Milano, novembre 1975 (prima parte)
La nebbia del novembre 1975 era una miscela di piombo, fumo delle fabbriche di Sesto San Giovanni e gas di scarico delle Fiat 124 che galleggiava sui Navigli come un veleno lento. Milano puzzava di piastra d’officina, sigarette Nazionali ed eroina che cominciava a mangiarsi i marciapiedi di piazza Vetra. Per il commissario capo Corrado d’Anselmi, cinquant'anni e una Beretta d'ordinanza che pesava ogni giorno di più sotto l’impermeabile scuro, quella città non era più la capitale del miracolo economico. Era una polveriera. Piazza Fontana era un fantasma ancora troppo fresco e l’eco delle sprangate tra rossi e neri nei cortili della Statale rimbalzava sul pavé ogni maledetto pomeriggio. La chiamata della questura di via Fatebenefratelli lo aveva buttato giù dal letto alle tre del mattino. Non una rapina della banda Vallanzasca, non il solito regolamento di conti tra i palazzinari del Corvetto. Stavolta la faccenda scottava fino a bruciare le dita di chiunque si fosse avvicinato. L' Alfetta del commissario frenò davanti ai cancelli di un cantiere della metropolitana in costruzione vicino a via Fatebenefratelli, a due passi dal Quadrilatero della moda. Il custode, un calabrese cianotico dal terrore, aspettava stringendosi in una sciarpa di lana. D’Anselmi scese, calpestando i manifesti bagnati di Lotta Continua incollati sui pannelli di legno. La scena del crimine non era un vicolo di periferia, ma lo scavo profondo dodici metri, dove i binari futuri della linea verde avrebbero dovuto correre sotto i piedi della Milano bene. Scese le scalette di ferro mentre le fotoelettriche della scientifica tagliavano il buio con una luce bianca, spettrale. Sul fondo dello scavo, adagiato sopra una catasta di traversine di legno e sacchi di cemento ancora asciutti, c’era il cadavere di Ludovico Borromeo-Sforza, rampollo di una delle dinastie industriali più antiche e potenti della Lombardia, l'uomo che sussurrava alle orecchie dei ministri a Roma e finanziava le campagne elettorali della Democrazia Cristiana meneghina. Era vestito con un cappotto di vigogna pettinata grigia, la camicia bianca di sartoria inzuppata di un liquido scuro. Il commissario si chinò, ignorando la fitta alla schiena e l'odore di calce e ferro che gli riempiva i polmoni. I dettagli della scena erano precisi come un manifesto politico. La vittima non era stata rapinata: al polso brillava un Patek Philippe d'oro e il portafoglio gonfio di biglietti da diecimila lire era intatto nella tasca interna. L'assassino aveva agito con spietata freddezza. Due colpi di calibro 7.65 alla schiena, ravvicinati, che avevano trapassato i polmoni. Ma il vero messaggio era sul volto dell'industriale. Qualcuno gli aveva infilato in bocca, forzando la mascella fino a spaccargli gli incisivi, una copia ripiegata del Corriere della Sera del giorno prima, proprio sulla pagina dei titoli che annunciavano i nuovi accordi sindacali per il rinnovo dei contratti metalmeccanici. «Un'esecuzione politica, commissario. Sono stati i terroristi, le Brigate Rosse, o i Nap». Sentenziò l'appuntato Marini, con la voce che gli tremava mentre registrava i rilievi sul taccuino di fogli ingialliti. D’Anselmi non rispose subito. Raccolse da terra un bossolo usando la punta di una matita. Lo rigirò controluce. «Niente sigle sui muri, niente volantini di rivendicazione lasciati sul corpo, Marini. I rossi firmano sempre i loro lavori prima ancora che il sangue si sia raffreddato. Qui c'è troppa pulizia. Questo è un lavoro su commissione, mascherato da delitto politico per farci guardare nella direzione sbagliata». Il commissario si rizzò in piedi, lo sguardo