L'Impopolare

covid19

I risultati della gestione epidemiologica svedese.

Il modello svedese, quante volte nelle scorse settimane abbiamo sentito questa espressione? Sbandierato, anche in Italia, come il più corretto e ragionevole approccio alla pandemia, si tratta di una delle tante “strategie” contro Sars- Cov 2, la cui peculiarità è sempre stata l’assoluta assenza di qualsiasi forma di lockdown. Oggi dopo svariati mesi possiamo, almeno in parte, analizzarne l’efficacia.

Partiamo da una premessa di fondo: il Covid-19 ha messo a nudo tutte le nostre debolezze e buona parte delle nostre ipocrisie. Nessuno sa veramente dove stiamo andando e quanto durerà questa emergenza. Nessuno sarebbe stato in grado di prevedere questa catastrofe, né di evitarla in toto. Non c’è una strategia migliore in assoluto, ma alcune si sono dimostrate migliori di altre.

Il modello italiano nonostante tutta la retorica non è stato uno dei migliori. C’è stata un’ecatombe: 35.000 morti.

I più fragili hanno pagato il prezzo di decenni di tagli alla sanità, portati avanti con scientifica determinazione da una classe dirigente miope, non solo completamente disinteressata al futuro del Paese (i giovani), ma alla prova dei fatti piuttosto negligente anche nei confronti del suo passato (gli anziani). Nonostante l’elevato numero di decessi, nonostante una popolazione di quasi 60.000.000 di persone con un’età media in costante ascesa e con zone ad elevatissima densità abitativa, l’epidemia italiana, per quanto dolorosa, è rimasta gestibile.

Cosa ci ha permesso di resistere sul versante sanitario? Il lockdown e il distanziamento sociale.

E’ stato duro? Si. I principi dello stato di diritto sono stati sgualciti e quasi strappati? Si. C’è stata strumentalizzazione politica di questo disastro? Si. Si poteva fare di meglio? Ovviamente. Siamo usciti migliori da questa vicenda grazie alle danze sui balconi e gli #andàtuttobene? Assolutamente no. Ma sarebbe potuta andare terribilmente peggio.

Tutto ciò, come già detto, non si è verificato in Svezia, dove il governo ha preferito lasciare esercizi commerciali, scuole e ristoranti aperti, esortando a seguire le regole igieniche e di distanziamento sociale; solo le case di cura sono state chiuse ai visitatori alla fine di marzo, ma circa la metà dei decessi sono stati comunque registrati in questi istituti. Alla luce di queste misure e dei loro risultati, possiamo affermare che una pratica arcaica e antiquata come la quarantena, quando ci si confronta con virus sconosciuto, ha una ragion d’essere. I dati del paese nordico lo confermano: su una popolazione di circa 10.000.000 più di 5.000 persone sono defunte, contro le 580 in Danimarca, le 320 in Finlandia e le 237 in Norvegia. Un tasso di mortalità procapite del 43,2 per 100 mila abitanti, più basso di quello spagnolo (58,1) e italiano (55,4), ma tra i più alti al mondo: più di Stati Uniti (32,1) e Brasile (14,3) e di gran lunga più elevato rispetto agli altri Paesi nordici. Non appiattendo la curva dei contagi, le strutture sanitarie si sono rapidamente riempite, l’accesso alle unità di terapia intensiva è diventato proibitivo, gli asintomatici hanno continuato ad infettare altre persone, mentre gli anziani morivano come mosche nelle case di riposo.

Si tratta di un fallimento umano e politico.

E’ un fallimento, perché nonostante tutte queste morti, non è detto gli svedesi siano riusciti a venire a capo della situazione. E’ dall’inizio della pandemia che in Svezia, così come nel resto del mondo, le statistiche sono sempre state altalenanti. Ai picchi seguivano plateau, cui seguivano altri picchi. La stessa immunità di gregge sembra piuttosto difficile da raggiungere, visto che con una malattia così contagiosa sarebbe necessario infettare almeno il 70/80% della popolazione. E in base ai dati ufficiali questo obiettivo sembra ancora ben lontano. Certo si obietterà dicendo che in tutti i paesi colpiti dalla pandemia i casi sono sottostimati, eppure nonostante ciò resterebbe comunque l’incontrovertibile fatto che il Governo svedese non ha una chiara fotografia della propria condizione epidemiologica interna e quindi non sa quanto distante sia l’obiettivo dell’immunità di massa. La prova plastica di ciò sono le dichiarazioni dell’epidemiologo Andres Tagnell, il principale artefice dell’esperimento svedese. Quest’ultimo il 26 aprile ha dichiarato che l’aumento dei contagi era in diminuzione. Dopo un mese possiamo dire che si sbagliava.

Forse se ne è reso conto anche lui, visto che il 3 giugno 2020 ha dichiarato di continuare “ a credere che la nostra strategia fosse buona, ma c’è sempre spazio per i miglioramenti. Puoi sempre fare meglio questo lavoro”, salvo poi affermare che “era una semplice ammissione che si può sempre fare meglio. Sono sicuro che i miei colleghi nel mondo direbbero la stessa cosa. A volte sento un pugno allo stomaco, ma è ok, posso conviverci”. Insomma anche sul Mar Baltico tira un’aria di profonda confusione.

La cosa che però fa rabbrividire, però, è il trattamento riservato ai residenti delle case di cura. In queste strutture, non solo i pazienti sono stati lasciati senza supporti vitali come bombole di ossigeno e similari, ma spesso i medici consigliavano telefonicamente la somministrazione di palliativi. Ora, i cocktail palliativi hanno la funzione di rendere il trapasso dei pazienti in fin di vita il più indolore possibile. Tuttavia, a causa della presenza di oppiacei al loro interno, tali medicinali spesso rischiano di ingenerare crisi respiratorie, che senza un tempestivo intervento possono portare alla morte del paziente. Non è un caso che questo tipo di trattamenti siano realizzati di norma in strutture ospedaliere e non in cliniche o case di riposo. Si potrà obiettare dicendo che trattandosi di “farmaci da fin di vita” importa ben poco che il paziente muoia a causa di un loro effetto collaterale. Ebbene, la questione non merita di essere liquidata così. Anzitutto, non si sta parlando di numeri o di oggetti, bensì della vita di migliaia di persone. In secundis, proprio perché i rischi di questi trattamenti sono ben noti, la scelta di procedere comunque alla loro somministrazione avvicina molto tale prassi ad una forma di eutanasia. Il punto è che in tutto l’Occidente qualsiasi trattamento sanitario si basa sul consenso informato, cioè su una libera scelta del paziente alla luce delle possibilità prospettate dal medico curante. Bisognerebbe chiedersi se in una condizione emergenziale e in un contesto non sanitario sia stato garantito tale diritto ai degenti oppure no. Va da sé che tale discorso è estendibile a qualsiasi paese, data la forte incidenza di mortalità da Covid-19 nelle case di riposo, ma il punto è che tali episodi, contestualizzati all’interno di questo fantomatico modello svedese, hanno assunto un significato del tutto singolare.

Infatti, dando per scontato che tutto sia frutto di una precisa scelta politica, tale modello sembra essere stato ideato con l’unico scopo di salvaguardare il PIL e i conti pubblici del Paese, de facto strumentalizzando gli individui al perseguimento di tale “interesse superiore”. Si è preferito sacrificare i più deboli per garantire la sopravvivenza del sistema economico. Ebbene, un paese democratico dovrebbe interrogarsi sull’ammissibilità di tale approccio e la Svezia dovrà alla fine stabilire se ne sarà valsa la pena.

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