Nessuno si salva da solo. A che punto è lo scontro in Europa?

Il 2020 sta inanellando di mese in mese eventi di portata immane. Quest’annus terribilis ci ha catapultato purtroppo nello “stato d’eccezione” con tutti i rischi che ciò comporta.

Da tempo su questo blog scriviamo delle terribili conseguenze economiche del post pandemia. Tutti i governi del mondo ne sono consapevoli e finanche il Papa ha lanciato un appello: “In questi giorni, in alcune parti del mondo, si sono evidenziate alcune conseguenze della pandemia. Una di queste è la fame. Si comincia a vedere gente che ha fame perché non può lavorare, perché non aveva un lavoro fisso e per tante circostanze. Si comincia già a vedere il dopo, quello che avverrà più tardi, ma incomincia adesso. Preghiamo per le famiglie che cominciano a sentire il bisogno a causa della pandemia, cominciamo già a vedere il dopo”.

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa, è quello della carestia.

Che fare per evitare la catastrofe?

Beh, la risposta sarebbe quella di avere un piano, di prendere atto che il libero mercato nelle condizioni attuali non può garantire il sostentamento di tutti e che pertanto è necessario una pianificazione della produzioni, una riconversione degli stabilimenti secondo i paradigmi dell’economia di guerra.

Lo Stato dovrebbe intervenire nell’economia, anche attraverso nazionalizzazioni, tenere bassi i prezzi, farsi carico del debito privato, proteggere gli asset strategici da qualsiasi speculazione.

Questa è la ricetta proposta da molti sia a destra che a sinistra. Lo stesso Draghi ha definitivamente infranto lo stigma dell’aumento del deficit; in Germania il dogma del pareggio di bilancio è stato messo da parte; nella ultracapitalistica america Trump ha attivato il Defensive Production Act e c’è chi addirittura propone di chiudere le Borse e di accreditare soldi direttamente sui conti correnti dei cittadini (Helicopter Money). Sembra tutto perfetto, tutti sembrano rendersi conto che la priorità è garantire la liquidità nelle tasche delle famiglie, oltre che la pronta assistenza sanitaria. Panem et circenses.

Eppure in Europa la solidarietà in campo economico-finanziario scarseggia. O meglio, il patto di stabilità è stato sospeso, nessuno si acciglia più se si fa debito, ma non tutti sono pronti a compiere l’ultimo e decisivo passo per il contrasto della crisi: la mutualizzazione del debito sovrano.

Le singole comunità nazionali stanno implementando misure a sostegno dei propri cittadini, ma non c’è una cabina di regia unitaria. Ed è per questo che molti ritengono l’implosione dell’UE una possibilità più che concreta.

Quando la tempesta virale sarà passata, infatti, il divario tra i paesi membri sarà ancora maggiore e ciò renderà sempre più difficile la sopravvivenza dell’Unione. La Germania ha varato un piano da mille miliardi per tutelare la propria economia e coesione sociale, accoglie i malati francesi e italiani nei propri ospedali, ma non vuole sentir parlare di coronabond o di altre misure del genere.

Perché i paesi della c.d. Nuova Lega Anseatica e la Germania sembrano non voler sentir ragioni?

Anzitutto è bene chiarire che un procedimento di questo tipo potrebbe condurre ad un bilancio unico. Ciò renderebbe l’Europa un blocco virtualmente inscindibile, rendendo probabilmente o forse addirittura inevitabile la nascita di una vera e propria federazione. Progressivamente si formerebbero nuove classi dirigenti, nuove istituzioni, un nuovo ordinamento. Sarebbe la realizzazione del sogno di tanti europeisti radicali, ma segnerebbe la fine delle singole élite nazionali, fisiologicamante votate alla propria autoconservazione.

L’altra ragione è più prettamente economica e culturale. La mutualizzazione del debito da coronabond e la possibile creazione di un bilancio unico finirebbero per imporre la ripartizione a livello comunitario degli oneri che adesso gravano sui singoli bilanci statali. Per i paesi dell’Europa Continentale e del Nord Europa, a maggioranza calvinista- protestante, ciò sarebbe semplicemente inconcepibile, perché significherebbe addossarsi la povertà altrui.

Se la prospettiva cattolica dei paesi mediterranei considera la povertà quasi una virtù, quella protestante- calvinista dei paesi baltici e mittleuropei la considera come sinonimo di peccato e di predestinazione alla dannazione eterna. Non è roba da poco. A ciò si deve aggiungere il vero e proprio dogmatismo che ammanta la dottrina economica del “pareggio di bilancio”, che a sua volta affonda le proprie radici nell’esperienza traumatica della Repubblica di Weimar, della sua iperinflazione e di tutti i rivolgimenti che condussero all’ascesa del nazismo.

In altre parole non si tratta carenza di spirito di solidarietà, ma di un vero e proprio pregiudizio socio-culturale.

Il coronavirus ha semplicemente fatto emergere ciò che da tempo bruciava sotto la cenere, rendendo assolutamente improrogabile un profondo e radicale cambiamento delle istituzioni europee.

Allo stesso tempo il rischio concreto è che paesi come Italia e Spagna, indebitati e bisognosi di aiuto per rilanciare le proprie economie, dopo tutti gli strepiti e i pugni sul tavolo alla fine non riescano ad ottenere alcunché.

Ursula Von der Layen lo ha detto chiaramente: “La parola coronabond è solo un slogan, dietro ad essa c’è la questione più grande delle garanzie. E in questo le riserve della Germania e di altri paesi sono giustificate. Alla Commissione è stato affidato dal Consiglio il compito di elaborare il piano di ricostruzione, e questi sono i binari su cui stiamo lavorando”.

Nonostante i tentativi di ricucire lo strappo, lo scontro tra Italia e Germania è ancora lontano da una sua soluzione.

In Italia si varano Decreti Legge e Dpcm a iosa, ingolfando ulteriormente una macchina legislativa già ipertrofica. Si adotta un atteggiamento opaco e attendista sul versante economico, che tradisce la carenza di liquidità del nostro bilancio e l’assenza di un piano ben preciso. Soprattutto, l’insistenza con cui Palazzo Chigi cerca di aprire un negoziato serio sui coronabond lascia pensare che in fin dei conti l’obiettivo ultimo sia scaricare all’esterno la responsabilità di scelte che la nostra classe dirigente non può o non vuole prendere da sola. In altre parole manca il coraggio di andare fino in fondo.

Solo il tempo ci dirà chi l’avrà vinta, ma forse sarebbe il caso di preparasi al peggio.

E’ vero, nessuno si salva da solo, ma è altresì inconfutabile che in Europa qualcuno crede di essere predestinato alla salvezza.