiare il panico e lo scoramento, soprattutto e purtroppo tra i governanti. Mancano i nervi saldi e manca un centro decisionale unitario. Mancano solidarietà e collaborazione. Domani Lunedì 09.03.2020 inizia una nuova settimana e un nuovo ciclo della Storia nazionale ed europea. Si respira aria di crisi e questo in Italia ha sempre significato una cosa: Governo tecnico, del Presidente et similia. D’altronde Mario Draghi è da poco disoccupato e le borse europee sono in rosso fisso da settimane. Lo spread salirà, i trader finanziari si renderanno conto che la bolla speculativa che fino ad oggi ha continuato a far salire gli indici di borsa potrebbe esplodere. I tassi di interesse negativi che fino ad oggi le banche nazionali di tutto il mondo hanno tenuto bassi per invogliare gli investitori a continuare ad acquistare potrebbero dimostrarsi in fin dei conti pillole omeopatiche contro il cancro. In quel caso nessun paese sarebbe al sicuro. Nel 2008 la crisi partì dalla bolla speculativa dei mutui sub prime, nel 2020 la crisi potrebbe partire dalla consapevolezza che senza la costante e continua iniezione di liquidità da parte delle Banche Centrali il mercato semplicemente non può andare avanti. Non c’è abbastanza denaro in circolo, perché mai come prima d’ora chi lo detiene lo tesaurizza, immobilizzandolo. Tutte le imprese anche quelle bancarie sono a corto di liquidi. Non c’è cash nelle borse, ci sono solo titoli di stato, debito (pubblico). In fondo, la guerra commerciale di Trump aveva fatto già intravedere lo spettro della crisi. Il coronavirus gli ha dato concretezza, bloccando per settimane il cuore pulsante della manifattura mondiale: la Cina. Xi Jinping sta cercando disperatamente di far ripartire la produzione, ma non è detto che ce la faccia in tempo. E’ anzi possibilissimo che l’acuirsi dell’epidemia nel resto del mondo blocchi le catene produttive in Occidente. Insomma siamo in bel pasticcio. Potremmo trovarci all’inizio di un nuovo maelstorm finanziario. L’epicentro potrebbe essere proprio la vecchia Europa, dannatamente divisa e con istituzioni lente e poco reattive. Si salvi chi può.

La Sinistra riparta dall’Erasmus Una proposta che ha suscitato ilarità, di per sé non peregrina, ma che nasconde un problema più profondo…

Che le Sardine fossero dei centristi mascherati da socialisti, non era un mistero. La loro strategia è stata quella di fare leva sul dissenso di alcuni elettori nei confronti di una certa politica, rappresentata da Salvini in primis, per affermarsi come soggetto politico autosufficiente, giovane e, soprattutto, moderato.

L’interlocutore perfetto per un centrosinistra zingarettiano, voglioso di reinventarsi, magari in un movimento/partito oltre il PD. Le Sardine sebbene si fossero presentate come l'alternativa al populismo sovranista, di fatto non hanno fatto altro che divenire la terza gamba della sinistra liberal.

Quella stessa sinistra che ha rinnegato un'autentica prospettiva socialista nella convinzione che dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell'Urss, la bandiera rossa fosse stata ammainata per sempre, che la storia si fosse arrestata e che la democrazia atlantica avesse definitivamente vinto.

Una sinistra pavida, asservita allo status quo, volta al perseguimento dei soli diritti civili, totalmente dimentica di quelli sociali e complice dell'europeismo ordo-liberista che ha bloccato (si spera non definitivamente) il processo di democraticizzazione dell'UE, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato.

Le Sardine sono figlie di questa prospettiva, quella dell'homo oeconomicus di Clinton e di Obama alla sua massima espressione: smart, cosmopolita, politically correct e soprattutto perfettamente a suo agio nel sistema produttivo capitalista.

Dopo la vittoria in Emilia, la saldatura tra la “sinistra” istituzionale e il direttivo del movimento ittico si è consolidata. Come confermano sia l’incontro, poi in parte rinnegato, con Benetton, che gli screzi degli ultimi giorni con il M5S. E' in questo clima che è iniziato il dialogo con tutti i ministri del Governo Conte, da cui però non è emerso ancora nulla di concreto, a parte le polemiche.

