Il Mago Rosso

Fantasia e fantascienza, ma anche letteratura e videogiochi. In poche parole: tantissima passione per le storie in tutte le loro forme.

Guardando il film Cip e Ciop Agenti Speciali su Disney+ e seguendo la conferenza stampa dei doppiatori mi sono fermato a riflettere su una cosa: ma quanto sono state innovative le produzioni televisive Disney degli anni Novanta, se ne parliamo ancora adesso?

Tra Cip e Ciop, TaleSpin e In viaggio con Pippo che hanno ripreso i personaggi dei cortometraggi e lungometraggi dando loro storie e un aspetto più cool, DuckTales con la banda di paperi Barksiana, e poi nuovi brand come Darkwing Duck e Gargoyles. Ho fatto delle merende epiche in loro compagnia. Senza dimenticare PK, l'appuntamento in edicola con la versione a fumetti in stile super eroe americano di Paperinik.

Cip e Ciop Agenti Speciali.

Ricordo che quando ero bambino e seguivo Cip e Ciop in videocassetta prima mentre facevano scherzi a Paperino come due scoiattolini normali e poi su Rai Due vestiti da Indiana Jones e Magnum PI insieme agli agenti speciali Scheggia e Monterey Jack, mia mamma si fermava a guardarli insieme a me. Perché mi ha raccontato che da piccola, quando leggeva Topolino, andava sempre a cercare per prime le loro storie.

Qualche genitore adesso farà lo stesso con i propri figli.

A me il film in generale è piaciuto e ne ho parlato su FantasyMagazine.

#100DaysToOffload 07 | #cipeciop #disney


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Sarà che quando ero pischello adoravo alla follia quei quattro pixel di Rescue On Fractalus! su Atari XE. Lo sviluppatore era Lucasfilm Games, non ancora LucasArts e da appassionato di Guerre Stellari, perché ai tempi mica era Star Wars, entrare nell'abitacolo di un'astronave, volare in un mondo alieno, proteggere da navicelle e raggi laser nemici i miei compagni dispersi era un'esperienza meravigliosa.

Inoltre, quando si atterrava sul pianeta per raccogliere il compagno appiedato, i suoi passi che riecheggiavano in 8 bit mentre saliva sulla nave (non si vedeva mai, ma sapevi che era a bordo grazie a quel tap-tap elettronico), l'ansia di trovare un alieno anziché proprio lui cresceva a dismisura. Le dita scattavano velocemente sulla tastiera perché ormai la routine della chiusura della rampa e l'accensione dei motori era registrata nelle mani.

No Man's Sky e Rescue on Fractalus!. Due schermate tratte da No Man's Sky e Rescue on Fractalus! a confronto.

Le uniche due cose che desideravo in più erano l'esplorazione e maggior varietà nei mondi. Ora le ho entrambe, in HD e con un'orchestra live aliena imprigionata nella console. Capisco perché No Man's Sky abbia diviso così tanto gli appassionati e non do torto a nessuno, soprattutto per la comunicazione tra sviluppatori e giocatori dei primi tempi. Tuttavia il gioco mi ha divertito fin dall'inizio e mi diverte ancora moltissimo. Nel tempo, dopo una fase iniziale di turbolenza, tra un'espansione e l'altra, è cresciuto a dismisura e ora si può definire piuttosto maturo, a metà tra l'arcade e la simulazione. La natura procedurale e l'estensione potenzialmente infinita rimuove i binari che potrebbero offrire anche una storia più stratificata e un universo maggiormente coeso, però lo trovo un divertentissimo parco giochi.


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Heavenly Sword è uno dei giochi pubblicati nei primi anni di vita di PlayStation 3 e può tranquillamente essere considerato il perfetto biglietto da visita per la console, nonostante sia poco conosciuto dai giocatori “di oggi”, tra i quali sono incluso a mia volta. Fortunatamente ho ascoltato il consiglio di un amico e l'ho comprato. Ebbene, sì. All'epoca io non possedevo ancora alcuna console PlayStation. Le ho recuperate tutte gradualmente negli anni. In quel periodo seguivo soprattutto Nintendo e in minima parte il PC, soprattutto per Star Wars e The Elder Scrolls. Non era una questione di fedeltà, bensì semplice praticità: le serie che amavo maggiormente erano Nintendo, così mi ero orientato in quella direzione, per questioni economiche e di tempo.

Heavenly Sword

Perché ritengo ancora oggi Heavenly Sword così straordinario? Per il fatto che sfrutta veramente al massimo le potenzialità offerte dalla console. L'azione in principio sembra macchinosa, con la videocamera che non si muove liberamente e le inquadrature sono quasi fisse. Ma quando ho scoperto che i dardi, gli oggetti e qualsiasi altra cosa possa essere scoccata o lanciata viene controllata muovendo fisicamente il controller nello spazio, sfruttando la tecnologia del Sixaxis, il cervello è esploso ed è arrivato il vero divertimento. Persino gli scudi possono essere lanciati come novelli Capitan America, sia per colpire più nemici, sia facendoli rimbalzare sulle superfici e interruttori per sbloccare alcune aree.

