Nebbia sul Naviglio

La nebbia sul Naviglio Grande non si alzava, galleggiava come un lenzuolo sporco sull'acqua immobile. Erano le quattro passate e Milano, sotto la pioggia sottile, sembrava un corpo congelato. L’ispettore Mauro Bolognini spense il motore dell'auto d’istituto all’angolo con via Corsico. Porta Genova a quell’ora perdeva ogni smalto da aperitivo; restavano solo l’asfalto viscido, l'odore di bitume e i fari delle volanti che tagliavano il buio. Non c’era nessun appartamento di lusso stavolta. La chiamata lo aveva trascinato sul retro di un vecchio cantiere abbandonato per il restauro di un vicolo di ringhiera, a due passi dalla darsena. L'ispettore superò il nastro bicolore della polizia, affondando gli anfibi nel fango e nei detriti. Domenico Riva, il suo agente scelto, lo aspettava sotto la luce violenta di un faro alogeno della scientifica. Aveva la faccia di chi avrebbe voluto essere ovunque, tranne che lì. «Dimmelo subito, Riva. Odio il fango. Ringhiò Bolognini, accendendosi una sigaretta protetta dal palmo della mano. «Niente fango nei polmoni, ispettore. La vittima è dentro la betoniera». Bolognini si avvicinò al grosso cilindro d'acciaio fermo, inclinato verso il basso. All'interno, seminudo e ricoperto da uno strato di cemento fresco che cominciava a fare presa, c’era il corpo di un uomo. La calce gli imbiancava la pelle, ma il foro del proiettile alla base del cranio era pulito. Un’esecuzione in piena regola. «Chi ha dato l'allarme?» «Il guardiano notturno. Dice di aver visto un suv scuro scappare verso viale Gorizia alle tre e mezza». Bolognini si chinò sul bordo della macchina edile. Notò qualcosa sul metallo: un'impronta parziale di fango, ma non della terra del cantiere. Era argilla rossa, tipica dei campi della periferia Sud, fuori dalla cerchia dei Navigli. Poi lo sguardo cadde sui vestiti della vittima, ammucchiati in un angolo del cantiere. Aprì il portafogli con la punta della penna. «Vittorio Moretti.» Lesse Bolognini. «Il re dei subappalti del Corvetto. Questo non è un delitto di gelosia, Riva. Questa è roba pesante». «La Comasina?» azzardò l'agente. «Peggio. Guarda qui». L'ispettore indicò l'orologio della vittima, un Rolex d'oro rimasto a terra, fermo sulle tre e un quarto. Il vetro era spaccato, segno di una colluttazione precedente. Ma sul polso della vittima c'era un segno fresco: un graffio profondo, parallelo a una bruciatura di sigaretta. Lo avevano torturato prima di sparargli. Per cosa? Per farsi dare una chiave, una combinazione, un nome. Bolognini si rizzò in piedi, aspirando una boccata profonda. «Moretti gestiva i soldi in nero della riqualificazione degli scali ferroviari. Se lo hanno cercato qui, cercavano l'archivio dei pagamenti. E sapevano che lo nascondeva nel cantiere». «Abbiamo controllato in ufficio, ispettore. È tutto in ordine». «Perché cercate dove cercano tutti.>> Tagliò corto Bolognini. Si incamminò verso la vecchia cabina elettrica in disuso del cantiere, l'unico punto asciutto e protetto dalle telecamere stradali. La porta di ferro era socchiusa. All'interno, l'odore di ozono e polvere era coperto da quello dolciastro di un profumo maschile costoso. Sul pavimento, una grata di ferro era stata sollevata. Sotto c’era una borsa di tela impermeabile, aperta. Vuota. Il telefono di Bolognini vibrò in tasca. Era la centrale. «Bolognini. Parla». «Ispettore, abbiamo intercettato la targa segnalata dal guardiano. Il suv risulta intestato alla holding di un certo ingegner Fontana. Il rilevatore Gps lo dà fermo da cinque minuti in un parcheggio sotterraneo in via Solari». Bolognini guardò Riva. I due si capirono al volo. «Andiamo. Niente sirene». Il parcheggio di via Solari era un labirinto di cemento armato a tre piani sotto terra. L’aria era fredda, satura di gas di scarico. Trovarono il suv nero col motore ancora caldo, parcheggiato nell'angolo più buio del secondo seminterrato. Bolognini estrasse la Beretta. Fece un cenno a Riva di coprire il lato destro. Passi felpati, le ombre dei pilastri che si allungavano sui muri grigi. Dal fondo del corridoio arrivò il rumore metallico di uno sportello di un cassonetto di sicurezza che si chiudeva. Poi, il ticchettio di scarpe eleganti sul cemento. «Fontana!» La