rubin

il blog di scian valscian: scuola, società, racconti e divagazioni

Leggo con estremo sgomento gli sviluppi ultimi riguardo l'avvicinamento all'elezione del prossimo Presidente della Repubblica Italiana.

Sgomberiamo innanzitutto qualsiasi moralismo: può essere elett* presidente qualsiasi persona italiana sopra i 50 anni che gode dei diritti civili e politici (articolo 84 della Costituzione Repubblicana).

Quindi Silvio Berlusconi, che di anni ne ha parecchi più di 50, può essere eletto presidente. Ma è opportuno che ciò accada? Voi che leggete direte: beh, se già te lo chiedi, stai facendo moralismo. Vero, sono d'accordo: per questo proverò a fare non un'analisi morale, bensì un'analisi socio-anagrafica della situazione. Provo a spiegarmi nelle prossime righe, seguitemi.

Chi ha 50 anni, oggi

Siamo nel 2022. Quindi 50 anni fa eravamo nel 1972, se la matematica non è un'opinione. Queste persone sono diventate maggiorenni, ergo hanno votato per la prima volta, nel 1990. Cosa sto dicendo? Sto dicendo che l'attuale platea di persone candidabili per la presidenza della Repubblica è, supponendo di eleggere persone che hanno tra i 50 e i 100 anni di età, composta da persone che hanno votato per la prima volta tra il 1946 (referendum monarchia/repubblica) e il 1990 (prime elezioni di qualsiasi tipo post guerra fredda).

Ma che c'entra tutto questo con la presidenza oppure con la candidatura di Berlusconi? C'entra, perché quelli che non possono essere eletti sono, allo stato attuale delle cose, tutte persone che hanno sempre visto il nome “Berlusconi” sulle schede elettorali, dal 1994 a oggi. Un periodo di circa 30 anni.

Se partiamo da questo presupposto possiamo fare un passo in più. Nel 2029, alla fine del mandato del prossimo Presidente della Repubblica, avremo persone di 50 anni che hanno votato per la prima volta nel 1997.

Detto questo possiamo chiederci quale generazione ha subito più di tutte il berlusconismo.

Senza possibilità di scelta

Chi oggi ha sotto i 50 anni ha conosciuto solo il berlusconismo, proprio o improprio, direttamente o indirettamente. Dal punto di vista della persona che incarna il berlusconismo, cioè Berlusconi, oppure dalle persone che in qualche modo ne hanno raccolto l'eredità, Renzi, Salvini, per esempio. Per queste persone in questo intervallo anagrafico vivere in un'era berlusconiana non è mai stata una scelta, bensì un'imposizione storica.

Tuttavia in questo intervallo anagrafico ci sono più persone che oggi hanno 30 o 20 anni e che magari l'epoca berlusconiana non l'hanno mai davvero vissuta pienamente. Avere Berlusconi come rappresentante altissimo della Repubblica è prima di tutto un'imposizione psicologica pesante non tanto sul presente, quanto sul futuro. Berlusconi presidente vuol dire Berlusconi protagonista della scena politica dei prossimi 7 anni, quelli che saranno (si spera presto) post-pandemia, in cui sarà assolutamente necessaria una discontinuità politica e sociale con il vecchio mondo e in cui le persone al di sotto dei 50 anni, ma soprattutto quelle al di sotto dei 30 anni, saranno chiamate a essere protagoniste dell'azione di cambiamento.

Voglio dire: se ci impegniamo, potrebbe aprirsi una possibilità di scelta per il nostro futuro.

A chi appartiene il futuro?

Perché il futuro non appartiene al berlusconismo, incarnato direttamente nella figura del suo ideatore o meno. Il futuro appartiene ad altre istanze, la Repubblica Italiana, incastonata all'interno dell'Unione Europea, ha bisogno di rilanciare la sua capacità di essere promotrice dell'abbattimento delle disuguaglianze socio-economiche che esistevano, purtroppo, già prima della pandemia e che, anzi, hanno proprio creato la pandemia su scala globale.

Dare le chiavi della nomina dei futuri governi e della rappresentanza della Repubblica al personaggio che più di tutti è l'antitesi del futuro oltre che della distruzione attuale del presente a causa delle politiche gestite dal 1994 al 2011 direttamente e dal 2011 a oggi indirettamente (ricordo che Forza Italia è ancora OGGI al governo) sarebbe un errore madornale, che le persone più giovani non meritano, come non ce lo siamo meritati noi il periodo di berlusconismo, periodo che ha infangato le politiche sia a destra direttamente sia a sinistra meno direttamente, spostando tutto a destra inesorabilmente.

Finirà, prima o poi?

Se penso alla mia vita, mi sembra che il berlusconismo sia ineludibile. Questo modo becero di fare politica dell'attuale Parlamento, incapace di assumersi la responsabilità di guardare al futuro e di rappresentare i sentimenti più nobili del mettersi in gioco per cambiare il mondo e stipulare regole e leggi in grado di modificare la condizione di disagio e disuguaglianza della fascia più ampia di società mi imbarazza enormemente.

Quanti di noi sono imbarazzati al pensiero di Berlusconi presidente della repubblica, non tanto per il personaggio discutibile ripeto, ma quanto per il significato politico che ciò rappresenterebbe per le generazioni più giovani?

Dobbiamo far sentire la nostra voce, nell'eventualità.

Postilla doverosa

Sia chiaro: non è che le alternative siano fantastiche. Draghi, Amato, Moratti, Frattini, Cartabia. Sono tutte persone che rappresentano un certo tipo di idea della società e dell'economia. Sarebbe necessario un cambio radicale, ma per quello ci vuole tempo, lo sappiamo bene. Nel frattempo, basterebbe che i grandi elettori non si facciano beffe di noi trentenni e quarantenni cittadini e cittadine che da decenni subiamo pesantemente con il precariato, gli affitti, la mancanza di rappresentanza e le varie difficoltà oggettive della nostra generazione. E soprattutto non si facciano beffe di coloro che verranno dopo e che, spero tanto, riescano a trovare la forza per spazzare via tutto il letamaio che ha prodotto e sta producendo il difficile mondo che erediteranno.

scian valscian scrivimi su mastodon

Sono passati due anni.

Il primo intervento su scala nazionale per contenere la pandemia fu quello di chiudere le scuole.

Dopo due anni, l'idea è di non chiuderle mai più.

Ora, detta così sembra una bella storia, quasi a lieto fine: una società, uno stato, che ha compreso l'importanza dell'istruzione e fa di tutto per tenere aperti quei luoghi che la favoriscono. Ciò che si sta facendo è far sopravvivere lo status quo scolastico.

All'inizio della pandemia la cosa più ragionevole da fare, e che molti hanno chiesto a gran voce, era quella di lavorare per assumere più docenti possibili a tempo indeterminato e, contestualmente, ridurre il numero di alunni e alunne per classe (per esempio massimo 15 persone), ovvero aumentare il numero delle classi in cui poi far andare a lavorare i/le docenti neo-assunti/e.

Tutto questo avrebbe richiesto non solo una vagonata di soldi, ma soprattutto avrebbe richiesto lungimiranza. Questa sarebbe stata LA soluzione definitiva perché avrebbe permesso di tracciare meglio eventuali contagi, mantenere il distanziamento in classe, permettere di rispettare il diritto allo studio e di svolgere più serenamente il lavoro didattico in classe. Magari, investendo in modo strutturale anche su locali decentrati rispetto al plesso scolastico principale, scorporando le classi, avrebbe permesso anche di alleggerire il carico di responsabilità sui trasporti.

In tutta sincerità, io credo che se si fosse lavorato per questo a partire, non dico da marzo 2020, ma da maggio 2020, ecco, molto probabilmente a settembre 2021 avremmo cominciato una nuova fase per la scuola e avremmo potuto, se non evitare, sicuramente limitare parecchio i problemi che abbiamo visto quest'anno.

