Il Decreto Rilancio e la sovietizzazione dell’economia

Alla fine è arrivato, o meglio è oramai in dirittura di arrivo. Serve solo l’approvazione del Parlamento. Una bazzecola in questi tempi di autoritarismo soft e virologia. Già qui una prima sorpresa. L’Avvocato del Popolo ha dismesso (ed era ora) l’utilizzo dei DPCM, optando per il Decreto Legge. Uno strumento molto più adatto, perché pensato dai Costituenti proprio per fronteggiare momenti come quello che stiamo vivendo. Tuttavia, il discorso non si “riduce” ad una discettazione di diritto costituzionale. Nella conferenza stampa che ha annunciato in pompa magna l’imminente approvazione del decreto si sono dipanati vari spunti di riflessione, ma come sempre andiamo con ordine.

1. Più soldi per tutti

A parole, il Governo ha elencato in ordine sparso i beneficiari delle misure del Decreto. Ci sono tutti: dipendenti, autonomi, imprese, famiglie, i lavoratori dello spettacolo (che fanno ridere, Conte dixit), i più anziani, i più giovani. Insomma proprio tutti. Durante la conferenza sia Conte che Gualtieri hanno insistito sul parallelismo tra il Decreto Rilancio e la legge finanziaria.

Una manovra monstre: più di duecento articoli per distribuire 55 mld (di soldi a debito). Due finanziarie.

Tanti soldi, che però arrivano dopo tanti, forse troppi mesi e che in ogni caso non saranno disponibili in uno schiocco di dita, visto che saranno necessari centinaia, se non migliaia di decreti attuativi ministeriali. A conferma del fatto che gli uffici tecnici in Italia erano tanti già prima della pandemia. Ciò cozza, se vogliamo, con il tenore dell’intervento del Premier, degli altri ministri ed esponenti della maggioranza. Tutti consci, ancora una volta almeno a parole, che i ritardi nell’erogazione dei sussidi ci sono stati e che molti ne hanno sofferto. Quindi come ovviare a questa mancanza? Promettendo maggiore celerità. L’INPS è ora in possesso dell’elenco anagrafico completo di tutti i potenziali beneficiari,che secondo il Premier saranno esattamente gli stessi che hanno già beneficiato del primo contributo. Tutto ciò mentre Alitalia viene rifinanziata (di nuovo).

2. La sovietizzazione dell’economia

L’aspetto più interessante della manovra, però, riguarda le imprese. Per tutta la durata della conferenza, c’è stato un mantra di sottofondo. Affermato dal Premier, sottolineato da Gualtieri e sottoscritto da tutti gli altri ministri presenti: lo Stato sosterrà la ripresa economica, aiutando le imprese ad uscire da questo empasse con tagli e sospensione delle tasse (in particolare l’IRAP) ed investimenti a fondo perduto, fermo restando in caso di necessità l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti.

E’ qui che un brivido è corso lungo la schiena dei liberisti.

Eccolo lì! Ecco il rischio della sovietizzazione dell’economia, dell’ingresso dello stato nei consigli di amministrazione delle imprese, dell’alterazione del libero mercato, il ritorno dell’Iri e della politica clientelare. Ebbene al netto del fatto che l’Iri è stato uno dei volani del miracolo economico italiano e che sicuramente oggi non abbiamo di fronte la classe dirigente di allora, è comunque da sottolineare che l’ampliamento della governance statale nell’indirizzo della vita economica del paese è una possibilità concreta.

E’ plausibile che, tramite CDP, il Governo faccia capolino in alcuni consigli di amministrazione, ma la situazione che si dipana è ben lungi da qualsiasi utopia (o distopia, a seconda del proprio orientamento politico) marxista-leninista. Qui non si parla di “collettivizzare i mezzi di produzione” (ancora una volta Conte dixit), ma molto probabilmente di impedire che i contraccolpi economici della pandemia spazzino via il tessuto produttivo italiano fatto di piccole e medie imprese, spesso poco capitalizzate, ma tutte fortemente interconnesse l’un l’altra. Allo stesso tempo, con questa mossa è probabile che il Governo speri di “costringere” le grandi imprese italiane (FCA in primis), a restare in Patria.

Il coronavirus ha inceppato l’economia. Nessuno può prevedere quali saranno gli scenari futuri e c’è chi teme che utilizzando i classici rimedi non ci si riprenda più. Si parla di depressione economica, non di una semplice crisi. Se queste sono premesse è legittimo pensare che facendo leva un po’ sulla diffidenza verso il c.d. just in time capitalism, che ha mostrato tutti i suoi limiti in questi giorni, un po’ sulla possibilità di beneficiare di tutte le agevolazioni del caso, alcune aziende già collegate con il nostro territorio decidano di rimanervi e, per evitare di essere fagocitate dal mercato, accettino una qualche forma di partecipazione pubblica ai loro bilanci.

