REDSHIFT

Il blog di Prof Ciarla. Qui si parla di astrofisica, fisica, scuola e società.

Estate o inverno che sia, il frigorifero risulta sempre essenziale in ogni casa. Una bibita fresca? Un po’ di gelato che ci sta sempre bene magari davanti una bella serie TV? Tranquilli, non c’è d’aver paura. Il frigorifero è lì, pronto a darci una mano. Pronto a contrastare tutti i batteri che si insinuano nel cibo e a permettere una conservazione più duratura di ciò che riponiamo nel magico elettrodomestico.

Perché, ammettiamolo. Anzi, lo ammetto: per me il frigo è stato sempre un oggetto magico, roba da spada nella roccia insomma. Ma questi erano i miei sogni da piccolo, quindi lasciamo perdere.

Crescendo poi, oltre a capirne il funzionamento, ho anche apprezzato l’ingegno di un qualcosa che, apparentemente (tra poco capirete perché apparentemente) sembra opporsi ad una legge fondamentale della natura. Il principio di cui parlo è la seconda legge della termodinamica. Infatti tale principio è legato alla per-alcuni-mistica entropia (di cui parliamo un'altra volta) ma che, in sostanza, si riferisce all’irreversibilità di alcuni processi termodinamici; per esempio, il semplice fatto che il calore passi dal corpo più caldo a quello più freddo. Forse un fatto scontato, ma di una profondità fisica entusiasmante.

E allora come si fa ad invertire la situazione, cioè a raffreddare? Ecco, prima cosa da capire sennò non possiamo proprio andare avanti: nel frigorifero non avviene il contrario della seconda legge della termodinamica, ma avviene esattamente ciò che dice la seconda legge della termodinamica. Ovvero, nel frigorifero, il calore passa dal corpo più caldo a quello più freddo. Ma come? Che razza di frigorifero è allora? Calma, calma e sangue…freddo, appunto. Cerchiamo di capire un attimo.

Quali sarebbero, in questo caso, il corpo caldo che riscalda e il corpo freddo che viene riscaldato? Ebbene, il corpo caldo sarebbe un qualunque oggetto che riponete in frigo mentre il corpo freddo é un certo gas refrigerante che scorre nelle “viscere” del nostro elettrodomestico preferito (ovviamente dopo la lavastoviglie, è chiaro). Questo fatto del corpo caldo e freddo va affrontato ancora più in dettaglio.

Prendiamo un minestrone. Buono sì, ma che c’entra? Ecco, quando lo mettiamo sul fornello il minestrone è il corpo freddo che riceve calore (dal fornello, appunto). Quando invece lo mettiamo nel frigo (o meglio nel congelatore), in quel caso il minestrone è il corpo caldo che riscalda il gas refrigerante. Guardando le cose in questo modo non c’è nulla di sorprendente e l’unica cosa da capire realmente è cosa accade nel frigorifero. Se volete, un piccolo schema della situazione è il seguente (e ora andremo a vedere i vari passaggi).

schema frigo

Beh, prima di tutto attacchiamo la spina elettrica, altrimenti il nostro frigo non vedrà la luce (letteralmente!) e il ciclo che stiamo per raccontare non potrà andare avanti.

Partiamo dall’esterno per iniziare il nostro racconto. Il gas passa per il compressore (Compressor, in figura) dove viene, appunto, compresso, cioè sottoposto ad una maggiore pressione e viene dunque riscaldato. Si tratta della stessa cosa che avviene se provate ad usare una pompa per bici e ostruite il foro di uscita mentre spingete la pompa: praticamente l’aria all’interno si riscalda. E lo stesso accade al gas refrigerante.

A questo punto il gas riscaldato viene fatto passare in un tubo-serpentina (Condenser, in figura) attraverso il quale si raffredda cedendo calore all’ambiente esterno. Raffreddandosi, il gas condensa diventando liquido.

Successivamente, il liquido passa attraverso una valvola di espansione (Expansion device, in figura) dove in pratica la pressione viene diminuita e il liquido torna parzialmente gas. Inoltre questa abbassamento di pressione comporta un raffreddamento del liquido: si va da circa 30 °C a -25°C.

In conclusione, questa miscela di liquido e gas a circa -25°C finisce dentro il nostro frigo, solitamente in una serpentina situata dietro la parete di fondo del frigo (Evaporator, in figura). E cosa accade qui? Succede che il cibo presente nel frigo cede calore alla miscela liquido-gas riscaldandola e quindi facendo evaporare il rimanente liquido della miscela. E via, di nuovo il gas ricomincia il ciclo del frigorifero e ancora e ancora.

Bene, direi che abbiamo finito. Suggerirei di andare in cucina, aprire il frigo e prendere una bella bibita fresca e gustarla con la consapevolezza che tale freschezza è tutto merito della fisica.

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Se state mangiando un panino con la frittata, fermatevi un secondo, vi devo dire una cosa. All'inizio, al Big Bang, c'erano solo atomi di idrogeno; poi si sono formati i primi nuclei più leggeri: elio e un po’ di litio.

Questo brodo di atomi ha formato le primissime stelle molto grandi e grosse. Quando le prime stelle grandi e grosse sono collassate, gli atomi di ossigeno, sodio, alluminio, silicio e altro si sono dispersi nello spazio ĺasciandosi dietro un buco nero o una stella di neutroni; a un certo punto, poi, questo gas disperso si è raffreddato, è collassato e ha formato nuove stelle più ricche di elementi.

Le stelle di neutroni, prima o poi collidono tra loro e si formano elementi come l'oro e il platino. I raggi cosmici, cioè alcune particelle espulse e accelerate nello spazio da questi collassi ed esplosioni di stelle, danno vita a berillio e bario. Poi, lentamente, anche le stelle piccole, tipo il nostro Sole, hanno concluso il loro ciclo vitale. Il gas della stella con carbonio, azoto e altro si disperde nell’universo e il risultato è una nebulosa planetaria, una nube al cui centro si trova ciò che resta del nucleo della stella, una nana bianca. Dopo che si sono formate parecchie nane bianche, queste hanno preso a esplodere per vari motivi. Questi fenomeni hanno prodotto ferro, cobalto, nichel, rame, zinco.

Questa zuppa cosmica di atomi pian piano finisce come materiale attorno a stelle in cui si formano pianeti. Anzi, finisce proprio con il formare i pianeti e coloro che li abitano. Pensate: il carbonio e l'ossigeno nel nostro corpo, l'oro di un gioiello, il silicio dello smartphone, l'alluminio che contiene il panino con la frittata che state mangiando, anzi proprio gli atomi della frittata, ecco, una volta erano tutti dentro una qualche stella.

Date un morso alla frittata pure da parte mia e la prossima volta aggiungete gli asparagi.

starstuff

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L'impianto calcistico di Campobasso, in contrada Selvapiana e in cui gioca la S.S. Città di Campobasso, è intitolato dal 1985 a Giovanni Romagnoli, pilota campobassano morto a Bir Ziden (Libia) nel 1929 durante un'azione militare.

Giovanni Romagnoli era in Libia durante un'azione del regime fascista volta alla (ri)conquista coloniale della Libia. Per questo motivo il regime fascista (Benito Mussolini in persona) conferì a Giovanni Romagnoli la medaglia d'oro al valore militare (medaglia consegnata alla vedova di Romagnoli). Per inciso, la pagina Wikipedia di Giovanni Romagnoli parla dei libici come dei ribelli, quanto invece i libici lottavano per liberarsi dal giogo fascista.

È inaccettabile dunque che, un secolo dopo l'avvento del regime fascista che tanto male ha fatto all'Italia, lo stadio di Campobasso sia ancora intitolato a un personaggio riconosciuto dal regime fascista come eroe di una guerra coloniale.

Per questo motivo ho provato a lanciare una petizione in cui si chiede che il Comune di Campobasso nella personalità dell'attuale sindaco Roberto Gravina, nello spirito antifascista della Resistenza da cui è nata la nostra Costituzione, si mobiliti per cambiare al più presto il nome dell'importante impianto sportivo cittadino.

Grazie a tutte e a tutti coloro che vorranno supportare questa piccola battaglia: credo tutto ciò sia inaccettabile, anche pensando al ruolo importante ed educativo dello sport nella società.

La petizione la trovate qui: https://www.change.org/p/roberto-gravina-sindaco-di-campobasso-un-nome-antifascista-per-lo-stadio-di-campobasso

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Quando arriva agosto arrivano anche le cosiddette “stelle cadenti” in cielo. È uno spettacolo imperdibile.

In realtà le stelle cadenti si possono vedere un po’ tutto l’anno, ma complice le temperature gradevoli (se non roventi) quelle di agosto sono sicuramente tra le più affascinanti.

Partiamo chiarendo subito una cosa: non si tratta di stelle che cadono. Quelle scie che vediamo in cielo tra il 10 e il 12 agosto ogni anno si chiamano più propriamente meteore e, nella fattispecie, Perseidi. Tranquilli, adesso vi spiego tutto per bene. Mettetevi comodi così poi farete una gran bella figura con amici e parenti.

Prima di tutto: dove guardare in cielo le Perseidi?

Le Perseidi si chiamano così perché la zona di cielo da cui sembrano tutte originarsi è quella della costellazione di Perseo. Per trovare questa costellazione dovete guardare a nord est sotto la caratteristica costellazione di Cassiopea (quella che sembra una lettera W).

Mappa per guardare le Perseidi

Le stelle cadenti non sono stelle

Una stella è una palla di gas, principalmente idrogeno ma anche un po’ di elio e altri elementi. Il Sole, per esempio, è una stella: nel suo nucleo la densità è così elevata (perché tutta la stella con il suo peso schiaccia ciò che c’è nel nucleo) e l’idrogeno si accoppia nel formare l’elio. Questo processo si chiama fusione nucleare ed è il processo che produce la luce del Sole (e di una stella in generale) che prendiamo al mare.

Le stelle sono corpi celesti molto più grandi dei pianeti. È già abbastanza chiaro dunque che quelle che vediamo in cielo non possono essere stelle, altrimenti a quest’ora saremmo già tutti morti se palle gigantesche roventi ci cadessero addosso. Ma non possono essere neanche pezzi di stelle, perché le altre stelle della nostra galassia sono molto lontane dal Sole. Per esempio, la stella più vicina al Sole è Proxima Centauri: questa stella è distante 40 mila miliardi di km. Se anche questa stella viaggiasse alla velocità della luce (e non è possibile) impiegherebbe 4 anni circa per arrivare da noi. Inoltre, se una grossa stella si scontra con il Sistema solare, vedere le “stelle cadenti” in cielo sarebbe l’ultimo dei problemi, ve lo assicuro.

Se le stelle cadenti non sono stelle, allora che cosa sono?

Questa domanda se la sono posta un po’ tutti in passato, ma il primo che ebbe un’intuizione felice fu Giovanni Schiaparelli, astronomo e anche senatore del Regno d’Italia. Siamo infatti nel 1867 e Schiaparelli si mette a studiare proprio le Perseidi, le “stelle cadenti” di agosto e si accorge di una cosa fondamentale: le “stelle cadenti” sembrano trovarsi proprio lungo l’orbita di una cometa, per la precisone la cometa Swift-Tuttle.

Giovanni Schiaparelli

Questa cometa fu scoperta – indipendentemente – solo qualche anno prima, nel 1862, da Lewis Swift e Horace Parnell Tuttle. Anni di osservazione degli astronomi alla fine confermano l’ipotesi di Schiaparelli: le “stelle cadenti” d’agosto sono i resti della cometa Swift-Tuttle durante il suo passaggio attorno al Sole.

La Terra e la cometa Swift-Tuttle

Poi, negli anni, ci si rende conto che in realtà questo vale anche per gli altri sciami di stelle cadenti che si verificano durante l’anno. Per esempio, le Acquaridi, che si verificano tra aprile e maggio, sono causate dai detriti lasciati dalla celeberrima cometa di Halley.

Che cosa sono le comete?

Le comete sono palle di ghiaccio e roccia che orbitano attorno al Sole.

