Art of Stimart

Mi chiamo Marco Placido Stissi e amo scrivere; mi piace farlo in verticale, in orizzontale, in diagonale e, a volte, anche a zig zag.

C’è un mostro nel mio cuore che mi osserva da dietro al velo opaco e stropicciato delle mie illusioni, mi osserva aspettando che mi addormenti per potersi aggirare indisturbato fra i miei ricordi, per potermi pizzicare i sogni. A volte mi fa davvero male!

Per non sentirlo, spesso indosso le cuffie e ascolto musica quando sono fuori fra la gente ma anche quando mi chiudo nella mia stanza quando sono solo. Lo faccio anche perché ho paura del mondo, mi serve per distrarmi ma, forse, pure perché mi allevia l’ansia mentre aspetto che tutto si addormenti, che tutti spariscano dalla mia vista; voglio restare da solo, mi piace la solitudine, mi piace sentirmi avvolto dalle braccia fredde della notte, ricoperto di stelle, sfiorato dalla luce di quella stronza della luna che non ha mai recapitato i miei desideri; li immagino accartocciati lì dentro ad uno dei suoi crateri silenziosi e senza vita.

I miei occhi si allacciano senza pietà a tutte le cose su cui si poggiano, e così le sentono, le spogliano, le amano, le trattengono, le accarezzano, le fanno esplodere come fuochi d’artificio.

Cerco qualcuno con cui scambiarci gli occhi e con cui condividere le emozioni e la nostra storia senza raccontarle con le parole. Desidero accovacciarmi sulla sedia dei miei pensieri poggiando la guancia sulla porta dei suoi segreti. Sono così poche le persone che mi piacciono davvero!

Quelle migliori che ho conosciuto sono sempre state in attesa, con i volti colmi di silenzi e lo sguardo fisso dentro sé stesse; pagine della loro storia racchiuse in una piccola bolla sospesa lungo il tragitto dei loro istanti pieni di sfumature e, a volte, senza nomi.

Le persone più interessanti che ho conosciuto avevano il viso poggiato ad un vetro di un treno in corsa da dietro al quale la vita si svolgeva rapida come la pellicola di un film: linee distorte, pennellate di una realtà che hanno ingurgitato senza lasciare nemmeno le briciole ma che avrebbero voluto scordare per sempre alla prima fermata utile.

Quelle persone le ho viste sorridere e le ho viste piangere senza vederle sorridere o piangere; le ho viste sospirare e le ho viste ignorare, le ho viste svegliarsi per poi riaddormentarsi, nascoste dietro ad una maschera, protette dall’ombra di qualcosa che era troppo preziosa da condividere con gli altri.

Le persone, quelle che amo, hanno un solco nell’anima e due occhiaie enormi come bagagli, hanno un respiro stentato ed ignorano il tempo, sanno cogliere l’incanto della vita e sanno accarezzare quel mostro interiore che trema atterrito ad ogni battito del loro cuore.