Già, perché secondo me le rogne sono dell'anno scolastico 2021-2022, non dell'anno scorso. L'anno scolastico 2020-2021 sarebbe dovuto essere un anno di transizione dal punto di vista logistico-organizzativo, per andare poi a regime tutto quest'anno. Nonostante le varianti, una scuola con meno studenti e studentesse per classe e decentralizzata maggiormente avrebbe sicuramente ottenuto un riscontro positivo.

Ma per fare tutto questo, lo dico di nuovo, sarebbe servita lungimiranza. Che non c'è stata, neanche per sbaglio.

Io penso fortemente che sia questo ciò che dobbiamo rimproverare al Parlamento e al Governo: la mancanza di lungimiranza nelle politiche scolastiche. Per carità, eh, dalla riforma Berlinguer in poi un disegno scolastico c'è stato ed era quello di modellare la scuola per il mercato del lavoro. In questo senso, la mancanza di lungimiranza durante la pandemia è stata perfettamente funzionale a una scuola post-pandemica, nel pieno della crisi sociale ed economica, totalmente orientata all'ingresso in manodopera occupazionale.

Ma come dice Jennifer Lawrence in Don't Look Up, forse coloro che ci governano “non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”. Se fosse così, la mancanza di strategia sulla scuola è frutto di una pura mancanza di visione politica. Anzi, diciamolo: di mancanza di ideologia politica.

Abbiamo pensato che i problemi della pandemia, scuola compresa, si potessero risolvere tecnicamente, logisticamente, affidando a burocrati e generali le mansioni che spetterebbero alla politica. Dopo due anni possiamo dire che ci siamo sbagliati. Non sono i burocrati e i tecnici a fare un buon lavoro, è la mancanza di visione ideologica della politica a non trovare soluzioni. I burocrati e i tecnici tengono in piedi la baracca ma non ci danno la possibilità di immaginare un mondo post-pandemico migliore del precedente (che è anche quello che ha provocato la pandemia, non dimentichiamolo).

La scuola poteva essere il banco di prova, il jolly con cui la politica poteva dimostrare di credere ancora in un mondo diverso. Non è stato così e le polemiche intorno alla scuola di questi primi giorni di gennaio, invasi dalla variante omicron, lo dimostrano incontrovertibilmente.

Del resto, il fallimento politico-ideologico sulla scuola è solo il riflesso di una crisi politico-istituzionale che va avanti da un paio di decenni. Ora però, passata la brutta sbornia acida dell'impatto della pandemia, stiamo forse iniziando a capire che la soluzione dei problemi che ha creato la covid-19 è anche la soluzione dei problemi che c'erano prima del 2020.

Ma se manca una strategia, forse un giorno, a botte di vaccini, riusciremo a rendere endemica la covid-19, ma tornerà poi una nuova pandemia, che ne so tipo l'aviaria da H5N1 che ha già contagiato l'uomo, ma per fortuna ancora non si trasmette da uomo a uomo. E, per inciso, il problema della vaccinazione globale è un problema legato al capitalismo e alle disuguaglianze: i vaccini più diffusi e approvati gli hanno prodotti aziende dei paesi più ricchi, i paesi più poveri invece hanno ricevuto pochissime dosi, altri hanno preferito produrli da soli – vedi Cuba.

Manca dunque una strategia, un'idea di mondo. La crisi devastante del cambiamento climatico lo mostra chiaramente, la pandemia da covid-19 lo esplicita in modo traumatico. La scuola in tutto questo sembra essere una questione minore ma invece è proprio il contrario. Dalla crisi si può uscire solo nel futuro, non nel presente o nel passato. E quando toccherà ripartire per bene, la palla passerà nelle mani proprio di quelle generazioni che oggi nessuno ascolta, o che addirittura prende le manganellate perché osa protestare (come accaduto nei licei di Roma a fine 2021 – approfitto per esprimere la più sincera solidarietà con gli studenti e le studentesse).

Ma questo fatto sarà inevitabile. Chissà quando ce ne renderemo conto. O forse noi “vecchi” l'abbiamo capito bene che saremo spazzati via dalla futura generazione e per questo cerchiamo in tutti i modi, da che mondo è mondo, di spezzare le gambe e le speranze ai giovani e alle giovani.

Allora, se è così, allora forse una strategia esiste: è la conservazione, reazionaria anche, dello status quo. Ma è la strategia dei vecchi, del mondo pre-pandemia.

Una forza dirompente esiste e sono i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola: lasciamo che questa forza cambi il nostro mondo, anzi, il loro mondo per spezzare le disuguaglianze che loro più di chiunque altro soffrono in modo perentorio.

Questa, ad oggi, è la migliore strategia possibile.

scian valscian scrivimi su mastodon

L'articolo 53 della Costituzione Italiana è molto semplice e dice:

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Traduco per chi ancora si ostinasse a non capire: paga più tasse chi guadagna di più. Sta scritto nella Costituzione, non è un'interpretazione.

Però, negli anni le interpretazioni sono arrivate. Partiamo dall'inizio. Siamo nel 1974 e il DPR 29 settembre 1973 n. 597 costituisce 32 aliquote che vanno dal 10% al 74% del reddito imponibile – rispettivamente il 10% a chi guadagnava 2 milioni di lire, il 74% a chi guadagnava 500 milioni di lire (ricordiamoci che stiamo parlando di lire nel 1974).

Oggi, nel 2021, quasi 2022, gli scaglioni sono diventati solo 4. Si va dal 15% di aliquota per i redditi fino a 15 mila euro, e poi l'ultimo scaglione presenta il 43% di aliquota per chi ha un reddito imponibile sopra i 50 mila euro. Inoltre resta valida la no-tax area sotto gli 8 mila euro.

Senza fare troppi sofismi, mi sembra chiaro che nel corso dei decenni siano aumentate le tasse per chi guadagna poco mentre siano diminuite le tasse di chi guadagna molto. E già la Costituzione va a farsi benedire nella prima frase dell'art. 53.

In realtà poi la riforma del 2022 peggiora ulteriormente le cose rispetto agli ultimi anni. Guardate il grafico qui sotto, ora ne parliamo.

riforma IRPEF 2020

Questo grafico è presente nel rapporto dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB). Non solo. Nel rapporto dell'UPB (trovate il testo qui) è presente anche questa frase, che esplicita ciò che è già evidente nel grafico di sopra: > In termini distributivi si può osservare che la riduzione di imposta in valore assoluto è maggiore nelle classi di reddito medio-alte, con un beneficio medio di circa 765 euro per i contribuenti con reddito imponibile tra i 42.000 e i 54.000 euro.

Naturalmente, chiunque può pensare ciò che vuole, ma questo è un blog soprattutto di riflessioni. E quindi mi chiedo: perché 8 miliardi di manovra finanziaria sono stati usati per far pagare sensibilmente meno (circa 765 euro l'anno) chi guadagna tra i 42 mila e i 54 mila euro?

Perché un governo con una così larga maggioranza in Parlamento, addirittura considerato il Governo dei Migliori possibili e immaginabili in Italia, ha permesso che accadesse questo? Riformulo meglio: a vantaggio di quale politica lungimirante si fa una riforma di questo tipo?

Chi insegna, per fare un esempio che conosco da vicino, neanche si avvicina nella sua carriera a uno stipendio da 42 mila euro all'anno, giusto per citare una categoria sociale spesso bistrattata dal sentire comune (la storia dei tre mesi di ferie e poi altri bla bla bla).

Ma infatti, se si continua a leggere il rapporto dell'UPB si legge questa frase:

Nel complesso, la riforma distribuisce ai contribuenti in questa classe [tra 42 mila e 54 mila, nda] (il 3,3 per cento del totale) circa 1 miliardo di euro (il 14,1 per cento del totale delle risorse distribuite).