La cometa 67/P

Le comete in generale provengono da una zona periferica del Sistema solare chiamata Nube di Oort: quando la loro orbita viene perturbata per qualche motivo – per esempio dal moto degli altri corpi presenti nella Nube di Oort – una cometa può iniziare a cadere verso il Sole.

Nube di Oort

Quando cade verso il Sole una cometa inizia ad avvicinarsi a una zona in cui l’influenza della luce proveniente dalla stella comincia ad avere effetto: si formano così le due code della cometa.

Già capite che le comete hanno una certa tendenza a perdere materiale. Durante il loro tragitto attorno al Sole lo fanno e poi magari capita che la Terra attraversi proprio una regione di spazio che attraversa pure la cometa (in istanti diversi si spera, altrimenti famo er botto). Quei detriti lasciati da una cometa, quando poi cadono nell’atmosfera terrestre formano le “stelle cadenti”.

Come si formano le scie delle stelle cadenti

Assodato che non abbiamo a che fare con pezzi di stelle, ma con pezzi di cometa, possiamo stare più tranquilli. I detriti delle comete hanno dimensioni che vanno dalle frazioni di millimetro a, quando proprio esageriamo, circa qualche metro. Ma tranquilli: l’atmosfera terrestre è abbastanza spessa e densa da fare piazza pulita. Infatti quando questi detriti cadono sulla Terra ecco che avviene il fenomeno che provoca le classiche scie che tanto ci piacciono.

Questo fenomeno non avviene a causa dell’attrito tra i detriti e l’atmosfera: questa spiegazione è sbagliata.

La spiegazione giusta è questa: quando un detrito entra nell’atmosfera, cade verso la Terra e comprime l’aria davanti a sé. Quest’aria compressa si scalda e il calore prodotto fa evaporare il detrito. Siccome questo processo avviene in caduta, ecco che si forma la classica scia.

Tecnicamente, questa scia che vediamo è ciò che si chiama meteora, ma ora provo a essere più chiaro su questo punto.

Meteora o meteorite?

Agli astronomi piace dare nomi alle cose. Dunque, una meteora è la scia che un detrito lascia dietro di sé quando si consuma completamente nell’atmosfera. Un meteorite invece è un pezzo detrito che riesce ad arrivare fino alla superficie terrestre. Sia la meteora sia il meteorite prima di cadere sono chiamati meteoroidi. Questo piccolo schema qui sotto dovrebbe rendere tutto più chiaro.

Piccolo schema

E con questo, godetevi lo spettacolo in cielo, buon universo!

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Il 9 febbraio 2021 una sonda degli Emirati Arabi è entrata nell'orbita di Marte. Facciamo un passo indietro e vediamo di capire come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, perché.

Il 19 luglio 2020, alle 23:58 italiane, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno compiuto uno storico lancio spaziale dal Giappone: hanno inviato una sonda verso Marte. La sonda si chiama Al Amal, che tradotto vuol dire “speranza”.

Nelle intenzioni degli Emirati, la sonda Amal si metterà in orbita attorno a Marte a febbraio 2021 ma non farà misure che già altri hanno fatto. A bordo di Al Amal ci sono tre strumenti: una camera per ottenere immagini (EXI), uno spettrometro a infrarossi (EMIRS), uno spettrografo a ultravioletti (EMUS). La camera EXI cercherà di ottenere immagini ad alta risoluzione nell’ultravioletto e nella luce visibile; gli altri due strumenti invece studieranno per bene l’atmosfera marziana con particolare attenzione alle particelle di polvere e acqua sospese nell’atmosfera di Marte. L’obiettivo principale della missione è capire come l’energia delle particelle sulla superficie di Marte si propaga e dissipa attraverso gli strati dell’atmosfera. Capire per bene l’atmosfera di Marte è fondamentale per le future missioni alla volta del pianeta rosso.

Gli EAU seguono Unione Sovietica, Stati Uniti, Giappone, Unione Europea, India e Cina nei tentativi di conquista del pianeta rosso. Gli EAU in particolare però esistono da quasi cinquant’anni eppure hanno già inviato una sonda verso Marte. Certo, i soldi non mancano da quelle parti: tuttavia si è in errore se si pensa che la missione sia un vezzo petrolifero. Allo stesso modo, si commette un errore se si ritiene che gli EAU abbiano preparato una missione verso Marte per il puro amore della conoscenza.

Se gli EAU esistono da circa 50 anni, non c’è da meravigliarsi che l’agenzia spaziale degli EAU esista da soli 6 anni. Ora, va bene i soldi e il petrolio, ma io in 6 anni non sono riuscito a combinare granché della mia vita (spero sia andata meglio a voi): allora come hanno fatto gli EAU a mettere in piedi una missione verso Marte senza avere alcuna precedente esperienza nella ricerca spaziale?

La risposta è nella parola collaborazione. Già il fatto che il lancio sia avvenuto dal Giappone rende un po’ l’idea del fatto che se gli Emirati avessero fatto tutto da soli, beh, sarebbe stato arduo. Ma la collaborazione non si è limitata a una rampa di lancio.

Il centro di ricerca Mohammed bin Rashid Space Centre (MBRSC) degli EAU ha collaborato con varie università americane: lo strumento EXI è stato costruito in collaborazione con la University of Boulder, in Colorado (USA); lo strumento EMIRS è stato costruito in collaborazione con la Arizona State University (USA); lo strumento EMUS è stato costruito in collaborazione con il Laboratory for Atmospheric and Space Physics, di nuovo della University of Boulder in Colorado (USA).

A questo punto, come diceva l’inarrivabile Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché tutta questa fretta? Perché Marte? Perché lavorare intensamente a un progetto nazionale e spingere con gli aiuti da fuori? Non fraintendetemi, le collaborazioni vanno benissimo; qui ci stiamo chiedendo perché gli EAU hanno sentito l’esigenza di andare in fretta e furia su Marte a tutti i costi.

Non dobbiamo arrovellarci troppo per rispondere: per fortuna la risposta la fornisce direttamente il principe degli Emirati Arabi Uniti, Hamdan bin Mohammed, che su Twitter ha postato un video a proposito.

Per chi di voi conosce l’arabo sarà già tutto chiaro. Una descrizione in inglese del contenuto di questo video è sul Khaleej Times, il giornale in lingua inglese di Dubai, in questo articolo qui. Il principe nel suo video fornisce cinque motivi che hanno spinto gli Emirati a lanciarsi verso Marte. Vediamoli insieme.

Il primo motivo è molto semplice: non c’è futuro senza scienza e senza conoscenza. Il secondo motivo è già più nazionalista: gli EAU vanno su Marte perché vogliono dimostrare alle nuove generazioni arabe che l’impossibile è possibile. Andiamo avanti con la terza ragione: secondo il Principe, il viaggio degli EAU verso Marte è un messaggio di speranza a tutti gli Arabi, per affermare che gli Emirati possono competere nel mondo della scienza e della tecnologia. Gli EAU guidano oggi questo cambio di passo nel mondo arabo. Il quarto motivo scende sempre più nello specifico: gli EAU stanno andando su Marte perché andare su Marte vuol dire avere grandi ambizioni, ovvero non si tratta soltanto di costruire e lanciare una sonda ma, sempre secondo il principe, si tratta di costruire le basi per il domani. E, infine, la quinta ragione. Il principe ricorda che gli EAU stanno per festeggiare i primi 50 anni di esistenza e sono già proiettati ai prossimi 50 anni: dal deserto della penisola araba al deserto di Marte, di nuovo l’impossibile che diventa possibile.

Tra le righe ma non troppo il principe delinea non solo il futuro dell’agenzia spaziale degli Emirati; è molto chiaro anche il motivo principale per cui è stato scelto di inviare una sonda su Marte. Il motivo è passare da zero a cento, ovvero fare immediatamente un grande salto nelle capacità scientifiche e tecnologiche degli Emirati. Il principe dice una cosa molto vera: non c’è futuro senza scienza e conoscenza. Allo stesso tempo è evidente che il futuro di cui parla è soprattutto un futuro economico, che guarda al prodotto interno lordo più che allo sviluppo scientifico (per non parlare delle questioni politiche che, prima di tutto, passano dal PIL).

Gli Emirati forse hanno capito prima degli altri paesi arabi che il petrolio non durerà per sempre o almeno che l’economia basata sul petrolio non potrà continuare a generare sempre gli stessi profitti. Assicurarsi una crescita tecnologica permette di investire i soldi guadagnati oggi in nuovi ambiti di mercato domani.

Se gli Emirati sono in grado di inviare sonde su Marte, vuol dire che sono partner tecnologici affidabili. In questo senso, le collaborazioni sono state strategiche: perché fare da soli quando si può crescere con l’aiuto degli altri? Affidereste la costruzione di uno spettrografo a ultravioletti agli Emirati oppure, per esempio, alla Croazia? Se la missione Al Amal avrà successo e verranno raccolti dati dell’atmosfera di Marte senza disguidi, beh, la risposta alla domanda è ovvia. In più, gli Emirati possono sempre dire di aver imparato dagli americani, che di strumenti da dislocare su Marte se intendono eccome. In questo modo gli Emirati Arabi Uniti sono entrati di peso nel mercato globale dello sviluppo di strumenti spaziali: l’obiettivo è sia tornare sulla Luna sia andare per la prima volta su Marte e chi vuole un pezzo (leggi: soldi) della torta deve mostrare le proprie capacità. Per gli Emirati andare su Marte non è un obiettivo bensì un mezzo per sviluppare le capacità tecnologiche per affrontare il mercato globale nei prossimi decenni.

La strategia degli Emirati Arabi Uniti suona come impeccabile: è un mostrare al mondo che gli EAU non sono solo terre di petrolio ma anche luoghi che sviluppano tecnologia sofisticata. Poi, certo, c’è una sonda che arriverà su Marte: oltre a stimolare automaticamente investitori (anche esteri) a mettere soldi nella ricerca scientifica nella terra degli emiri, allo stesso tempo gli EAU metteranno un’importante vessillo attorno a un altro pianeta. Mica poco. Se, anche dopo aver letto le dichiarazioni audaci del principe degli Emirati, comunque vi sorprende che gli EAU abbiano scelto di andare prima su Marte anziché optare per la Luna, pensate a questo: l’Unione Sovietica già nel 1960 provò a inviare la prima sonda verso Marte (e fu un insuccesso già al lancio), qualche mese prima del volo del Vostok 1 con Yuri Gagarin.

Non bisogna pensare che questa strategia sia esclusiva degli Emirati. In realtà avrei potuto scrivere questo post anche per l’India, la Cina, Israele, e molti altri. Avevamo già parlato su questo blog di come lo spazio possa essere una risorsa dai risvolti economici importanti (come per il caso dell’Etiopia, per esempio). Molte altre nazioni hanno capito da tempo che lo sviluppo delle missioni spaziali è l’amo con cui riuscire a pescare nuovi capitali d’investimento e nuovi mercati. Sicuramente lo sviluppo commerciale è molto avanzato per ora solo negli Stati Uniti, dove accanto l’agenzia spaziale nazionale (NASA) sono presenti diversi soggetti privati che hanno già riscosso ottimi risultati, tuttavia possiamo constatare che le altre nazioni del mondo non sono certo rimaste con le mani in mano negli ultimi anni.

Non credo che il contenuto di questo post sia molto sorprendente. Da (ex) astrofisico ovviamente sono felice se nuovi strumenti accurati e precisi riescono a raccogliere dati importanti che ci permettono di capire meglio come funziona l’universo. Ma sarei un ingenuo se non ponessi gli sviluppi tecnologici della ricerca astrofisica all’interno della cornice del capitalismo globale. Se volete un’ulteriore prova, pensate al Recovery Fund, il debito comune che l’Unione Europea metterà a disposizione per andare incontro agli effetti dell’epidemia di Covid-19. Per racimolare quei soldi dal bilancio europeo sono stati fatti dei tagli, in un gioco tessile di uncinetto monetario. E così, i soldi a disposizione della ricerca scientifica sono calati rispetto a quanto preventivato. Sappiamo già che cosa vuol dire: meno soldi per la ricerca scientifica vuol dire più selezione per i progetti che verranno proposti, cioè meno progetti saranno finanziati. E quali progetti avranno più probabilità quindi di essere finanziati? Non ci sono dubbi: quelli che potranno avere il maggior ritorno in termini soprattutto economici.