I combattimenti sono veloci e divertentissimi. Come tanti giochi di combattimento richiedono di mandare a memoria moltissime combinazioni di tasti. Siccome i miei neuroni hanno la consistenza di una mozzarella ne ho imparati giusto quattro o cinque che uso a ripetizione in base alla necessità e quando mi serve qualcosa di maggiormente sofisticato apro il menù per fare un bel ripasso. Come mai, però, nonostante il mio limite cerebrale, ho trovato divertente il sistema di combattimento? Perché è studiato con vera cura. I nemici assumono un'aura colorata quando stanno per assestare un colpo, quindi diventa semplice capire come controbattere, se con un attacco veloce, a distanza o potente. Il passaggio da una modalità all'altra passa semplicemente dalla pressione dei tasti dorsali. E c'è di più: una mossa particolarmente potente di un nemico sbalza Nariko lontano o per aria? Dando uno scossone al controller lei si aggancerà al nemico usando la speciale catena inclusa nella spada e risponderà con un colpo a sua volta senza perdere nemmeno un momento di recupero. Si possono anche raccogliere le armi perdute dei nemici, parti di arredo distrutte, oppure afferrare i nemici stessi e lanciarli contro gli avversari. La modalità a distanza, poi, che comprende una lunga catena che esce dalla spada, può essere usata per deviare dardi e frecce. Ho già detto che è divertente, sì?

I nemici sono tutti grotteschi e spaventosi. Oltre alla grandissima cura infusa a livello artistico nel character design, ci pensano anche le interpretazioni degli attori che danno loro le movenze attraverso la motion capture. Parliamo di attori del calibro di Anna Torv a interpretare Nariko, protagonista di Fringe, e Andy Serkis, straordinario attore sotto decine di personaggi in computer grafica, che è anche il direttore del cast nonché il nemico principale. Un nemico ha letteralmente delle spade sulla schiena che si aprono come ali! Il gioco è anche doppiato interamente in italiano decisamente buono. Posso considerarlo un acquisto più che valido.

La direzione artistica è incredibile e prende chiaramente ispirazione dall'estetica orientale. Riesce a donare un'identità propria al gioco perché non segue pedissequamente nulla che si sia già visto altrove. Peccato solo per la videocamera non del tutto libera e per la poca liberà di esplorazione, perché io mi perderei nell'osservazione delle ambientazioni ricche di dettagli. Urge trovare un artbook, nonostante i disegni sbloccati all'interno del gioco siano comunque ottimi.

Heavenly Sword, concept art.

Riguardo i disegni sbloccabili, infatti, compiendo alcune azioni nel gioco si guadagna un punteggio che permette di sbloccare interessantissimi contenuti speciali. È proprio questo il modo per gratificare il giocatore completista; in mancanza di trofei, si guadagnano contenuti come interviste e filmati dietro le quinte, disegni e un cartone animato a capitoli dallo stile grafico decisamente azzeccato.

Non entro nel merito della trama, appassionante e raccontata tramite poche cutscene molto ben realizzate e dialoghi “da fantasy” ma non banali. Lo sfruttamento del medium videoludico passa anche dalla narrazione in-game. Capiterà infatti che durante alcune azioni o dialoghi compaia un insert panel come nei fumetti in cui si svolge un'altra azione. Questo permette di avere una panoramica maggiore di quello che accade intorno ai personaggi durante un dialogo, oppure aggiunge drammaticità alle azioni da compiere. Esiste anche un vero e proprio montaggio delle fasi di gioco. Nariko, infatti, non è l'unico personaggio controllabile e si passa spesso da un punto di vista all'altro per dare maggior dinamismo, come avviene nelle due linee narrative parallele delle serie TV.

Ecco, mi è venuta voglia di rivedere Xena. E anche Fringe.


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Non posso che essere felice per questa novità, perché ero un giocatore appassionato di Rollercoaster Tycoon nell'era Windows XP. Ora è possibile tornare a fare il magnate di parchi divertimento con FreeRCT su Windows e Linux (Debian/Ubuntu).

FreeRCT

Dal sito del progetto:

FreeRCT vuole essere un gioco libero e open source che coglie l'aspetto, le sensazioni e la giocosità dei popolari giochi RollerCoaster Tycoon 1 e 2. Il gioco è ancora in alfa, ma è già giocabile e offre molte caratteristiche.

Nei primi anni delle scuole superiori ero estasiato quando ho scoperto che esisteva un gioco simile per PC. Fin da bambino ero appassionatissimo di parchi divertimento: disegnavo giostre sui quaderni di scuola e assistevo, a distanza ma pieno di curiosità, al montaggio delle attrazioni quando arrivavano i giostrai in paese durante le feste.

Ero rimasto particolarmente meravigliato dall'inaugurazione di Euro Disney, così si chiamava all'epoca Disneyland Paris, quando venne trasmessa una sera al posto di Scommettiamo Che? e presentata da un simpaticissimo (e purtroppo compianto) Fabrizio Frizzi che cambiava continuamente costume, da cow boy a pirata, mentre improvvisava scenette con gli animatori del parco e provava le giostre deliziosamente tematizzate. Su YouTube si può trovare la registrazione completa. Rivedere Jules Verne accompagnato da D-3BO (sì, all'epoca il droide dorato si chiamava così) in visita a Star Tours di Star Wars mi ha fatto ridere non poco.

Quando l'anno successivo i miei mi portarono a Gardaland insieme ad altri amichetti penso di essere stato il bambino più felice del mondo.

Un minimauri a Gardaland

Un minimauri insieme a un amichetto a Gardaland cerca di riacchiappare il cappellino che quel pagliaccio a rotelle gli aveva sottratto. Sì, nei primi anni Novanta c'erano ancora animatori attivi a Gardaland. Quando la mappa del parco era un terzo di quella attuale.