La riforma abbassa sensibilmente le tasse al 3,3% della popolazione, usando circa 1/7 delle risorse totali, cioè il 14%. Se pensate che il totale della manovra per la riforma IRPEF è di 8 miliardi di euro, allora vuol dire che 1,12 miliardi di euro vanno a far risparmiare chi guadagna tra i 42 mila e i 54 mila euro.

Ora, da 6 mila a 24 mila euro abbiamo il 46,5% della popolazione e a loro è destinato (vedi grafico sopra) il 52% delle risorse per la riforma. Lo sbilanciamento a favore dei redditi medio-alti (tra 42 mila e 54 mila euro) è palese.

Se a questo aggiungiamo che sopra i 50 mila euro, quindi anche per esempio chi guadagna 1 milione di euro o molto, ma molto di più, l'aliquota resta la stessa sempre, è chiaro che le poche decine di euro di sconto IRPEF della prossima riforma 2022 sono briciole rispetto ai guadagni fatti dal 1974 a oggi da chi è mediamente o altamente ricco.

Tutto questo mette in estrema difficoltà la classe sociale più bassa e, soprattutto, tutto questo mina alla stabilità sociale e non permette di avere alcuna sicurezza sociale. La situazione precipita sempre più, si legifera per decreti, il Parlamento (lo stesso che ha fatto il rapporto UPB, ricordiamolo) è esautorato de facto dai suoi poteri a favore dell'azione di governo (sempre dei migliori, eh).

In tutto questo, abbastanza timidamente, ma finalmente direi, i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale il 16 dicembre scorso, proprio per protestare contro questa riforma IRPEF assolutamente iniqua e contro in generale il leit motiv liberista che va avanti da decenni (il comparto scuola ha scioperato il 10 dicembre, purtroppo con una adesione solo del 6%, dato su cui riflettere filosoficamente in modo profondo, direi). Ebbene, questi scioperi, diritti sacrosanti di noi che lavoriamo, sono stati screditati come inopportuni (nel migliore dei casi).

Invece, dobbiamo ribadirlo con forza, inopportuna è una manovra finanziaria che premia con lauti sconti chi è già ricco, mentre lascia nella solita melma, proponendo un contentino, chi guadagna poco e pochissimo.

Iniziamo un nuovo anno con la consapevolezza di dover resistere, come sempre.

scian valscian scrivimi su mastodon

Questo è un post con riflessioni che partono da lontano. Galeotta fu, per questo post, la puntata di Presa Diretta dal titolo Cambiamo la scuola andata in onda il 28 febbraio 2020 (vista con colpevole ritardo ma, come vedremo, ancora attuale purtroppo). Temo che in quella puntata sia stata raccontata una realtà che non esiste e che ciò abbia mostrato un quadro molto lontano dalla realtà dei problemi da affrontare con urgenza.

Bisogna partire dai dati OCSE-PISA

Il centro di gravità della questione è l’insieme dei dati OCSE-PISA, dove PISA sta per Programme for International Student Assessment. Per gli amici, cioè, i dati INVALSI: quelle prove, sotto forma di test, che si svolgono durante alcuni anni precisi del ciclo di studi per verificare come se la cavano gli studenti in alcune materie.

Si tratta di questionari che dovrebbero poi rilasciare un punteggio in grado di misurare la temperatura cognitiva di una popolazione scolastica: la capacità di affrontare ragionamenti scientifici o di leggere, comprendere e interpretare un testo scritto.

Dunque, prima di fare qualsiasi elucubrazione a partire dai risultati INVALSI, la domanda da farsi (e che qualunque scienziato si farebbe di fronte ai dati) è: quanto sono affidabili questi dati? O, se preferite: che margini di errore ci sono nell’interpretare questi dati OCSE-PISA?

Per prima cosa, non tutti gli studenti rispondono a tutte le domande: i dati sono perciò incompleti e questo introduce errori grandi nella fase di interpretazione. Certo, questi errori si possono stimare, ma è probabile che siano sottostimati praticamente sempre. Poi, questi dati sono usati per fare confronti tra diversi stati: ma è giusto farlo? Vediamo la risposta direttamente dal report PISA del 2012. Guardate che bel grafico c’è.

Grafico risultati PISA

Il grafico dice, in verticale, gli studenti di quali nazioni sono migliorati di più; in orizzontale invece il grafico dice gli/le studenti di quali nazioni hanno avuto risultati PISA 2003 maggiori (a destra) o minori (a sinistra) della media). Che si osserva? Che magari chi ha peggiorato i propri risultati scolastici ha ottenuto brutti risultati PISA-INVALSI 2003, e viceversa.

E allora di che stiamo parlando? Se c’è una cosa che sicuramente i test INVALSI sono buoni a misurare è questa: la capacità degli e delle studenti di fare i test INVALSI.

Presa Diretta e la didattica innovativa

La puntata di Presa Diretta parte però comunque dai dati OCSE-PISA: siamo agli ultimi posti per competenze scientifiche e comprensione del testo. I dati OCSE-PISA, quelli di cui abbiamo parlato finora.

Poi aggiunge che la lezione frontale fa schifo, lo dicono i neuroscienziati, e questo ci sta.

Quindi, ecco che neuroscienze più dati PISA, et voilà, la scuola italiana va cambiata, va seguito il modello finlandese. La Finlandia? Ma perché?

Già, perché? Infatti, come riporta il sito ROARS e come può controllare chiunque senza troppi problemi, gli studenti italiani del nord vanno molto meglio dei finlandesi in matematica. Inoltre: non è assolutamente vero che, sempre secondo i dati PISA da prendere con le molle, noi italiani siamo agli ultimi posti per competenze scientifiche e comprensione del testo: la verità è che siamo praticamente a metà classifica tra le nazioni che partecipano all’indagine PISA. Insomma, pure a volerci credere ai dati OCSE-PISA, almeno bisognerebbe fare lo sforzo di leggerli per bene.

Ma ormai per Presa Diretta è troppo tardi: flipped classroom, debate e molto altro sono la direzione verso cui andare. Lo fanno già in Italia tante scuole, con successo, con entusiasmo, in modo coinvolgente. È una grande festa, è il party con cui ci siamo arrivati non sapendo fare gli INVALSI ma da cui usciamo finlandesi.

Piccola precisazione: qua nessuno è contro la flipped classroom e il debate; semmai si è contro l’uso di questi strumenti didattici evitando qualsiasi analisi critica. Inoltre, non si può prescindere dalle condizioni sociali, dal contesto geografico-culturale di base in cui nascono, crescono e si muovono gli studenti italiani. La scuola pubblica rende tutti italiani, ma tra gli italiani esistono le disuguaglianze sociali. Questo è un dato di fatto.

La didattica deve preoccuparsi di questo? Guardando la puntata di Presa Diretta sembrerebbe di no. Per esempio: in tutte le scuole questi strumenti innovativi funzionano? In tutte le zone della città? Come si fa a generalizzare? Credo sia stato davvero ingiusto proporre la tesi che la didattica innovativa sia la panacea di tutti i mali. Sono metodologie didattiche, tutto qui: è compito degli insegnanti individuare le migliori strategie, non è detto che una strategia sia la migliore in tutti i contesti. Lo so, è una banalità, ma a guardare il servizio di Presa Diretta non si direbbe lo stesso.

Bisogna cambiare l’esame di maturità

La flipped classroom e il debate sono strumenti che hanno un potenziale enorme. Ma il fatto di usarli di per sè non è necessariamente una cosa buona. Se copiamo dalla Finlandia perché non sappiamo interpretare i dati dei nostri test (che, tra l’altro, lasciano il tempo che trovano come abbiamo visto) usando i loro strumenti per cercare di migliorare, allora stiamo toppando e lo stiamo facendo benissimo.

