L' Alchimista

Dove la conoscenza si trasforma in energia

Il successo è un cammino

Il successo è un cammino. Lo sappiamo, sembra una frase buona per i poster motivazionali da appendere in palestra accanto all’immagine di una tigre che ti fissa. Ma non è solo una frase fatta: è un principio che, se preso sul serio, può davvero cambiare il modo in cui affrontiamo la vita. Perché il successo non è una meta con tanto di cartello “Benvenuto, sei arrivato!”. Non è un punto d’arrivo, ma una strada che va percorsa ogni giorno. E questa strada non ha corsie preferenziali, semafori verdi permanenti o navigatori che ti dicono “tra 200 metri svolta a destra per la realizzazione personale”. No, è più simile a una vecchia strada di campagna: a tratti dritta, a tratti piena di buche, curve improvvise e qualche cane che ti abbaia dietro. La verità è semplice: se ti fermi, non arrivi. Se torni indietro, peggio ancora. È un po’ come mettersi a dieta e poi decidere che il tiramisù non conta perché “è domenica”. Spoiler: conta eccome. Il successo ha bisogno di costanza. Non di slanci eroici una volta ogni tanto, ma di piccoli passi ogni giorno. È un processo lento, spesso noioso, a volte ingrato. Però funziona. Perché mentre tu cammini, cresci. E mentre cresci, ti avvicini sempre di più a quel che desideri. Attenzione: non si parla solo di successo economico o lavorativo. Quello è un capitolo, non l’intero libro. Il successo è anche sentirsi meglio con sé stessi, coltivare relazioni sane, svegliarsi la mattina con la voglia di fare e non con la voglia di lanciare la sveglia dalla finestra. Il punto è che non puoi delegare questo viaggio. Nessuno lo farà al posto tuo. Non ci sono sostituti, non ci sono “volontari” che si prendono il pacchetto completo di fatiche e rinunce. È la tua strada, con i tuoi passi, i tuoi inciampi e i tuoi traguardi. E già che ci siamo, una cosa importante: il successo non ama i pigri. Non ti aspetta. Non ti dice: “Tranquillo, fai pure un sonnellino e quando ti svegli ci sarò ancora qua a due metri da te”. No, quello si muove, corre avanti. Se tu resti fermo, lui se ne va. E qui entra in gioco la parte più scomoda: la disciplina. Non è sexy parlarne, lo so. Non è affascinante come le storie dei geni che hanno fatto fortuna da un garage. Però senza disciplina, niente cammino. È lei che ti fa mettere un piede davanti all’altro anche quando non hai voglia. È lei che ti ricorda che, no, non basta il desiderio, ci vuole l’impegno. Vuoi il lato positivo? Ogni passo conta. Anche quelli piccoli, anche quelli incerti. Ogni mattina in cui ti alzi e ci provi, stai avanzando. Ogni errore che correggi è un passo avanti. Ogni volta che resisti alla tentazione di mollare, sei più vicino di quanto eri ieri. Il bello del cammino è che non sei mai davvero “arrivato”. Perché ogni volta che raggiungi una tappa, scopri che ce n’è un’altra un po’ più avanti. È come scaricare un aggiornamento sullo smartphone: pensi di aver finito e subito arriva la notifica del nuovo update. Ma non è una condanna ma è la parte più vitale della vita. Se ci pensi, la noia più grande sarebbe avere tutto subito e restare fermi. La strada, invece, ti tiene vivo. E allora cammina con le tue scarpe, col tuo passo, col tuo ritmo. Non correre dietro agli altri: non sai che scarpe portano e magari hanno pure le vesciche. Cammina per te stesso. Il successo è un cammino. Se ti fermi, resti indietro. Se torni indietro, lo perdi di vista. Se invece continui, anche lentamente, anche inciampando, lui ti aspetta poco più avanti, con quel suo sorriso ironico che sembra dirti: “Ah, finalmente!”.