E tu, in questo piccolo istante, hai sentito il tuo mostro parlare col mio? Forse insieme possiamo dargli un nome, forse insieme possiamo insegnargli a rispettare le nostre fragilità o forse, invece, possiamo condividere le cuffie e osservare assieme lo stesso orizzonte cancellando tutto ciò che ci circonda, fluendo l'uno dentro l'altro, diventando un mostro ancora più grande così da raggiungere la luna per frantumarla con un dito dopo aver recuperato tutti i nostri bellissimi sogni perduti.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Quegli occhi non hanno confini e celano il senso dell'esistenza dentro ai loro abissi; essi, con i loro riflessi, afferrano il suono della corteccia che graffia la pelle sottile del vento d'autunno. Quegli occhi divorano il cuore di chi non sa sostenerli, quegli occhi esplorano curiosi la vita ma sono rocce che nessuna tempesta può spostare o spezzare; essi sono giunchi d'argento che solleticano il cielo e raccolgono nuvole e stelle per donarle alla memoria. Ho visto più verità, ho visto più connessione con la vita, ho visto certezza, ho visto forza e delicatezza, ho visto l'amore. È qualcosa di antico che mi sussurra: in lak'ech. Mi sento piccolo, mi sento nel posto sbagliato; qualcosa mi chiama a sé e so che è casa, so che è il mio posto nel mondo, so che è il luogo dove dovrei vivere e morire. Quegli occhi mi chiamano, quegli occhi sanno il mio nome e mi tendono la mano. Vorrei scappare per raggiungerli, spogliarmi e tuffarmici dentro fino ad annegare e poi rinascere luce, acqua o terra. Anche tu li vedi quegli occhi? Anche tu capisci di cosa parlo? Anche tu sei un'anima inquieta? Mi sto accontentando e sto alimentando uno sguardo sempre più stanco, arricciato, sconnesso dall'essenza di tutte le cose. A me questa cosa sta stretta e mi capita di perdermi in quegli occhi, mi capita di ascoltarli, mi capita di farmi trafiggere dai loro aculei e mi capita di sanguinare. Manderei tutto all'aria; vorrei resettare la mia vita, vorrei riavvolgere il nastro per seguire quel richiamo antico così affine a me. Io sono la crepa nel muro, il pezzo di carta strappato, il coltello infilato sul tavolo, il fieno su cui fare l'amore, l'acqua che scivola fra le pietre arrotondate, la ciocca di capelli che copre il viso, il canto che chiama la pioggia, il filo d'erba fra le margherite, l'insetto che riposa su di un pezzo di pane, la pausa fra due parole, il cuore di una tribù senza nome, l'ultimo sogno che non vorresti mai dimenticare. Mi fermo così di fronte a quegli occhi, li osservo, mi perdo, mi dissolvo e divento realmente me stesso. Conosci la mia anima? Io conosco la tua anima e posso dipingere i tuoi occhi, posso baciarli, posso stringerli a me e proteggerli fino alla fine dei tempi.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Finché si sentirà il bisogno di parlare di differenze, esse continueranno ad esistere. L'eterogeneità è un bene ma diventa un limite solo perché gli “altri” non sanno o non vogliono accettare certe cose per come accettano la peculiarità di tutte le altre nel quotidiano: una mela, una pietra, l'acqua, l'ape, il giallo. Non avviene facilmente che qualcuno dica che la mela, per essere tale, dovrebbe assomigliare ad una banana. Può non piacere, la mela, ma non per questo è mai esistita la necessità di difenderla dagli appassionati della banana. La mela, presa come simbolo di questo esempio, non genera ingiustizie sociali! Ecco, quando si tratterà al pari della mela l'orientamento sessuale, il colore della pelle, il credo religioso e tutto il resto, allora le differenze saranno annullate e osserveremo le cose allo stesso modo con cui scegliamo un frutto piuttosto che un altro, un colore piuttosto che un altro, ecc. Potrebbero sussistere delle critiche ma queste sarebbero affrontate con lo stesso peso che si innesca in un dibattito che scivola su di un piano equo e con pari diritti e dignità. Purché le nostre scelte non ledano quelle degli altri, ognuno dovrà sempre avere il diritto di vivere senza doversi giustificare o senza dover richiedere leggi a tutela. La “differenza”, quindi, la facciamo noi con il nostro atteggiamento. Non servirebbe un articolo bis o ter per salvaguardarci, basta il buon senso, l'empatia, il rispetto: banalmente serve autoregolarsi.

Non è tanto difficile sradicare anni di stupidi preconcetti. Voi che dite?

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Prendi i soldatini di legno e mettili dentro la scatola di quelle scarpe che hai consumato e poi buttato via. Sai, a volte tu sei quei soldatini e altre volte sei quelle scarpe. Altre volte ancora sei la scatola e qualche volta senti il bisogno di riempirla fino all’orlo di vuoti a volte troppo densi e che non hanno odore e sono senza alcun sapore. Dopo un po' la svuoti, quella scatola sgangherata, e ricominci fra scarpe, soldatini e altri vuoti. C’è chi si ferma imbrigliato dentro a questo ciclo, c’è chi sputa sopra al coperchio, c’è chi strappa via gli angoli, c’è chi prende la scatola e la colora, c'è chi la riempie di fuochi d’artificio o gli poggia dentro il proprio cuore. In questo gioco, tu chi sei e dov'è il tuo posto nel mondo?