Il punto, secondo me, è: che cosa vogliamo ottenere con la didattica? La prima risposta che viene in mente è: formare culturalmente esseri umani. E ci sta, è così. Gli insegnanti sono persone che vivono in classe con altre persone. È un’esperienza sociale bellissima, fa crescere tutti sia i ragazzi e le ragazze sia i e le docenti.

Purtroppo però, per capire davvero la natura del problema didattico che secondo me esiste, dobbiamo per una volta abbandonare i ragionamenti astratti (ma veri!), e tenerci sul pragmatico: a scuola si punta anche a insegnare dei contenuti di qualità agli studenti e alle studentesse, in modo tale che siano in grado di superare l’esame di maturità.

Che cosa voglio dire? Intendo che se non si ripensa seriamente alla struttura dell’esame di maturità — ne ho già parlato qui — allora tutto quello che facciamo con la didattica ha un sapore agrodolce, perché spinto verso una finalità che non ha nulla di innovativo.

L’impegno e la dedizione degli/delle insegnanti nel trasmettere ai ragazzi e alle ragazze è comunque finalizzato, in qualche misura, al superamento a pieni voti della maturità. Prendiamo il liceo scientifico: devi saper scrivere bene, argomentare (prima prova) e devi saper fare dei calcoli matematici di una certa difficoltà mentre affronti problemi di fisica di elettromagnetismo e relatività. C’è qualcosa che non vi torna? Già, neanche a me.

La seconda prova dell’esame di stato, quella che caratterizza l’indirizzo scolastico scelto, semplicemente non ha alcun senso didattico verso la formazione culturale di esseri umani, come dicevamo prima.

Neanche mi cimento con il colloquio orale perché al MIUR non hanno idea di cosa farne, e comunque gli studenti ci arrivano già dopo aver capito com’è la loro situazione per quanto riguarda l’esame.

Invece provo a chiedermi: dov’è la didattica innovativa nella seconda prova d’indirizzo? La seconda prova scientifica, per esempio, è solo uno pseudo-tema universitario per laureandi in fisica. Ma la scuola non sforna fisici, o almeno non dovrebbe farlo alla maturità. Non si dovrebbe uscire dalla scuola pubblica con un’etichetta pesante dovuta all’indirizzo scolastico scelto. L’esame di stato dovrebbe essere un modo per mettere a frutto i propri talenti davanti a una commissione.

Mi piacerebbe davvero capire la logica che sta dietro l’esame di maturità, oggi. Che cosa davvero vogliamo che questi ragazzi sappiamo, che cosa vogliamo che queste persone dimostrino ogni anno durante quelle giornate globalmente riscaldate di giugno.

Mi piacerebbe un esame di stato di tipo progettuale, in grado di abbracciare diversi anni del ciclo di studi, con ovviamente culmine alla fine del quinto anno. Mi piacerebbe un esame di stato che mette in gioco le personalità dei ragazzi e ciò che potrebbero essere in grado di trasmettere alla società in termini culturali.

Invece abbiamo un esame di stato che vincola l’insegnamento, innovativo e non, delle materie d’indirizzo. Abbiamo un esame di stato che mette in gioco solo ciò che i docenti sono in grado di trasmettere ai ragazzi in termini di nozioni in modo innovativo e non. È chiaro che il punto non è l’innovazione della didattica se la fine del percorso non dipende da quello.

Non è questa la scuola che immagino. Piuttosto, immagino la scuola come palestra culturale, in cui sperimentare il non sapere alla ricerca di un metodo da acquisire; in cui esplorare percorsi mentali e personali per trovare la strada verso nuove e inedite domande; in cui non ci si prepara esclusivamente per trovare lavoro nella vita, quanto piuttosto per sviluppare lo spirito critico e avere una vita consapevole.

Docenti precari e scuola-azienda

Poi c’è tutto il discorso dei docenti. Sì, sempre quelli precari, chiaro. Gli studenti non riescono a fare due anni di fila con gli stessi insegnanti. Se a questo si sommano le disuguaglianze sociali, il disagio sociale, si arriva spesso all’abbandono scolastico.

Ancora più spesso la scuola pubblica forza troppo la mano: alcuni plessi vogliono mantenere certi standard, alzano il livello in modo sconsiderato, colpiscono senza pietà ragazzi che magari avrebbero bisogno di un approccio più delicato. Questi studenti, se hanno la possibilità di farlo, si muovono verso scuole private spesso più accoglienti con loro; chi non ha i mezzi per farlo invece magari soccombe nel pubblico. Questo per dire che di sicuro non dico che tutti i docenti sono santi, ma comunque tutto va contestualizzato all’interno di un panorama in cui ormai anche le scuole sono praticamente diventando aziende, i presidi manager, gli insegnanti impiegati che devono generare un profitto umano. E in tutto questo, i ragazzi vanno a scuola e fanno alternanza scuola-lavoro; “eh” dice qualcuno “ma così imparano un mestiere”, “eh, ma entrano a scuola per crescere e invece finiscono per lavorare gratis” penso io.

Ma lasciamo la scuola-azienda che sforna futuri precari e torniamo a noi precari di oggi.

I concorsi per l’inserimento in ruolo non arrivano mai, e quando arrivano sono comunque dei concorsi: una carneficina di vite precarie che cercano una stabilizzazione. La formazione, la qualità dell’insegnamento dove sono quando si fa il bando di un concorso? Il concorso in fondo si rivolge a neolaureati in discipline precise, non necessariamente in didattica; oppure si rivolge a persone che lavorano già da anni a scuola e che non vedono l’ora di trovare una qualche stabilità anche tra giugno e settembre.

Vogliamo una scuola lungimirante

Si capisce subito che non c’è attenzione a queste cose oggi in Italia. Dobbiamo iniziare a progettare soluzioni a questi problemi; soluzioni che magari entreranno a regime tra dieci anni, e va beh pazienza aspetteremo, ma che siano in grado di risolvere il problema in modo strutturale.

Non c’è lungimiranza, oggi, in Italia. Quello dell’istruzione di base è un meccanismo così complesso, ma al tempo stesso vago, che diventa difficile mettere le mani in pasta. Almeno fino a quando non ci vengono a dire che basta fare un debate a scuola per cambiare tutto. Ma magari fosse così semplice. I problemi qua sono alla radice di un sistema culturale intricato: i mezzi di informazione, il lavoro precario, gli investimenti statali.

Forse le cose andrebbero meglio se gli insegnanti fossero formati pedagogicamente e psicologicamente prima di entrare in classe; se gli insegnanti fossero assunti a tempo indeterminato e non avessero classi ingolfate da 30 studenti ma massimo 15; se le strutture scolastiche non fossero fatiscenti o carenti; se lo stipendio di un insegnante fosse adeguato all’importanza del ruolo svolto di educatore e guida sociale.

Servizi come quello di Presa Diretta seminano vento per raccogliere tempesta: informazioni sbagliate che, e sono certo che l’intenzione non fosse quella, mettono pressione sugli insegnanti precari che non hanno alcun potere decisionale e quindi non possono davvero modificare le carte in tavola. Infatti, verso la fine del servizio, quando il presidente dell’associazione presidi giustamente ricorda i problemi di reclutamento degli insegnanti, alla fine propone che i presidi possano assumere direttamente, per chiamata, gli insegnanti. Cosa?

Cioè, capite il punto: l’idea di creare strumenti di formazione per l’insegnante prima di entrare di ruolo non passa neanche per l’anticamera del cervello di chi ha tutte le responsabilità.

E invece ogni occasione è buona per ricordare a tutti noi che la lungimiranza latita, ormai da decenni, a chi ci governa e anche a chi crede che bastano poche semplici mosse per cambiare la scuola.

Ecco perché serve una rivoluzione didattica, non un’innovazione. Serve cambiare l’inizio e la fine, le ipotesi e gli obiettivi alla base del percorso scolastico, come abbiamo detto prima.