Se negli anni della guerra fredda la corsa allo spazio era soprattutto uno strumento per ottenere il predominio sulla Terra, oggi la nuova corsa allo spazio è principalmente l’ingresso dell’umanità in un nuovo gigantesco mercato economico che frutterà milioni solo a chi sarà capace di sfruttarlo.

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Su tutti i giornali, i telegiornali, ma anche i social network, l’argomento più discusso di questi giorni è sempre lo stesso: la scuola. Sembra quasi che solo nelle ultime settimane ci siamo accorti che a settembre saremmo dovuti ripartire con problemi di sicurezza sanitaria causa Covid-19, logistici e didattici/pedagogici.

Ma è davvero così? La pandemia Covid-19 ha scoperto tutti i problemi della scuola italiana. Problemi che però partono da molto lontano nel tempo. E ora dobbiamo risolverli tutti subito, un’emergenza nell’emergenza. Quindi, per capire bene quali sono queste nervi scoperti della scuola italiana, dobbiamo per forza iniziare il nostro racconto a partire dall’inizio dell’infezione italiana di Covid-19 avvenuta a gennaio di quest’anno.

L’inizio della pandemia

Questo 2020 è senza dubbio l’anno del Covid-19. A livello globale la malattia ha contagiato una marea di persone e fatto morire troppi. In Italia, il 23 gennaio due turisti sbarcano a Milano Malpensa. Provengono dalla provincia di Hubei, in Cina: il capoluogo di questa provincia è Wuhan. A Wuhan, il 9 gennaio 2020 muore la prima persona a causa del nuovo virus (il Sars-Cov2, che può causare la malattia chiamataCovid-19) e il 23 gennaio 2020 viene disposta la quarantena per tutta la città.

Ma torniamo ai due turisti cinesi in Italia. Dopo lo sbarco a Milano il 23 gennaio, i due cinesi si dirigono a Roma, in bus, e fanno tappa in varie città. Il 30 gennaio però i due turisti risultano positivi al Covid-19. Per il governo “la situazione è sotto controllo“.

Il 4 febbraio 2020, come si ricorda in un comunicato del MIUR, l’Istituto Superiore di Sanità precisa che “al momento l’Italia è tra i Paesi che hanno adottato le misure più ampie ed articolate per il controllo della diffusione dell’infezione nell’intera popolazione”.

Eppure, il 17 febbraio 2020 parte la scintilla che ha causato tutto quello che sappiamo. Mattia, un uomo di 38 anni di Castiglione d’Adda, in provincia di Lodi, sta male e si reca in ospedale. I medici diagnosticano una polmonite leggera. Due giorni dopo, 19 febbraio 2020, Mattia torna al pronto soccorso e, per puro caso, gli viene fatto un tampone per vedere se ha contratto il Covid-19: il tampone è positivo, parte la caccia al paziente zero. La dotteressa e l’anestesista che hanno fatto il tampone a Mattia hanno solo pensato “a non ignorare l’ipotesi peggiore”.

Da qui, il 19 febbraio a Lodi, il coronavirus parte alla conquista dell’Italia. L’ultima tappa di conquista del virus sarà il 18 marzo 2020 a Pozzilli, quando anche la provincia d’Isernia (ultima rimasta senza casi) capitolerà al Covid-19. Un mese per infettare tutta l’Italia.

Si chiudono le scuole

Nel frattempo, il 24 febbraio si inizia a chiudere le scuole al nord. Il 4 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte e la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina prendono una decisione: “chiusura prudenziale” fino al 15 marzo. Infine, il 10 marzo tutta l’Italia diventa zona rossa. Da qui parte un clima di incertezza perenne sulla scuola, a suon di hashtag LaScuolaNonSiFerma e didattica a distanza (ma di questo ne abbiamo già parlato su questo blog).

Il 1 aprile 2020 Azzolina prova (con scarso successo) a rompere gli indugi promettendo a giorni decisioni ufficiali sugli Esami di Stato. Insomma, un comunicato per dire che serve tempo. Il via libera arriva il 6 aprile 2020. La chiusura delle scuole viene prorogata fino al 3 aprile. Anzi no, si va oltre: il 28 marzo 2020 Conte annuncia che “la sospensione delle attività didattiche proseguirà ragionevolmente: non c’è una prospettiva di tornare dopo il 3 aprile alle attività didattiche ordinarie”.

Il 6 aprile poi avviene quello che secondo me è il capolavoro tragico di Azzolina. Nella stessa conferenza stampa in cui annuncia la nuova modalità degli Esami di Stato, la ministra chiede “scusa ai precari” perché non sarà possibile aggiornare le graduatorie d’istituto, aggiornamento previsto come di consueto a maggio 2020. Neanche un bambino avrebbe fatto una mossa così poco lungimirante, bloccando l’ampliamento della base docente disponibile ai tempi della pandemia, ma ci torniamo tra poco.

Intanto la chiusura della scuola viene prorogata al 13 aprile, poi al 4 maggio. Addirittura, si pone come data limite per capire se riaprire o meno le scuole la scadenza del 18 maggio: una data completamente a caso, a soli 15 giorni effettivi dalla chiusura programmata dell’anno scolastico, per la quale Azzolina e il suo ministero prevedevano diversi scenari, tra cui la riapertura.

Sappiamo com’è andata a finire: la scuola è rimasta chiusa fino all’ultimo giorno e gli (inutili) Esami di Stato sono stati svolti in presenza. E così, arriviamo a luglio: si parte con le iscrizioni ai concorsi ordinari e straordinari nonostante le pressioni per avere assunzioni basate solo su titoli e, toh chi si rivede, Azzolina fa retromarcia e dispone di nuovo le graduatorie per le supplenze, le stesse che aveva deciso di cancellare il 6 aprile chiedendo scusa ai precari in diretta televisiva e social.

E così arriviamo a oggi: emergenza precari, poca chiarezza sul protocollo sanitario da adottare in caso di contagi, banchi con le rotelle e tutte le difficoltà che presto si troveranno a scuola dal 14 settembre.

L’invasione dei precari

Sono mesi che i sindacati parlano di 200 mila precari per l’anno scolastico 2020/2021. Da febbraio ad agosto sono 6 mesi, circa 180 giorni di Covid-19, eppure non c’è stato verso di sistemare situazioni lavorative che potevano essere sanate senza problemi. I docenti con 3 o più anni di esperienza avrebbero dovuto ricevere l’immissione in ruolo, stilando un concorso basato su soli titoli. L’articolo 97 della Costituzione Italiana dice che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.

Quindi dobbiamo fare un concorso per rispettare la Costituzione, ma la nostra legge fondamentale non dice quali debbano essere i criteri del concorso (cioè, andava bene fare per soli titoli). Su questo si è sviluppato un dibattito devo dire interessante. Christian Raimo su Internazionale ha più volte ribadito la necessità di svolgere delle prove perché, secondo lui, il concorso è l’unico momento in cui possiamo valutare i docenti.

Mi permetto di dissentire: la procedura per soli titoli proposta dai sindacati riguarda solo i precari con più di 3 anni di esperienza, quindi persone per cui una valutazione sull’operato da parte dei dirigenti scolastici, sebbene probabilmente non completa e rigorosa esiste già.

E comunque sia, l’immissione in ruolo è sempre soggetta allo svolgimento di un ulteriore anno di prova con controllo costante durante l’anno e con esame finale. Quindi i nuovi docenti assunti tramite un concorso per soli titoli avrebbero comunque dovuto dimostrare le loro capacità in corso d’opera: non è meglio di una prova a crocette?

Più formazione, meno concorsi

Non sono d’accordo con Raimo neanche quando dice che gli insegnanti debbano fare dei concorsi seri. Gli insegnanti svolgono un ruolo delicato e la loro immissione in ruolo deve essere la più indolore possibile. Qualunque prova concorsuale è uno shock: si passa dal non essere mai entrato in aula a diventare perno centrale del sistema d’istruzione italiano.

Non può funzionare, neanche con un concorso serio. Piuttosto, gli aspiranti docenti dovrebbero manifestare la loro volontà e iscriversi a percorsi abilitativi istituiti dal MIUR sulla base dei posti disponibili. Per l’accesso a questi percorsi potrebbe essere necessario un concorso su base provinciale o regionale, ma sarebbe un concorso di primo livello che fa accedere a un percorso di formazione, come i test di medicina, e non un concorso che prevede l’immissione in ruolo diretta.

Bisogna cambiare la Costituzione per fare ciò? Ebbene, questo mi sembra molto più importante del taglio dei parlamentari, se devo essere onesto.

La scelta di chiudere prima e riaprire poi le graduatorie per le supplenze è stata ridicola. In mancanza di percorsi formativi, le graduatorie sono l’unico mezzo per risolvere il problema delle classi senza docente. Entrare in classe senza una formazione pedagogica adeguata è grave per un sistema scolastico che vuole essere serio, ve lo dice uno che è entrato in classe proprio in questo modo.

Imparare dall’esperienza è bello, stimolante ma profondamente sbagliato nel campo dell’educazione: i docenti devono avere una formazione psicologica e pedagogica: l’obiettivo dei docenti non è trasmettere conoscenze ma insegnare ai ragazzi come apprendere. Questo della formazione dei docenti, a mio avviso, è il problema principale della scuola italiana. Le maledette classi pollaio

Se abbiamo polemiche sui banchi con le rotelle e le aule troppo piccole la colpa è del fatto che la legge attuale consente un massimo 33 studenti per aula (nelle scuole superiori). Chiunque, sia uno studente o un genitore o un docente, sa benissimo che sono troppi. Le classi sono sempre state affollate troppo, si è sempre sentita l’esigenza di ridurre questo numero limite.

Finora sono stato molto critico con Azzolina, ma qua devo spezzare una lancia in suo favore. A fine 2018 l’attuale ministra dell’istruzione, all’epoca semplice parlamentare del M5S, aveva proposto una legge per eliminare le classi pollaio, ovvero per ridurre il limite massimo di persone ammesse in un’aula scolastica a massimo 22. Da 33 a 22, non male. Purtroppo però nel corso del 2019 la discussione si è arenata. Motivo principale: i soldi.

Ora, sappiamo bene come funziona: quando lo Stato dice che mancano i soldi eliminare le classi pollaio in realtà vuole dire che i soldi che servono per eliminare le classi pollaio ci sono ma verranno usate per altre priorità del governo. Decidere dove mettere i soldi è una scelta politica. Nel corso di tutto il 2019 al governo ci sono stati M5S, Lega, PD e LeU. Tutti evidentemente avevano altre priorità, tra Papeete e taglio dei parlamentari.

Pensate: se avessimo iniziato l’anno scolastico 2019/2020, cioè l’anno appena terminato, con massimo 22 persone per aula i problemi di scorporamento e divisioni delle classi sarebbe stato già risolto un anno fa e oggi avremmo potuto guardare con più ottimismo all’inizio dell’anno scolastico.

Anzi, magari adesso saremmo qui a pensare a come dividere una classe di 22 in due classi da 10-11 studenti, riducendo ulteriormente il distanziamento. Invece siamo qui a pensare a come dividere in due una classe di 33-36 persone: ovvero siamo al problema che avremmo dovuto risolvere l’anno scorso senza la pandemia Covid-19.

Prima della pandemia: i problemi della scuola di oggi sono vecchi

E così, come la Luna dal monte, la scuola anche è spuntata prepotente come mai all’orizzonte. Di più, quasi sembra sia spuntata all’improvviso. Anzi no, non spuntata: scoppiata. Ma attenzione: davvero è scoppiata all’improvviso?