La querelle più rilevante è quella legata all'istituzione di un Erasmus tra Nord e Sud, al fine di consentire a tutti gli studenti universitari e liceali di trascorrere un certo lasso di tempo in un’altra regione: apriti cielo. L'idea, in sé non peregrina, ha fatto storcere il naso a molti. D'altronde dietro di essa sembrano non esserci delle reali proposte politiche. E' questo il problema.

Certo sarebbe sicuramente piacevole consentire questo tipo di interscambio, ma ciò permetterebbe di risolvere il divario Nord-Sud? Come verrebbe implementato? Come dovrebbe essere finanziato? Non è dato saperlo.

I portavoce del movimento di Mattia Santori, forse anche per smorzare le critiche che piovevano sia da destra che da sinistra, hanno a più riprese sottolineato come lo scambio studentesco fosse solo una delle tante idee sul tavolo; che con il ministro del Sud il colloquio fosse durato più di due ore; che altri colloqui sarebbero stati tenuti; che presto tutto sarebbe stato sintetizzato in un unico piano programmatico.

Ennesima dichiarazione piena di parole apparentemente pregne di significato, ma che sembrano nascondere un certo grado di vacuità concettuale.

La notizia nella sia brutale semplicità è la seguente: le Sardine hanno parlato con chi di dovere, ma l'unica proposta che è stata ritenuta meritevole di menzione davanti alle telecamere è stata quella di un Erasmus entro i confini nazionali, oltre che un generico riferimento al Green New Deal (si suppone a livello europeo).

Quando, come era prevedibile, l'ira cibernetica si è manifestata, Santori & co. sono corsi ai ripari, cercando di ridimensionare la questione e dando la colpa a come la notizia fosse stata riportata.

In altre parole, la colpa non è la loro carenza di contenuti o quanto meno la loro incapacità di esprimere al meglio le proposte discusse con il Governo; la colpa è dei giornalisti e degli avversari politici che hanno semplificato le loro proposte, riducendole a uno slogan; la colpa è dei troll e degli haters che si sono permessi di mettere in discussione il ruolo che questo tipo di progetto potrebbe avere sul miglioramento delle sorti degli studenti italiani.

A questo punto, non resta che attendere il nuovo piano programmatico e tutti i suoi effetti salvifici, ma lo scetticismo resta, perché una cosa è certa:

  • nessuna tra le eventuali proposte delle Sardine metterà in discussione come viene prodotta la ricchezza nel nostro sistema economico o come la stessa venga redistribuita;
  • nessuno si soffermerà sul gravissimo problema del diritto interno, sovrabbondante, ipertrofico, assolutamente caotico: il più grave danno che uno Stato di diritto possa fare ai suoi cittadini;
  • nessuno si interrogherà su come ripensare il nostro sistema istituzionale, attraversato da costanti crisi che stanno mettendo sempre più in pericolo la rappresentatività del Parlamento e del suo ruolo come Legislatore;
  • nessuno si porrà la questione di come salvare il sistema previdenziale e assistenziale gestito dall’INPS;
  • nessuno porrà la questione del ruolo dell’Italia in Europa e del ruolo dell’Europa nel mondo.

Nessuno porrà queste questioni perché ciò richiederebbe uno sforzo eccessivo, incompatibile con l’idea di snap politics che si è diffusa tra tutti i personaggi che popolano il sottobosco politico italiano, tra cui ritroviamo anche le Sardine, che forse ne rappresentano la più fulgente manifestazione (dopo Salvini, ovviamente).

Le proposte politiche vengono condensate in spot elettorali di pochi secondi, facendo ampio ricorso a frasi ad effetto e slogan. Questo ha condotto e conduce ancora all’impoverimento del dibattito e alla sua polarizzazione. Ad esserne danneggiate sono le istituzioni democratiche, che anziché strumenti di dialogo (anche acceso), si trasformano in clave per distruggere i propri avversari.