Per fare tutto ciò servono coraggio intellettuale, volontà sociale, consapevolezza culturale. Servono proprio quelle poche cose (ma buone) che la scuola dovrebbe insegnare.

Secondo me, è estremamente necessario darsi da fare nei prossimi mesi se si vuole davvero un giorno vincere questa battaglia e avere una società finalmente migliore. Prendetelo come un invito.

scian valscian scrivimi su mastodon

A causa dell’emergenza COVID-19, la didattica a distanza ha stravolto il modo in cui docenti e studenti interagiscono.

In sintesi: la didattica a distanza non può essere concepita come strumento che sostituisce totalmente la didattica in presenza. La didattica a distanza può essere la toppa sui pantaloni stracciati ma non il nuovo paio di pantaloni.

Tuttavia, in questo momento di emergenza siamo di fronte a un abuso completo delle potenzialità della didattica a distanza E, nonostante tutte le migliori intenzioni, la realtà è che oggi tra le maglie dei buoni propositi si nascondono sempre problematiche potenzialmente legate alla logica del profitto che pervade il nostro mondo. Provo a spiegarmi meglio.

Un problema didattico che diventa una questione sociale

Il problema non è solo la didattica a distanza in sè. Il problema è idolatrare la didattica a distanza come potenziale soluzione finale di tutti i problemi della scuola, anche se solo in condizioni di emergenza e solo a chiusura anno scolastico.

Sicuramente si è partiti a spron battuto a causa dell’emergenza, ma ogni giorno cresce esponenzialmente sempre più il timore che gli strumenti della didattica a distanza, inseriti oggi nel percorso pedagogico di tutti i docenti in modo così forzato, potrebbero diventare domani a norma di legge anche in condizioni di non emergenza. Questo vorrebbe dire imprimere un sigillo sulla didattica senza più lasciare alla libertà del docente la scelta di usare di determinati mezzi didattici a seconda del contesto e della situazione. Inconcepibile.

Ripeto: la didattica a distanza deve essere vista come la toppa sui pantaloni, non come i pantaloni nuovi. Qui il problema è strutturale, prima di tutto dobbiamo parlare di fondi e di idee a lungo termine per quanto riguarda la visione che si ha della scuola pubblica e statale.

Eppure, in rete si sprecano gli articoli che suggeriscono app, siti, piattaforme, oppure come inviare materiali agli studenti, come se il problema fosse solo quello di avere gli strumenti giusti e la didattica viene bene comunque. Se nessuno è stato preparato e formato all’eventualità di una didattica a distanza (e molti neanche alla didattica in presenza essendo precari di terza fascia), allora come si fa? Ci si affida alle indicazioni dall’alto. È a questo punto che il problema, all’inizio squisitamente didattico, si trasforma in una questione che si porta dietro un problema sociale ed economico che parte dalla tecnologia.

Aiutati che il MIUR (non) ti aiuta

Il sito del MIUR sulla didattica a distanza, che dovrebbe fungere da riferimento, era eloquente a marzo 2020. I primi strumenti elencati erano siti e applicazioni di proprietà di Google e Microsoft. Insomma: la scuola pubblica si è affidata ufficialmente subito a colossi privati per gestire l’immensa mole di dati di tutti i suoi studenti durante la pandemia. Quantomeno bizzarro.

Lo so cosa state pensando: tutto ciò è accaduto soprattutto perché eravamo (siamo?) totalmente impreparati all’emergenza pandemica e quindi il MIUR ha preso le prime piattaforme utili e semplici da usare per dare modo ai docenti di lavorare, per evitare di fare figuracce e dover mostrare i limiti di decenni di politiche spaventosamente inique in ambito scolastico.

Beh, però c'è anche qualcosa che non va in questo ragionamento, perché Google Suite esiste da anni, cioè Google invece era ben preparata a questo momento e non è un Ministero dell’Istruzione; secondo, pure la scuola chiusa per neve o danneggiata da un terremoto è un’emergenza (magari locale e circoscritta) per la continuità didattica. In quel caso non importa? Perché il MIUR non ha pensato prima a questo problema? Una risposta, parziale, a questa domanda si trova proprio sul sito del MIUR, dove c'è ancora il comunicato di un evento del 2017 sulla cittadinanza digitale e fake news dove hanno partecipato attivamente anche Facebook e Google.

La domanda vera è : perché non ci sono mai soldi per l’istruzione ma ci sono per gli armamenti e per tagliare le tasse alle persone più ricche? E perché non ci sono mai soldi per un’attività sociale così importante come l’istruzione? Del resto, l’importanza della scuola alcuni la vedono solo ora che i ragazzi e le ragazze, assolutamente no, non possono stare a casa senza i docenti — sempre sottopagati o precari, di quello non si parla invece e quando si sciopera si raggiunge il 6% di adesione soltanto.

La domanda nasce spontanea (cit.)

E se invece questa fosse stata solo finalmente l’occasione giusta per imporre certi strumenti di certe aziende a tutti indistintamente, senza troppe lamentele? Lo ammetto, mi turba pensare questa cosa, però è esattamente ciò che è successo, guardando il recente passato degli ultimi due anni. In molte scuole sono stati creati account per docenti e studenti con Google Suite per usare le app Classroom (gestione aule virtuali) e Meet (videochat) e si è andati diritti a pedalare e a lavorare. Senza possibilità di discutere, a giochi fatti insomma. Non solo: si è fatto in modo che questo sistema diventasse strutturale, in alcune scuole tutta la digitalizzazione è passata per i servizi di Google.

Perché un importante soggetto pubblico come la Repubblica Italiana deve affidare il suo sistema d’istruzione ad aziende private che hanno sede legale in altri stati? Per la fretta? Per l’emergenza? Qual è il senso?

Voi direte: può darsi che sia solo una fase di transizione. Cioè del tipo: va bene, affrontiamo l’emergenza con Google ma attrezziamoci per un sistema di didattica a distanza che sia gestito dal ministero. Certo, dovrà sempre magari svilupparlo qualcun altro, ma alla fine la gestione dei dati resta al MIUR. Secondo voi andrà davvero così?

Me lo chiedo perché, a mio avviso, è esercizio di cittadinanza porsi queste domande.

Ma il problema è più profondo. Perché sembra quasi che io ce l'abbia con Google — e in parte è pure così — ma in realtà non è mica la prima volta che accade questo totale cedimento di dati sensibili scolastici ad aziende private. Per esempio, perché non si è mai discusso di ciò, seriamente, con la questione del registro elettronico? Si parla di dati sensibili e verbali che io non posso neanche far vedere a mia madre, ma poi tutto è nelle mani di qualche azienda privata che vende al MIUR un servizio ma tiene i dati con la promessa di farci accedere con una password. Perché in tutti questi anni il MIUR non ha mai pensato a fare un servizio interno da usare come registro elettronico per tutte le scuole pubbliche? Se ci pensate, alla fine è la stessa dinamica innescata dalle riflessioni intorno ai servizi Google e, sono sicuro, che anche voi concluderete che tutto ciò non ha alcun senso logico per quanto riguarda l'amministrazione del servizio scolastico.

E si potrebbe andare avanti all’infinito, toccando altri nervi scoperti: perché nelle aule informatiche delle scuole sui computer non sono installati sistemi open source gratuiti e liberi da licenze private ma invece troviamo (anche) Microsoft e Apple? Per quale motivo la scuola pubblica (pagata con le tasse da tutti) si affida ad aziende private anziché privilegiare soluzioni gratuite e soprattutto aperte a tutti?

Usare piattaforme open source e decentralizzate sarebbe molto più comodo anche dal punto di vista economico. Per esempio, il sistema operativo Linux e la suite Libre Office si possono scaricare gratuitamente dai rispettivi siti e non richiedono costi di aggiornamento e manutenzione: bisogna solo pagare dei tecnici affinché impostino i computer nelle scuole (ma tanto quello va fatto comunque). Perché tutto questo non si fa?