La legge sull’eliminazione delle classi pollaio è in Parlamento da due anni, il governo sceglie consapevolmente di non mettere tanti soldi sull’istruzione, non c’è un percorso abilitante formativo per docenti (TFA) dal 2014 e nel frattempo le graduatorie per i precari sono state aggiornate già tre volte (2014, 2017, 2020) con estremi che vanno dai neolaureati di quest’anno a precari caparbi con quasi dieci anni di esperienza. I problemi della scuola italiana sono quasi ancestrali, ma a noi interessano gli ultimi 20 anni. Perché?

Perché nel 2003 c’è stata la scampata pandemia della SARS, perché già da anni si parla di questo rischio e quindi tutti (non solo l’Italia) avremmo dovuto già essere pronti, almeno con la testa, al Covid-19. E la notizia sconvolgente è che, cavolo, potevamo già essere pronti: avremmo potuto avere classi senza pollai, corpo docente senza precari, insegnanti formati il più possibile.

Perché non si è bloccato subito l’anno scolastico a febbraio, anziché tirarla per le lunghe con le decisioni fino addirittura al 18 maggio mentre l’epidemia italiana si trasformava in pandemia globale Covid-19? Perché non si sono aggiornate subito le graduatorie dei supplenti per via telematica evitando di arrivare a farlo ad agosto? Perché non si è votato a tempo debito per eliminare le classi pollaio? Perché non si sono fatti i concorsi con urgenza anche l’anno scorso quando c’era lo stesso problema di precariato? Perché non si sono più istituiti percorsi di abilitazione per i neolaureati? I nostri parlamentari hanno votato la fiducia a governi che non hanno avuto la scuola tra le loro priorità economiche. Non dovremmo tagliarli, dovremmo semplicemente cambiarli. E ora le scuole riaprono

Che cosa accadrà dal 14 settembre in poi? Personalmente mi auguro che non accada nulla di grave, che nessuno si ammali di Covid-19 e che ragazzi, docenti e personale scolastico tutto stiano bene. Sono un precario, sono anche io nelle graduatorie per le supplenze: spero di essere chiamato, ovviamente, perché così potrò lavorare. Ma al di là di questo mi rendo conto che siamo in decine di migliaia in questa situazione. Poi ci sono milioni tra studenti e famiglie che verranno coinvolti e travolti da tutte le scelte che verranno prese dal 14 settembre in poi.

Certo, nessuno può dire che cosa sarebbe successo se le decisioni durante la pandemia fossero state prese da altri, anche se qui su questo blog abbiamo affrontato queste tematiche proprio durante i mesi dell’emergenza sanitaria Covid-19.

Infatti, in questo post proseguiamo con un dibattito che si snoda su un arco temporale più largo di quello dell’emergenza sanitaria: ci tengo a precisare che, a parte qualche scelta obiettivamente ridicola degli ultimi mesi sulla scuola (chiusura a tappe, graduatorie chiuse e riaperte, concorsi per titoli scartati), in questo post la critica principale riguarda il vero nucleo dei problemi che viene da lontano (scelta dei soldi, classi pollaio, problemi infrastrutturali, adeguamento antisismico), da molto lontano. Problemi che, come abbiamo visto nel nostro breve riassunto, la pandemia ha messo a nudo una volta per tutte e li ha resi in modo definitivo non rinviabili ulteriormente.

La parola da tenere a mente è sempre la stessa: lungimiranza

Se il coronavirus non ci avesse colpito e fosse rimasto solo in Cina, sicuramente saremmo ripartiti il 14 settembre 2021 con le classi pollaio, sempre con i precari senza formazione e abilitazione e, soprattutto, senza preoccuparci affatto di un’eventuale pandemia globale.

Ma guardiamo avanti, altro non possiamo fare data la situazione. Al di là di tutte le questioni, teniamo sempre a mente la parola “lungimiranza”. Qua non solo si sta giocando con il percorso scolastico degli attuali adolescenti, ma si sta minando la fiducia dei futuri adulti nell’importanza dell’istruzione. Stavolta stiamo affrontando una pandemia, in futuro il problema sarà un altro di sicuro: sulla scuola dobbiamo sempre essere vigili, pronti, attenti. Il 14 settembre, il prossimo anno scolastico, deve essere una data di svolta perlomeno per quanto riguarda l’approccio governativo alle questione scolastiche: la scuola deve diventare priorità assoluta. Qualunque cosa accadrà in futuro, c’è una sola certezza: se dovremo ripartire di nuovo da una situazione grave, potremo farlo solo con una scuola in grado di funzionare, il passato già ce lo insegna.

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Questo anno scolastico resterà per sempre nella storia a causa dell’emergenza Covid-19 che ha costretto studenti e docenti a fare lezione da casa.

In un certo senso mi spaventa il fatto di averne fatto parte nel ruolo di docente, perché un giorno sarò l’anziano di turno che si troverà a raccontare come fosse la scuola in questo periodo e non so se sarò in grado di raccontarlo per bene.

Le cose che mi porto dietro

A oggi, ho pochi anni di esperienza come insegnante e non sono stato mai formato per stare in classe e svolgere il mio lavoro. La maggior parte delle cose che ho imparato mi sono arrivate tramite l’esperienza diretta con gli studenti e con i colleghi insegnanti più esperti. Ho molte lacune eppure comunque la società mi permette di svolgere una professione di cui sento ogni giorno la responsabilità culturale a livello di collettività. Ne sono fiero ma anche allo stesso tempo ne sento il peso importante che si snoda sul lungo termine, quando i ragazzi che ora sono nelle mie classi diventeranno adulti.

Sicuramente una cosa mi è chiara da questo mio periodo da insegnante: a me piace troppo questo lavoro, nel bene e nel male, a me piace insegnare. E lo dico nel senso più ampio e coinvolgente del verbo: insegnare nel senso di educare culturalmente.

Onestamente, non credo di essere sempre riuscito a insegnare nel modo giusto. Gli errori che ho fatto sono stati dovuti sicuramente alla mia poca esperienza e alla mia mancanza di formazione iniziale, visto che sono passato da fare ricerca sulle lenti gravitazionali nell’universo a gestire classi con trenta e passa adolescenti. Insomma, non è stato facile, non è attualmente facile. A tutto questo si unisce il fatto che io, docente, non sono un robot: c’è la mia vita con tutte le sue gioie e i suoi dolori a fare da sfondo. Questo non è necessariamente un male, se gestito come si deve; ma è inevitabile, dato che comunque il lavoro dell’insegnante è pur sempre un lavoro che richiede l’interazione tra persone.

Ho passato molto tempo a riflettere, a cercare di comprendere i miei errori per fare meglio nel futuro. Ogni anno scolastico mette i docenti di fronte a nuove sfide (il Covid-19 ne è una dimostrazione lampante) e ogni anno tutti noi insegnanti impariamo qualcosa di nuovo e importante prima di tutto su noi stessi e poi sulla scuola. Su questo blog ho sempre condiviso le mie riflessioni e di certo potrete notare una qualche evoluzione nei miei pensieri.

Le cose che tutti ci portiamo dietro

A causa dell’emergenza Covid-19 credo che quest’anno tutti noi abbiamo dovuto fare i conti con la nostra visione del mondo e dello stato delle cose in generale in modo quasi definitivo. Molte volte si è citato l’adagio secondo cui “non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema”. Infatti è così, è incontrovertibile: la normalità che abbiamo vissuto fino al 2019 ha creato tutte le condizioni che hanno portato oggi a farci riflettere.

Molti, a dire il vero, stavano già riflettendo da anni su tutti i problemi analizzati in questi mesi, sia della società sia della scuola. Voglio dire: non c’era bisogno certo dell’emergenza per capire le cose che non andavano (infatti, nel nostro piccolo qui su Quantizzando, i post del diario di docenza sono partiti mesi prima dell’emergenza sanitaria). Tuttavia è un bene che queste discussioni ora siano finalmente di ampio respiro, condivise tra tutte le parti della società.

Didattica a distanza e case degli italiani

Non sono un grande sostenitore della Didattica a Distanza (DaD); non lo sono stato sin da principio, ho sempre visto la DaD come uno strumento temporaneo che non può in alcun modo sostituire la didattica in presenza. Ho già fatto notare (in un precedente mio post) che comunque la DaD potrebbe essere utile per squarciare le pareti scolastiche in situazioni in cui ciò è richiesto, in cui magari i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di un sostegno e di una guida maggiore da parte dei docenti. Ma solo inteso in questo senso didattico-educativo può avere senso, non come mera sostituzione. Naturalmente è utile usare la tecnologia come mezzo didattico per delle attività. Ma non è il caso di esultare perché finalmente ora si è sdoganato un nuovo modo di fare scuola: non è il mezzo il problema, è lo scopo. Usare la tecnologia non migliora le cose se manca uno scopio educativo e sociale nell’azione dei docenti.

Per ora, l’unico pregio che sembra avere avuto la DaD in questi mesi è quello di aver spalancato la scuola ai genitori, per davvero. Noi docenti siamo davvero entrati nelle case delle famiglie (non tutte, solo circa l’80% e questo è un problema grosso di infrastrutture e disuguaglianze su cui bisogna riflettere) malgrado diverse implicazioni per la privacy di cui bisognerà discutere seriamente.

Alla fine, la scuola, come servizio pubblico, è arrivata nelle case. Le tasse che i cittadini pagano sono tornate visivamente nelle case degli italiani. Le famiglie hanno potuto vedere solo un surrogato didattico, vero, ma comunque hanno potuto assaporare la tensione, il disagio, la qualità e la quantità della scuola dei figli sotto al loro naso. Percorsi, non programmi da svolgere

Che cosa impariamo da tutto questo? Ora che tutti gli italiani hanno visto la scuola arrivare a casa, che cosa pensano della scuola? Si sono accorti che noi docenti avremmo bisogno di maggiore formazione pedagogica e psicologica prima di affrontare una classe? Sarebbe il caso di investire in tutto ciò e dirottare buona parte del PIL in questa direzione? Oppure magari va bene così? Magari i genitori, le famiglie si sono accorti che la scuola tutto sommato è sempre la stessa di 20-30 anni fa. Lezione, interrogazione e verifiche, voti verdi o rossi, sufficienze o insufficienze. E poi si riparte con questo ciclo.

Del resto io e molti miei colleghi coetanei (anche loro sbatacchiati nella scuola senza alcuna formazione specifica) siamo usciti da una scuola fatta così. E anche i genitori dei nostri alunni sono usciti da una scuola simile. Noi tutti siamo gli adulti di oggi: noi siamo coloro che, senza alcun merito a parte l’anagrafe, siamo chiamati a trainare la società verso una direzione sconosciuta e ovviamente pensiamo di farlo nel modo migliore possibile, democraticamente parlando. Molti di noi magari pensano che sì, la scuola che abbiamo fatto non era la migliore del mondo, ma educava, dava una disciplina, altrimenti ora non saremmo qui. Se siamo tutti in qualche modo, chi più chi meno, sopravvissuti e perché quel modello deve aver funzionato, malgrado tutto.

E quindi molti sono rimasti ancorati all’idea di programmi da svolgere; ma non è più così. Ci sono delle indicazioni ministeriali ma oggi la programmazione è per competenze, la scelta dei contenuti è a discrezione del docente (date le indicazioni nazionali) e questo vale per tutte le materie, non solo per l’italiano ma anche per la matematica e la fisica. Non ci sono cose che si devono assolutamente sapere, ci sono percorsi che bisogna scegliere per ogni classe. Percorsi, non programmi. Motivazioni, passione e ascolto di ciò che hanno da dire i ragazzi, non predellini per gli insegnanti.

Bisogna chiedersi, caso per caso, che cosa bisogna fare con una classe, o addirittura con un singolo studente, se necessario. L’esclusione di un argomento dal programma non rappresenta una rinuncia: è una scelta libera dell’insegnante che non può assolutamente essere vincolata o contestata, a patto che il percorso completo vada nella direzione dello sviluppo delle competenze previste. Volendo, questo è un aspetto didattico per cui ogni docente può anche essere valutato esternamente, per capire come migliorare nell’anno scolastico successivo.

