Come ho insegnato alla mia AI a lavorare con me (senza dirglielo)
Questo post nasce da un problema pratico: uso un assistente AI per scrivere i post di questo blog, e senza una struttura il risultato era deludente. La soluzione che ho trovato non è un prompt magico — è un contratto di lavoro. Si chiama prompt di progetto, è pubblico su Codeberg, e in questo post racconto perché è fatto com'è fatto.
Il problema: un blog è un viaggio, non una serie di post
Uso l'AI a supporto del mio lavoro di scrittura, non come sostituto. Io faccio gli esperimenti, l'AI mi aiuta a trasformare i miei appunti grezzi in contenuti pubblicabili. In teoria è una divisione dei compiti pulita. Nella pratica, nelle mie sessioni precedenti, senza una struttura il risultato oscillava parecchio: output dispersivi, dove l'AI prendeva licenze creative, riempiva i buchi con congetture presentate come fatti, e la qualità cambiava da sessione a sessione.
Il punto è che Larry's Garage non è un flusso di contenuti qualsiasi. Raccontiamo un viaggio: un percorso di esperimenti con tecnologie open source e privacy-oriented. C'è una missione — condividere un approccio critico e consapevole alle nuove tecnologie — e un pubblico a cui vogliamo portare qualcosa: una sensibilità diversa. Per guadagnarci quell'attenzione servono autorevolezza e stile. Non possiamo permetterci contenuti inventati, imprecisioni, o discorsi che perdono il filo.
C'è poi un requisito meno ovvio: la consistenza fra post, non solo dentro il singolo post. Ogni sessione con l'AI riparte da zero, e senza qualcosa che ancori lo stile, il corpo del blog tende a divergere col tempo.
Perché non basta chiederlo
La risposta intuitiva è scrivere nel prompt “non avere allucinazioni” o “non compiacermi”. L'ho considerata, e l'ho scartata, per una ragione semplice: sono istruzioni vuote.
Un modello linguistico che sta producendo un'allucinazione, per definizione, non sa di starla producendo. Chiedergli di non farlo è come chiedere a qualcuno di non sbagliarsi per disattenzione: se sapesse di stare sbagliando, non sbaglierebbe. Lo stesso vale per “non compiacermi”: un'istruzione che chiede di essere trattati criticamente, formulata come divieto generico, lascia il comportamento sostanzialmente invariato.
Ecco allora lo spostamento di focus: se non posso agire direttamente sul contenuto dell'output, posso agire molto sulla sua forma — sul processo che lo produce. Non dire all'AI cosa scrivere, ma dettagliare come lavorare.
Processare il comportamento, non il contenuto
L'idea alla base del prompt di progetto è questa: ricondurre il comportamento dell'AI a una forma tale per cui il contesto in cui nascono le allucinazioni sia limitato, e il modo di lavorare sia omogeneo da post a post.
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In pratica, il prompt non descrive il contenuto dei post: descrive un flusso di lavoro a tre fasi, ciascuna con un gate umano. Questo è il cuore del prompt:
FASE 1 — DISCOVERY
Scopo: raccogliere informazioni, definire messaggio e struttura, popolare il contesto della sessione. [...] Criterio di uscita (Gate): quando tutti i punti narrativi sono coperti da informazioni reali (niente invenzioni necessarie), mi notifichi. Decisione: spetta a me decidere se continuare la discovery o passare all'execution.
FASE 2 — EXECUTION (Bozze)
[...] produci la bozza in italiano. Io leggo, revisiono, chiedo modifiche. Iteriamo. Criterio di uscita (Gate): quando io dichiaro esplicitamente “bozza definitiva” o “validata”, passiamo alla Fase 3.
FASE 3 — DELIVERY (Pacchetto Definitivo)
[...] produci un unico canvas [...] contenente: post in italiano, post in inglese, immagine hero, post di lancio Mastodon, post di lancio Bluesky.
Il principio dei gate è la parte che mi convince di più: il segnale viene dall'AI, il giudizio è dell'umano. L'assistente notifica quando pensa di essere pronto, ma la decisione di proseguire è sempre mia. Sono due competenze diverse: l'AI sa quando ha tutte le informazioni; solo io so quando la mia soddisfazione è raggiunta. Mescolarle significherebbe o fidarsi troppo (l'AI che si auto-certifica) o non usare l'AI per niente.