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Tanti libri pochi lettori

In Italia si pubblicano oltre 80.000 novità l’anno. In una libreria media significa anche 200 nuovi titoli al giorno che chiedono attenzione, spazio, recensioni, lettori. Eppure i lettori forti diminuiscono, e quelli occasionali leggono uno o due libri l’anno. La domanda allora non è solo “perché si legge poco?”, ma: perché si pubblica così tanto e si legge così poco? Ogni giorno combattiamo contro notifiche, serie TV, podcast, social, lavoro. Il libro non è più l’unico strumento di intrattenimento o conoscenza. È uno tra tanti. Il tempo di lettura è diventato un tempo “residuo”. Se resta energia, si legge. Se no, si scrolla. Non è solo un problema culturale: è un problema di attenzione. Molti italiani associano la lettura all’obbligo. Riassunti. Analisi del testo. Parafrasi. Pochi ricordi felici, molte pagine “da fare”. Se la prima esperienza con i libri è una verifica, non una scoperta, qualcosa si rompe. Non è la mancanza di intelligenza. È la mancanza di piacere. Entrare in una libreria oggi può essere disorientante. Pile di novità. Copertine gridate. “Il caso editoriale dell’anno”. “Il thriller che vi terrà svegli tutta la notte”. Ma tra 200 nuovi titoli al giorno, quanto resta davvero? La vita media di un libro sugli scaffali è brevissima. Se non vende subito, sparisce. Il mercato premia la velocità, non la profondità. Molti editori pubblicano tanto perché il sistema lo richiede: – più titoli = più probabilità di bestseller – più novità = più visibilità – più rotazione = più spazio Ma così si crea rumore e nel rumore, il lettore si stanca. La sensazione diffusa è: “Non so cosa scegliere”. E quando la scelta è troppa, spesso si sceglie di non scegliere. Attenzione: gli italiani leggono eccome. Leggono post, newsletter, articoli online, chat, manuali, thread, blog. Leggono frammenti. Il libro, invece, richiede immersione. Richiede lentezza. Richiede silenzio. E il silenzio oggi è un lusso. Non mancano i libri. Mancano: Comunità di lettura vive e accessibili, librerie di quartiere che consigliano, non solo vendono, narrazioni che facciano sentire la lettura come esperienza condivisa. E forse manca anche una cosa più semplice: parlare di libri senza snobismo. Leggere non deve essere una gara. Non è un segno di superiorità morale. È un atto intimo, personale, libero. Forse il problema non è che in Italia ci sono più libri che lettori. Forse il problema è che i libri cercano lettori, ma i lettori sono pochi. E quando un libro intercetta un bisogno reale, funziona. Sempre. Non servono 200 titoli al giorno. Ne basta uno giusto.

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Il potere è in noi

Ci sono frasi che si fissano nella mente come piccoli mantra quotidiani, semplici da ricordare ma difficili da applicare. Una di queste recita: “Non puoi cambiare i comportamenti di un’altra persona. Puoi solo cambiare il modo in cui tu reagisci a quei comportamenti.” È una verità che spesso si accetta con la testa, ma si rifiuta con il cuore. Perché noi esseri umani, per natura, desideriamo armonia, coerenza, e in fondo… controllo. Vogliamo che gli altri ci capiscano, che ci rispettino, che cambino per amore o per il nostro benessere. Ma la realtà, come spesso accade, segue un’altra traiettoria. Quante volte ci siamo ritrovati a insistere, a spiegare, a giustificare? Abbiamo creduto che con le parole giuste, l’altro avrebbe potuto vedere il nostro punto di vista. Eppure, nulla è cambiato. Le stesse abitudini, le stesse parole, gli stessi silenzi. E allora subentra la frustrazione. Quella sensazione sorda di impotenza che ci lascia interdetti e, a volte, ci fa dubitare persino del nostro valore. Ma c’è un luogo sacro, spesso trascurato, dove il cambiamento è sempre possibile: dentro di noi. Non è un rifugio di sconfitta, ma un campo di forza. È lì che possiamo decidere come reagire. Possiamo scegliere di non farci ferire, di non portare il peso delle parole altrui come macigni. Possiamo rallentare, respirare, osservare. E in quell’istante di pausa tra l’azione e la reazione, nasce la libertà. Cambiare la propria reazione non significa essere passivi, né cedere. Significa diventare protagonisti della propria serenità. È un atto di coraggio e maturità. Vuol dire imparare a proteggersi senza chiudersi, a rispondere senza attaccare, ad accettare senza subire. Non è facile, no. Ma è una delle forme più alte di amore per sé stessi. In questo cammino, si impara anche a non prendere tutto sul personale. A capire che ciò che l’altro fa, dice o omette è spesso lo specchio del suo mondo interiore, non del nostro valore. Le reazioni degli altri parlano di loro, non di noi. E questa consapevolezza è liberatoria. Le relazioni, allora, cambiano forma. Non perché gli altri cambiano, ma perché noi scegliamo di guardarle da un altro punto di vista. Alcune si rafforzano, altre si allentano, altre ancora si chiudono. Ma in ognuna di esse, c’è un filo conduttore nuovo: il rispetto per se stessi. Così, piano piano, ci si accorge che non è sempre necessario combattere ogni battaglia, rispondere a ogni provocazione, correggere ogni torto. A volte basta sorridere e andare oltre. Perché quando impari a gestire le tue reazioni, nessuno ha più il potere di turbare la tua pace. In un mondo dove tutti cercano di cambiare gli altri, tu puoi scegliere di cambiare te stesso. E forse, proprio così, finirai per ispirare il cambiamento che cercavi.