Ma del resto stiamo anche parlando di una scuola in cui chi insegna, appena arriva in classe, apre e gestisce gruppi di classe – con gli studenti e le studentesse dico – su Whatsapp, il male assoluto in termini di privacy, poiché app del gruppo Meta, quello di Facebook, ovvero quello di Cambridge Analytica.

Educhiamo all’indipendenza digitale

Ritengo che tutto ciò faccia seriamente parte dell’educazione digitale tanto sbandierata dal ministero: bisogna fare in modo che gli studenti non siano digitalmente dipendenti da alcune specifiche piattaforme, la scuola pubblica dovrebbe educare le future generazioni in questa direzione. La situazione di questi giorni dimostra proprio questo.

Infatti l’educazione digitale va di pari passo con l’educazione a diventare cittadini consapevoli di un mondo in continua evoluzione. La scuola dovrebbe essere completamente libera da interessi digitali che, ormai lo sappiamo tutti, sono dominati da aziende che possono accedere a parecchi dati privati di ciascuno di noi: chi siamo, che luoghi frequentiamo, che cosa acquistiamo, che libri o siti leggiamo, che film guardiamo, che temperatura dell’acqua usiamo per farci la doccia. Ci manca solo ora che possano accedere al modo in cui i nostri ragazzi apprendono e noi docenti li valutiamo.

Anzi no, non ci manca: è proprio quello che stiamo facendo in questi giorni. Questo potrebbe essere il Sacro Graal per aziende private che già fatturano miliardi di euro con la nostra profilazione. Siamo diventati davvero totalmente dipendenti da questi colossi capitalistici della sorveglianza se affidiamo loro anche la scuola pubblica, cioè il nostro futuro. È una follia, voi che dite?

La responsabilità di un’occasione

Oggi, ora, con questa emergenza sanitaria ci troviamo a riflettere seriamente su come vogliamo gestire il nostro futuro quando (si spera presto ma davvero presto) tutto ciò sarà finito.

Abbiamo una grande responsabilità che ci mette davanti a una grande occasione. Se vogliamo rivoluzionare il nostro approccio alle tecnologie grazie all’open source e mettere seriamente in discussione il monopolio assoluto dei colossi tecnologici che controllano buona parte delle nostre vite, allora dobbiamo partire dall’ultimo baluardo che abbiamo: dobbiamo ripartire dalla scuola prima che sia troppo tardi.

Dobbiamo partire dagli strumenti con cui educhiamo i nostri ragazzi a stare in quello che sarà sicuramente un nuovo mondo nei prossimi mesi e anni. Poi possiamo inventare tutta la didattica che vogliamo.

Se invece lasciamo che l’istruzione sia assicurata da aziende private, se permettiamo l’assuefazione di studenti e docenti a strumenti che non possiamo controllare, allora ci avvieremo inevitabilmente verso un sistema di sorveglianza digitale su tutti i livelli, anche quello didattico. Accadrebbe quello che grandi aziende come Google e Facebook già fanno: in cambio di servizi gratuiti, acquisiscono dati su ciò che acquistiamo, leggiamo, guardiamo per poi vendere quei dati, ad aziende che cercano di creare una previsione su ciò che vorremo acquistare, leggere, guardare. Noi non siamo il prodotto: noi siamo le vacche da mungere. E il cerchio si chiude.

Forse state pensando che stia esagerando, che in qualche modo si deve fare e Google invece ci aiuta, che non ci sono soldi e quindi non ci sono alternative…aspettate, fermi: è proprio questo il punto. Le alternative ci sono, i soldi pure, basta non tagliare i fondi alla scuola per esempio.

Mettere tanti soldi nell’istruzione è una scelta politica fondamentale. Se non lo si fa non è perché non ci siano soldi, ma è perché si preferisce investire su altre priorità. Quando si lascia poi un’istituzione (la scuola) a se stessa, ghermita da aziende private che escono da tutte le fot***e pareti, non sono né il destino maledetto né un virus a sfasciare tutto. È la mancanza di lungimiranza, l’incapacità di riconoscere il valore della scuola rispetto al profitto immediato di altre scelte politiche.

Ora siamo in questa situazione. Il danno, già abbastanza visibile, è ora emerso in superficie fin troppo evidente, impossibile da nascondere.

Bisognerà reagire in qualche modo prima o poi. Sarà inevitabile.

scian valscian scrivimi su mastodon

Ogni anno, a giugno, una marea di ragazze e ragazzi si ritrova ad affrontare un’inutile fatica: la maturità.

In questo post proverò ad argomentare ciò che penso a riguardo: a molti non piacerà, già lo so. Tuttavia non pretendo di avere la verità assoluta nelle mie mani; anzi, mi piacerebbe che si generasse una seria e serena discussione di questo problema. Non solo per arrivare a un qualche tipo di conclusione, ma soprattutto per parlarne: si tratta di parlare del futuro dei nostri figli e delle nostre figlie, quindi del futuro di tutti e tutte noi.

Partiamo da un dato di fatto ormai incontrovertibile: il voto di maturità è irrilevante. Le ragazze e i ragazzi possono iscriversi all’università e fare alcune prove di ammissione anche mesi prima dello svolgimento della maturità.

Smettiamola di far credere alle persone più giovani che devono essere orgogliosi per aver ottenuto un numero che non dice assolutamente nulla su chi realmente sono e su quanto davvero valgono.

La maturità si limita a confermare quanto di buono o non buono è stato fatto nel corso dei cinque anni di scuole superiori. Conferme che però sono già incluse negli scrutini finali del quinto anno, cioè giusto qualche giorno prima dello svolgimento della maturità. L’esame di maturità si limita solo a trasformare lo scrutinio finale in un voto in centesimi uniforme su scala nazionale. Qualcosa di inutile, insomma. Perché un ragazzo o una ragazza ammesso/a all’esame e quindi scrutinato/a su un arco temporale di mesi dovrebbe essere bocciato/a dopo un esame di tre giorni? Dov’è la funzione educativa della scuola?

La maturità non è un momento di passaggio: è solo una bega burocratica su cui lo stato spende milioni di euro. Perché mai la realizzazione di un tema d’italiano dovrebbe essere un momento di passaggio? È una cosa che le ragazze e i ragazzi fanno dalla prima elementare. Durante il quinto anno hanno già fatto svariate volte: perché il tema di giugno dovrebbe avere più valore del tema di aprile?

Anche le seconde prove di indirizzo sono assolutamente inutili perché non certificano affatto le competenze (e magari sarebbe meglio non farlo in generale...): si tratta ogni anno di una prova uguale per tutte le persone e che quindi per definizione non tiene assolutamente conto dei progressi fatti da ogni singolo/a studente/ssa. Per com’è strutturata, la seconda prova attuale è solo un grosso scoglio su cui tutti e tutte vanno a sbattere. Perché studiare una funzione matematica dovrebbe essere un momento di passaggio? Perché fare una traduzione dal greco o dal latino dovrebbe essere un momento di passaggio? Dov’è la funzione educativa dell’esame di stato?

Il colloquio orale è inutile: un’ora a discutere argomenti estratti da una busta (forse, eh, bisogna vedere ogni anno come funziona) come se si fosse a un quiz televisivo (e questa metafora fa paura, se ci pensate…). Se una ragazza o un ragazzo mi parla bene dell’induzione elettromagnetica, che cosa vuol dire esattamente? Che competenza sto certificando visto che si tratta di un’esposizione orale che ho probabilmente già sentito durante l’anno? Se poi l’obiettivo è la multidisciplinarità, beh, nulla da dire, ma perché farlo per forza con un colloquio? Ci sono altri modi per mostrare questa competenza? Se sì, perché non si prova a fare qualcosa di diverso? Sempre ammesso che queste maledette competenze non siano state già certificate durante l’anno, perché altrimenti diventa di nuovo inutile fare la maturità, cioè verificare di nuovo, per l’ennesima volta, la stessa cosa.