Bisogna formare i docenti: è indispensabile

Ovviamente ciò che scrivo è ciò che vorrei riuscire a fare in futuro e anche ciò che vorrei vedere in futuro a scuola. Se da un lato comunque certe cose si imparano soltanto lavorando, d’altro canto il problema principale è sempre la mancanza di formazione per noi docenti: come si fa? Tutto è demandato alla voglia personale di ciascuno di noi di mettersi in gioco. Tutti noi facciamo continuamente errori e da questi estraiamo informazioni utili per la prossima volta. Ci auto-formiamo quando invece dovremmo aver già avuto una qualche formazione a monte.

Ciò che lega la situazione attuale a quella delle vecchie generazioni è proprio questo: i nostri docenti di una volta non avevano troppe nozioni di pedagogia o psicologia e ora non le abbiamo neanche noi nuovi docenti. Non è cambiato nulla, insomma.

E, mi dispiace dare questa notizia, giocoforza non saranno formati neanche i 72 mila nuovi docenti assunti dei prossimi concorsi pubblici per le immissioni di ruolo. Abbiamo fatto esplodere così tanto il precariato che ora giustamente è richiesta una soluzione lavorativa; peccato che tutto questo avverrà a discapito della formazione dal punto di vista pedagogico e psicologico dei futuri nuovi insegnanti.

Si investe tanto sulla tecnologia, sulle cosiddette didattiche innovative, ma invece ci si dimentica sempre di investire sul corpo docente, il quale è sempre trattato dai governi solo come un grosso gruppo di persone da accontentare dopo anni di ingiustizie e non come un potenziale gruppo umano da formare. Per esempio, per il governo in carica il problema è riempire le caselle delle supplenze e non preoccuparsi di chi verrà inserito in quelle caselle. È un’emergenza, si dirà. Già, ma ormai è sempre così da anni, anche prima del Covid-19.

Per questo sono preoccupato: io voglio insegnare e per farlo devo passare per un concorso che potrebbe darmi l’abilitazione e il ruolo. Ma che cosa cambia nel mio essere insegnante tra prima e dopo il concorso? Certo, avrò studiato per il concorso ma si tratta di studio autonomo, pressoché inutile alla propria formazione. Siamo tutti diplomati, laureati un paio di volte e alcuni anche dottorati: non c’è bisogno di dimostrare ancora una volta che sappiamo studiare. Il lavoro che siamo chiamati a svolgere è un lavoro culturalmente delicato: i ragazzi passano migliaia di ore a scuola e dovrebbero passarle con professionisti dell’educazione, non con persone selezionate a caso con quiz da settimana enigmistica su serie numeriche da riempire o su avverbi e frasi da completare.

Naturalmente non è colpa di noi aspiranti docenti, o almeno non direttamente. Noi vogliamo lavorare, dobbiamo lavorare. Siamo stati lasciati allo stato brado per anni e ora pretendiamo (giustamente) stabilità. Il dibattito sulla scuola in tutti questi anni è stato sterile, si è parlato solo di tagli e mai di investimenti. Da una parte i governi si sono dimenticati della scuola, d’altra parte la scuola non ha contro-agito, non ha sviluppato i giusti anticorpi per poter permettere di ribaltare la situazione una volta che i giovani studenti sono diventati adulti.

Ciò dimostra che probabilmente le politiche degli ultimi due-tre decenni sono state molto più invasive di quanto pensassimo: come società nel complesso siamo arrivati addirittura a non considerare la scuola un potenziale luogo di rilancio socio-culturale, di palestra di socialità e incontro educativo tra le persone.

Che fare?

In questi mesi ho detto più volte che è assolutamente il momento di costruire una nuova scuola pubblica. Non mi pare che il dibattito stia virando nella direzione (almeno) da me auspicata.

Tre esempi su tutti: 1) i soldi arrivano a pioggia per i computer (quindi si sta ancora pensando alla DaD?); 2) i nuovi docenti saranno nel migliore dei casi assunti tramite concorso (e la formazione?), nel peggiore dei casi prelevati da terza fascia (e la formazione?); 3) i programmi non esistono e il docente crea i propri percorsi, ma poi, almeno per le materie di indirizzo, tutto diventa vincolante a causa della seconda prova dell’esame di stato, e di questo naturalmente non si parla mai, la maturità è sacra in Italia, guai a chi tocca la notte prima degli esami, ma che scherzi.

Che fare quindi? A questo punto ritengo ci sia una sola soluzione: unirsi. Noi docenti, precari e non, dobbiamo unirci seriamente per rigirare la scuola come un calzino. L’emergenza Covid-19 ha dimostrato in modo inequivocabile che i docenti sono fondamentali, che la passione e la dedizione degli insegnanti è cruciale per mandare avanti la scuola. Dobbiamo chiedere che si investa sulla nostra formazione, ogni anno perché il mondo è in continua evoluzione. Dobbiamo chiedere di avere classi meno numerose per poter seguire meglio tutti gli studenti e svolgere il nostro lavoro in modo più tangibile su ciascun alunno. Dovremo scioperare? Dovremo manifestare ed esporci più di quanto abbiamo mai fatto nelle nostre vite? Se dovrà essere fatto lo faremo, ma non lo faremo per noi adulti, sarà fatto per i nostri ragazzi e per le future generazioni. Non chiederemo solo di poter lavorare meglio, ma chiederemo di poter lavorare meglio per le future generazioni, chiederemo di essere formati per poter formare meglio chi verrà dopo di noi e prenderà le scelte per evitare le prossime crisi ambientali, sanitarie, economiche.

Serve ai docenti soprattutto il supporto sociale delle famiglie, le quali ci hanno visto entrare nelle loro case, che ci hanno in qualche modo compreso nelle nostre difficoltà, e che forse ora sanno più che mai che i docenti non sono autorità ma sono davvero loro alleati e compagni in un processo educativo in cui provano a spendersi totalmente ogni giorno malgrado sia una battaglia donchisciottesca per cause che dipendono dall’inerzia ministeriale a portare avanti la baracca senza un progetto lungimirante che si concentri proprio sulla diretta formazione degli insegnanti, quindi indirettamente sui ragazzi.

Dobbiamo essere tutti uniti, tutti insieme per chiedere che la scuola sia tra i primi posti dell’azione esecutiva e legislativa dello stato. Se non lo faremo neanche questa volta, gli attuali studenti diventeranno come noi, adulti che diranno a loro stessi, magari per darsi coraggio di fronte alle avversità che dovranno affrontare nei prossimi decenni, di essere comunque sopravvissuti a una scuola che appariva pessima ma che forse tanto male non era.

Se dopo settembre 2020 tutto resterà ancora uguale, se tutto resterà ancora “normale”, allora noi adulti di oggi avremo ancora una volta fallito pesantemente e rischieremo di vedere fallire anche i nostri figli. E forse non avremo possibilità di redimerci, se non avremo la volontà di farlo di fronte a una pandemia Spezziamo questo ciclo maledetto, ognuno faccia il possibile secondo le sue possibilità dentro e fuori la scuola.

E, soprattutto, rimettiamo la scuola tra le priorità del nostro impegno sociale. Non c’è da aspettare un’altra occasione: dopo il Covid-19, piuttosto che essere relegata ai margini delle scelte economiche e sociali, la scuola deve diventare davvero il baricentro in grado di pesare gli equilibri attorno a cui costruire la nostra società.

EDIT 18/05/2020

Oggi su Internazionale è uscito questo ottimo articolo di Franco Lorenzoni contro la pigra e ingiusta pretesa di dare i voti durante la didattica a distanza. Lo condivido totalmente e consiglio la lettura. L’unico neo di questo articolo, a mio avviso, è quello di non spingere per l’importanza della formazione dei docenti, perché chi insegna ha bisogno di basi pedagogiche e psicologiche da cui partire, non può sempre imparare tutto solo dalla propria esperienza.

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Ogni anno, a giugno, una marea di ragazze e ragazzi si ritrova ad affrontare un’inutile fatica: la maturità.

In questo post proverò ad argomentare ciò che penso a riguardo: a molti non piacerà, già lo so. Tuttavia non pretendo di avere la verità assoluta nelle mie mani; anzi, mi piacerebbe che si generasse una seria e serena discussione di questo problema, magari nei commenti di questo post, se volete aggiungere elementi che magari potrebbero essermi sfuggiti.

Non solo per arrivare a un qualche tipo di conclusione, ma soprattutto per parlarne: si tratta di parlare del futuro dei nostri figli, quindi del futuro di tutti.

Partiamo da un dato di fatto ormai incontrovertibile: il voto di maturità è irrilevante. Le ragazze e i ragazzi possono iscriversi all’università e fare alcune prove di ammissione anche mesi prima dello svolgimento della maturità.

Smettiamola di far credere ai nostri figli che devono essere orgogliosi per aver ottenuto un numero che non dice assolutamente nulla su chi realmente sono e su quanto davvero valgono.

La maturità si limita a confermare quanto di buono o non buono è stato fatto nel corso dei cinque anni di scuole superiori. Conferme che però sono già incluse negli scrutini finali del quinto anno, cioè giusto qualche giorno prima dello svolgimento della maturità. L’esame di maturità si limita solo a trasformare lo scrutinio finale in un voto in centesimi uniforme su scala nazionale. Qualcosa di inutile, insomma. Perché un ragazzo ammesso all’esame e quindi scrutinato su un arco temporale di mesi dovrebbe essere bocciato dopo un esame di tre giorni? Dov’è la funzione educativa della scuola?

La maturità non è un momento di passaggio: è solo una bega burocratica su cui lo stato spende milioni di euro. Perché mai la realizzazione di un tema d’italiano dovrebbe essere un momento di passaggio? È una cosa che le ragazze e i ragazzi fanno dalla prima elementare. Durante il quinto anno hanno già fatto svariate volte: perché il tema di giugno dovrebbe avere più valore del tema di aprile?

Anche le seconde prove di indirizzo sono assolutamente inutili perché non certificano le competenze: si tratta ogni anno di una prova uguale per tutti e che quindi per definizione non tiene assolutamente conto dei progressi fatti dal singolo studente. Per com’è strutturata, la seconda prova attuale è solo un grosso scoglio su cui tutti vanno a sbattere. Perché studiare una funzione matematica dovrebbe essere un momento di passaggio? Perché fare una traduzione dal greco o dal latino dovrebbe essere un momento di passaggio? Dov’è la funzione educativa dell’esame di stato?

Il colloquio orale è inutile: un’ora a discutere argomenti estratti da una busta (forse, eh, bisogna vedere ogni anno come funziona) come se si fosse a un quiz televisivo (e questa metafora fa paura, se ci pensate…). Se una ragazza o un ragazzo mi parla bene dell’induzione elettromagnetica, che cosa vuol dire esattamente? Che competenza sto certificando visto che si tratta di un’esposizione orale che ho probabilmente già sentito durante l’anno? Se poi l’obiettivo è la multidisciplinarità, beh, nulla da dire, ma perché farlo per forza con un colloquio? Ci sono altri modi per mostrare questa competenza? Se sì, perché non si prova a fare qualcosa di diverso? Sempre ammesso che queste benedette competenze non siano state già certificate durante l’anno, perché altrimenti diventa di nuovo inutile fare la maturità, cioè verificare di nuovo, per l’ennesima volta, la stessa cosa.

Altro fattore fondamentale di cui ho già parlato spesso su questo blog: l’esame di stato condiziona pesantemente le attività didattica dell’ultimo anno o comunque, magari sotto traccia, di tutto il quinquennio. Gli studenti si abituano presto all’idea che dovranno fare l’esame di stato attuale: gli esercizi, le prove, le attività già dal terzo anno iniziano a essere pensate per l’apice della maturità. I docenti, soprattutto quelli delle materie di indirizzo, hanno praticamente l’obbligo di preparare alla seconda prova e la loro didattica curva pesantemente a causa di questo vincolo. Come si può chiedere da un lato di trovare forme alternative di didattica e dall’altra chiedere di preparare gli studenti a risolvere, per esempio, una prova standard di matematica e fisica? Allucinante. L’esame di stato non è quindi solo l’ultimo anello di una catena: bensì è il motore che alimenta tutti gli altri elementi della catena, il meccanismo che detta le regole didattiche, malgrado tutte le innovazioni e invenzioni possibili.

