L'Impopolare

Blog di attualità per uscire dalla comfort zone mediatica

Uno slogan semplice e d’impatto, che ha fatto breccia nell’immaginario degli elettori britannici e che ha permesso a Boris Johnson di incassare una delle più grandi vittorie nella storia dei Tories. Corbyn è sprofondato, le sue posizioni sono risultate troppo radicali per il fine palato dei moderati britannici, che si sono rifugiati nell’astensionismo, nei mille rivoli delle “alternative” ai due schieramenti tradizionali o più semplicemente hanno votato BoJo e quindi per la Brexit. Ormai è chiaro: l’Inghilterra vuole prendere il largo alla ricerca del suo Impero, da tempo sommerso dalle acque della Storia, ma di cui è rimasta vivida l’immagine e la nostalgia nel cuore dei suoi sudditi. Tuttavia è bene precisare una cosa con chiarezza: si tratta del desiderio dell’Inghilterra (England), non di tutto lo U.K.

Basta vedere la mappa dei seggi per capirlo: la Scozia ha votato contro Boris; l’Ulster è spaccata tra unionisti e indipendentisti; il Galles è nelle mani dei Laburisti, che controllano anche Londra e Liverpool. Si potrebbe dire che è un gran casino (such a mess!), ma probabilmente sarebbe più corretto dire che gli exit pool fotografano un sentimento molto chiaro: il desiderio di rivalsa e di protezione dell’entroterra inglese (e non della Gran Bretagna tout court) contro il cosmopolitismo delle grandi metropoli. E’ il ritorno sulla scena politica del forgotten man: lo stesso che pochi anni fa ha fatto vincere Trump in America, oggi fa vincere Johnson nel Regno Unito. La storia si ripete di nuovo, ma con modalità e per motivi differenti. Il voto inglese è ovviamente diverso da quello americano, ma alla base c’è la stessa voglia di riaffermare la propria identità nella speranza di ritrovare una nazione a misura d’uomo. In spregio ad un mondo globalizzato dove la libera circolazione di beni e capitali ha trasformato la possibilità di emigrare in una necessità e il diritto di lavorare in un privilegio. Se questo è il presupposto di partenza, allora si spiega perché il voto ai Conservatori sia stato così trasversale e abbia coinvolto zone storicamente operaie e popolari, un tempo roccaforte del Labour. Allo stesso modo si spiega perché la Scozia abbia votato in massa per lo Scottish National Party: vogliono un altro referendum sull’indipendenza, come nel 2016 e questo potrebbe avere molte conseguenze. Non bisogna dimenticare che l’idea della Brexit sia nata quell’anno, in risposta proprio a quella consultazione popolare che aveva visto i separatisti scozzesi perdere, ma di poco, a sufficienza per far scattare qualche campanello d’allarme. Nel 2016 l’Inghilterra si rese conto che dopo secoli la sua egemonia sull’isola di Britannia era messa in discussione e la responsabilità non poteva che ricadere sull’Europa. Basterebbe chiedere agli spagnoli, ma appare chiaro a tutti che l’UE incentiva i regionalismi (i fondi comunitari sono messi a diretta disposizione degli enti locali, scavalcando gli Stati) ed è questa consapevolezza che molto probabilmente ha contribuito a rafforzare l’idea che fosse giunto il momento di levare le tende e salpare verso l’ignoto. La Brexit è la più grande scommessa della storia recente del Regno Unito. Essa riguarda la stessa sopravvivenza dello U.K. come entità politica ed economica unitaria: tagliare il cordone con l’Europa servirà (forse) a mantenere sotto controllo le spinte nazionaliste interne, conservare la corona sulla testa della Regina, contenere e respingere l’ondata barbarica oltre il Vallo di Adriano. In altre parole, serve a mantenere lo status quo. Si punta a “rifondare” il Regno per incanalare le forze centrifughe interne verso l’esterno come è stato fatto per centinaia di anni in perfetto stile british: non è un caso che l’imperialismo sia nato proprio oltre La Manica. La creazione del più grande hub finanziario del mondo a Londra, nonché di veri e propri paradisi fiscali; il rafforzamento dell’Anglosfera (Canada, USA, UK) e dei rapporti bilaterali con Giappone e Cina; la (ri)creazione di rapporti privilegiati con le ex colonie sono tutte tappe della strategia geopolitica britannica nel post-Brexit. Questo non riporterà indietro i posti di lavoro (manifatturieri) con buona pace di moltissimi leavers, ma permetterà alla Gran Bretagna di sopravvivere e di rafforzarsi a livello internazionale, ritrovando quel ruolo da protagonista che l’Europa non le permetteva di ricoprire appieno. Questo è il piano, ora bisogna vedere se funzionerà. God Save the Queen (sempre che qualcosa non vada storto).