Altro fattore fondamentale: l’esame di stato condiziona pesantemente le attività didattica dell’ultimo anno o comunque, magari sotto traccia, di tutto il quinquennio. Gli studenti e le studentesse si abituano presto all’idea che dovranno fare l’esame di stato attuale: gli esercizi, le prove, le attività già dal terzo anno iniziano a essere pensate per l’apice della maturità. I docenti, soprattutto quelli delle materie di indirizzo, hanno praticamente l’obbligo di preparare alla seconda prova e la loro didattica curva pesantemente a causa di questo vincolo. Come si può chiedere da un lato di trovare forme alternative di didattica e dall’altra chiedere di preparare gli studenti a risolvere, per esempio, una prova standard di matematica e fisica? Allucinante. L’esame di stato non è quindi solo l’ultimo anello di una catena: bensì è il motore che alimenta tutti gli altri elementi della catena, il meccanismo che detta le regole didattiche, malgrado tutte le innovazioni e invenzioni possibili.

Infine ultimo, ma non meno importante. Il racconto mitologico costruito attorno all’esame di stato è impressionante: canzoni, film, servizi al TG ogni anno a giugno non fanno altro che alimentare questo mito in cui buona parte degli italiani si crogiolano (soprattutto noi adulti, ammettiamolo). Spesso più che altro si nasconde la voglia dei ragazzi di togliersi dalle scatole l’esame e si monta l’aspetto epico della faccenda. E l’aspetto epico in realtà è quello più fuorviante: io, studente, sto facendo qualcosa di inutile e tutto il mondo attorno me lo fa passare come un momento formativo ed essenziale per la mia vita. Beh, non è così: che cosa mi dà in più l’esame di stato, in termini educativi e formativi, rispetto a ciò che ho fatto finora in classe?

Si potrebbe obiettare che l’esame di stato prepara gli studenti e le studentesse a ciò che verrà dopo nelle loro vita. Beh, certo, si potrebbe; ma in questo modo allora ammettiamo che non stiamo più certificando le competenze (ripeto, potremmo benissimo non farlo questo, eh) acquisite al termine del ciclo di studi e quindi stiamo facendo un’altra cosa che non ha nulla a che vedere con gli obiettivi dell’esame di maturità. E allora, di nuovo, sarebbe inutile farlo.

Secondo me ci sono due possibili soluzioni.

La prima, la più rapida, è abolire l’esame di stato: ho finito il quinto anno, sono stato scrutinato, vuol dire che ho svolto il mio percorso educativo con successo. Ottimo, bona, fine.

Altra possibilità, invece forse più sensata: se vogliamo tenere una prova finale al termine del percorso di cinque anni, allora dobbiamo assolutamente modificare l’attuale forma. Sarebbe bello se l’esame di stato fosse un momento anch’esso formativo. Ogni studentessa e studente potrebbe iniziare a lavorarci, con l’aiuto di chi insegna, già dall’inizio del percorso di studi. Potrebbe essere un lavoro pratico, una qualsiasi forma creativa che sia anche un momento di riflessione per guardare al proprio percorso educativo. Ho imparato, ho sbagliato, ho capito.

Ma anche gli aspetti negativi, di crescita. Non ho imparato, non ho capito. Sarebbe bello la creazione di un progetto in grado di svilupparsi su più anni, anche su più livelli cognitivi. L’idea di progettare è associata in modo naturale all’idea di scoperta, all’iniezione di idee e al sincretismo scolastico. Ovviamente tutto ciò sarebbe possibile solo se il numero di studenti per classe non fosse spropositato, così che ogni insegnante, nelle sue 18 ore mattutine, sia in grado di guidare con grande qualità ciascun studente.

Un nuovo tipo di esame di stato richiede un impegno: bisogna sbarazzarsi dell’aspetto selettivo della scuola. Non si va a scuola per essere selezionati, si va a scuola per imparare insieme, insegnanti e studenti. Mi rendo conto che tutto questo richiede un cambio di paradigma mastodontico. È un cambio così enorme che neanche un’emergenza globale come il Covid-19 è riuscito nell’impresa di portare questa riflessione all’ordine del giorno nel dibattito sulla scuola.

Smettiamola di lasciarci raggirare dal falso mito della selezione a 18 anni, della verifica di competenze già verificate nell’anno e negli anni precedenti. L’unica vera competenza che si raggiunge con l’esame di maturità è la consapevolezza di aver appena fatto un esame completamente inutile.

Invece, anche durante la pandemia, l’unica preoccupazione, fin dal primo momento, è stata fare l’esame di stato, portare i ragazzi e le ragazze in classe, per non parlare del disagio del maggio 2021, dove si è sbrodolato di verifiche tutto il mese non appena le ragazze e i ragazzi sono rientrati in classe dopo settimane e mesi di didattica a distanza. Ma perché tutto questo? Bah.

Si è detto (e si dirà ancora): l'esame di stato è un’esperienza troppo importante per i ragazzi e le ragazze, non li si può privare anche di questo; è un momento speciale della loro vita, ah, cavolo la notte prima degli esami, oh no, l’ansia delle prove, che momenti indimenticabili nel bene e nel male. Ah, ragazzi e ragazze, quante cose vi perdereste, che peccato.

Sembra quasi che gli adulti vedano l’esame di maturità come una cerimonia laica, un rito ancestrale di iniziazione (a cosa poi? boh!) per diciottenni. Questa visione rituale da parte degli adulti – visione che spesso si sente anche nei consigli di classe tra i docenti e le docenti! – è molto deludente perché trascende da qualsiasi aspetto educativo.

Abbiamo tutti forse delle gran storie da raccontare del nostro esame di maturità o comunque dei giorni prima e dopo quell’esame. O forse no, magari qualcuno non ricorda proprio niente di quei giorni. Ma in fondo cosa importa? E a chi importa davvero? Stiamo parlando di noi, parliamo sempre e solo di noi, delle nostre singole vite: insomma puro egoismo. Non stiamo discutendo dell’effettiva utilità educativa dell’esame. Stiamo solo portando avanti una tradizione laica che appartiene al vissuto di ciascuno. È solo per questo che crediamo sia importante: l’abbiamo fatto noi.

[…] C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso. […] L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera

Probabilmente non c’è un solo motivo educativo decente per fare l’esame di stato alla fine del quinto anno delle superiori, nelle modalità in cui si fa attualmente, oltre ai normali scrutini di fine anno.

Magari se fosse qualcosa di diverso, pensato come lavoro spalmato su un intero triennio o quinquennio, ecco magari ci si potrebbe ragionare sopra. Se a scuola si lavorasse sulla scoperta e la consapevolezza di ciò che si è come persona, avere un momento di incontro e discussione alla fine del ciclo di studi sarebbe altamente educativo. Non un semplice colloquio con ruoli ben definiti, bensì delle giornate in grado di esprimere i veri obiettivi formativi della scuola. Un momento utile anche agli studenti per avere un ricordo positivo della scuola quando poi saranno genitori o insegnanti domani.

La discontinuità forzata di questi ultimi anni, dovuta purtroppo a una pandemia, deve assolutamente essere usata come il momento migliore per ripensare e per riflettere.

Non è facile: questa riflessione non è stata fatta quando si poteva fare con calma prima della pandemia, figurarsi ora. Eppure sono convinto che molti insegnanti, soprattutto giovani (quindi il futuro nucleo fondante del corpo docente italiano), hanno a cuore questo problema. I giovani docenti, soprattutto quelli precari, stanno vivendo sulla loro pelle tutto ciò che ho raccontato in questo post: l’inutilità della modalità di svolgimento, l’inutilità del voto, l’inutilità di selezionare, l’inutilità del racconto epico-mitologico. E abbiamo visto come, vincolando l’attività didattica, l’esame di stato sia l’architrave che tiene tutto in piedi.