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Ci sono note che echeggiano nell’incanto, partorite da certe stonature azzardate dal cuore. Quelle note si legano alla mia anima come una barca ormeggiata ad un porto silenzioso e abbandonato; esse si agitano sulle minuscole onde con cui il vento scrosta via le parole per tentare di fissarle alla memoria. Ho camminato sulla battigia, il tramonto si è quasi spento, schiacciato da una notte inchiodata al cielo con tante piccole bianche stelle appuntite. Torno a casa, dove si è nascosta la luna? Ho aperto la finestra, ancora una volta il cielo si è sciolto, è colata la notte dentro la mia stanza. Di nero ha tinto i miei occhi, di stelle ha macchiato la mia vita ed un sorriso si è fatto luna. Eccola, la luna! Il tempo tiene il mio volto fra le sue mani e mi avvicina a sé, fino ad ingoiarmi. Registro le mie orme sul nastro della vita. Stanotte sono asimmetrico; stanotte sono quella foto spontanea, mossa e per nulla accentrata; stanotte sono il silenzio; stanotte sono un libro senza una pagina; stanotte sono la virgola che mantiene vivo il dialogo; stanotte sono il ragno che tesse la tela fra gli spazi delle parole. Che di me resti la eco nel mondo!

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sto ascoltando una musica bellissima e l'ho impostata per andare in loop. Mi sto immergendo in qualche pozzanghera carica di pensieri e della mia solita corposa malinconia ma, da un po' di tempo, mi sento spento, non riesco a creare bene e non riesco ad abbandonarmi completamente a me stesso; qualcosa mi tiene aggrappato alla realtà, non trovo il modo di chiudere la cerniera e tengo la testa fuori dall'acqua. Sto scrivendo ugualmente ma mi mancano delle briciole che ho lasciato in livelli molto più alti o più bassi delle mie emozioni. L'ispirazione è così volubile e sensibile! Ti starai chiedendo per quale motivo insisto, perché mi sforzo, perché lo faccio ugualmente, vero? Beh, la ragione è che da quelle profondità che non sto riuscendo a raggiungere risale vivida una voce carica di accenti, di dubbi, di rabbia, di amore, di gioia, di bisogni, di speranze, di certezze, di sfumature. Se la ignorassi sarebbe come girare le spalle di fronte ad un sorriso o ad un abbraccio. Il motivo per cui ho intitolato questo post con “senza memoria” è perché c'è qualcosa che non ricordo ma che, paradossalmente, non proviene dal passato bensì dal futuro. Si, c'è qualcosa che non ricordo da un futuro prossimo! No, non sono un viaggiatore del tempo; non serve esserlo per percepire stati d'animo o eventi che avverranno. Serve consapevolezza di ciò che avviene nel nostro presente. Il futuro è l'istante che anticipa ogni possibile evento, ogni scelta, ogni passo ed è lì, palese, chiaro in tutta la sua immensità ed inevitabilità. Ecco, forse sto iniziando a capire perché mi sento così incapace di annegare dentro me stesso: è paura! Dico che non ricordo cosa sta per accadere, che ho perso la memoria di ciò che saranno certi eventi ma... sto mentendo! In realtà non voglio ricordare, sto girando le spalle, butto lo sguardo in basso. Mi chiedi cosa non voglio ricordare? Ti rispondo così: esci fuori sul balcone, sulla terrazza, in giardino, per strada, esci dove più ti pare e piace e poi osserva il cielo; guarda bene le stelle, poi guardati intorno, ascolta i suoni che ti circondano e poi poni attenzione ai tuoi piedi e alla gravità che ti sostiene. Cosa provi? Ecco, forse tu non lo stai sentendo, ma io si e sto male per questa cosa e non so spiegartela. Qualcosa là fuori sta gridando! Qualcosa sta cambiando, qualcosa sta per sconvolgere la vita per come la conosciamo e non è nulla di buono. Forse è meglio restare senza memoria? Già, sono il solito pazzo che sente cose, vede cose. Sono così da quando sono nato ed è un dono che amo, anche se mi fa male e mi lacera da dentro. In questo periodo qualcosa sta spingendo il mio viso contro una verità che so di dover ascoltare se voglio sperare in una possibilità di salvezza. Ciò che stai leggendo, in fondo al tuo cuore, sai già cosa significa e a cosa fa riferimento, giusto? Dai che lo sai, devi solo ammetterlo. Il loop di quella musica è ancora attivo; quant'è beffarda questa cosa che il suo tendere all'infinito dipenda esclusivamente da una mia scelta! Ecco, tutto dipende da una scelta; così “senza memoria” diventa un alibi. So cosa devo fare e incrocio le dita perché il prossimo passo e il prossimo ancora sono diretti alla sorgente di quel futuro che sta per bussare alla porta.