Più avanti negli anni sono tornato spesso a Gardaland, insieme ad amici che oggi posso considerare fraterni, e conservo nel cuore ancora tanti bei ricordi di giornate spensierate passate tra un giro sul Blu Tornado, una visita (immancabile) alla nave dei pirati, la ricerca di un posto adatto per il pranzo, un altro giro sul Blu Tornado. E avanti così, tra un'attrazione e una passeggiata, qualche foto, uno spuntino dal chioschetto delle patatine avvoltolate di Oblivion a un volo sul Raptor, alla salita sull'albero di Prezzemolo, alla sempre affascinante perdita di equilibrio e sanità mentale sotto l'albero di Prezzemolo e tanto, tantissimo altro. Gardaland è uno dei luoghi ai quali sono più affezionato.

Per un compleanno mi regalarono anche il gioco da tavolo di Euro Disney, che ovviamente mi divertivo a costruire anche senza giocare insieme ad altri, giusto per il gusto di guardare le attrazioni e riorganizzarle.

Il gioco da tavolo di Euro Disney

Avete presente quel video del bambino che impazzisce quando a Natale scarta il Nintendo 64? Ecco, credo di aver avuto la stessa reazione quando al mio compleanno scartai questo.

Forse è stato proprio questo il trampolino di lancio che mi ha fatto iniziare a fantasticare sulla creazione di parchi divertimento. Appena avrò tempo sicuramente mi cimenterò in questa avventura videoludica e vi terrò aggiornati.


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Uno dei pregi di Doctor Who è quello di essere una serie di fantascienza estremamente libera. Con il suo Tardis il Dottore può viaggiare nel tempo e nello spazio; una capacità superlativa, probabilmente eccessiva se fosse stata creata oggi. Overpower l'avrebbero definita i giovani. La serie nata oltre cinquant'anni fa aveva una natura educativa e didattica, quindi dotare il protagonista di un macchinario così stupefacente per insegnare la storia e i buoni valori ai bambini è stata un'ottima mossa. In più, condita con tutte le riflessioni filosofiche ed etiche tipiche della fantascienza, le influenze del genere horror, avventuroso, giallo e con l'aggiunta del sapore di commedia, senza togliere alieni e creature bizzarri, spaventosi e divertensissimi, ne hanno fatto un prodotto longevo e di gran successo, adatto al gusto di tutte le età. Ne sono passati di attori che hanno prestato il volto al Dottore, con un escamotage, la rigenerazione, che ha permesso di mantenere lo stesso personaggio, ma ogni volta con nuove sfumature. Tra i miei interpreti preferiti vi è senz'altro Peter Capaldi, protagonista di un episodio tristemente attuale.

L'invasione degli Zygon e L'inversione degli Zygon della nona stagione non sono la coppia di episodi più riusciti a mio parere, però sono ricchi di momenti dalla carica emotiva molto alta e soprattutto il secondo contiene uno dei monologhi pacifisti più belli che abbia mai sentito nella serie.

Gli Zygon sono una specie di mutaforma che si trasformano soprattutto per autodifesa, mischiandosi al popolo dove scelgono di vivere. In questa avventura alcuni Zygon avviano una rivolta contro gli umani, anche se molti di essi sono ormai radicati da anni nella società. Cercano di innescare, insomma, un piano à la Secret Invasion come avvenne tra le pagine a fumetti dei super eroi Marvel.

Un grandioso dialogo del Dottore che semplifica ma centra perfettamente il punto del bullismo e della guerra, due cose che in questi giorni stanno tristemente andando a braccetto, avviene proprio nel secondo episodio.

Tu vuoi che la crudeltà generi crudeltà. Non siete superiori alle persone che sono state crudeli con voi. Siete solo un gruppo di nuove crudeli persone. Un gruppo di nuove crudeli persone che agiscono su altre persone che saranno crudeli con voi. L'unico modo per vivere in pace è essere pronti a perdonare.

Doctor Who 9x08 The Zygon Inversion

Doctor Who 9x08/09 The Zygon Invasion / The Zygon Inversion.

Il Dottore quindi presenta con l'allegria di un quiz a premi il funzionamento di una coppia di scatole che avrebbero potuto mostrare nella loro vera forma tutti gli Zygon oppure uccidere tutti, messe in mano a due esponenti di ciascuna fazione, umana e Zygon. L'assurdità della faccenda confonde sia i personaggi che lo spettatore: la vita quindi è un gioco? Ed è proprio a questo punto che il Dottore dimostra che no, non è affatto un gioco. Quelle scatole sono il modello in scala della guerra. Hanno idea di cosa avrebbero fatto dopo aver scatenato la guerra e averla vinta? Avrebbero fatto delle giornate di festa? Avrebbero imparato a suonare il violino? Ma chi avrebbe costruito quei violini? Ah, questo non lo sanno perché come ogni altro bambino capriccioso della storia non sanno quello che vogliono. Dopo aver sparato il primo colpo non importa quanto giusto sembri, non si può sapere chi morirà. Non si saprà mai quanti cuori verranno infranti, quanto sangue scorrerà finché non verrà fatto quello che andrebbe fatto fin dall'inizio: SEDERSI E PARLARE!

Qui la scena completa dal canale YouTube ufficiale di Doctor Who.