Prevale allora la demagogia da social network, che magari ottiene tanta visibilità e riesce a smuovere le masse, ma che alla prova dei fatti risulta essere piuttosto inconcludente, perché legata ad un clima di campagna elettorale permanente e alla convinzione che gli elettori siano asini lobotomizzati, incapaci di comprendere pensieri complessi.

E’ questa impostazione di fondo il cancro della democrazia moderna, che sottende un clima di profonda sfiducia reciproca tra sistema politico e elettorato. Nonostante le apparenze, c’è una crisi profonda in corso da tempo e ciò si traduce a Destra nella spiccata tendenza ad individuare l’ “uomo forte” e a Sinistra nel malcelato concetto di superiorità antropologica, che anima alcune forze politiche “progressiste”, completamente alienate dalla realtà e dai bisogni dei cittadini.

La vicenda delle Sardine non è che l’ennesima dimostrazione di tutto ciò.

In particolare, dopo vent’anni di berlusconismo, la cd. sinistra si ritrova sempre più al centro, sempre più lontana dai bisogni delle persone reali, sempre più prigioniera della sua retorica, ieri incentrata sull’antiberlusconismo, oggi sull’antisalvinismo.

In questo contesto ci si può davvero sorprendere che l’astensionismo sia il primo partito in Italia e che il consenso elettorale sia estremamente evanescente? Si può davvero biasimare chi deride Santori per questa idea dell’Erasmus?

Forse sarebbe il caso per Zingaretti di fare i conti con la realtà e costruire delle proposte concrete, rompendo la dialettica sloganistica e iniziando a parlare effettivamente con le persone. Che Utopia!

Che la sinistra riparta dall’Erasmus allora! Che si schianti contro il muro del dissenso elettorale filosalviniano, cantando vittoria! Si continuino ad inseguire i cavalli di battaglia degli altri partiti politici e a dare legittimità politica a movimenti come le Sardine, vivissime nelle piazze e sui social, ma assolutamente assenti nelle urne.

Comunque vada sarà un successo.

Il più grande problema dell’Europa.

Una criticità conosciuta da tutti, ma che nessuno vuole risolvere.

Dopo la parentesi populista giallo-verde, il Governo e il suo Primo Ministro, l’avvocato del popolo Giuseppe Conte, si sono riscoperti europeisti ortodossi e prontamente sono tornati a Bruxelles chiedendo flessibilità per la Legge di Bilancio. Proprio come aveva fatto il Governo precedente, quello prima e quello prima ancora.

E’ evidente che sovranisti ed europeisti stanno sulla stessa barca quando si tratta di aumentare il debito pubblico della nostra Nazione. La Commissione europea dopo i tira e molla di rito ha infine graziosamente concesso ai nostri governanti di finanziare parte della manovra con denaro preso in prestito. Cosa ne è uscito fuori?

Una legge che a detta del Ministro Gualtieri era inemendabile e che puntualmente è stata stravolta dal Parlamento; una manovra che trasuda attendismo e totale assenza di visione per il futuro. C’è solo spesa corrente, misure di assistenzialismo e clientelismo, in perfetta linea con le “strategie economiche” adottate da almeno tre legislature a questa parte.

Il nulla mischiato al niente spacciato per miracolo laico.

Questa lunga sit com che ha accompagnato l’approvazione del Bilancio statale ha messo nuovamente in mostra una peculiarità sicuramente italiana, ma molto probabilmente comune a tutti i paesi europei:

evitare qualsiasi serio confronto sullo stato di salute dell’UE, mai stato così critico come oggi.

Questa tendenza in Italia si è tradotta (da alcuni anni a questa parte) o nell’adozione di un (finto) europeismo oltranzista o di un sovranismo posticcio e piuttosto vago.

In entrambi i casi si tratta di prospettive miopi, se non addirittura ipocrite: tutti sono consci dell’elevato grado di interconnessione economica e finanziaria delle nostre filiere produttive con quelle degli altri paesi europei; tutti sanno che l’Europa così com’è oggi è destinata a scomparire; tutti sanno che il principale problema di questa Unione sta proprio nell’assoluta insufficienza di legittimazione democratica delle sue istituzioni e nella sua struttura “germano-centrica”.

Tutti conoscono questi problemi, ma nessuno fa nulla per risolverli.