Chiunque abbia studiato filosofia si rende conto di quanto questo scenario sia ben lontano da un’economia socialista. Il mercato continuerà ad esistere, così come le grandi, medie e piccole imprese. Forse, ma solo forse, si potrà assistere al tentativo di ricreare una forma molto blanda di capitalismo di stato, che in ogni caso riguarderebbe solo determinate filiere, in primis quella agroalimentare, ma che senza dubbio alcuno costituirà solo una fase intermedia in attesa dell’avvento di un nuovo equilibrio economico e geopolitico che per ora però non si intravede.

Ovviamente non possiamo sapere se questa sia la strategia dell’Esecutivo e in realtà non sappiamo neppure se ci sia una strategia tout court, fatto sta che la prospettiva di un ingresso (diretto o indiretto) della “Mano Pubblica” nel capitale delle aziende è sul tavolo e non solo in Italia.

3. Unione delle Repubbliche Socialiste Europee

In tutta Europa si discute più o meno animatamente su come tutelare le filiere produttive strategiche. Basta scorrere le pagine di qualche settimana fa e soffermarsi sulle parole usate sia da Macron che da Merkel nei loro rispettivi discorsi. Ebbene in entrambi emerge chiaramente la preoccupazione della classe politica (tutt’altro che socialista, va detto) per la tenuta dei rispettivi sistemi economici nazionali. Ancora una volta i settori chiave sono quello agroalimentare, la ricerca, quello farmaceutico, oltre ovviamente alle infrastrutture e all’energia. Più recentemente, Macron nel commentare la vicenda del vaccino promesso agli USA da Sanofi, ha esplicitamente dichiarato che “[il vaccino] non è un bene sul mercato”. Più chiaro di così.

L’europeismo è oramai merce rara. Assistiamo invece alla vendita all’ingrossso di un prodotto un po’ vintage, ma sempre di moda: il nazionalismo,quello vero. Al di là dei giochi di parole, più del rischio di veder sovietizzata l’economia, ci dovremmo preoccupare del rischio di essere schiacciati nella lotta per la supremazia sul continente europeo tra Francia e Germania, che appaiono più agguerrite che mai a perseguire il (proprio) primato nazionale.

In questi paesi è forse in atto una rivoluzione bolscevica? Ovviamente no. Stiamo solo assistendo al “ritorno” dello Stato sulla scena politico-economica. Complice il virus, sono riesplose le pulsioni nazionali e particolariste.

Lo abbiamo scritto tante vole, ma lo ripetiamo: La Brexit era l’avvisaglia di una tempesta in fase di avvicinamento, il cui arrivo è stato semplicemente accelerato dal Covid-19 e le cui cause profonde vanno ricercate nella gestione della crisi del 2008, esplosa in Europa nel 2011 con la crisi dei debiti sovrani e il salvataggio della Grecia. In quell’occasione, a causa dell’elevato grado di esposizione dei gruppi bancari, gli Stati europei e la BCE optarono per il famoso bazooka di Mario Draghi. Si salvò il sistema creditizio, ma si dissanguarono i contribuenti.

Da allora, il mercato finanziario ha continuato a vivere in un perenne stato di agitazione, calmierato solo da continue iniezioni di liquidità da parte delle Banche Centrali ed è qui probabilmente che va ricercata le cause della stagflazione dell’ultimo decennio, nuovamente acuita dai lockdown. Una di queste potrebbe essere l’oscena quantità di danaro presente nei circuiti finanziari e la sua penuria nell’economia reale, mentre le grandi imprese preferiscono tesaurizzare i propri utili, anziché reinvestirli.

Ecco allora spiegato il revival del nazionalismo, dello statalismo, del capitalismo di stato. Si tratta forse di un disperato tentativo per salvare la baracca. Nella consapevolezza di non potersi permettere ancora una volta la collettivizzazione delle perdite e la privatizzazione dei benefici. Le imprese stavolta saranno chiamate a pagare un prezzo e a cedere parte della loro libertà per contribuire a traghettare i singoli sistemi-paese nelle acque incognite del XXI secolo.

O forse no. Staremo a vedere dove ci porta la corrente, nella speranza che la nostra classe politica sappia cosa stia facendo.