Rivolta Americana

Quattro punti per ricostruire come hanno fatto gli Usa ad arrivare a questo punto.

Il 2020 si conferma un anno di svolta. Le proteste che infiammano gli USA e di cui abbiamo già diffusamente parlato in un recente articolo, hanno acquisito toni ancora più preoccupanti.

I feriti e i morti aumentano, così come gli atti di vandalismo e gli scontri nelle strade. Gli animi stanno raggiungendo picchi di insofferenza e frustrazione inediti, avvicinandosi pericolosamente ad un punto di rottura. Perché tutto questo sta accadendo ora? La vicenda di George Floyd ha qualcosa di speciale? In realtà no, George è solo l’ultimo di una lunghissima lista, ma come spesso accade però, la differenza non la fa l’evento in sé, bensì il contesto in cui lo stesso si verifica. Già prima dello scoppio delle proteste (anche se forse sarebbe oramai il caso di chiamarla rivolta), la situazione negli States non era delle migliori. Disoccupazione galoppante, crisi economica, centinaia di migliaia di morti per una pandemia senza precedenti. Tutti questi eventi, concatenati e messi in moto dal Covid-19, hanno esacerbato gli animi di una società che da diversi anni non sa più ciò che vuole e vive in una costante schizofrenia e polarizzazione politica. Per capire è però opportuno andare con ordine.

1. 2016. La vittoria di Trump

Tutti ricorderanno quei mesi. Tutti ricorderanno i titoli e le dichiarazioni del mainstream liberal in America (ma anche in Italia). La vittoria di Hillary Clinton era data per scontata. Non c’era partita. Trump? Un rozzo arrivista e imbonitore di popoli. Un ciarlatano buono a nulla. Uno scherzo della democrazia. Poi i mesi sono passati ed improvvisamente tutti i pronostici sono diventati carta straccia. I sondaggi si sono rivelati infondati e il c.d. giornalismo predittivo si è mostrato per quello che era (ed è): un insieme di pregiudizi e speranze individuali. Ma cosa andò storto? Fondamentalmente tutto. A fronte di una campagna elettorale tra le più assurde della storia americana, nel 2016, il fronte Democratico ha mostrato fin da subito le proprie crepe. Al suo interno si erano creati due poli: uno moderato, tendenzialmente conservatore, figlio delle politiche di Bill Clinton e di Obama; un altro più radicale (socialista?), più recente, figlio della innovativa strategia politica di Sanders e Ocasìo-Cortez e particolarmente diffuso tra i giovani. In quel frangente, dopo una durissima lotta per la nomination dem, Sanders fu costretto dal Partito Democratico a fare un passo indietro, sostenendo la candidatura della Clinton. Sembrava tutto perfetto. I “radicali” (Sanders e Ocasio-Cortez) erano stati marginalizzati, la candidata era una moderata, una politica con molta esperienza, ex first lady e soprattutto era donna. La stampa liberal iniziò a sbavare dalla gioia. Si poteva assistere all’elezione della prima donna Presidente degli Stati Uniti. E ciò iniziò ad essere spacciato come motivo da solo sufficiente a smuovere le masse, spingendole nelle amorevoli braccia di Lady Lybia (soprannome della Clinton). Sappiamo come è andata. Alla fine Trump stravinse, complice anche il sistema elettorale americano, modulato secondo uno schema quasi ottocentesco, ma alla fine è il risultato che conta. E che risultato.

2. Perché Trump vinse? Il forgotten man.

La vittoria di The Donald fu un bagno di realtà per tutti e segnò il prepotente ritorno sulla scena politica americana del forgotten man.

“These unhappy times call for the building of plans that rest upon the forgotten, the unorganized but the indispensable units of economic power, for plans like those of 1917 that build from the bottom up and not from the top down, that put their faith once more in the forgotten man at the bottom of the economic pyramid.” “Questi tempi infelici richiedono la costruzione di piani che poggiano su unità di potere economico dimenticate, non organizzate ma indispensabili, per piani come quelli del 1917 che costruiscono dal basso verso l’alto e non dall’alto verso il basso, che ripongono la loro fede ancora una volta nell’uomo dimenticato nella parte inferiore della piramide economica.”