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I pilastri della spiritualità moderna

Quando si parla di spiritualità, uno degli equivoci più diffusi è confonderla con un sistema di credenze, come se fosse un insieme di idee a cui aderire o verità da accettare. In realtà, la spiritualità autentica non chiede di credere in qualcosa, né di sostituire una fede con un’altra. Chiede qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, più impegnativo: fare esperienza diretta. Una credenza è un’idea accettata come vera perché ci è stata insegnata, perché l’abbiamo letta o perché qualcuno ritenuto autorevole l’ha affermata. Un’esperienza, invece, è qualcosa che accade e che può essere osservato in prima persona. La differenza è sostanziale. Credere significa aderire mentalmente a un concetto; fare esperienza significa sentire, percepire, accorgersi di ciò che succede dentro e fuori di noi. In questo senso, la spiritualità non è un insieme di dogmi, regole o verità assolute, ma un processo di esplorazione interiore continuo, vivo, personale. Quando la spiritualità si riduce a una credenza, diventa fragile, perché dipende da ciò che si è letto, da ciò che si è sentito dire o da ciò che qualcun altro ha insegnato. Basta un dubbio, un’informazione contraria o una delusione per farla vacillare. Quando invece la spiritualità è esperienza, diventa stabile, perché nessuno può toglierti ciò che hai visto con chiarezza dentro di te. Questo approccio rende la spiritualità accessibile anche a chi si definisce razionale, scettico o poco incline alla fede. Non serve credere. Serve osservare. Osservare la mente mentre produce pensieri, il corpo mentre reagisce agli stimoli, le emozioni mentre emergono nelle situazioni quotidiane. Nel linguaggio tecnico, questa capacità di osservazione si chiama consapevolezza: la facoltà di notare ciò che accade, momento per momento, senza giudicarlo e senza identificarvisi automaticamente. La spiritualità intesa come esperienza non promette illuminazioni improvvise, stati estatici o soluzioni magiche. Promette qualcosa di molto più concreto e trasformativo: lucidità. La capacità di vedere le cose per come sono, dentro e fuori di noi. E la lucidità, nella vita moderna fatta di rumore, accelerazione e distrazioni continue, è già una forma profonda di libertà. Non si tratta di credere a nuove idee, ma di vedere con maggiore chiarezza. Non di accumulare concetti, ma di fare spazio all’esperienza. Non credi: vedi. Ed è esattamente da lì che inizia ogni trasformazione reale.

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L'illusione non nasce mai da una bugia