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Ho cominciato molto tardi ad appassionarmi a Star Trek. Temo di essermi imbattuto negli episodi “sbagliati” di The Next Generation in TV quando ero bambino, che mi hanno messo in testa l'idea che fosse una serie barbosa, buia e troppo didascalica. Almeno, ho questi ricordi. Quanto mi sbagliavo. Bisogna ammettere che non tutti gli episodi siano avvincenti e ricchi di azione. Capita in oltre cinquant'anni tra dieci serie, ciascuna tra le tre e le sette stagioni e centinaia di figure impegnate nella sceneggiatura e regia. Fortunatamente al momento Netflix raccoglie tutte le stagioni prodotte dall'inizio fino ai primi anni Duemila. Così l'ho affrontata seguendo l'ordine preciso di messa in onda. Negli anni Novanta, infatti, la fine di The Next Generation andava in TV in parallelo a Deep Space Nine e a sua volta quest'ultima si alternava con Voyager, i film cinematografici nel mezzo. Ho scovato la guida precisa all'ordine degli episodi in tre numeri di Star Trek Inside, la rivista del club italiano di Star Trek, minuziosamente organizzata. Ho apprezzato così tutti i riferimenti tra gli episodi anche di serie diverse. Non è semplice, ma è un'esperienza che consiglio di provare. Le serie dell'epoca si componevano di molti più episodi a stagione e spesso non avevano grosse connessioni con gli altri. Questo permetteva talvolta di sperimentare tecniche narrative più ricercate, imbastendo una trama adatta allo scopo.

Le regole del combattimento

I klingon sono una specie estremamente bellicosa che fanno dell'onore in battaglia un punto saldo della propria cultura. Worf è un klingon che si è unito alla Flotta Stellare, per lungo tempo nemici con i klingon; una scelta coraggiosa e controcorrente. Durante una missione per la Flotta, Worf al comando di un'astronave da combattimento ha dato ordine di aprire il fuoco contro una nave nemica che improvvisamente si è disoccultata. Volare nello spazio con l'occultamento attivo permette alla nave di essere del tutto invisibile. Questa tecnologia viene utilizzata dai nemici della Flotta Stellare e comparire all'improvviso senza presentarsi, per di più nel mezzo di una battaglia spaziale già avviata, spesso è una tattica di guerra. La reazione di Worf è stata dettata dall'esperienza e dal protocollo. L'ufficiale però viene citato in giudizio perché sembra che la nave colpita non fosse militare, bensì popolata da civili innocenti... e che fosse klingon. Spesso le migliori storie sono quelle in cui si mostra l'azione senza perdersi in troppe spiegazioni. Questa tecnica narrativa viene chiamata show don't tell. Come si può ovviare questo problema durante un processo dove i testimoni devono raccontare la propria versione dei fatti?

DS9 4x17 Rules of engagement

Star Trek: Deep Space Nine, stagione 4, episodio 17, Le regole del combattimento (Rules of engagement).

L'escamotage è show AND tell: ovvero l'azione viene mostrata, ma in certi momenti i personaggi guardano verso la videocamera per rispondere a una domanda del giudice o approfondire il proprio pensiero durante il processo mentre vengono rievocati i momenti salienti della battaglia. In questo modo si fondono i piani temporali e si rende molto più interessante la storia. Ottima mossa!


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Non mi è mai piaciuto molto parlare di “sfida”. Se ci facciamo caso ormai in qualsiasi contesto c'è una sfida. È vero, scrivere 100 articoli in un anno non è proprio una banalità e sicuramente a lungo andare, superato l'entusiasmo iniziale, occorrerà determinazione. Però perché deve essere tutto una competizione? La scrittura è un processo rilassato, possibilmente disinvolto, soprattutto quando si parla di se stessi e magari a se stessi. Preferisco chiamarlo impegno o, ancora meglio, promessa. Una promessa di mantenere costanza e avere sempre qualcosa da dire, che da qualche tempo sta un pochino svanendo. Ok, è deciso, Promessa sia. Come quella che ho fatto tanti anni fa con gli Scout. Ecco, forse è proprio questo il primo argomento che vorrei trattare: lo Scoutismo. Pronti a servire! Purtroppo ho abbandonato il gruppo del mio paese proprio sul più bello, a circa tredici anni, concludendo il percorso iniziato con i Lupetti a sette anni e proseguito poi nel Reparto. Però quel lasso di tempo mi ha insegnato molto. A cavarmela da solo, innanzitutto. Una bella dose di manualità e capacità di risolvere i problemi. Convivialità e collaborazione col prossimo fuori dalla “tana” di casa. Ho cominciato l'esperienza a sette anni anziché i canonici otto perché fin da piccolo vedevo mio papà, all'epoca capo scout, che preparava lo zaino e le attività da far svolgere ai ragazzi, mi aveva mostrato le tende e il campo base nel bosco, mi raccontava le avventure che viveva col gruppo mentre mi mostrava le foto: dall'esplorazione alle camminate in montagna fino alle opere di volontariato. Un bel giorno gli ho detto che avrei voluto entrare anch'io negli Scout. “Devi aspettare di aver compiuto otto anni” mi ha risposto, durante una festa che celebrava un qualche importante anniversario del gruppo del mio paese. “Ma se proprio ci tieni,” ha proseguito con sorriso sornione “il capogruppo è là. Se hai il coraggio di chiederglielo, magari ti fa entrare prima.” Tempo cinque minuti sono tornato da mio papà dicendogli che alla prossima riunione dei lupetti avrei partecipato anch'io. Sorpreso, è andato anche lui dal capogruppo a chiedere spiegazioni. Il capo mi ha promesso che avrei cominciato subito se, una volta visto come fosse l'ambiente, avrei portato degli amici con me. Avremmo cominciato tutti un anno prima del solito. Detto, fatto. Non molto tempo dopo avevo trascinato con me cinque coetanei e la nostra avventura tra promesse, specialità, uscite e fazzolettoni colorati è cominciata.