In un contesto così delicato, l’alone di mistero che avvolge il funzionamento delle istituzioni comunitarie non è certo d’aiuto, anzi non fa altro che allontanare i cittadini da un’entità percepita come distante e astrusa.

In realtà però l’UE non è niente di così trascendentale: si tratta di un’organizzazione internazionale con aspirazioni federaliste mai realizzatesi, frutto di compromessi politici compiuti sulla spinta della paura di rivivere gli orrori delle Guerre Mondiali.

Proprio perché questi sono i presupposti, il risultato non poteva che essere insoddisfacente, tant’è vero che tutti i tentativi di redigere una vera Costituzione europea, di adottare soluzioni radicali volte a ultimare il processo di integrazione politico sono falliti miseramente.

Perché?

Perché nonostante molti lo dessero per morto nel secondo dopoguerra e soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, il Leviatano , lo Stato- Nazione di Hobbes, è sempre stato vivissimo e mai davvero pronto a farsi da parte per lasciare il posto a qualche organizzazione internazionale, men che meno all’Unione Europea.

Ciò ha inevitabilmente condotto al cortocircuito di tutto il sistema comunitario non appena da una dimensione meramente economica e commerciale, si è passati a quella politica e finanziaria.

Si è continuato ad accarezzare il sogno degli Stati Uniti d’Europa senza però fare nulla per creare una Nazione europea.

Ciò ha portato allo “scoppio” dell’euroscetticismo e non potrebbe essere altrimenti: bastano pochi esempi per rendersi conto che qualcosa non va.

La Commissione, una sorta di governo europeo, è composta esclusivamente da soggetti scelti dagli esecutivi degli Stati membri, rispetto ai quali il Parlamento Europeo svolge solo una funzione di controllo postumo;

i parlamentari europei dal canto loro non hanno neppure la facoltà di presentare proposte di legge, dovendo inoltre condividere l’esercizio del potere legislativo con il Consiglio, un organo intergovernativo composto dai soli ministri degli esecutivi nazionali;

non bisogna dimenticare poi il Consiglio europeo (da non confondere col Consiglio di cui sopra), composto dai Primi Ministri e Capi di Stato degli Stati membri, che detta le linee politiche generali a cui devono sottostare sia il Consiglio che la Commissione.

A questo complesso sistema si affiancano miriadi di Agenzie e Autorità indipendenti, oltre ovviamente alla BCE, che controlla di fatto i flussi di denaro che circolano in Europa.

Solo un cieco non vederebbe che il problema principale dell’UE sta tutta qui: nella sua insufficiente legittimazione democratica e nell’eccessiva preminenza degli organi tecnici rispetto a quelli propriamente politici.

A riguardo può citarsi tutta la vicenda del MES. Quest’ultimo è stato al centro di un aspro dibattito politico, ma tra tutti i sovranisti lillipuziani e gli europeisti immaginari che popolano i talk show e i banchi del Parlamento, nessuno ha centrato il nocciolo della questione.

Il problema della riforma del MES non è mai stato rappresentato dalle CACS, che già sono presenti in tutti i BTP emessi dopo il 2014.

Il vero problema della riforma è che la scelta sul se dare sostegno finanziario ad uno stato in difficoltà spetta ad un organo collegiale intergovernativo; mentre la scelta sulle concrete modalità degli aiuti spetta in fin dei conti a tecnici nominati dagli Stati Membri, senza nessun potere di controllo esercitabile né dalla Commissione, né dal Parlamento.

Tutta questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di quanto l’UE sia figlia di una visione tutt’altro che innovativa, che ripercorre sentieri già tracciati, dove al centro, checché se ne dica, non sono mai stati posti i bisogni delle persone, ma solo gli interessi geopolitici degli Stati.

Questi ultimi si sono dimostrati più di una volta, se non sempre, costantemente in contrapposizione.

Basta vedere la vicenda libica, scoppiata per le mire espansionistiche anglo-francesi, in cui l’Italia fu costretta ad entrare solo per cercare di salvare il salvabile, ma di fatto andando contro i suoi stessi interessi.