L’illusione non nasce mai da un’unica bugia. Nasce dalla ripetizione, dalla coerenza apparente, dalla sedimentazione lenta di eventi che, visti uno per uno, sembrano normali, persino inevitabili. È questa la vera forza delle grandi narrazioni del potere: non chiedono fede cieca, ma assuefazione. Non impongono una verità, la rendono l’unica disponibile. Quando si elencano episodi come lo sbarco sulla Luna, l’11 settembre, il cambiamento climatico, Big Pharma, il Covid-19, la Federal Reserve, i media mainstream o la sovrappopolazione, il riflesso immediato è difensivo: “complottismo”. Etichetta comoda, spesso usata non per confutare, ma per chiudere il discorso. Eppure il punto non è dimostrare che tutto sia falso. Il punto è chiedersi come certe versioni diventino intoccabili e perché il dubbio venga percepito come una minaccia. Lo sbarco sulla Luna non è solo un evento scientifico. È stato un atto politico, simbolico, narrativo. In piena Guerra Fredda, serviva dimostrare supremazia tecnologica e morale. Anche ammettendo la realtà dell’impresa, la sua trasformazione in mito fondativo americano è un esempio perfetto di come un fatto possa essere elevato a dogma. Non si discute ciò che diventa identità. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque ancora più evidente. Indipendentemente dalle dinamiche operative, è stato utilizzato come catalizzatore per una ridefinizione radicale dei rapporti tra sicurezza e libertà. Sorveglianza di massa, legislazioni emergenziali, guerre preventive: tutto giustificato da un trauma collettivo. Non è complottismo osservare che la paura è stata monetizzata politicamente. Il cambiamento climatico è forse il terreno più scivoloso. La questione ambientale è reale, documentata, urgente. Ma proprio per questo è diventata anche uno strumento narrativo potente. Quando il dibattito viene ridotto a slogan, quando le soluzioni proposte coincidono sempre con nuovi mercati, nuove tasse, nuovi controlli, la domanda non è se il problema esista, ma chi gestisce la risposta e a vantaggio di chi. Big Pharma incarna un paradosso moderno: aziende che producono salute rispondendo a logiche di profitto. Non è una rivelazione, è un dato strutturale. La fiducia cieca è ingenua, il rifiuto totale è irresponsabile. Ma l’opacità, i conflitti di interesse, le pressioni sui governi e sugli enti regolatori non sono fantasie: sono documentate, spesso ammesse, raramente punite. Il Covid-19 ha mostrato tutto questo in tempo reale. Il virus esisteva. La pandemia è stata reale. Ma la gestione dell’emergenza ha rivelato quanto rapidamente i diritti possano essere sospesi e quanto poco spazio venga lasciato al dissenso, anche quando motivato. La risposta non è stata solo sanitaria: è stata politica, economica, comunicativa. Ed è lì che si è giocata la partita più delicata. La Federal Reserve e il sistema del debito sono un altro esempio di complessità trasformata in dogma. La creazione di moneta, la finanziarizzazione dell’economia, il trasferimento di ricchezza verso l’alto non sono segreti. Sono semplicemente difficili da spiegare e quindi raramente spiegati. Chi controlla il linguaggio controlla la comprensione. Chi controlla la comprensione controlla il consenso. I media mainstream non mentono sempre. Ma selezionano, gerarchizzano, semplificano. La propaganda moderna non funziona per falsità assolute, ma per omissione, saturazione, ripetizione. Non dice cosa pensare, ma su cosa pensare. E ciò che resta fuori dal perimetro mediatico tende a essere percepito come irrilevante o sospetto. Infine, la sovrappopolazione. Una parola che ritorna ciclicamente, spesso associata a paure, emergenze, necessità di controllo. Eppure i dati demografici mostrano un mondo in rallentamento, con tassi di natalità in calo e problemi strutturali legati non al numero di persone, ma alla distribuzione delle risorse. Anche qui, il problema non è il tema, ma l’uso che se ne fa. Mettere in fila questi elementi non significa negare la realtà. Significa interrogarsi sulla costruzione della realtà condivisa. Significa riconoscere che il potere oggi non si esercita solo con la forza, ma con le narrazioni. E che il vero atto sovversivo non è credere a tutto, né rifiutare tutto, ma pensare lentamente, criticamente, senza delegare il giudizio. Forse l’illusione non è una bugia. È un ecosistema. E uscirne non richiede una rivelazione improvvisa, ma una fatica quotidiana: distinguere tra fatto e racconto, tra informazione e interpretazione, tra sicurezza e obbedienza. Non per sentirsi “svegli”, ma per restare umani in un mondo che preferisce sudditi tranquilli a cittadini consapevoli.

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Le zone d'ombra dell'economia

