Il mito moderno

Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.

L' Alchimista Digitale ©