rivolto verso l'alto, dove i palazzi della Milano che contava profilavano le loro sagome nere contro il cielo color lavagna. Sapeva benissimo cosa significasse quel morto. Borromeo-Sforza stava trattando la vendita di una mastodontica area industriale dismessa alla periferia est, un affare da miliardi di lire che faceva gola a molti: palazzinari senza scrupoli, banche d'affari legate alla massoneria e correnti di partito che avevano bisogno di denaro fresco per le imminenti elezioni. Prima che la scientifica potesse finire i rilievi, i fari di una berlina nera squarciarono la nebbia in superficie. Portiere che sbatterono, passi veloci sui gradini di ferro. Giù nello scavo scese il dottor Fulvio Lamberti, capo della Procura e uomo notoriamente vicino ai vertici del Pirellone. Aveva il viso tirato e un cappello di feltro bagnato calato sugli occhi. «D’Anselmi, questa indagine non deve uscire da queste mura.>> Esordì Lamberti senza nemmeno guardare il cadavere, la voce bassa, affilata come un rasoio. «La città è una polveriera. Se si sparge la voce che la sovversione ha colpito la famiglia Borromeo-Sforza, domani abbiamo gli scioperi generali e l'esercito in piazza Duomo. Lei scriva che si è trattato di un tentativo di rapina finito male da parte di delinquenza comune. Fate sparire quel giornale dalla bocca della vittima». D’Anselmi fissò il magistrato. Sentiva il sapore amaro del fumo e dell'ingiustizia salirgli in gola. «C'è un giornale infilato in gola a un uomo che fattura miliardi, dottore. I rapinatori di viale Padova non usano le 7.65 col silenziatore e non scelgono i cantieri della metropolitana per rapinare i miliardari a notte fonda. Questa è un'esecuzione d'élite». «Non mi interessa quello che pensa lei, commissario!» Ringhiò Lamberti, facendosi vicino, tanto che d’Anselmi poté sentire l'odore del liquore costoso che l'uomo aveva bevuto per darsi coraggio prima di uscire. «Ci sono equilibri politici che lei non può nemmeno immaginare. La stabilità di questa città dipende da come chiudiamo questa storia. Lei trovi un pregiudicato, un tossico, uno qualunque, e gli cuce addosso questa camicia. È un ordine che arriva dall'alto. Molto dall'alto». Il magistrato girò i tacchi e risalì le scale, lasciando d’Anselmi solo con la vittima e il silenzio complice della notte milanese. Il commissario si passò una mano sul viso stanco. Guardò di nuovo il corpo di Ludovico Borromeo-Sforza. La Milano degli anni '70 era questa: una città dove la verità valeva meno del prezzo di un trafiletto sul giornale, dove i potenti si sbranavano tra loro nei salotti di corso Venezia e poi chiedevano alla Polizia di ripulire il sangue dai pavimenti. Ma d’Anselmi non aveva mai accettato i compromessi. Se la politica voleva un colpevole di comodo, lui avrebbe cercato l'assassino vero, anche a costo di scavare sotto il fango che copriva la parte più marcia della città. «Marini.>> Disse d’Anselmi, la voce che tornava dura come il ferro degli scavi. «Porta il corpo all'obitorio di via Mangiagalli. E dì al patologo di fare l'autopsia subito, prima che arrivi un contrordine da Roma. Noi andiamo a fare un giro al Giamaica, a Brera. C'è un informatore che deve dirmi chi ha comprato una 7.65 nuova questa settimana». Salì le scale del cantiere, lasciandosi alle spalle il cadavere dell'industriale. Sapeva che da quel momento in poi avrebbe avuto contro tutti: i magistrati, la questura, i giornali e il potere che governava Milano dall'alto dei grattacieli di piazza della Repubblica. Ma finché avesse avuto un distintivo in tasca e una cartuccia in canna, la legge in quella città di nebbia e sangue l'avrebbe scritta ancora lui.
© Max Palmieri