Anche la storia recente dimostra l’assoluta assenza di una politica estera comune a livello comunitario: la Francia continua a supportare Haftar, mentre l’Italia cerca maldestramente di mediare e di (ancora una volta) limitare al minimo i danni.

Sull’Iran l’UE risulta essere non pervenuta, eppure pare chiaro che Trump voglia un maggiore impegno in Medio Oriente da parte della NATO (cioè tutti i paesi europei).

Forse sarebbe il caso di sottolineare che in caso di shock geopolitici a pagarne maggiormente il prezzo sarebbero proprio gli europei, totalmente dipendenti dalle forniture di gas e greggio estere, soprattutto quelle che passano per lo stretto di Hormuz, quello che una volta è stato già occupato dai pasdaran.

Ma in fondo perché perdere tempo su queste bazzecole?

Chi dorme non fa le leggi (che servono) In attesa di nuovi contributi, ecco un repost sul tema fine vita. Buona lettura, fatemi sapere che ne pensate, mi trovate su mastodon @Gaetano@mastodon.uno

Tra sardine, gattini, leggi di bilancio, gravi crisi industriali e idrogeologiche e proposte di matrimonio in aula a Montecitorio, è passata un po’ in sordina la notizia della declaratoria di parziale incostituzionalità della norma che sanzione l’aiuto al suicidio: art. 580 del Codice Penale.

La Corte Costituzionale ha messo la parola fine alla vicenda di Marco Cappato, che un anno fa aveva aiutato Dj Fabo, da tempo affetto da una malattia neurodegenerativa, a morire e per questo era stato rinviato a giudizio (dopo essersi autodenunciato). All’epoca si tornò a parlare di eutanasia, ma in realtà si tratta di una semplificazione. Il paziente ha il diritto di decidere di sospendere le cure salva-vita e di lasciare che la malattia faccia il suo normale decorso. Ci si è sempre e solo limitati ad eliminare quei trattamenti che impedivano la morte del paziente, senza causarla direttamente. Si tratta di un diritto a lasciarsi morire, non certo ad essere sottoposto ad eutanasia Oggi, dopo la pronuncia della Consulta, le cose sono in parte cambiate.

Ora, infatti, il medico pur continuando a non poter sottoporre un paziente consenziente ad eutanasia diretta, può però predisporre gli strumenti terapeutici necessari per consentire al paziente non semplicemente di lasciarsi morire, ma di suicidarsi. Per quanto ciò possa sembrare tragico, è sicuramente una vittoria civile per tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e che ritengono necessario consentire a chiunque di poter decidere, in determinate circostanze, quando una vita non può essere più definita degna di essere vissuta. Si badi bene, non c’è nessun “suicidio di stato”, ma semplicemente un trattamento sanitario per accelerare il sopraggiungere di un trapasso che si sarebbe comunque verificato, ma con modalità e tempistiche intollerabili per il paziente. D’altro canto, la Corte ha individuato dei requisiti piuttosto stringenti affinché la richiesta del paziente possa essere considerata giuridicamente legittima e lecita:

  • quest’ultimo deve essere sottoposto ad un trattamento salva-vita (es. essere collegato ad un respiratore artificiale) la cui sospensione determinerebbe una morte lenta e dolorosa e in ogni caso non immediata;
  • il ricorso alla sedazione profonda e ad altre cure palliative contro il dolore non sia considerato dal paziente confacente alla sua idea di vita e di dignità umana;
  • deve essere in degenza presso una struttura sanitaria pubblica e la sua richiesta deve essere accettata dal Comitato Etico territorialmente competente;
  • deve essere in grado di intendere e volere o aver espresso tale volontà attraverso le DAT (disposizioni anticipate di trattamento), sempreché si tratti di una volontà consapevole e informata; non c’è modo di costringere il medico, che può sollevare l’obiezione di coscienza;
  • la condizione clinica del paziente deve essere irreversibile da un punto di vista clinico.