Ci sono parole che, più che spiegate, vengono evitate. Signoraggio bancario è una di queste. Non perché sia indicibile, ma perché sta su una linea sottile: quella che separa l’economia tecnica dal potere, la contabilità dalla politica, la trasparenza dalla complessità. E quando qualcosa è complesso, il mistero nasce quasi da solo. Storicamente il signoraggio era semplice da capire. Il sovrano coniava monete, ne garantiva il valore e tratteneva la differenza tra il costo di produzione e il valore nominale. Tutto alla luce del sole. Nessun segreto, nessuna cospirazione. Era il prezzo del potere monetario. Oggi però la moneta non è più metallo. È fiducia. È scrittura contabile. È un numero che appare su uno schermo. E quando la moneta smette di essere tangibile, anche la sua comprensione diventa meno immediata. Nel sistema moderno, la creazione di moneta è affidata alle banche centrali e, indirettamente, alle banche commerciali. Le prime emettono base monetaria, le seconde creano moneta bancaria attraverso il credito. Questo non è un segreto: è dichiarato apertamente da istituzioni come la Banca Centrale Europea e dalla Bank of England nei loro documenti divulgativi. Eppure, nonostante sia scritto nero su bianco, pochi lo sanno davvero. Quando una banca concede un prestito, il denaro non viene “spostato” da un altro conto: viene creato come scrittura contabile. In quel momento nasce nuova moneta. Ma nasce anche un debito. E questa simmetria è fondamentale, anche se spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. Qui il mistero inizia a farsi interessante. Perché se ogni euro creato è anche un euro dovuto, il sistema non vive di ricchezza, ma di equilibrio. O di squilibrio. E lo squilibrio, nella storia economica, non è mai stato un dettaglio. Il signoraggio delle banche centrali esiste, ma non è un bottino occulto. I profitti derivanti dall’emissione monetaria, al netto dei costi, vengono redistribuiti agli Stati. Non è qui che si nasconde il “trucco”, se trucco vogliamo chiamarlo. La vera zona grigia è altrove: nel fatto che la moneta nasce come debito, e che l’intero sistema economico si regge sulla capacità di rinnovare continuamente quel debito. Crescita, inflazione, tassi d’interesse: tutto ruota attorno a questo meccanismo. Non è un complotto. È un’architettura. E come tutte le architetture, favorisce chi la conosce bene e lascia spaesati gli altri. Un altro punto spesso frainteso riguarda lo Stato. Molti sostengono che lo Stato potrebbe “creare moneta senza debito”. In realtà, nella maggior parte dei sistemi moderni, gli Stati hanno rinunciato alla piena sovranità monetaria. È una scelta storica e politica, non un inganno nascosto nei bilanci. Ma ogni rinuncia ha un costo. E quel costo si manifesta sotto forma di interessi, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari. Qui non c’è mistero esoterico, ma una domanda legittima: chi decide davvero le regole del gioco? Il problema del signoraggio, quindi, non è tanto chi guadagna, quanto chi decide. Chi stabilisce quanta moneta serve, a che prezzo, e per chi. Domande che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, perché non producono slogan semplici. Eppure sono le uniche che contano. Il fascino oscuro del signoraggio nasce proprio da questo silenzio. Non dal segreto, ma dalla mancanza di educazione economica. Quando i meccanismi non vengono spiegati, qualcuno li riempie di fantasie. E il mistero diventa mito. Fare divulgazione significa riportare luce dove altri preferiscono ombre, senza trasformare le ombre in mostri. Capire come funziona la moneta non rende il sistema meno discutibile, ma lo rende finalmente criticabile sul serio. Perché il vero potere non è creare denaro. È far credere che nessuno possa capire come funziona. E questo, per un blogger, è un mistero che vale la pena svelare.

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Il mito moderno

Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.

