Nelle ultime due settimane, a Bologna ci sono state due aggressioni omofobe in strada che sono finite sui giornali, suscitando molto clamore.

Siamo indignat3: siamo vicin3 alle vittime perché al loro posto poteva esserci un3 qualunque di noi, e ci sentiamo particolarmente colpite perché queste aggressioni, su cui tutta la città spende parole di indignazione anche perché i giornali hanno scritto che sono state commesse da ragazzi di origine straniera, sono in realtà parte della violenza e dell'oppressione che noi gay, lesbiche, trans, bisessuali e, in generale, persone che non si conformano alla “normalità” sessuale e di genere viviamo ogni giorno.

L'aggressione in strada fa il paio con la derisione a scuola e in famiglia, con i luoghi di lavoro in cui dobbiamo nascondere la nostra sessualità, con i lavori sottopagati che dobbiamo accettare, con le case che non ci vengono affittate, con la discriminazione, l'incomprensione e il paternalismo che incontriamo nei già scarsi servizi sanitari e sociali, con le nostre famiglie di origine che ci accettano a fatica e non ci trattano nello stesso modo delle sorelle e dei fratelli cis/etero, con la paura di fare dei figli che potrebbero non essere riconosciuti legalmente come nostri, con la difficoltà di accedere agli ormoni e ai trattamenti medici necessari al percorso di affermazione di genere, con la mancanza di spazi per l'autogestione, l'autorganizzazione politica e la socialità non commerciale della nostra comunità e per l'accoglienza di quelle di noi che non sanno dove andare.

Chiunque commenti l'accaduto riconducendo l'omofobia a questioni culturali-razziali sta consapevolmente colludendo con tutto il resto della violenza che subiamo da parte della nostra civilissima società occidentale, contribuendo a nasconderla e giustificarla, insieme all'esclusione socio-economica, all'abbrutimento, alla competitività e al razzismo che rendono le nostre città luoghi sempre più segregati e violenti.

Vogliamo dare risonanza alle parole del ragazzo aggredito in via San Felice: un giovane gay razzializzato, di seconda generazione, che nell'intervista su Repubblica ha sottolineato come nessuno dei passanti in via San Felice sia intervenuto per difenderlo, commentando amaramente: “chissà, magari hanno pensato che erano solo dei neri che si picchiavano fra di loro”. La vita di un nero vale meno di quella di un bianco, la vita di un gay vale meno di quella di un etero, salvo quando serve a inferiorizzare e disumanizzare ancora di più quella di un nero.

Questa nostra sorella ha inoltre riferito che una delle sue preoccupazioni, nei giorni successivi all'aggressione, è proprio la mancanza di interventi educativi nelle scuole che, chissà, magari avrebbero potuto regalare ai suoi giovanissimi aggressori una visione diversa della sessualità, della virilità, della vita in genere, o almeno far sentire a lui, a noi, che la collettività è impegnata nella lotta all'omofobia e al sessismo non solo quando siamo sui giornali, non solo quando l'aggressione avviene per strada, non solo quando c'è da dare addosso agli stranieri e competere, in campagna elettorale, per chi è il più intransigente sulla “sicurezza”.

La promessa che facciamo alle sorelle che sono state aggredite in questi giorni, alle sorelle che vivono mille altre aggressioni, in mille forme, tutti i giorni, e a noi stess3 è che non cesseremo di organizzarci per lottare per i nostri diritti, la nostra vita, la nostra felicità e per una società più giusta e libera dall'omo-lesbo-bi-transfobia, dal sessismo, dalla segregazione razziale e dall'abbandono organizzato e intenzionale di intere fasce di popolazione.