voce di Bolognini tagliò il silenzio del garage come una lama. «Fermi dove siete!». Un uomo sulla quarantina, cappotto di cashmere bagnato e borsa di tela sotto il braccio, si voltò di scatto. Aveva gli occhi sbarrati, il respiro affannato e le mani sporche di quella stessa argilla rossa che Bolognini aveva visualizzato mentalmente poco prima. «Non sapete cosa c'è qui dentro, ispettore.» Disse Fontana, la voce che tremava ma lo sguardo lucido dei disperati. «Se mi arrestate, domani Milano brucia. Ci sono i nomi di mezza giunta comunale qui dentro». «Meglio un bel falò, ingegnere.» Rispose l'ispettore senza abbassare l'arma. «Ma prima mi spiega perché ha infilato Moretti in una betoniera». Fontana accennò un sorriso tirato, lo sguardo che scivolò per un millesimo di secondo dietro le spalle dell'ispettore. Un riflesso condizionato. Bolognini avvertì il pericolo prima ancora di sentirlo. Un brivido freddo lungo la schiena. Non erano soli. Dall'oscurità dietro il pilastro alle spalle di Riva emerse una seconda figura, la canna di una pistola munita di silenziatore già puntata alla nuca dell'agente scelto. «Posa il ferro, Bolognini.» Disse una voce gelida, che non apparteneva a Fontana. «O il tuo ragazzo non vede l'alba». Il silenzio del sotterraneo divenne assoluto. Bolognini sentiva solo il ticchettio del motore del suv che si raffreddava. Il caso era risolto, i colpevoli erano lì, ma la notte di Milano esigeva ancora il suo prezzo. Il riflesso di Bolognini fu puro istinto, forgiato in trent'anni di asfalto e piombo. Non abbassò la Beretta. La mantenne dritta sul petto di Fontana, ma spostò lo sguardo sul nuovo arrivato. Era l’ombra dietro i subappalti, l’uomo dei servizi che ripuliva i pasticci della Milano bene. «Se spari a lui, Fontana muore un secondo dopo.» Disse Bolognini. La voce era un sussurro di calce e tabacco, ferma, priva di emozione. «E senza Fontana, non incassi un euro». Un secondo. Lungo come una notte in questura. Riva, immobile con la canna premuta dietro l'orecchio, non respirava. Fontana guardava la Beretta dell'ispettore, l'indice di Bolognini che esercitava già tre chili di pressione sul grilletto. «Non hai le palle, ispettore.» Azzardò l'uomo nell'ombra, ma la canna della sua pistola tremò di un millimetro. «Prova! Dai! Prova!» Rispose Bolognini. Il bluff saltò. L'uomo nell'ombra tentò di spostare la mira verso l'ispettore, ma Riva sfruttò quella frazione di secondo: un colpo di reni, una gomitata secca allo sterno del criminale che perse l'equilibrio. Il colpo silenziato spaccò il cemento del pilastro, sollevando una nuvola di polvere. L'ispettore non aspettò altro tempo. Sparò un colpo solo, preciso, alla gamba dell'aggressore, che crollò sul pavimento del garage urlando e stringendosi il ginocchio. La sua pistola rotolò lontano. Fontana, colto dal panico, mollò la borsa di tela e tentò di correre verso l'uscita, ma Bolognini lo intercettò con un placcaggio duro, scaraventandolo contro la fiancata del suv. Il metallo rimbombò nel sotterraneo. L'ingegnere finì a terra, la faccia premuta contro l'asfalto sporco di olio. Bolognini gli piantò un ginocchio tra le scapole, tirandogli indietro le braccia fino a far scattare le manette. Un clic metallico, secco. Definitivo. «È finita, ingegnere.» Ansimò l'ispettore, raccogliendo la borsa di tela impermeabile. La aprì con una mano: dentro c'erano i registri contabili in nero dello scalo di Porta Genova e tre chiavette USB. L'intera mappa della corruzione milanese. Riva si rialzò, recuperando la pistola dell'uomo ferito e tenendolo sotto tiro. Aveva la divisa sporca e il fiato corto, ma era vivo. «Grazie, capo». Bolognini si accese finalmente la sigaretta, l'accendino che illuminò per un attimo le rughe profonde del suo volto. Guardò i due uomini a terra, poi la borsa che stringeva tra le mani. Il caso della betoniera era chiuso. I colpevoli andavano in cella. Ma guardando quei faldoni, l'ispettore sapeva che la vera guerra era appena cominciata. Risalì i gradini del parcheggio mentre le prime luci dell'alba, livide e fredde, cominciavano a tagliare la nebbia di via Solari. Milano si stava svegliando, ignara che sotto la sua pelle il cancro aveva appena perso una battaglia.

© Max Palmieri