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sono lontane le stelle cucite come bottoni su quell’esigua estremità del cielo che si stringe a imbuto fin dentro la gola e spinge, spinge dentro con forza, i rintocchi aguzzi del tempo; scivolano giù con la saliva e lacerano gli organi, spezzano la voce, fino a morire fra gli scarti di un pasto. Le parole si affollano dietro la porta chiusa dei silenzi e bussano forte fino a sanguinare cercando la serratura da scardinare. Sono lontane le stelle uscite stanotte dal cilindro dei sogni, sono diamanti senza carati e sono lapidi senza nomi; brillano sospese al niente, ognuna è sola con la propria storia. Un piede sorregge il mondo mentre l’altro calcia via la paura; chi ha detto che senza gambe non si può rincorrere questa vita? Qualcuno ha sputato via un singhiozzo e l’ha lasciato esanime sull’asfalto; osservandolo da vicino c’è dentro tutto l’universo. Sono lontane le stelle che scivolano lungo la notte per poi svanire dimenticate oltre il confine che trepida all'orizzonte.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Domani mattina potrei non esserci più! È inutile che faccio finta di essere immortale, di snobbare la fine e di dare al tempo l'illusione che sarò ancora lì con lui per camminare sui sassolini colorati del presente. Domani potrei essere parte del passato, un nuovo ricordo registrato sulla trama che sussulta in ogni direzione a cui punta l'infinito; domani potrei restituire all'universo l'energia che conservo dentro a quest'involucro fatto di carne e ossa. Non so nemmeno se l'ho trattata veramente bene questa macchina, se avrei potuto fare di più. Diciamo che mi sono impegnato e che ho fatto del mio meglio. Domani, mia piccola stellina, potrei non esserti più vicino e potrei non ricambiare ancora il tuo sorriso, parlarti, giocare con te, baciarti e annusare i tuoi capelli sottili. Potrei non dire più il tuo nome, potrei non essere vicino a tua madre e con lei vederti crescere. Ti dico ciò perché tu, domani, potresti dover affrontare la vita senza il mio sostegno e dovrai essere pronta, dovrai cominciare a comprendere la vita, dovrai continuare a sorridere, a crescere, a combattere, a giocare, a riflettere, a sognare, a scrivere, a danzare, a suonare, a respirare, a creare, a essere ciò che più desideri dal profondo del tuo cuore. C'è stato un tempo in cui mi sono sentito immortale, invincibile e, mio piccolo amorino, sono certo che anche tu un giorno proverai qualcosa di simile nel periodo più florido della tua vita. Non ti arrendere, sporcati mia piccola guerriera, sporcati e resta immersa nelle tue profondità. Ricordati di innaffiare ogni giorno la tua parte bambina, non lasciarla sparire; essa un giorno ti salverà la vita e ti permetterà di continuare ad osservare la realtà in maniera più profonda. Vivi in verticale e soffermati all'orizzonte solo nei tuoi momenti di leggerezza. Rispettati! Lasciati coccolare dalla malinconia, prenditi il tempo di godere del silenzio e del vento fra i capelli. Ama e fallo con passione ma proteggiti e allontanati da chi ti farà stare male, ti assicuro che non ne varrà mai la pena. Fai pure le tue esperienze e non preoccuparti di sbagliare, tanto gli errori servono proprio a correggere il tiro. Fai però attenzione a quali strade percorrerai perché certe scelte, purtroppo, difficilmente sono riparabili e alcune sono fatali. Prenditi cura del mondo che ti sto lasciando e perdonami se non sono stato capace di consegnartelo in buono stato, mi vergogno un po' di averci provato ma di non essere riuscito ad essere la causa di un cambiamento. Gli esseri umani delegano sempre alle generazioni future ma, ti posso assicurare che io non l'ho fatto e, nel mio piccolo, ho invece messo in atto scelte e poi azioni mirate a diminuire i danni. Tua madre è la cosa più preziosa che possiedi: amala, riempila di coccole e, ogni tanto, baciale il cuore anche da parte mia. Se proverai rabbia, lasciala fluire libera e impara ad usarla per combattere le ingiustizie. Non fossilizzarti su legami che annichiliscono il tuo spirito, siano essi emotivi che materiali; accogli il cambiamento. Sorridi e sii gentile con tutti. Scherza, fallo e fregatene dei giudizi: valgono quanto i diamanti usati per concimare o per nutrire. Le cose più preziose, lo scoprirai, sono celate dentro alle piccole cose. Sporcati senza vergogna e fallo dove la terra è più fertile e ogni raggio di sole non ti brucia mai troppo e dove la luna e le stelle diventano magia. Vivi in un luogo che ti fa sentire a casa, ama qualcuno che ti fa sentire a casa. Figlia mia, potrei scrivere ancora un sacco di cose e diventare melenso o prolisso, per tale ragione concludo dicendoti che, fino a quando mi è stato concesso saltellare su questo pianeta, ho cercato di insegnarti la magia della vita e mi sono seduto spesso accanto a te per raccontarti il sogno di una speranza primitiva più dell'universo stesso.