Infine ultimo, ma non meno importante. Il racconto mitologico costruito attorno all’esame di stato è impressionante: canzoni, film, servizi al TG ogni anno a giugno non fanno altro che alimentare questo mito in cui buona parte degli italiani si crogiolano (soprattutto noi adulti, ammettiamolo). Spesso più che altro si nasconde la voglia dei ragazzi di togliersi dalle scatole l’esame e si monta l’aspetto epico della faccenda. E l’aspetto epico in realtà è quello più fuorviante: io, studente, sto facendo qualcosa di inutile e tutto il mondo attorno me lo fa passare come un momento formativo ed essenziale per la mia vita. Beh, non è così: che cosa mi dà in più l’esame di stato, in termini educativi e formativi, rispetto a ciò che ho fatto finora in classe?

Si potrebbe obiettare che l’esame di stato prepara gli studenti a ciò che verrà dopo nelle loro vita. Beh, certo, si potrebbe; ma in questo modo allora ammettiamo che non stiamo più certificando le competenze acquisite al termine del ciclo di studi e quindi stiamo facendo un’altra cosa che non ha nulla a che vedere con gli obiettivi dell’esame di maturità. E allora, di nuovo, sarebbe inutile farlo.

Secondo me ci sono due possibili soluzioni.

La prima, la più rapida, è abolire l’esame di stato: ho finito il quinto anno, sono stato scrutinato, vuol dire che ho svolto il mio percorso educativo con successo. Ottimo, bona, fine.

Altra possibilità: se vogliamo invece tenere una prova finale al termine del percorso di cinque anni, allora dobbiamo assolutamente modificare l’attuale forma. Sarebbe bello se l’esame di stato fosse un momento anch’esso formativo. Ogni studente potrebbe iniziare a lavorarci, con l’aiuto degli insegnanti, già dall’inizio del percorso di studi. Potrebbe essere un lavoro pratico, una qualsiasi forma creativa che sia anche un momento di riflessione per guardare al proprio percorso educativo. Ho imparato, ho sbagliato, ho capito. Ma anche gli aspetti negativi, di crescita. Non ho imparato, non ho capito. Sarebbe bello la creazione di un progetto in grado di svilupparsi su più anni, anche su più livelli cognitivi. L’idea di progettare è associata in modo naturale all’idea di scoperta, all’iniezione di idee e al sincretismo scolastico. Ovviamente tutto ciò sarebbe possibile solo se il numero di studenti per classe non fosse spropositato, così che ogni insegnante, nelle sue 18 ore mattutine, sia in grado di guidare con grande qualità ciascun studente.

Un nuovo tipo di esame di stato richiede un impegno: bisogna sbarazzarsi dell’aspetto selettivo della scuola. Non si va a scuola per essere selezionati, si va a scuola per imparare insieme, insegnanti e studenti. Mi rendo conto che tutto questo richiede un cambio di paradigma mastodontico. È un cambio così enorme che neanche un’emergenza globale come il Covid-19 è riuscito nell’impresa di portare questa riflessione all’ordine del giorno nel dibattito sulla scuola.

Smettiamola di lasciarci raggirare dal falso mito della selezione a 18 anni, della verifica di competenze già verificate nell’anno e negli anni precedenti. L’unica vera competenza che si raggiunge con l’esame di maturità è la consapevolezza di aver appena fatto un esame completamente inutile.

Invece, anche durante la pandemia, l’unica preoccupazione, fin dal primo momento, è stata fare l’esame di stato, portare i ragazzi in classe. Ma perché?

Si è detto (e si dirà ancora nelle prossime settimane): è un’esperienza troppo importante per i ragazzi; non li si può privare anche di questo; è un momento speciale della loro vita; ah, cavolo la notte prima degli esami; oh no, l’ansia delle prove, che momenti indimenticabili nel bene e nel male. Ah, ragazzi, quante cose vi perderete, che peccato.

Sembra quasi che gli adulti vedano l’esame di maturità come una cerimonia laica, un rito ancestrale di iniziazione (a cosa poi? boh!) per diciottenni. Questa visione rituale da parte degli adulti – visione che spesso si sente anche nei consigli di classe! – è molto deludente perché trascende da qualsiasi aspetto educativo.

Abbiamo tutti forse delle gran storie da raccontare del nostro esame di maturità o comunque dei giorni prima e dopo quell’esame. O forse no, magari qualcuno non ricorda proprio niente di quei giorni. Ma in fondo cosa importa? E a chi importa davvero? Stiamo parlando di noi, parliamo sempre e solo di noi, delle nostre singole vite: insomma puro egoismo. Non stiamo discutendo dell’effettiva utilità educativa dell’esame. Stiamo solo portando avanti una tradizione laica che appartiene al vissuto di ciascuno. È solo per questo che crediamo sia importante: l’abbiamo fatto noi.

[…] C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso. […] L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera

Probabilmente non c’è un solo motivo educativo decente per fare l’esame di stato alla fine del quinto anno delle superiori, nelle modalità in cui si fa attualmente, oltre ai normali scrutini di fine anno.

Magari se fosse qualcosa di diverso, pensato come lavoro spalmato su un intero triennio o quinquennio, ecco magari ci si potrebbe ragionare sopra. Se a scuola si lavorasse sulla scoperta e la consapevolezza di ciò che si è come persona, avere un momento di incontro e discussione alla fine del ciclo di studi sarebbe altamente educativo. Non un semplice colloquio con ruoli ben definiti, bensì delle giornate in grado di esprimere i veri obiettivi formativi della scuola. Un momento utile anche agli studenti per avere un ricordo positivo della scuola quando poi saranno genitori o insegnanti domani.

La discontinuità forzata di quest’anno, dovuta purtroppo a una pandemia, deve assolutamente essere usata come il momento per ripensare, per riflettere.

Non è facile: questa riflessione non è stata fatta quando si poteva fare con calma, figurarsi ora. Eppure sono convinto che molti insegnanti, soprattutto giovani (quindi il futuro nucleo fondante del corpo docente italiano), hanno a cuore questo problema. I giovani docenti, soprattutto quelli precari, stanno vivendo sulla loro pelle tutto ciò che ho raccontato in questo post: l’inutilità della modalità di svolgimento, l’inutilità del voto, l’inutilità di selezionare, l’inutilità del racconto epico-mitologico. E abbiamo visto come, vincolando l’attività didattica, l’esame di stato sia l’architrave che tiene tutto in piedi.

L’attuale esame di stato è già uno strumento stantìo, anacronistico, totalmente inadeguato: non può più essere parte di una scuola del futuro in cui la didattica sarà finalizzata soprattutto verso la crescita personale e la scoperta di sé.

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Tutti attendiamo di tornare alla normalità pre-Covid-19, ma in realtà non dovremmo. È stata proprio quella normalità a gettare le basi per l’esistenza stessa dell’attuale emergenza. Se il virus si è diffuso è per l’incredibile pressione economica sul processo produttivo e consumistico; se gli ospedali non erano pronti è proprio per i tagli dettati dalla politica.

Anche la scuola è stata colpita duramente dall’emergenza sanitaria: da una parte ci siamo accorti di quanto sia importante come istituzione nella società, dall’altra abbiamo visto la totale inadeguatezza dell’attuale situazione in cui la scuola naviga sempre a causa di tagli e inadempienze da parte della classe politica italiana.

La ministra dell’istruzione Azzolina ha dovuto fronteggiare l’emergenza e ha adottato alcune soluzioni. Sicuramente si poteva fare di meglio, e sicuramente questo meglio andava fatto prima, molto tempo fa. Le varie misure elencate nel decreto, giuste o sbagliate che siano, in realtà non fanno altro che far emergere problemi atavici della scuola italiana che l’emergenza ha reso elefanti negli uffici del MIUR.

Il peccato originale: la votofobia

Gli insegnanti hanno criticato molto il decreto scuola della ministra Azzolina. Una delle maggiori critiche fatte è stata l’inopportunità di dichiarare tutti gli studenti ammessi con ampio anticipo rispetto alla fine dell’anno scolastico.

Ma perché dovrebbe essere un problema questo, secondo gli insegnanti?

Perché da anni ormai la scuola è ossessionata dal voto, a livelli quasi di dipendenza. Alcuni docenti allora si rendono conto conto che verrebbe a mancare il ricatto scolastico, cioè il coltello dalla parte del manico nelle mani dei docenti. Ovvero: come si possono tenere gli studenti attenti alle lezioni se sanno già che sono promossi?

Ora, lo dico senza alcuna pretesa retorica: se così fosse, è una cosa gravissima. Voglio dire: da insegnante comprendo il potere del ricatto scolastico, della votofobia quotidiana sia di studenti sia di insegnanti; ma è assolutamente ingiustificabile sentire degli insegnanti lamentarsi di non poter più applicare questo ricatto, in una visione alquanto giustizialista della valutazione scolastica.

La votofobia infatti è ormai insita nella testa non solo degli studenti, ma anche dei docenti. Per i docenti il voto, con griglie di valutazione che pretendono di essere oggettive (ma lo sono? esistono valutazioni oggettive?), mette al riparo da ricorsi e rogne varie. Gli studenti invece non solo vedono il voto come un modo per sentirsi premiati, ma hanno ormai capito da tempo che si tratta anche di un potente strumento di competizione sociale (e questo spiega perché molto spesso anziché lamentarsi del proprio voto, si lamentano del loro voto in rapporto a quello degli altri).

A volte sono loro i primi a esigere un voto, perché hanno capito che, malgrado i rischi di beccare un’insufficienza, il voto è un certificato che li solleva dalla fatica di riflettere sul loro operato: se il voto è buono, allora OK, se il voto non è buono, allora ci pensiamo la prossima volta. I ragazzi per loro natura non sono lungimiranti, e ci mancherebbe che lo fossero; ma la votofobia, intesa anche come la paura di non ricevere un voto, li rende ormai smarriti e dipendenti da quei numeri ogni singolo giorno della loro vita scolastica.

Insomma, se ne potrebbe parlare per ore, ma il punto è che la votofobia è un disagio sociale sia per gli studenti sia per gli insegnanti. È questo duplice aspetto che la rende difficile da eliminare.

Inventarsi una nuova didattica

Anziché lamentarci della perdita del ricatto scolastico e del giustizialismo degli scrutini, questo dovrebbe essere proprio il momento di riflettere: dobbiamo pensare a una scuola senza votofobia, dove la didattica deve evidentemente avere altri approcci.

Questa fase in cui noi docenti siamo liberi dal voto è la grande occasione per permetterci di osare come mai abbiamo fatto finora. Paradossalmente (ma non troppo) la mancanza del ricatto scolastico favorisce tutti: possiamo davvero insegnare qualcosa, svincolati da programmi e da inutili seconde prove dell’esame di stato, pur sempre rispettosi delle linee guida principali.

Perché in fondo, a che serve la bocciatura? Che cosa si spera di ricavare dal punire un ragazzo tra i 13 e i 18 anni a ripetere lo stesso anno? Dov’è l’aspetto rieducativo della bocciatura?

Anche senza bocciatura resta aperto comunque il problema della valutazione. Insegnare vuol dire permettere una qualche forma di apprendimento e, verrebbe da dire a molti, questo porta al diritto degli studenti di essere valutati su quell’apprendimento.

Già, ma che vuol dire valutare? Una verifica scritta con la testa sul banco, un’interrogazione che può generare ansia perché sarà emesso un giudizio, sono esempi di valutazioni inutili; purtroppo la burocrazia (e i suoi tempi), l’inesperienza dei primi anni, la mancanza di formazione e, in seguito, l’assuefazione e l’abitudine, sono tutti elementi che concorrono a un adagiamento degli insegnanti su questi standard, diciamo così, classici. Per non parlare poi di quelle situazioni in cui volano dei voti assolutamente incomprensibili, tipo due meno, uno e mezzo.