Negli anni delle scuole elementari la mia bibbia è stata in realtà Il libro della giungla di Rudyard Kipling. Il gruppo del mio paese faceva parte dell'AGESCI, di base cattolica, ma fortunatamente non abbiamo mai avuto capi né sacerdoti (che di tanto in tanto ci seguivano nelle nostre uscite col loro bravo fazzolettone al collo e scarponi ai piedi) particolarmente insistenti dal punto di vista religioso. Immancabili le preghiere e le messe, ma queste ultime, animate alla maniera scautistica avevano sempre un sapore diverso dal solito. Per non parlare di tante canzoni, che talvolta sono vere e proprie preghiere, ma ricche di significati universali adatti a chiunque e dalla grande carica emotiva. Era Il libro della giungla la mia bibbia, dicevo, perché le attività che svolgevamo nei lupetti erano animate proprio dai passaggi tratti da quel libro: una storia avventurosa, ricca di valori adatti alla crescita e responsabilizzazione. Soprattutto era popolata da personaggi carismatici. I capi stessi avevano una spilla identificativa sul loro fazzolettone e interpretavano uno di questi: c'era il capogruppo Akela, come il capobranco nel libro, poi la pantera nera Bagheera, l'orso Baloo e avanti così, un personaggio per ogni capo. Noi eravamo i lupetti, divisi in squadriglie. Ciascuna col proprio capo e vice-capo, naturalmente loro erano i “lupi anziani”, i bambini che avevano quasi ultimato il percorso dei lupi e tra uno o due anni sarebbero passati nel gruppo dei grandi, il reparto. Coordinare la propria squadriglia nelle attività ludiche, ma anche nella pulizia a turno della Tana (dove si svolgevano le riunioni), avviare la catena telefonica per avvisare tutti (non erano così diffusi cellulari e sms negli anni Novanta) era un piccolo ma significativo modo per responsabilizzare i ragazzi. Per crescere e diventare “un bravo lupo” bisognava ottenere delle specialità. C'era l'imbarazzo della scelta: fotografia, abilità manuale, capacità attoriali, tecnologia, osservazione delle stelle, pronto soccorso. Ogni anno tutti i gruppi, da quelli di bambini a quelli dei ragazzi fino a quelli degli adulti, si riunivano per una mega-uscita dove venivano assegnati i riconoscimenti di queste abilità e avveniva il rito dei “Passaggi”, ovvero si concludeva ufficialmente l'anno e ne iniziava uno nuovo, con il passaggio a un gruppo di livello superiore quando si raggiungeva l'età giusta. Nuove avventure più interessanti, nuove amicizie, ma soprattutto nuove responsabilità. Il momento più emozionante dei passaggi, però, è sempre quello della Promessa. Quando si comincia a partecipare alle attività di gruppo il novizio o la novizia indossano un fazzolettone bianco. Questo avviene per tutte le età. La carriera Scout può cominciare anche oltre l'età scolare. Solo con l'impegno, la partecipazione costante e, soprattutto, la recita della Promessa, si ottiene il tipico fazzolettone colorato che non solo identifica il gruppo di appartenenza, ma suggella la stessa promessa recitata poco prima. Il vero impegno sta nel mantenere quella promessa. Che il gruppo sia cattolico o meno, sono tre i punti fondamentali:

  • Fare sempre del proprio meglio;
  • Aiutare gli altri in ogni circostanza;
  • Osservare la Legge scout.

Nel mio piccolo cerco ancora oggi di mantenere questa Promessa. Motivo per il quale, quando ho consegnato la mia Regola di vita nel periodo in cui facevo l'educatore in oratorio, mi sono ispirato proprio al fondatore dello scoutismo, Robert Baden Powell. In particolare ho fatto riferimento al suo Scouting for Boys, ovviamente contestualizzando tutto ai tempi attuali, per adattare il mio metodo di insegnamento. Spingendo il più possibile sull'esperienza, sull'esempio, sul mettersi in gioco. Fare senza aspettare chissà cosa. Disbigottandosi. Un altro grande maestro diceva, infatti, “Fare o non fare, non c'è provare”. Essere pronti a qualsiasi eventualità, che sia piacevole o catastrofica. Pronti soprattutto a servire, nel senso più ampio del termine: non in maniera servile, ma Servire a uno scopo, essere utili per qualcuno, aiutare dove possibile.