Queste parole, inaspettatamente moderne, furono pronunciate da Roosvlet nell’aprile del 1932, durante il discorso che annunciava il New Deal. Era il tempo della Grande Depressione, del Primo Dopoguerra, dell’Uomo Forte in Europa e dell’avvisaglie della Secondo Conflitto Mondiale. Nel 2016 le condizioni erano differenti, ma la Storia non si ripete mai uguale a se stessa e d’altro canto l’uomo dimenticato del III Millennio è profondamente diverso da quello degli anni ‘30.

Non è un reduce che ha perso tutto a causa di un conflitto insensato su scala mondiale e non vive un periodo di depressione economica. L’identikit del moderno forgotten man è il seguente: Di solito è un uomo bianco di mezza età, lavoratore salariato o appartenente alla classe media precarizzata. Vive nell’entroterra americano o comunque lontano dalle grandi metropoli multiculturali. Ha vissuto (in prima persona o tramite i propri genitori) l’American Dream e ne ha nostalgia. Non gli interessano le questioni di genere o etniche, perché ancora lotta per rimettersi in sesto dopo la crisi economica del 2008. Si sente abbandonato dal sistema economico e ha perso la fiducia nel sistema partitico tradizionale. E’ stato questo elettore-tipo a consegnare a Trump le chiavi della Casa Bianca, preferendo affidarsi ad un outsider piuttosto che dare fiducia ad una donna dell’establishment. Ma cosa voleva ottenere l’uomo dimenticato dal miliardario di Manhattan? Tutto e niente.

3. Make America Great Again?

Lo stesso slogan di Donald: Make America Great Again era sintomatico di questa carenza di punti fermi. Si voleva tornare grandi, ma come? Dalla caduta del muro di Berlino, gli Usa sono saldamente ed ininterrottamente la prima potenza mondiale. La loro flotta controlla tutti i ceckpoint del commercio globalizzato. Lo stesso concetto di globalizzazione è solo un sinonimo per descrivere la supremazia americana. Il dollaro è la prima valuta al mondo e in ultima istanza il sistema economico-finanziario statunitense condiziona quello di qualsiasi altro paese (vedere alla voce crisi dei mutui subprime del 2008). Gli Usa in altre parole sono da decenni il vincolo esterno di qualsiasi altro Stato esistente. Come si fa ad essere più grandi di così? Non si può. E forse è questo il problema. La proiezione di potenza americana è stagnante. Le truppe americane sono stanziate in tutto il mondo, ma si limitano a svolgere funzioni di polizia. Non c’è un grande scontro o una grande impresa che tenga unito il paese. Non c’è una missione abbastanza grande da compiere o un obiettivo sufficientemente arduo da raggiungere. Si è soli al comando con il pilota automatico attivato. Dopo il 2001 e l’inizio della Guerra al Terrore, gli Usa hanno semplicemente cercato spasmodicamente il Nemico Pubblico n. 1, trovandolo prima in Saddam e Bin Laden, poi nell’ISIS e in generale nell’estremismo islamico. Eppure dopo quasi due decenni, appare evidente quanto, dopo la caduta delle Torri Gemelle, gli Usa non siano riusciti più a trovare una quadratura alle proprie ambizioni di grandezza e con il crollo del sistema finanziario nel 2008 la situazione ha inesorabilmente iniziato a degenerare. Ciò ha causato tanta sofferenza, segnando la destabilizzazione di intere regioni, con conseguenze che ancora non abbiamo visto fino in fondo.