Vi dirò un segreto: anche io una volta presi due in matematica (sul quadrato di un trinomio), un’interrogazione alla lavagna in primo liceo scientifico. Quale fu il valore educativo di quel voto così negativo? Ve lo dico io: nessuno, persi completamente la fiducia nel prof perché non avevo ricevuto un feedback su quella valutazione. Ciò che entrò nella mia mente fu solo come fare ad alzare la media, a prescindere dall’obiettivo di apprendimento che avrei dovuto raggiungere. Ma quindi, a che serve il voto numerico se non a stimolare l’ossessione per la media e quindi la votofobia anche negli studenti?

Resta il problema della valutazione in sé. Che cosa vogliamo valutare davvero? La capacità di risolvere un problema di induzione elettromagnetica, oppure la capacità di aiutare gli altri a risolvere un problema di fisica? Il fatto di avere una classe, che senso ha se ciascuno riceve un voto individuale e va per la sua strada? Sono domande a cui non si dà risposta nei decreti, ma a cui si dovrebbe pensare in modo critico se si ha a cuore il futuro della società.

In questa situazione di sospensione non dovremmo sentirci a disagio ma dovremmo avere il coraggio di sperimentare nuove metodologie didattiche e di valutazione. Anzi, dirò di più: dovrebbe essere proprio il MIUR a incentivare tutto ciò e poi magari valutare questa esperienza come formativa per un prossimo futuro.

A distanza, ma solo se parcheggiati e sorvegliati?

Come ho già detto su questo blog, la didattica a distanza non può assolutamente sostituire la didattica in presenza. Pensare a una scuola fatta solo di didattica a distanza vuol dire certificare la morte dell’istruzione e dell’educazione. La spinta feroce di queste ultime settimane, dettata soprattutto dall’emergenza covid-19, è però parsa davvero fuori luogo. Ora che sono passate diverse settimane ne possiamo parlare, credo, con maggiore lucidità.

Prima di tutto, ma questo era chiaro sin dall’inizio, le opportunità digitali non sono le stesse per tutti. Questo è un problema gigante che può essere risolto solo in modo strutturale e non può essere trascurato se si vuole ancora usare la didattica a distanza come supporto futuro.

Altra questione: la scuola non è un parcheggio per i ragazzi. Ho sentito, in prima persona e non solo, genitori elogiare/criticare scuole e insegnanti perché magari svolgono/non svolgono la didattica a distanza per tutte le ore mattutine. I genitori sia che si lamentino sia che critichino comunque si ritrovano a dire che è un bene che i ragazzi siano impegnati tutta la mattina.

Ora, io non ho figli, ma se li avessi avuti mi sarei lamentato e molto se fosse stato obbligato a stare sei ore davanti a uno schermo tutta la mattina ad ascoltare i prof che parlano, esattamente come non vorrei che accadesse in classe. Solo perché molti di noi, attuali genitori e docenti, abbiamo fatto un certo tipo di scuola (anche rigida) non vuol dire che tale modalità debba essere trasmessa ancora alle generazioni future. Credo sia una considerazione banale, ma a quanto pare la didattica a distanza sembra aver annullato questo concetto, sebbene si tratti di un aspetto tecnologico di questo momento particolare (e questo la dice tutta sul fatto che il digitale spesso sia solo una maschera). Ci sarebbe bisogno di ripensare molto profondamente all’idea di scuola; ma il problema è che, a loro volta, i genitori subiscono un ricatto ancora peggiore di quello educativo subito dai ragazzi con la votofobia.

Infatti è chiaro che la scuola è un supporto validissimo per situazioni di lavoro complicate e precarie. Anzi, purtroppo a volte è l’unico supporto: questo è un problema grosso per chi lavora, ma come fare altrimenti? Da una parte bisogna stare attenti a non svalutare la presenza dei ragazzi a scuola soltanto come un semplice travaso giornaliero di corpi, a non pensare alla scuola solo come un parcheggio, appunto; d’altra parte questa svalutazione è in pieno atto proprio a causa dei problemi di giustizia sociale che affliggono della nostra società, del mondo del lavoro, a causa dei soprusi di un sistema di produzione che obbliga chi lavora a trovare nella scuola l’unico sostegno per la propria situazione economico-sociale. La scuola è il nodo centrale diretto e indiretto di un sacco di problemi della nostra società, a quanto pare.

E i ragazzi? Sono stati interpellati in questa decisione? A proposito: vengono mai interpellati? Beh, certo, gli studenti sono chiamati in causa solo per i dati OCSE-PISA, per dire loro che sono ignoranti e trovare scuse farlocche per digitalizzare la scuola. Ma poi senza alcun progetto lungimirante ma sempre per un aspetto di facciata: infatti, se l’esame di stato resta una brutta copia di un esame universitario, come fanno i docenti a svincolarsi? E comunque sia non è vero, ragazzi, non è vero che siete ignoranti: fateli fare ai vostri genitori i test INVALSI e poi vediamo che succede.

In tutto questo, ci siamo completamente affidati a multinazionali informatiche anima e core a Google, Microsoft e compagnia. Non c’è alternativa, c’è stato detto, c’è fretta di lavorare e far funzionare tutto. Come diceva Thatcher, insomma. Ovviamente non è vero: la verità è che non si è mai lavorato per questo al MIUR in tutti questi anni. Eppure optare per il software libero vuol dire avere a cuore le esigenze delle persone, degli studenti anziché le necessità di grandi aziende private.

Nonostante ciò, sembra incredibile ma in Italia ci sono anche esempi più o meno felici di piattaforme digitali open source gestite dalla scuola. È il caso del progetto FUSS che va avanti da 10 anni in Alto Adige: software libero a disposizione di tutte le scuole della provincia, con tanto di squadra di tecnici e insegnanti a supporto. La scelta del progetto FUSS di usare software libero non è una scelta solo economica, ma è soprattutto una scelta etica, legata alla libertà d’insegnamento e alla filosofica del libero accesso per tutti alla conoscenza e all’informazione.

Voi direte: perché non si è esteso questo splendido progetto a tutta l’Italia già da 10 anni a questa parte? Eh, boh.

Tuttavia (per questo dicevo più o meno felici), proprio in questi giorni, è saltato fuori che la regione ha tagliato i fondi al progetto FUSS con l’obiettivo di chiuderlo definitivamente. Davvero incomprensibile.

Visto che il MIUR non ascolta, tocca a noi insegnanti attrezzarci dal basso. Per esempio, il progetto OpenDidattica punta a fare questo. Sto partecipando anche io a questo progetto insieme ad altri docenti molto più preparati di me. L’obiettivo è dare la possibilità a chi vuole di usare software open source come Moodle e Jitsi per la gestione della didattica a distanza (a proposito, se volete partecipare scrivetemi a sciarlariello(at)quantizzando.it).

#### Si sta come d’autunno in classe i polli

La ministra Azzolina ha annunciato, a margine della conferenza stampa sul decreto scuola, che la riapertura a settembre è da verificare poiché c’è il problema delle cosiddette classi pollaio, classi con troppi studenti (a volte 30) in un’unica aula. Sono anni che esistono queste classi, sono l’ordinarietà.

Il problema non è capire ora come distribuire gli studenti nelle classi, ma piuttosto capire per perseguire quale benedetto obiettivo didattico finora la classe pollaio è stata permessa.

Si può fare lezione con 30 persone in classe? Si può fare didattica innovativa con 30 persone in classe? Se finora il MIUR ha spinto e finanziato il digitale nelle scuole senza spingere e finanziare l’ampiamento edilizio allo stesso modo, evidentemente il MIUR ha pensato che la risposta a queste mie due domande fosse affermativa.

Ora, improvvisamente non è più così, però. Ora diventa tutto inconcepibile. Dove neanche il terremoto ha potuto, il covid19 è arrivato: è necessario investire sull’edilizia scolastica, dice il MIUR.

La verità è che è inconcepibile pensare che se non ci fosse stata la pandemia Covid-19 non avremmo mai visto affrontare seriamente il problema. Ma prima di esultare, vediamo che cosa succede da qui a settembre. Qual è il ruolo sociale dell’insegnante?

Un’altra misura importante del decreto scuola è quella che rimanda l’apertura delle graduatorie dei docenti precari all’anno prossimo. Al di là di tutti i problemi che questa scelta creerà (e di cui ci occuperemo presto da qui a settembre, perché sarà un delirio), sono le motivazioni a destare perplessità.

Secondo il MIUR non è possibile aggiornare le graduatorie perché le domande sono tutte cartacee. Ohibò. Quando si tratta di chiedere ai docenti di fare obbligatoriamente didattica a distanza da un momento all’altro invece i problemi tecnici non ci sono più, puff, spariscono. Per non parlare del fatto che l’ultima volta le graduatorie sono state aggiornate a maggio 2017, con notevoli problemi per quanto riguarda lo smaltimento delle domande cartacee: in tre anni nessuno ha pensato che potesse essere una buona idea digitalizzare questa procedura per il 2020? Ovviamente no, visto che la scuola è sempre uno degli ultimi problemi in Italia. In questo caso poi c’erano di mezzo anche lavoratori precari, quindi figuratevi.

I docenti sono sempre l’ultima ruota del carro. Precari di contratto e di ruolo sociale. I docenti dovrebbero essere quelle persone che spalancano le menti dei nostri figli, la figura del docente dovrebbe essere prima di tutto un punto di riferimento sociale. Non sono né dei babysitter, né delle enciclopedie che parlano di cose strane. Sono esseri umani che svolgono un lavoro fondamentale per la comunità e quel lavoro dovrebbe essere educare socialmente i futuri cittadini.

In condizioni annualmente precarie, con uno stipendio basso rispetto all’impegno profuso e alle responsabilità educative, i docenti sono sempre quelli che devono adeguarsi, capire, cambiare senza mai ricevere uno straccio di formazione e immersi in una classe di 30 persone, ogni giorno. È naturale che la votofobia dilaghi quando si mette a rischio la salute mentale di chi lavora. E torniamo quindi alla radice di tutti i mali, il cerchio si chiude.

Ma uno stipendio più alto e le assunzioni se di certo aiutano non risolvono il problema principale: i docenti devono essere ascoltati, come classe sociale; i docenti non possono essere lasciati deperire sminuendo il loro ruolo sociale in una scuola sempre più accartocciata su se stessa. Se si deve cambiare, bisogna farlo partendo dal basso, non dall’alto.

Che fare?

Nessuno vuole semplificare la situazione o dire che sarebbe stato facile. Il punto qui è che abbiamo l’occasione per cambiare la percezione, il ruolo della scuola e l’impatto educativo sulla società.

Immaginiamo per un attimo una scuola senza bocciature, senza voti numerici ma con valutazioni volte al successo formativo di tutti, senza lasciare nessuno indietro; una scuola in cui essere una classe ha un valore, non è solo un modo per aggregare persone in uno spazio fisico; una scuola in cui il ruolo dei docenti è fondamentale; una scuola in cui la didattica a distanza basata su software libero e accessibile a tutti possa essere un valido supporto in situazioni di disagio personale, se necessario e certificato; una scuola in cui ci si può muovere, spazialmente intendo, all’interno di una classe gestibile in un edificio sicuro.

Una scuola senza test inutili e dannosi come l’INVALSI che classificano il livello di preparazione degli studenti, ma piuttosto una scuola che sia una palestra culturale, in cui sperimentare il non sapere alla ricerca di un metodo da acquisire; una scuola in cui esplorare percorsi mentali e personali per trovare la strada verso nuove e inedite domande; una scuola in cui non ci si prepara esclusivamente per trovare lavoro nella vita, quanto piuttosto per sviluppare lo spirito critico e avere una vita consapevole; quindi una scuola che sia un vero luogo culturale ed educativo e non l’anticamera di un’azienda, magari una scuola senza alternanza scuola-lavoro.

Ma anche una scuola superiore con un esame di stato che sia davvero una prova che permetta a tutti i ragazzi di dimostrare le proprie capacità, qualunque esse siano; una scuola con un esame di stato che sia un momento in cui gli studenti possano sentirsi liberi di esprimere ciò che hanno appreso durante il loro percorso di studi e non obbligati a fare assurdi temi simil-universitari, per esempio allo scientifico, su condensatori circolari (anno 2019) o biciclette con ruote quadrate (anno 2017).