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Il tumulto degli empi

C’è una frase che ha il potere di evocare immagini potenti, inquietanti, quasi mitologiche: il tumulto degli empi. Ma chi sono questi empi? E perché tumultuano? In un mondo che corre veloce, dove tutto viene semplificato in bianco e nero, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, è facile pensare che gli “empi” siano semplicemente “quelli dall’altra parte”. Ma l’empio, nella sua essenza, è qualcosa di più sottile. È colui che vive fuori da un ordine: divino, morale, sociale, psicologico. È il trasgressore, ma anche il ribelle. È l’inquieto. È l’uomo (o la donna) che rompe l’armonia. E quando gli empi si uniscono… ecco il tumulto. Un tumulto che può prendere molte forme. E in questo articolo, lo seguiremo come si seguirebbe il fumo di un incendio sotterraneo: attraverso psicologia, religione, società ed esoterismo, cercando di capire cosa si agita davvero sotto la superficie. Ogni essere umano porta dentro di sé un piccolo tumulto. Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava di ombra: quella parte di noi che reprimiamo, che nascondiamo perché non conforme, non accettata, magari anche pericolosa. Gli empi, da un punto di vista psicologico, sono coloro che vivono dentro l’ombra, che vi si abbandonano o, peggio, la fanno esplodere nel mondo. Nel mondo moderno, il tumulto interiore si manifesta in tanti modi: ansia, rabbia, isolamento, sfiducia. Quando queste emozioni si accumulano senza sfogo, si trasformano in comportamenti distruttivi. La folla inferocita dei social, gli haters, i complottisti aggressivi, i negazionisti della realtà sono sintomi di un disagio più profondo. Non sono solo “altri”. Sono il riflesso di una crisi dell’io. Nella Bibbia, gli empi sono figure centrali. Non semplicemente peccatori, ma coloro che si oppongono alla volontà divina. Il libro dei Salmi li descrive come instabili, violenti, disordinati. Il loro tumulto è la manifestazione di una ribellione cosmica: contro Dio, contro l’ordine naturale, contro la giustizia. Anche nell’Islam troviamo questa distinzione: fāsiq, il perverso, colui che rompe il patto. E nel buddismo? Gli “empi” non sono demonizzati, ma rappresentano l’attaccamento e l’ignoranza, che creano caos nella mente e nella società. Ma attenzione: nella visione religiosa, il tumulto degli empi non è solo un disastro. È anche un passaggio obbligato per il risveglio dei giusti. Dove c’è tumulto, c’è crisi. Dove c’è crisi, c’è scelta. Nell’esoterismo occidentale – che affonda le radici nell’ermetismo, nella cabala, nell’alchimia – il caos non è il male. Anzi, è il principio della trasformazione. Il tumulto degli empi diventa così una prova alchemica: attraversare il disordine per ritrovare l’ordine superiore. Nella fase della nigredo, tutto si decompone, si oscura. Le certezze crollano, le maschere cadono. Gli empi non sono solo i “cattivi”: sono gli aspetti del nostro ego che devono essere trascesi. Persino nei Tarocchi, il Bagatto e la Torre raccontano questa tensione tra caos e rinascita. Il tumulto, dunque, non è la fine, ma il varco. Una soglia. Viviamo in un’epoca di tumulto perenne. Politico, economico, culturale, climatico. Le certezze cadono come tessere di un domino. In questo contesto, gli empi moderni sono spesso incoronati eroi o influencer, perché la società ha invertito i valori: la trasgressione è premiata, il silenzio è sospetto, la complessità è un difetto. Il tumulto degli empi si manifesta nei talk show, nei feed di Instagram, nelle piazze virtuali. Il linguaggio si fa violento, il pensiero si polarizza. Nessuno ascolta, tutti urlano. E nel rumore collettivo, la saggezza tace. La domanda non è: “Come fermare il tumulto?” La vera domanda è: “Come attraversarlo senza esserne travolti?” Il tumulto degli empi può distruggere, ma anche rivelare. Può separare, ma anche purificare. Dipende da cosa scegliamo di fare con quel caos. Se lo ignoriamo, ci divorerà. Se lo affrontiamo, può diventare un insegnante crudele ma sincero. Alla fine, gli empi non sono sempre altri. Spesso abitano anche in noi. In ogni scelta meschina, in ogni paura non affrontata, in ogni volta che preferiamo il disordine al dialogo, l’urlo alla riflessione. Ma sapere che esistono – e riconoscerli – è già un passo. Il tumulto, allora, diventa il segnale di un risveglio possibile, un invito a guardare oltre l’apparenza, a ricostruire sulle macerie. Perché dopo ogni tumulto, c’è un silenzio. E in quel silenzio, possiamo – se vogliamo – ricominciare.