Con tutto il mio amore, tuo papà.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Ci sono periodi, più o meno lunghi, che hanno tutto l'aspetto di un treno deragliato in mezzo a un bosco, a una radura o a un deserto. Tu sei il treno e stai fermo lì aspettando che qualcuno intervenga rimettendoti sui binari della tua vita strampalata. In quei periodi, le mani sembrano bloccate e i pensieri pure, le gambe e, forse, anche il cuore. Da qualche parte, lì nascosta in una delle valigie abbandonate di uno dei vagoni che tieni ancora attaccati alla tua locomotiva, bisbiglia la voce di un'idea, di un'emozione, di un desiderio, di un ricordo, di qualsiasi cosa che vuole spronarti a reagire. Ecco, è così che mi sento stasera: atrofizzato ma con una piccola luce intermittente che mi lampeggia dentro al cuore. È una sensazione strana che mi pietrifica, mi blocca e mi fa scrivere ciò che stai leggendo con un velo opaco fra me e il tuo cuore. Oggi mi manca il fuoco, il guizzo e la verticalità della mia emotività. Sto scrivendo perché ho bisogno di farlo, di provare a riallinearmi con me stesso e con quel mondo saturo di malinconia dentro al quale mi illumino, decanto, faccio la muta, mi diluisco, mi purifico e mi sporco di bellezza spingendomi sull'altalena che oscilla fra l'oscurità e la luce. Riavvia il sistema, blocca tutti i processi, ordina i pensieri e svuota il cestino.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sotto la maschera di un poeta si cela spesso il grugno di un cafone che dopo il languido guizzo del cuore sputa bestemmie lungo la strada sterrata che lo vede arrancare alla dimora dei sogni dove affranto si addormenta fino al nuovo giorno. Egli è il soffio greve del vento invernale, è la zanzara sulla pelle, è il suono che accompagna la memoria, è l’angoscia e anche il sollievo, è la voce spregiudicata di coloro che hanno il coraggio di affrontare la vita. La bellezza si svela oltre agli occhi intarsiati dal tempo quando la sua penna diventa una spada con la quale incide con rabbia le profonde ferite delle parole su quei fogli inermi macchiati di malinconia. L’inchiostro esce dalle pagine come sangue dalla carne e si cicatrizza in fretta sotto la bianca luce della luna. Egli è un poeta ma gli hanno disegnato addosso un abito che lo esalta alla stregua di un dio e dalle sue poesie estraggono un’essenza che è propria della banalità e dell’ignoranza umana. È solo un poeta su cui grava ogni giorno il peso di una memoria emotiva. In pochi sentiranno sussurrare dalle ombre il suo messaggio velato che racconta di una verità sgradevole o di una soave menzogna.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)