Negli anni successivi ai lupetti, nel reparto, parliamo di scuole medie/inizio scuole superiori, finalmente le uscite diventavano più lunghe. Ogni membro della squadriglia si caricava in spalla e sul portapacchi della bibicletta i pezzi della tenda che li avrebbe accolti. Parliamo di almeno trenta chili in totale, tra pali, picchetti, copertura e parte principale. A ciascuna squadriglia spettava la sua pulizia e manutenzione. Se si sfilacciava o si rompeva dovevamo ricucirla; la pena sarebbe stata di dormire al freddo con fastidiosi spifferi se non addirittura fradici perché l'umidità della notte (per non parlare di quella dei temporali) era spietata. L'esplorazione, le prime esperienze di volontariato, gli atelier lontani da casa diversi giorni per specializzarsi nella cura degli animali, nelle trasmissioni radio, nel pronto soccorso e molte altre discipline sono stati momenti fondamentali per la crescita sia in esperienza sia in autostima. Sono ancora grato alla cascina che ha ospitato me e altri due amici, insieme a molti altri di gruppi diversi, che ci hanno mostrato come tosare le pecore, come mungere le mucche e molti altri processi simili, con cura, attenzione e rispetto. Sono sì animali, ma anche esseri viventi con i propri bisogni e caratteri.

Potrei andare avanti due giorni a parlare di questo argomento, ma credo di avervi già tediati abbastanza.

Ho scelto di cogliere questa occasione della challenge per riabilitarmi (non è un refuso, ho usato proprio il termine che volevo) a scrivere mettendoci la testa e migliorare così anche il mio modo di approcciarmi agli articoli per le riviste con le quali collaboro. L'idea nasce da un'idea di Kev Quirk, un informatico inglese appassionatissimo di molti argomenti che ha realizzato il sito dedicato alla sfida 100daystooffload.com con una breve spiegazione, le semplici linee guida e la Sala d'onore con tutti i partecipanti che l'hanno portata a termine.

Qualcun altro vuole cimentarsi? Naturalmente è il benvenuto.

La richiesta primaria è scrivere in un blog personale, perciò se non ne avete uno potete aprirne uno facilmente e gratuitamente su noblogo.org fatemi sapere se vi mettete in pista anche voi!


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Nei primi anni Novanta i telespettatori si chiedevano con insistenza chi avesse ucciso Laura Palmer, la ragazza tanto graziosa e popolare trovata morta nei primi secondi del primo episodio de I segreti di Twin Peaks. Ogni settimana veniva rivelato un nuovo scheletro nel suo armadio rosa e un potenziale assassino. Oggi assistiamo a qualcosa di simile con La Ruota del Tempo, serie tv distribuita ogni venerdì su Amazon Prime Video. Ispirata dalla saga letteraria scritta da Robert Jordan e portata a compimento da Brandon Sanderson, ha l'incipit del primo romanzo, ma mischia le carte in tavola confondendo, saggiamente, a mio parere, anche chi ha letto i libri.

Perché il Drago?

In sintesi estrema: soltanto le donne hanno la capacità di toccare e manipolare la Vera Fonte, ovvero quel potere che permette di usare quella che noi chiameremmo magia. Un potere così grande da richiedere un rigoroso addestramento da un ordine chiamato Aes Sedai. In realtà non è precluso agli uomini, ma essi inevitabilmente soccombono alla follia. Sono rarissimi quelli che ci riescono, ma visto il tremendo effetto collaterale costoro vengono domati dalle Aes Sedai e marchiati come falsi draghi. Come ogni fantasy che si rispetti esistono profezie millenarie, antichissime battaglie ed esseri oscuri e potentissimi che bramano soltanto la distruzione. Quando verrà trovato il Drago Rinato sarà l'arma definitiva per affrontare il Tenebroso, oppure si unirà a lui? Un nome, un programma, tra l'altro.

La Ruota del Tempo è a tutti gli effetti come una ruota di un arcolaio, che tesse le trame della storia, guidando i fili lungo un destino più o meno definito, attraverso le epoche e le generazioni. Tutto questo viene spiegato nell'incipit che è anche citato nella serie tv, ma personalmente fatico ancora a comprenderne il significato più profondo. Le immagini scelte per la sigla lo lasciano intendere piuttosto bene.

Le scelte azzeccate

Le idee vincenti della serie sono due per me che ho letto soltanto un libro e ho abbandonato il secondo. Sono rarissimi i libri che non leggo fino in fondo, ma in questo caso mi ha scoraggiato un lunghissimo dialogo tra due personaggi importanti a mio parere troppo forzato. Sanno perfettamente di cosa stanno parlando ma si ripetono la lezioncina soltanto per informare il lettore dei loro piani. Sarà una tecnica figlia del proprio tempo, ma oggi esistono molti escamotage diversi, primo fra tutti il mostrare e non raccontare. Quel passaggio, lungo quasi un capitolo, letto oggi mi ha abbastanza infastidito. Mi sono già ripromesso di mandar giù e riprenderlo perché sono davvero interessato a scoprire come proseguirà la saga, soprattutto perché proprio da quel momento in avanti so già che prenderà una piega del tutto originale distaccandosi sempre di più dall'omaggio all'ingombrante, onnipresente, opera di Tolkien.

La prima buona idea è avere il dono della sintesi. La storia in generale viene sintetizzata e de-didascalizzata. Intrecciata meglio, se vogliamo, meggiormente in linea con il linguaggio seriale dei nostri giorni. La seconda è lasciare in dubbio chi possa essere il Drago Rinato perché viene davvero il sospetto che gli autori della serie abbiano scelto di manipolare il materiale originale per raccontare una storia nuova, diciamo pure una trama della tela diversa da quanto visto nella saga stampata. Potrei dirvi chi sia il Drago Rinato, perché già nei capitoli iniziali del primo romanzo è più che lampante. Tuttavia in questa serie vengono messe sul piatto tante possibilità (la storia de-didascalizzata, ricordate?) e sono stati modificati così tanti dettagli rispetto ai libri che persino i lettori non possono avere certezze. Questo lo rende a tutti gli effetti un prodotto nuovo e interessante per chiunque possieda ancora la capacità di incuriosirsi.

