Milano come Chicago
Milano come Chicago. Un paragone che potrebbe apparire azzardato a chi osserva oggi il volto moderno e scintillante della metropoli lombarda, eppure, basta voltare lo sguardo indietro di qualche decennio per ritrovare un’altra Milano, cupa, spietata, immersa in una spirale di violenza urbana che nulla aveva da invidiare alla Chicago dei ruggenti anni Venti e Trenta. Erano gli anni Settanta e Ottanta, e Milano, cuore industriale e finanziario d’Italia, era anche il teatro di una guerra tra bande che insanguinava le sue strade e dominava le cronache. Il nome di Renato Vallanzasca evocava fascino e terrore. Il “bel René”, così soprannominato dai giornali per il suo aspetto e il suo carisma, guidava la famigerata banda della Comasina. Le sue rapine erano pianificate con precisione militare, le sue fughe rocambolesche entravano nel mito. Vallanzasca incarnava il bandito moderno, affascinante ma spietato, capace di sfidare lo Stato con audacia e ferocia. A lui si contrapponeva Francis Turatello, detto “Faccia d’Angelo”, legato a Cosa Nostra e alla banda della Magliana, dominatore del racket della prostituzione, delle bische clandestine, e riferimento del crimine organizzato che si muoveva tra la Milano dei night club e le segrete alleanze con il Sud. La loro rivalità, a tratti collaborativa, a tratti esplosiva, disegnava una mappa criminale in cui la città sembrava vivere in un perenne stato d’assedio. Si trattava di un’epoca in cui il sangue scorreva con disarmante frequenza, le cronache raccontavano quasi quotidianamente di sparatorie, sequestri di persona, regolamenti di conti. I quartieri popolari erano il terreno fertile per una malavita che si nutriva del disagio sociale, della mancanza di opportunità, di una periferia dimenticata. L’Ortica, Baggio, Quarto Oggiaro, la Barona: nomi che evocavano una geografia del crimine, dove la legge era spesso sostituita dalla vendetta. Le bande si muovevano con un codice d’onore distorto, ma rigoroso. Si rispettavano gerarchie, si firmavano alleanze, si combattevano guerre. La città era sotto scacco, ma sembrava anche incapace di reagire, con un sistema giudiziario lento e una polizia spesso impotente di fronte all’organizzazione e alla brutalità dei criminali. Milano diventava così teatro di una narrazione nera, una Chicago europea, dove la linea tra realtà e leggenda era sottile. I giornali vendevano copie con i titoli dedicati alle imprese dei banditi, le loro storie diventavano materia da romanzo e da cinema. Con l’inizio degli anni Novanta, qualcosa cambiò. Le grandi famiglie criminali iniziarono a decadere, colpite da operazioni giudiziarie più efficaci, da collaboratori di giustizia che squarciarono il velo di omertà. Milano iniziò a trasformarsi, urbanisticamente e socialmente. Le vecchie zone malfamate furono riqualificate, il centro si fece vetrina del lusso, il volto della città cambiò. Ma la criminalità non sparì: mutò pelle. Dai boss alle gang giovanili, dai racket agli scippi nei centri commerciali, dai colpi in banca ai furti in metropolitana. Oggi la minaccia ha un altro volto. Le baby gang rappresentano una delle forme più diffuse di criminalità urbana. Ragazzi giovanissimi, spesso minorenni, cresciuti in contesti familiari fragili o completamente assenti, trovano nella violenza un modo per affermarsi, per sentirsi qualcuno. Le loro azioni non hanno la pianificazione delle bande del passato, ma sono impulsive, spettacolari, virali. Si organizzano sui social, si filmano, si esaltano a vicenda. È la spettacolarizzazione della violenza, l’illusione di un potere effimero che però lascia segni profondi. Milano non è più quella degli anni di Vallanzasca, ma non è nemmeno al riparo. La sua sicurezza si misura in termini diversi: meno sangue per strada, ma più paura diffusa. La microcriminalità agisce nell’ombra, nell’indifferenza generale. Gli scippi, i furti con destrezza, le aggressioni notturne sono episodi comuni, a volte sminuiti, altre volte ingigantiti. Ma rivelano una città che, pur cresciuta in modernità e internazionalità, conserva sacche di marginalità profonda. In tutto questo, la giustizia appare spesso in affanno. Da un lato, la repressione mostra i suoi limiti. Dall’altro, mancano strumenti efficaci di prevenzione. Le carceri sono sovraffollate, i processi lenti, le pene talvolta inadeguate. Ma soprattutto, manca una visione d’insieme che sappia collegare la sicurezza alla giustizia sociale. Perché se un tempo era la povertà materiale a spingere verso la delinquenza, oggi lo è spesso la povertà educativa, relazionale, affettiva. La mancanza di un’etica morale e civile con valori completamente dimenticati. Milano ha oggi l’opportunità di essere non solo una capitale economica, ma anche un modello di civiltà. Deve però investire nella cultura, nell’inclusione, nella rigenerazione urbana autentica. Deve creare spazi dove i giovani possano esprimersi, formarsi, sentirsi parte di qualcosa. Deve recuperare le periferie, non solo dal punto di vista edilizio, ma umano. Dare senso di appartenenza, dignità, valore. Ecco allora che la memoria della Milano violenta non deve diventare solo racconto noir o nostalgia del bandito romantico. Deve essere monito. Deve essere chiave di lettura per capire quanto è cambiato, ma anche quanto resta da fare. Perché la giustizia non è solo applicazione della legge, ma è anche prevenzione, equità, ascolto. Una città giusta non è quella che punisce di più, ma quella che sa evitare che qualcuno abbia bisogno di delinquere per esistere. Milano, come Chicago, ha attraversato il suo inferno. Ora ha il compito di non dimenticare, ma soprattutto di non ripetere. E per riuscirci, deve sapere guardare in faccia la verità, senza retorica, con il coraggio di chi sa trasformare la storia in futuro.
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