La prudenza della Corte si spiega nel timore di sostituire il Parlamento in un settore così delicato come il fine vita. Inutile dire che tutti i nostri onorevoli siano rimasti inerti su questo tema, nonostante i ripetuti inviti ad intervenire provenienti proprio dal Giudice delle Leggi. D’altro canto non si tratta delle solite sciocchezze che ci vengono propinate dal dibattito pubblico quotidiano. Qui ci troviamo di fronte alla personale battaglia di migliaia di persone con se stesse e la propria condizione. Si tratta di persone inermi che lo Stato dovrebbe difendere, offrendo loro gli strumenti per vivere al meglio la propria vita, finanche quando ciò dovesse coincidere con la scelta di morire. In fondo, al di là di tutte le ricostruzioni di diritto, qui si sta parlando di una sola cosa: garantire la dignità umana nella vita e soprattutto nella morte. Ci troviamo di fronte alla questione etica e giuridica più spinosa di tutte, stabile se, come e quando una persona possa decidere di andarsene e in che misura lo Stato debba intervenire a riguardo. In un contesto istituzionale come il nostro, questa scelta non spetterebbe ad una Corte Costituzionale, che ha funzioni differenti, di controllo dell’operato di chi fa le leggi. Invece sempre più spesso, l’incompetenza, l’insensibilità, la pavidità della nostra classe politica costringe altri rami delle Istituzioni a svolgere una funzione di supplenza del Parlamento e spesso dello stesso Esecutivo. Certo, non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio, né di nascondere che in alcuni casi la supplenza istituzionale sia dettata solo da spirito di protagonismo, ma…. … la crisi dei gangli del potere repubblicano c’è, è grave ed anche piuttosto evidente. In quale paese degno di questo nome è la Procura a dover chiudere strade e viadotti pericolanti? Quando mai in una repubblica parlamentare, il Capo dello Stato si “immischia” nelle quotidiane vicende politiche per dettare la linea da seguire? C’è qualcosa di sbagliato in tutto ciò e la vicenda di DJ Fabo, poc’anzi descritta, non fa eccezione. Gli Onorevoli rappresentanti del nostro paese subappaltano il loro ruolo agli altri organi istituzionali, tanto a pagare il prezzo di questa totale assenza di volontà politica sono sempre i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili. Il cerchiobottismo, punta di diamante della politica all’italiana, da semplice strategia comunicativa democristiana, si è trasformato in una condizione esistenziale. Si preferisce fare niente, spacciandolo per tutto; meglio tirare a campare, che tirare le cuoia. Che fare dunque? Forse è il caso di interrogarsi sullo stato di salute della Repubblica; forse è il caso di notare come Camera dei Deputati e Senato siano totalmente balcanizzati, incapaci di svolgere un ruolo politico propositivo e totalmente prone alle dinamiche di potere dei partiti (altro che partitocrazia da Prima Repubblica); forse è il caso di notare come l’Esecutivo dimostri quotidianamente tutta la sua inadeguatezza a dettare una linea politica generale e di ampio respiro. Ci si limita a svolgere attività di ordinaria amministrazione, in uno stato di fibrillazione costante, mentre i dossier veramente importanti vengono passati sotto silenzio (questioni troppo complesse per essere spiegate in un tweet). E i partiti? Beh loro sono costantemente in campagna elettorale: alla febbrile ricerca di un consenso momentaneo ed evanescente che tende a volatilizzarsi in un battito di ciglia, chiedetelo a Renzi e al suo 40%. Tanti problemi e poche soluzioni. Magari si potrebbe continuare a parlare delle sfortune del nostro Paese, ma in fondo è appena finita una settimana e ne sta per iniziare un’altra. Forse è il caso di conservare le energie o di investirle in qualcosa di più costruttivo. A voi la scelta, buona serata.

Get Brexit Done! Cosa ci racconta il voto inglese?

Uno slogan semplice e d’impatto, che ha fatto breccia nell’immaginario degli elettori britannici e che ha permesso a Boris Johnson di incassare una delle più grandi vittorie nella storia dei Tories. Corbyn è sprofondato, le sue posizioni sono risultate troppo radicali per il fine palato dei moderati britannici, che si sono rifugiati nell’astensionismo, nei mille rivoli delle “alternative” ai due schieramenti tradizionali o più semplicemente hanno votato BoJo e quindi per la Brexit. Ormai è chiaro: l’Inghilterra vuole prendere il largo alla ricerca del suo Impero, da tempo sommerso dalle acque della Storia, ma di cui è rimasta vivida l’immagine e la nostalgia nel cuore dei suoi sudditi. Tuttavia è bene precisare una cosa con chiarezza: si tratta del desiderio dell’Inghilterra (England), non di tutto lo U.K.