#serietv #laruotadeltempo


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Oggi sono andato a vedere un film che non sapevo di attendere da trent'anni. O meglio, inconsciamente lo sapevo benissimo. Quando mi sono appassionato al marchio no-ghost ero soddisfatto dai cartoni animati e dai giocattoli grazie ai quali potevo inventare le mie storie. Per non parlare dello zaino protonico improvvisato riempiendo lo zainetto di scuola con ogni tipo di cianfrusaglie perché, citando Louis Tully: “Ragazzi, però, quanto pesa!” Naturalmente un fucile ad acqua era un perfetto proton gun. Le cose si fanno bene o non si fanno. Così insieme ai cuginetti, altrettanto equipaggiati, scorrazzavamo nei dintorni delle nostre case e acchiappavamo fantasmi.

Gli acchiappafantasmi della mia infanzia Una buona parte della mia infanzia.

Un bel po' più grandicello, diciamo pure una ventina di anni dopo circa, il capitolo videoludico mi ha messo nei panni di una recluta che portava a termine gli incarichi di disinfestazione ectoplasmatica insieme a Spengler, Venkman, Stantz e Zeddemore. La visita a Lucca Comics & Games in occasione del trentesimo anniversario di Ghostbusters ha dato un'ulteriore spinta nell'interesse verso il franchise. Così, per la gioia dei produttori, ho cominciato ad acquistare gadget e pubblicazioni a tema.

La mia collezione attuale La mia collezione attuale.

Ghostbusters: Legacy, mantiene perfettamente fede al proprio titolo europeo. Chiunque nell'infanzia abbia amato gli Acchiappafantasmi e dice di non essersi emozionato alla visione di questo film o ha un cuore di ghiaccio oppure mente. Tutti gli interpreti dei giovani protagonisti sono stati veramente bravi ed erano precisamente dove il Mauri cinquenne, diecenne, dodicenne, ventenne e trentenne (e sicuramente più avanti ci saranno da aggiungere molti altri 'enne') avrebbe voluto essere. McKenna Grace è a tutti gli effetti una piccola Spengler nell'aspetto e in alcuni comportamenti, ma in entrambi i casi offre anche sfumature personali. Il “nuovo Ray Stantz” è senz'altro Logan Kim, alias Podcast, che è diventato al volo il mio personaggio preferito alla pari del professor Grooberson. Quest'ultimo aveva già la mia simpatia fin dalla sua prima apparizione nei trailer perché ho adorato Paul Rudd nei film Marvel. Inutile dire che anche Finn Wolfhard e Celeste O'Connor mi hanno fatto un'ottima impressione come nuovi acchiappafantasmi e Carrie Coon, la mamma-single con un contrasto irrisolto col proprio padre, ha interpretato il ruolo con grande trasporto e credibilità. Il film ha un ritmo meno serrato rispetto alla prima pellicola. Si prende un po' di tempo prima di carburare del tutto ma questo serve a spolverare via il velo di nostalgia. Fa riaffiorare gradualmente i ricordi, sia attraverso piccoli dettagli – la collezione di spore, muffe e funghi, per esempio – sia con la colonna sonora. Tanti riferimenti, i ruoli dei giovani attori, la presenza non invasiva del cast originale (ops, ho svelato il segreto di Pulcinella), Ecto-1 compresa, è un delicato e amorevole omaggio a quanto Ghostbusters sia stato importante per i fan in tutti questi anni e, soprattutto, ad Harold “Egon Spengler” Ramis. Anche se lontani dalla Grande Mela ci si sente a casa, con i nemici che già conoscevamo e i nuovi che comunque mantengono intatte le qualità che abbiamo conosciuto nei film e nel cartone animato. Il tempo che si prende per ingranare è tutto a favore del piacere della (ri)scoperta del mondo nel quale abbiamo lasciato un pezzettino del nostro cuore e, soprattutto, approfondisce i rapporti tra i personaggi, raccontandoci il valore dell'unione di una famiglia, sia quella di sangue, sia quella che ti scegli. Il tutto intriso nella più profonda fedeltà al materiale originale, sia per comicità che per bilanciamento tra sovrannaturale e atmosfera.

Non sono minimamente in grado di dare una valutazione imparziale a questo film perché è stato scritto dai fan per i fan come me. Jason Reitman, regista e co-sceneggiatore è il primo fan, dato che ha ereditato, per stare in tema col titolo, la sedia del direttore dal padre Ivan Reitman. Riconosco che sia lontano dal raggiungere la perfezione assoluta, ma sono sicuro al 100% che sia capace di toccare le corde giuste per parlare a chiunque: sia ai super appassionati, sia a chi è stato lontano dagli Acchiappafantasmi per oltre trent'anni, sia per chi volesse approcciarsi soltanto adesso, con uno stile narrativo attuale. Chi fosse del tutto a digiuno di vapori a erranza di quinta classe o non sapesse cosa rispondere quando una semidivinità sumera (non babilonese, è tutta un'altra cosa) gli chiedesse se fosse un dio, forse potrebbe non cogliere alcune finezze. Tuttavia non viene dato nulla per scontato e ogni cosa importante viene portata all'attenzione degli spettatori con chiarezza.