E c'è una simmetria deliberata nel design: l'AI non produce mai contenuti di una fase successiva senza la mia conferma esplicita, e io non posso modificare di nascosto i contenuti dopo la validazione. Se chiedo modifiche dopo aver dichiarato la bozza definitiva, la Fase 2 si riapre formalmente e serve una nuova validazione. Non sono regole burocratiche: sono tentativi di impedire gli slot temporali in cui l'errore passa inosservato.
Le regole che fanno il lavoro sporco
Le fasi sarebbero un involucro vuoto senza le regole di sostanza. Tre esempi, dal prompt:
Zero invenzioni. Comandi, versioni, nomi di software, prezzi, messaggi di errore, URL: solo quelli presenti nel mio input o nei documenti di riferimento. Se manca un dettaglio, l'assistente si ferma e me lo chiede. È la regola che più direttamente combatte le allucinazioni: non dice “non inventare”, dice “questi sono gli unici materiali leciti”. Un'inclusione, non un'esclusione.
Documenti di riferimento vincolanti. Firma bilingue, stile delle immagini, vincoli social: tutto ciò che non vive nel prompt vive in documenti caricati in sessione, e c'è una regola esplicita: se un documento necessario manca, l'assistente deve fermarsi e chiedere, non approssimare a memoria.
Distinzione fra osservato e dedotto. Ogni affermazione nel post deve dichiarare se è qualcosa che ho osservato o qualcosa che sto inferendo. È la stessa onestà che chiedo agli strumenti, applicata al mio stesso racconto.
(Per chi nota questi dettagli: la prima frase di questo post, “Questo post nasce da un problema pratico”, è essa stessa un esempio della regola — quello che segue è esperienza diretta, dichiarata come tale.)
La validazione esterna: far revisionare il prompt da un altro modello
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Dopo la stesura, ho fatto una cosa che all'inizio sembrava un vezzo: ho sottoposto il prompt a un modello diverso da quello che lo usa tutti i giorni — GLM 5.3, tramite privatemode.ai, piattaforma scelta perché offre privacy verificabile, cosa che per il mood di questo blog non è un dettaglio.
Il risultato: sette suggerimenti, e ognuno segnalava un buco reale. Alcuni esempi:
- cosa fare quando un documento di riferimento non è in sessione → regola “fermati e chiedi”;
- ambiguità sulle modifiche dopo la validazione → la clausola di riapertura della Fase 2;
- comportamento di default all'avvio di una sessione → “ogni sessione parte in Fase 1”.
Li ho incorporati tutti. La lezione non è stata tanto sui singoli punti, quanto sul metodo: chi aveva scritto il prompt (io e il mio assistente) era troppo familiare col testo per vedere i buchi. Usare più modelli non è un vezzo, è peer review.
La prima corsa
Detto tutto questo, va detto anche il resto: questo post è la prima esperienza d'uso del prompt, e nasce dal suo stesso processo. Ha fatto discovery, è passato per le sue fasi, e sta per essere impacchettato secondo la sua delivery. Il banco di prova è reale, e i primi aggiustamenti sono già emersi durante la scrittura — dovranno entrare nella prossima versione.
Il piano è esplicito: dopo la pubblicazione, raccoglierò i feedback di questo giro d'uso, e il prompt verrà modificato e rilanciato come nuova release sul repository. Il sistema si revisiona con lo stesso metodo con cui lavora.
Il prompt
Il prompt di progetto completo — versione corrente, in italiano, con tutte le regole citate qui sopra e le altre che non ho avuto modo di raccontare — è pubblico qui: larrys-garage-md.
È su Codeberg, non sui soliti sospetti: è una scelta, come tutto il resto in questo blog. Codeberg è un servizio eticamente in linea con l'impostazione del progetto — nonprofit, open source, orientato alla comunità — e questo conta più della comodità di un brand noto.
E c'è un dettaglio che non è un dettaglio: il prompt è rilasciato sotto Creative Commons BY 4.0. È un invito esplicito. Se leggi questo blog e usi un assistente AI come redattore, prendi il prompt, adattalo al tuo lavoro, modificalo. La licenza ti chiede solo di attribuire. Se lo fai, mi interessa sapere cosa ne viene fuori.
“La tecnologia libera non è solo codice, è la libertà di capire cosa c'è sotto il cofano.”
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