Questa condizione esistenziale, combinata con le contraddizioni di un sistema economico tra i più iniqui al mondo, ha dato la stura ad un senso di insofferenza crescente. A nulla sono serviti i tentativi di Obama di ridare forza al Sogno Americano, puntando sull’apparente superamento della questione razziale. A nulla è servito ampliare le maglie di un welfare state spesso inesistente o comunque fortemente deficitario. Alla fine l’anima profonda dell’America è riemersa con forza, come un fiume carsico, dettando i tempi e le condizioni di quelle fatidiche elezioni nel 2016. C’e chi credette davvero che con l’avvento del primo afroamericano nello Studio Ovale tutto sarebbe cambiato e in effetti le speranze all’epoca erano tante, ma così non fu. Il sistema di potere americano continuò a funzionare come al solito. Le grandi banche dopo il crack del 2008 furono ricapitalizzate e le loro perdite furono ripartite tra i contribuenti. All’estero si continuò a intervenire militarmente, strumentalizzando finanche il complesso fenomeno delle Primavere Arabe, senza prevederne il deragliamento. All’interno si continuarono a nutrire gli spiriti del capitalismo selvaggio e globalizzato. L’industria manifattura tradizionale continuò ad essere delocalizzata (soprattutto in Messico), mentre la terziarizzazione dell’economia proseguì a ritmo sostenuto e la bilancia commerciale vedeva aumentare il suo deficit. Insomma buisness as usual. In questo contesto, la classe media e la working class bianche si ritrovarono sempre più unite nel medesimo disagio sociale. Lasciate indietro in quanto retaggio del passato, nel 2016, hanno tentato il colpo di mano, riuscendoci. E dividendo per sempre il Popolo americano.

4. L’Oggi e il Domani.

E rieccoci nuovamente nel 2020. Dopo quattro anni, ci troviamo di nuovo in una campagna elettorale, ancora una volta c’è Trump in corsa, ma manca Hillary Clinton. Ancora una volta Sanders ha cercato di vincere la nomination e ancora una volta è stato costretto a farsi da parte a favore di un moderato, Biden, l’ex vice di Obama. Trump era in netto vantaggio fino a pochi mesi fa, quando gli è esplosa tra le mani una crisi sanitaria e socio-economica senza eguali. Centinaia di migliaia di morti in un Paese che ha smantellato l’Obamacare, dove sono stati creati tantissimi posti di lavoro, ma mantenendo salari insensatamente bassi.

E così sono bastate poche settimane di rallentamento per superare il 10% di disoccupazione con le richieste di sussidi che hanno toccato numeri astronomici: 33 milioni.

Una tempesta perfetta e infatti la morte di George Floyd è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso fin troppo colmo. Alla questione razziale, mai risolta, si è subito aggiunta anche quella economica e sociale. Le due istanze si sono intrecciate e sono sfociate in proteste dure, spesso violente. Ovviamente, subito si sono diffuse le più disparate tesi sul perché e sul percome. E’ stato tirato in ballo Soros, gli estremisti di destra e di sinistra, ma la verità è che questi scontri raccontano tutto il disagio dell’uomo dimenticato, che si è riscoperto, dopo 4 anni di presidenza Trump, non più solamente bianco e di mezza età, ma anche giovane e appartenente a qualche minoranza etnica.

Tutto è iniziato come un moto spontaneo antirazzista, ma più il tempo passa e l’economia si avvita, più le proteste si trasformano in una vera e propria rivolta. Soprattutto perché sembra che nessuno voglia una de-escalation, anzi. Dopo l’incendio della stazione di polizia di Minneapolis, le autorità hanno iniziato a relazionarsi alla questione con una forma mentis militare da seek and destroy, con coprifuoco, pattugliamenti, arresti indiscriminati, Il problema di questo approccio è che rischia davvero di far definitivamente esplodere una situazione già precaria.

Vogliamo essere cauti, ma se non si interviene con mano ferma e cuore calmo per arrestare l’escalation di scontri, l’unico sbocco possibile a tutta questa vicenda sarebbe un conflitto vero e proprio, che potrebbe assumere i toni di una guerra civile.

L’unica speranza è cercare di comprendere cosa vogliono i manifestanti. Le loro istanze saranno sicuramente eterogenee, ma è indispensabile conoscerle tutte per cercare di normalizzare la situazione. Cercare di trovare un nemico interno su cui scagliarsi non porterà a nulla di buono.