To Ramis or not to Ramis?

Una domanda mi è sorta spontanea, dopo l'ondata di commozione che mi ha travolto, è: se Harold Ramis fosse stato ancora tra noi, questo film come sarebbe stato? Tanto il titolo europeo Legacy quanto quello americano Afterlife hanno un significato profondo e perfetto per la storia che stanno raccontando: la famiglia dello scomparso Egon eredita l'attrezzatura e la missione del nonno che non c'è più. Senza questo delicato tocco, come sarebbe andata avanti la storia di Ghostbusters? Un'idea ce l'avrei. E risiede proprio in Ghostbusters: Il videogioco del 2009. Per me è il vero terzo capitolo della saga, scritto da Dan Aykroyd e Harold Ramis, con gli attori originali al doppiaggio. Quello sarebbe stato per me il perfetto trampolino di lancio per un nuovo film, introducendo nuove reclute.

L'Acchiappafantasmi come servizio in franchising internazionale

Non posso ignorare il pregevole lavoro svolto da un gruppo di Appassionatissimi (la A maiuscola non è lì per caso) che hanno realizzato un film divertente e dalla resa ottima. La trama di REAL! A Ghostbusters tale si ricollega perfeettamente al franchise, è ambientato a Roma, compaiono ospiti illustri e ha ricevuto il via libera da Ghost Corps, la società che gestisce ufficialmente i diritti di Ghostbusters. Che altro vi devo dire? Ecco le mie impressioni sul film in seguito alla visione in anteprima e il film completo e gratuito. Anche Legacy, pur essendo un film autoconclusivo, getta dei semi che potrebbero germogliare in futuro, magari seguendo proprio la pista tracciata da Real!

Anch'io sono un acchiappafantasmi!

Chiamala fato, chiamala fortuna, chiamala karma, ho la convinzione che tutto accada per un motivo. – Peter Venkman

E io penso di essere destinato a iscrivermi al club ufficiale italiano di Ghostbusters. Ho scelto proprio oggi, data molto curiosa, tra l'altro (21/11/21), per ricordare la data in cui sono tornato l'Aacchiappafantasmi che ero tanto tempo fa, con zainetto e fucile improvvisati insieme a tanto entusiasmo. Ah, e proprio oggi Harold Ramis avrebbe spento 77 candeline. Se non è un giorno importante questo...

PS. Fateci caso quando andrete a vederlo o ri-vederlo. Sarà che sono stato svezzato dal cartone, ma mi è sembrato, per un momento brevissimo, che il musetto della Ecto sorridesse durante una scena di folle inseguimento.

#cinema #ghostbusters


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Questo è precisamente il libro che avrei regalato a un Mauri diecenne. Sono proprio le avventure che avrei voluto vivere io all'età dei protagonisti.

Il piccolo regno

I libri per ragazzi mi sono sempre piaciuti perché sanno cogliere lo spirito avventuroso che conservo. Sarà anche per questo che ho fatto lo Scout, ma di questo parlerò un'altra volta.

Ecco la sinossi:

Il quartier generale di noi Gente Bassa era la casa-albero. Era stata costruita da Saul e da zio Albie intorno alla base di un grosso olmo cavo che sorgeva in fondo al cortile. Era dove ci rintanavamo per discutere il da farsi, dove progettavamo le nostre spedizioni, dove raccoglievamo il bottino. Il pavimento era in assi di legno e si potevano stenderci sopra le coperte. Le finestre erano tonde come gli oblò delle navi, ed erano tre, grandi abbastanza per far entrare la luce. Dentro avevamo arredato l'ambiente con qualche vecchio cuscino e un tavolo da tè. Appesi alla parete campeggiavano il binocolo militare di zio Albie, che aveva sull'impugnatura il graffio di un proiettile tedesco, e una mappa della zona disegnata da Ariadne. Lì dentro ci sentivamo come conigli nella tana. Nessuno ci avrebbe mai sloggiati.

Wu Ming 4 è riuscito a raccontare con semplicità i pensieri e la curiosità di un gruppo di bambini che hanno tutto il tempo del mondo durante le vacanze estive. Ricordiamo tutti che le vacanze sembravano infinite quando eravamo piccoli, vero? Se aggiungiamo una casa in campagna dove trascorrere tutto questo tempo, ecco garantite le avventure quotidiane. Il periodo in cui si svolge è uno dei più incerti nella storia recente: gli anni Trenta, a cavallo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. In questa parentesi estiva i bambini, tra un gioco e l'altro, troveranno modo di riflettere anche su argomenti importanti, dopo aver scoperto un'antica tomba. Ci sono problemi che affliggono la famiglia ma questi non vengono direttamente palesati, probabilmente per immedesimare ulteriormente i lettori nella vicenda vista dal punto di vista dei ragazzi: gli adulti fanno discorsi complicati e noiosi, quindi degni di scarsa attenzione.

Il piccolo regno è uno di quei libri che ho tirato su in libreria senza pensarci troppo. Sia chiaro, non faccio mai acquisti di impulso, ma talvolta riesco a capire al volo quando qualcosa mi potrà piacere, che sia libro, fumetto, film o videogioco, un po' come avviene col quinto senso e mezzo di Dylan Dog. Trovare soddisfatte le aspettative è una delle sensazioni più belle quando si azzarda in questo modo.

#libri


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