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Stati d'animo

Chi vive in uno stato di frustrazione profonda spesso non è realmente alla ricerca di soluzioni, ma di conferme. Conferme che diano coerenza al dolore, che legittimino una visione del mondo costruita nel tempo e che permettano di restare fedeli a una narrazione interiore già consolidata, anche quando questa diventa una gabbia. Cambiare significherebbe mettere in discussione anni di convinzioni, e non tutti sono pronti a farlo. In questo scenario, la serenità altrui diventa una presenza scomoda. Non perché sia ostentata, ma perché mette in crisi il racconto che si è scelto di abitare. La luce, quando appare, non accusa: semplicemente rivela. E proprio per questo può risultare destabilizzante. La pace smaschera contraddizioni, apre domande, mostra possibilità che richiederebbero responsabilità e coraggio. Queste persone non cercano davvero di sottrarre la felicità agli altri. Cercano piuttosto una prova che quella felicità non sia autentica, che sia fragile, temporanea o illusoria. Dimostrare che nulla funziona davvero diventa un modo per sentirsi nel giusto. Così, spegnere l’entusiasmo altrui si trasforma in una strategia di difesa: se nessuno sta bene fino in fondo, allora il proprio malessere appare più giustificato. Portare gli altri allo stesso livello di amarezza rende la propria prigione emotiva più abitabile, meno solitaria. In questo contesto, proteggere il proprio spazio emotivo non è un atto di chiusura, ma di lucidità. Non è egoismo, è consapevolezza. Significa riconoscere i propri limiti, capire dove finisce l’empatia e dove inizia l’auto-sabotaggio. Scegliere chi nutre, chi espande, chi sa camminare nella stessa direzione diventa una forma di rispetto profondo verso se stessi. Le apparenze, spesso, confondono. Chi si presenta come fragile o bisognoso non sempre cerca un incontro autentico; a volte cerca solo uno specchio che rifletta il proprio dolore. Questo non rende il dolore meno reale, ma chiarisce che non tutto può essere accolto, e non tutto deve essere condiviso. La vera profondità sta nel discernimento. Nel saper restare aperti senza essere invasi, disponibili senza essere svuotati, presenti senza perdersi. Sta nel comprendere che la serenità non va spiegata né difesa: va custodita. Perché una luce stabile non ha bisogno di convincere nessuno. Esiste, e questo basta.

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Il potere piace agli stronzi

“Il potere piace agli stronzi. Le persone sane amano la libertà.” (cit. Gianni Monduzzi) Il potere piace agli stronzi. Una frase secca, provocatoria, quasi volgare, ma terribilmente efficace. Gianni Monduzzi riesce con poche parole a descrivere una verità che attraversa la storia, la politica, le relazioni umane e persino la vita quotidiana. Il potere, quando è fine a se stesso, non è un ideale: è una tentazione. È una calamita che attrae soprattutto chi non ha equilibrio, chi non possiede grandezza interiore, chi ha bisogno di sentirsi superiore per non affrontare la propria fragilità. Il potere, infatti, non è sempre sinonimo di leadership o responsabilità. Spesso diventa uno strumento di compensazione. Chi è insicuro lo usa per mascherare le proprie paure, chi è mediocre lo sfrutta per imporre una presenza che altrimenti sarebbe irrilevante. Gli stronzi, in questo senso, amano il potere perché consente loro di dominare anziché crescere, di controllare anziché capire, di ottenere rispetto non attraverso il valore ma attraverso la forza. Il potere piace perché offre la possibilità di decidere sugli altri. E decidere sugli altri dà una sensazione immediata di superiorità. Ma è un’illusione. Chi ha davvero spessore umano non sente il bisogno di schiacciare nessuno. Chi è davvero intelligente non gode nel comandare, ma nel costruire. Il potere diventa pericoloso quando finisce nelle mani di chi non lo merita: chi cerca solo vantaggi personali, chi è mosso dall’arroganza, dalla vanità o dal desiderio di controllo. Ecco perché Monduzzi aggiunge una frase fondamentale: “Le persone sane amano la libertà”. Qui sta il cuore dell’aforisma. La libertà è il valore dei vivi, dei maturi, di chi possiede una coscienza. Le persone sane non desiderano dominare, desiderano scegliere. Non cercano di imporre, cercano di esprimersi. La libertà richiede equilibrio, responsabilità, rispetto per gli altri. È una conquista quotidiana, non un privilegio. Chi ama la libertà non ha bisogno di catene per sentirsi forte. Non vive nella paura che qualcuno possa essere diverso, indipendente, autonomo. Anzi, riconosce che la libertà altrui è parte della propria. La libertà è amore per la vita, per la dignità, per la possibilità di essere sé stessi senza soprusi. In un mondo dove spesso il potere viene idolatrato e confuso con il successo, questa riflessione diventa ancora più attuale. Bisognerebbe diffidare di chi desidera comandare a ogni costo, di chi cerca ruoli solo per sentirsi sopra. E bisognerebbe invece dare valore a chi non cerca il potere, ma porta rispetto, ascolto, umanità. Perché alla fine è vero: il potere, quando è brama e non servizio, piace agli stronzi. Ma la libertà, quella autentica, appartiene alle persone sane. Ed è forse la più grande forma di forza che esista.

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