Basta vedere la mappa dei seggi per capirlo: la Scozia ha votato contro Boris; l’Ulster è spaccata tra unionisti e indipendentisti; il Galles è nelle mani dei Laburisti, che controllano anche Londra e Liverpool. Si potrebbe dire che è un gran casino (such a mess!), ma probabilmente sarebbe più corretto dire che gli exit pool fotografano un sentimento molto chiaro: il desiderio di rivalsa e di protezione dell’entroterra inglese (e non della Gran Bretagna tout court) contro il cosmopolitismo delle grandi metropoli. E’ il ritorno sulla scena politica del forgotten man: lo stesso che pochi anni fa ha fatto vincere Trump in America, oggi fa vincere Johnson nel Regno Unito. La storia si ripete di nuovo, ma con modalità e per motivi differenti. Il voto inglese è ovviamente diverso da quello americano, ma alla base c’è la stessa voglia di riaffermare la propria identità nella speranza di ritrovare una nazione a misura d’uomo. In spregio ad un mondo globalizzato dove la libera circolazione di beni e capitali ha trasformato la possibilità di emigrare in una necessità e il diritto di lavorare in un privilegio. Se questo è il presupposto di partenza, allora si spiega perché il voto ai Conservatori sia stato così trasversale e abbia coinvolto zone storicamente operaie e popolari, un tempo roccaforte del Labour. Allo stesso modo si spiega perché la Scozia abbia votato in massa per lo Scottish National Party: vogliono un altro referendum sull’indipendenza, come nel 2016 e questo potrebbe avere molte conseguenze. Non bisogna dimenticare che l’idea della Brexit sia nata quell’anno, in risposta proprio a quella consultazione popolare che aveva visto i separatisti scozzesi perdere, ma di poco, a sufficienza per far scattare qualche campanello d’allarme. Nel 2016 l’Inghilterra si rese conto che dopo secoli la sua egemonia sull’isola di Britannia era messa in discussione e la responsabilità non poteva che ricadere sull’Europa. Basterebbe chiedere agli spagnoli, ma appare chiaro a tutti che l’UE incentiva i regionalismi (i fondi comunitari sono messi a diretta disposizione degli enti locali, scavalcando gli Stati) ed è questa consapevolezza che molto probabilmente ha contribuito a rafforzare l’idea che fosse giunto il momento di levare le tende e salpare verso l’ignoto. La Brexit è la più grande scommessa della storia recente del Regno Unito. Essa riguarda la stessa sopravvivenza dello U.K. come entità politica ed economica unitaria: tagliare il cordone con l’Europa servirà (forse) a mantenere sotto controllo le spinte nazionaliste interne, conservare la corona sulla testa della Regina, contenere e respingere l’ondata barbarica oltre il Vallo di Adriano. In altre parole, serve a mantenere lo status quo. Si punta a “rifondare” il Regno per incanalare le forze centrifughe interne verso l’esterno come è stato fatto per centinaia di anni in perfetto stile british: non è un caso che l’imperialismo sia nato proprio oltre La Manica. La creazione del più grande hub finanziario del mondo a Londra, nonché di veri e propri paradisi fiscali; il rafforzamento dell’Anglosfera (Canada, USA, UK) e dei rapporti bilaterali con Giappone e Cina; la (ri)creazione di rapporti privilegiati con le ex colonie sono tutte tappe della strategia geopolitica britannica nel post-Brexit. Questo non riporterà indietro i posti di lavoro (manifatturieri) con buona pace di moltissimi leavers, ma permetterà alla Gran Bretagna di sopravvivere e di rafforzarsi a livello internazionale, ritrovando quel ruolo da protagonista che l’Europa non le permetteva di ricoprire appieno. Questo è il piano, ora bisogna vedere se funzionerà. God Save the Queen (sempre che qualcosa non vada storto).