Questa scuola la sogniamo da molto prima dell’emergenza sanitaria. Nella testa di molti non è una scuola post-covid19, sarebbe dovuta essere già una scuola parecchio pre-covid19.

Ma oggi questa scuola non esiste affatto. Mai come in questo momento è davvero compito dei docenti osare, prepararsi a un nuovo modo di concepire la scuola, a far sentire la propria voce contro una burocrazia che ha trasformato i docenti prima di tutto in esecutori di pratiche e pubblici ufficiali che assegnano voti e note, anziché educatori culturali.

Ogni anno a settembre, parte un anno scolastico uguale al precedente, con gli stessi problemi, con le stesse difficoltà educative. Il prossimo settembre però, per i motivi che sappiamo, non sarà sicuramente uguale agli altri. Quindi: che fare?

Come dice Silone in Fontamara, la risposta a questa domanda è più difficile della domanda stessa. Ma se rinviamo ancora una volta la costruzione di una nuova scuola pubblica italiana, se rinviamo anche quest’anno, dopo tutto quello che è successo, allora potrebbe essere definitivamente troppo tardi per il futuro di tutti.

Aggiornamento 20 aprile – Anche la Rete Bessa ha affrontato i problemi attuali della scuola pubblica italiana e ha postato un articolo molto interessante sul blog Giap. L’articolo su Giap è molto dettagliato e preciso e ne consiglio caldamente la lettura.

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A causa dell’emergenza COVID-19, la didattica a distanza ha stravolto il modo in cui docenti e studenti interagiscono. Tutti vogliono tornare in classe ma per motivi sanitari purtroppo nessuno può. Ho già espresso il mio pensiero sulla didattica a distanza in un altro post.

In sintesi: la didattica a distanza non può essere concepita come strumento che sostituisce totalmente la didattica in presenza. Tuttavia, questo momento può essere usato per sperimentare, inventare nuove metodologie e testarle. Magari in futuro la didattica a distanza potrebbe essere utile per integrare in modo efficace ciò che si fa in presenza e ampliare la funzione sociale della scuola.

Ma nonostante tutte le migliori intenzioni, la realtà è che oggi tra le maglie dei buoni propositi si nascondono sempre problematiche potenzialmente legate alla logica del profitto che pervade il nostro mondo. Provo a spiegarmi meglio.

Un problema didattico che diventa una questione sociale

Il problema non è la didattica a distanza in sè. Il problema è idolatrare la didattica a distanza come potenziale soluzione finale di tutti i problemi della scuola, anche se solo in condizioni di emergenza e solo a chiusura anno scolastico. Proprio come ho criticato già l’uso della didattica innovativa come panacea di tutti i mali, qualcosa di simile mi pare stia accadendo con la didattica a distanza. Anzi, se possibile, con la didattica a distanza si sta agendo in modo più subdolo.

Sicuramente si è partiti a spron battuto a causa dell’emergenza, ma ogni giorno di più il timore è che gli strumenti della didattica a distanza, inseriti oggi nel percorso pedagogico di tutti i docenti in modo così forzato, potrebbero diventare domani a norma di legge. Questo vorrebbe dire imprimere un sigillo sulla didattica senza più lasciare alla libertà del docente la scelta di usare di determinati mezzi didattici a seconda del contesto e della situazione. Inconcepibile.

A mio avviso, la didattica a distanza deve essere vista come la toppa sui pantaloni, non come i pantaloni nuovi. Ripeto: integrazione, non sostituzione della didattica in presenza, sulla quale va benissimo sempre discutere, data la sua importanza. Questo per ribadire che il problema è didattico, prima di tutto.

Eppure, in rete si sprecano gli articoli che suggeriscono app, siti, piattaforme, oppure come inviare materiali agli studenti, come se il problema fosse solo quello di avere gli strumenti giusti e la didattica viene bene comunque. Se nessuno è stato preparato e formato all’eventualità di una didattica a distanza (e molti neanche alla didattica in presenza essendo precari di terza fascia), allora come si fa? Ci si affida alle indicazioni dall’alto. È a questo punto che il problema, all’inizio squisitamente didattico, si trasforma in una questione che si porta dietro un problema sociale ed economico che parte dalla tecnologia.

Aiutati che il MIUR (non) ti aiuta

Il sito del MIUR sulla didattica a distanza, che dovrebbe fungere da riferimento, è eloquente. I primi strumenti che sono elencati sono siti di proprietà di Google e Microsoft. Insomma: la scuola pubblica si affida ufficialmente a colossi privati per gestire l’immensa mole di dati di tutti i suoi studenti. Quantomeno bizzarro.

miur

Lo so cosa state pensando: tutto ciò accade solo perché siamo impreparati all’emergenza e quindi il MIUR ha preso le prime piattaforme utili e semplici da usare per dare modo ai docenti di lavorare.

Beh, questa idea non regge: primo, perché Google Suite esiste da anni, cioè Google invece era ben preparata a questo momento e non è un Ministero dell’Istruzione; secondo, pure la scuola chiusa per neve o danneggiata da un terremoto è un’emergenza (magari locale e circoscritta) per la continuità didattica. In quel caso non importa? Perché il MIUR non ha pensato prima a questo problema? Perché non ci sono soldi per l’istruzione? E perché non ci sono mai soldi per un’attività sociale così importante come l’istruzione? Del resto, l’importanza della scuola alcuni la vedono solo ora che i ragazzi, assolutamente no, non possono stare a casa senza i docenti (sempre sottopagati o precari, di quello non si parla invece).

La domanda nasce spontanea (cit.)

E se invece questa fosse stata solo finalmente l’occasione giusta per imporre certi strumenti di certe aziende a tutti indistintamente, senza troppe lamentele? Lo ammetto, mi turba pensare questa cosa, però è esattamente ciò che è successo. In molte scuole sono stati creati account per docenti e studenti con Google Suite per usare le app Classroom (gestione aule virtuali) e Meet (videochat) e si è andati diritti a pedalare e a lavorare. Senza possibilità di discutere, a giochi fatti insomma.

Perché un gigantesco soggetto pubblico come la Repubblica Italiana deve affidare il suo sistema d’istruzione ad aziende private che hanno sede legale in altri stati? Per la fretta? Per l’emergenza? Qual è il senso?

Voi direte: può darsi che sia solo una fase di transizione. Cioè del tipo: va bene, affrontiamo l’emergenza con Google ma attrezziamoci per un sistema di didattica a distanza che sia gestito dal ministero. Certo, dovrà sempre magari svilupparlo qualcun altro, ma alla fine la gestione dei dati resta al MIUR. Secondo voi andrà davvero così?

Me lo chiedo perché, a mio avviso, è esercizio di cittadinanza porsi queste domande.

Inoltre non è mica la prima volta. Perché non si è mai discusso di ciò neanche con la questione del registro elettronico, per esempio? Si parla di dati sensibili, verbali, privacy ma poi tutto è nelle mani di qualche azienda privata che vende al MIUR un servizio ma tiene i dati con la promessa di farci accedere con una password. Perché in tutti questi anni il MIUR non ha mai pensato a fare un servizio interno da usare come registro elettronico per tutte le scuole pubbliche? Se ci pensate sono sicuro che anche voi concluderete che tutto ciò non ha senso.

E si potrebbe andare avanti all’infinito, toccando altri nervi scoperti: perché nelle aule informatiche delle scuole sui computer non sono installati sistemi open source gratuiti e liberi da licenze private ma invece troviamo Microsoft e Apple? Per quale motivo la scuola pubblica (pagata con le tasse da tutti) si affida ad aziende private anziché privilegiare soluzioni gratuite e soprattutto aperte a tutti?

Usare piattaforme open source e decentralizzate sarebbe molto più comodo anche dal punto di vista economico. Per esempio, il sistema operativo Linux e la suite Open Office si possono scaricare gratuitamente dai rispettivi siti e non richiedono costi di aggiornamento e manutenzione: bisogna solo pagare dei tecnici affinché impostino i computer nelle scuole (ma tanto quello va fatto comunque). Perché tutto questo non si fa?

Educhiamo all’indipendenza digitale

Ritengo che tutto ciò faccia seriamente parte dell’educazione digitale tanto sbandierata dal ministero: bisogna fare in modo che gli studenti non siano digitalmente dipendenti da alcune specifiche piattaforme, la scuola pubblica dovrebbe educare le future generazioni in questa direzione. La situazione di questi giorni dimostra proprio questo.

Infatti l’educazione digitale va di pari passo con l’educazione a diventare cittadini consapevoli di un mondo in continua evoluzione. La scuola dovrebbe essere completamente libera da interessi digitali che, ormai lo sappiamo tutti, sono dominati da aziende che possono accedere a parecchi dati privati di ciascuno di noi: chi siamo, che luoghi frequentiamo, che cosa acquistiamo, che libri o siti leggiamo, che film guardiamo, che temperatura dell’acqua usiamo per farci la doccia. Ci manca solo ora che possano accedere al modo in cui i nostri ragazzi apprendono e noi docenti li valutiamo.

Anzi no, non ci manca: è proprio quello che stiamo facendo in questi giorni. Questo potrebbe essere il Sacro Graal per aziende private che già fatturano miliardi di euro. Siamo diventati davvero totalmente dipendenti da questi colossi capitalistici della sorveglianza se affidiamo loro anche la scuola pubblica, cioè il nostro futuro. È una follia.

La responsabilità di un’occasione

Oggi, ora, con questa emergenza sanitaria ci troviamo a riflettere seriamente su come vogliamo gestire il nostro futuro quando (si spera presto) tutto ciò sarà finito.

Abbiamo una grande responsabilità che ci mette davanti a una grande occasione. Se vogliamo rivoluzionare il nostro approccio alle tecnologie grazie all’open source e mettere seriamente in discussione il monopolio assoluto dei colossi tecnologici che controllano buona parte delle nostre vite, allora dobbiamo partire dall’ultimo baluardo che abbiamo: dobbiamo ripartire dalla scuola prima che sia troppo tardi.

Dobbiamo partire dagli strumenti con cui educhiamo i nostri ragazzi a stare in quello che sarà sicuramente un nuovo mondo nei prossimi mesi e anni. Poi possiamo inventare tutta la didattica che vogliamo.

Se invece lasciamo che l’istruzione sia assicurata da aziende private, se permettiamo l’assuefazione di studenti e docenti a strumenti che non possiamo controllare, allora ci avvieremo inevitabilmente verso un sistema di sorveglianza digitale su tutti i livelli, anche quello didattico. Accadrebbe quello che grandi aziende come Google e Facebook già fanno: in cambio di servizi gratuiti, acquisiscono dati su ciò che acquistiamo, leggiamo, guardiamo per poi vendere quei dati, ad aziende che cercano di creare una previsione su ciò che vorremo acquistare, leggere, guardare. Noi non siamo il prodotto: noi siamo le vacche da mungere. E il cerchio si chiude.

Forse state pensando che stia esagerando, che in qualche modo si deve fare e Google invece ci aiuta, che non ci sono soldi e quindi non ci sono alternative…aspettate, fermi: è proprio questo il punto. Le alternative ci sono, i soldi pure, basta non tagliare i fondi alla scuola per esempio.

Mettere tanti soldi nell’istruzione è una scelta politica fondamentale. Se non lo si fa non è perché non ci siano soldi, ma è perché si preferisce investire su altre priorità. Quando si lascia poi un’istituzione (la scuola) a se stessa, ghermita da aziende private che escono da tutte le pareti, non sono né il destino maledetto né un virus a sfasciare tutto. È la mancanza di lungimiranza, l’incapacità di riconoscere il valore della scuola rispetto al profitto immediato di altre scelte politiche.

Ora siamo in questa situazione. Il danno, già abbastanza visibile, è ora emerso in superficie fin troppo evidente, impossibile da nascondere.

Bisognerà reagire in qualche modo. Sarà inevitabile.

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