L’attuale esame di stato è già uno strumento stantìo, anacronistico, totalmente inadeguato: non può più essere parte di una scuola del futuro in cui la didattica sarà finalizzata soprattutto verso la crescita personale e la scoperta di sé.

scian valscian scrivimi su mastodon

Per entrare a insegnare a scuola, oggi in Italia, serve una laurea. E serve tempismo. Appena aprono le graduatorie per le supplenze, zac, corri a iscriverti. C'è un concorso? Ehi, non puoi perderlo. Praticamente è come quando arrivano le offerte al supermercato: non puoi distrarti un attimo e non puoi perderlo l'attimo, altrimenti per te è tardi.

Se riesci a gestire il tempismo, eccoti all'improvviso in classe. Puoi finire in un liceo, in un istituto tecnico, in un professionale. Il punto è: l'ultima volta che sei entrata in una scuola è stato dieci anni prima di questo giorno. Quindi che si fa?

In qualche modo, comunque, si sopravvive. La materia che insegni dopotutto la conosci e comunque capisci che gli studenti e le studentesse ne sapranno sempre meno di quello che tu spieghi accuratamente. Un bagaglio di burocrazia, moduli, pratiche e riunioni ti accompagna durante i mesi e man mano scopri che quello di insegnare non è proprio un lavoro di pacchia come qualcuno pensa. Alla fine dell'anno ti accorgi che i tre mesi di ferie in realtà sono tre mesi di disoccupazione, con l'aggravante della profonda incertezza su ciò che accadrà il prossimo settembre.

Ma passato un anno, il secondo sembra più semplice, o almeno sai già di che morte (metaforicamente parlando) devi morire il successivo anno scolastico: sei entrata nella scuola.

Anche a me è successo più o meno tutto ciò. Una cosa che ho notato, è che mi ha sconvolto, è l'assoluta mancanza di direzione condivisa tra i colleghi, le colleghe, la scuola in generale. Tutto procede allo sbando, l'unico obiettivo è sopravvivere e arrivare a giugno.

Non c'è un disegno generale positivo, ma solo uno negativo: cioè alla fine della scuola tu, studente o studentessa, dovrai andare a lavorare. Quindi questi anni a scuola sono solo un intermezzo, dove assaggi un po' l'idea di stare al tuo posto, fare ciò che ti viene richiesto o che io, docente arbitrariamente introdotto a scuola da una graduatoria casuale o un concorso indetto in un momento x della storia, ti dico di fare.

Mi sembra il minimo che, in questo contesto, gli studenti e le studentesse reputino la scuola inutile, che si annoino, che non vedano l'ora di fuggire alle 13 o il sabato pomeriggio o a inizio giugno.

Manca l'amore per il sapere e la curiosità, la trasmissione di questo amore, a prescindere dagli argomenti trattati a lezione e dell'importanza relativa che il docente o la docente di turno danno a questi argomenti (anche perché di argomenti nuovi, di qualsiasi materia, ne escono di nuovi ogni giorno – il mondo mica si è fermato alle conoscenze di chi insegna oggi, è andato avanti).

La mia sembra una visione romantica della scuola, in realtà è una visione molto pragmatica. Se decidiamo che tutto ciò che deve essere fatto a scuola deve essere misurato attraverso un voto, stiamo indicando a chi studia che il sapere e lo studio hanno una finalità, un'utilità. Non diventano quindi importante il sapere e lo studio fini a se stessi, bensì il modo in cui questi sono trasformati in votazione dal docente o dalla docente. L'impegno, la determinazione ad approfondire e a capire qualcosa, a rielaborare pensieri e idee, diventa direttamente proporzionale al voto; in questo modo la rielaborazione di concetti sembra essere utile solo a fini personali, non collettivi.

Docenti precari e precarie non riescono a invertire questo trend: prima di tutto per una mancanza di strumenti tecnici, pedagogici ed educativi, che non sono acquisiti in modo strutturale, a meno che non sia lo stesso o la stessa docente a volerli acquisire di sua spontanea iniziativa – e così si rimanda tutto alla responsabilità individuale del docente o della docente, anziché a un intervento completo sul corpo docente nel suo complesso. Chi ha il ruolo invece fa fatica invertire questo trend perché dovrebbe cambiare il modo in cui lavora da ormai 10 o 20 anni – potrebbe farlo con apposite delibere e discussioni nel collegio docenti della propria scuola, per esempio. Certo, sarebbe possibile, ma quante persone sarebbero disposte a o potrebbero farlo, oppure sarebbero disposte a intraprendere un percorso di questo tipo, quando nel mezzo della loro vita sono arrivate relazioni familiari e impegni economici – permessi anche dal fatto che hanno ottenuto il ruolo, sebbene lo stipendio docenti sia comunque basso?

La situazione è evidentemente in stallo. A farne le spese è chi studia; ma non nel breve termine, bensì nel lungo periodo. Queste persone vivono la scuola con l'ansia atroce per verifiche e interrogazioni, prove a cui sono sottoposte dagli e dalle docenti, i quali e le quali cercano di rincorrere le necessità burocratiche imposte dalla dirigenza scolastica o dal collegio docenti della propria scuola. Tutto questo genera diversi problemi di salute mentale in chi studia, alcuni problemi visibili, altri latenti e nascosti agli occhi quotidiani di chi entra in classe. In generale, otteniamo che chi studia trova sempre più inutile la scuola e pensa che sarebbe una liberazione non frequentarla. Queste persone, da adulte, probabilmente penseranno la stessa cosa e quando sarà il momento di decidere se aumentare o tagliare i fondi alla scuola, che cosa decideranno di fare o di votare?

A mio avviso la situazione è gravissima. Dobbiamo parlarne. I dati dello sciopero degli e delle insegnanti del 10 dicembre 2021 sono sconfortanti. Circa il 6% di chi insegna ha scioperato, 41 mila docenti circa a fronte di circa 713 mila docenti sotto contratto. Non entusiasmante. Soprattutto, sconfortante perché non permette di instaurare nessuna dinamica conflittuale con il ministero per richiedere stipendi più alti (a livello di quelli di altri paesi europei) e in generale altre richieste importanti come quelle di avere classi di massimo 15-20 persone, investimenti maggiori nei trasporti pubblici, aumenti per scatto di anzianità più regolari, assunzione dei precari storici e delle precarie storiche che insegnano da anni nelle nostre scuole.

Ecco quindi, immaginiamo ancora la docente o il docente che entra in classe per la prima volta, dopo una selezione casuale che sia da graduatoria o sia da concorso. Vorrebbe una scuola diversa, senza la soverchiante logica del voto e della competizione orientata al mondo del lavoro in maniera esclusiva, una scuola dal sapore socratico e dai tratti epicurei piuttosto che una scuola caserma e disciplina per reiterare e conservare lo status quo della generazione precedente oltre che le necessità della ricca classe dirigente che spinge per un classismo scolastico spinto – attraverso il sistema delle competenze e delle riforme dei differenti ordini di scuola, si pensi alla recente riforma dei professionali.

Tantissimi e tantissime docenti sognano una scuola migliore, molte più delle persone che hanno aderito allo sciopero. La prima cosa da fare è far tornare i docenti e le docenti a sognare una scuola migliore. È possibile, bisogna fare rete, parlare, conoscere, capire, approfondire. Del resto, per la società sicuramente ma prima di tutto per chi insegna, la scuola è il futuro sociale e lavorativo di molte persone. È un bene da tutelare, non può essere lasciato nelle mani di chi vuole che si trasformi in un bene economico o di una platea da cui pescare la forza lavoro, lasciando vergognosamente alla scuola il compito di fare tale selezione, anziché formare tutti i cittadini e le cittadine allo stesso modo e nel modo migliore possibile.

Bisogna invertire la rotta, subito.

scian valscian scrivimi su mastodon