Angelo della luce

adagiati creatura del sogno

sulla curva del nostro abbandono

la lontananza è ferita insanabile

un cielo d'astri divelti

e tu balsamo sei

-tu orifiamma tu altezza

sognato stargate-

dove voce insanguinata c'inchioda

dalla caduta

. Questo testo, dal titolo “Angelo della luce”, trasuda un’atmosfera di contrasti e di tensione emotiva, in cui la luce divina e la sofferenza terrena si intrecciano. La figura dell'angelo, evocata fin dal titolo, si configura come una presenza eterea e consolatrice, destinata a lenire il dolore e a offrire conforto, pur operando in una dimensione segnata da abbandono e perdita. Il verso “adagiati creatura del sogno / sulla curva del nostro abbandono” invita a lasciarsi cullare da questa creatura, un simbolo quasi onirico, che si pose sul confine tra il conscio e l'inconscio, lungo la linea netta di una separazione irreparabile.

La seconda parte del testo, con immagini forti come “la lontananza è ferita insanabile / un cielo d'astri divelti”, amplifica il senso di un dolore che trascende il puramente individuale, trasformandosi in un’angoscia cosmica. Qui, la distanza diventa una ferita aperta, e il cielo, una distesa di stelle lacerata, quasi a rappresentare le cicatrici di un'esistenza imperfetta e dilaniata. È come se il testo richiamasse una realtà in cui le sofferenze personali e collettive si specchiano nell'universo stesso.

Nel verso seguente, l’essere cui ci si rivolge assume una valenza terapeutica ed elevata: “e tu balsamo sei / -tu orifiamma tu altezza / sognato stargate-“. La scelta delle parole – da “balsamo” a “orifiamma” – suggerisce non solo la capacità di lenire e trasformare il dolore, ma anche quella di elevare lo spirito a uno stato superiore, quasi a fungere da portale (“stargate”) verso un’altra dimensione, dove il sogno e la realtà si fondono. Quest'immagine del portale diventa un invito a esplorare nuovi orizzonti di consapevolezza, laddove la sofferenza si trasforma in un ponte verso la trascendenza.

Infine, “dove voce insanguinata c'inchioda / dalla caduta” riporta l’attenzione all’inevitabilità della caduta, un richiamo alla fragilità umana e al dolore che ne deriva. La “voce insanguinata” diventa qui un simbolo drammatico, un eco doloroso che ricorda il prezzo di ogni ascesa: la perdita e la sofferenza insita nel percorso dell’evoluzione e del rinnovamento.

In sintesi, il testo incarna una riflessione profonda e ambivalente sulla condizione umana: da un lato, l’anelito verso l’elevazione spirituale e il conforto divino; dall’altro, il peso ineludibile dell’abbandono, della caduta e della sofferenza. La poesia ci spinge a riflettere su come, anche nei momenti più oscuri, esista un potenziale di guarigione e trasformazione, offerto dalla presenza quasi miracolosa di quella luce che, come un angelo, si fa portale verso una possibile redenzione.