Art of Stimart

Mi chiamo Marco Placido Stissi e amo scrivere; mi piace farlo in verticale, in orizzontale, in diagonale e, a volte, anche a zig zag.

Partiamo dall’assunto che libertà ed uguaglianza non condividono lo stesso piano ideologico o, perlomeno, non esattamente gli stessi principi. La libertà muta in base alle persone ed alle circostanze mentre l’uguaglianza persegue un ideale proposito comune. Siamo tutti uguali non significa che siamo tutti liberi poiché l’ideale di libertà di un soggetto può non essere compatibile con quello di un altro, nonostante il comune bisogno di uguaglianza. L’eterogeneità degli esseri umani ha consentito di generare “sottoinsiemi” che hanno condiviso gli stessi obiettivi egualitari e che, attraverso il potere democratico, hanno ottenuto la maggioranza. La forza maggioritaria, così ottenuta, è diventata forza prevalente sui sistemi più piccoli (minoritari), quindi lesiva delle libertà altrui. Vince la libertà “migliore” e viene meno il principio di uguaglianza. Si noti che può esserci democrazia senza libertà o libertà senza democrazia. Esiste un paradosso interessante sulla democrazia: “se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere”. La democrazia, però, almeno come principio, da voce anche alle forze di minoranza: basti pensare ai partiti di opposizione che si susseguono al governo durante le varie legislature. Le forze politiche sono i legali rappresentati dei vari “sottoinsiemi” che formano l’insieme Paese. Ad essi vanno aggiunti i corpi intermedi (associazioni, enti, etc.) che dovrebbero garantire una forma di vigilanza sulla maggioranza, al fine di evitare prevaricazioni, ingiustizie sociali etc. Questo meccanismo, a conti fatti, non crea mai un vero equilibrio, non una vera “soddisfazione collettiva”; vi è una sottile e costante forma di violenza e di ingiustizia che si abbatte meccanicamente su chi non si sente rappresentato. Kenneth Joseph Arrow, un grande economista statunitense, dopo essersi a lungo interrogato sul problema della democrazia parlò di “unanimità paretiana”: «[…]se un'alternativa A è preferita ad un'alternativa B da ciascun individuo, allora A è socialmente preferita a B; pertanto, stanti la dipendenza dal voto, la libertà individuale, il principio di unanimità ed il principio di indipendenza delle alternative irrilevanti, allora richiedere che l'ordine sociale sia lineare implica la dittatorialità». Il dittatore, nel senso di Arrow, potenzialmente può essere un qualunque “votante”. Arrow fa riferimento al concetto di “efficienza paretiana” espresso dall’ingegnere Vilfredo Pareto in cui si afferma che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. Detto ciò, credo che la verità sia un’astrazione soggettiva e che si autodetermina all’interno di un insieme che ne condivide i principi. Ogni insieme ha le sue verità, condivisibili o meno con altri ma pur sempre importanti nel rispetto del comune senso di uguaglianza. Lo “specismo”, in fine, è l’alibi che serve ai vari gruppi umani per imporre dogmi morali e culturali al fine di educare alla difesa dei propri confini ed alla diversità. Così nascono il razzismo, la xenofobia, la misantropia etc. Queste forme di odio sono indotte, non innate, e giovano per tenere sotto scacco i componenti di un sistema. A ciò si aggiunga il voluto e marcato indebolimento della cultura universale a favore delle dottrine elitarie; si aggiunga, inoltre, la lesinata attenzione verso i bisogni e le sofferenze altrui che crea un costante ed alienante stato di bisogno. Ecco che appare chiara l’essenza utopica della democrazia.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Parliamoci chiaramente! Siamo messi male, molto male e, nonostante tutto, ogni giorno trovo una ragione per ridere, ogni giorno la incollo dietro alle mie labbra e la traduco per chi mi sta accanto, per chi mi legge, per chi semplicemente mi lancia anche un solo piccolo sguardo fugace. Con i miei mezzi cerco di rendere meno pesante il cammino degli altri e pure il mio; lo faccio senza chiedere niente in cambio perché mi ripaga sapere di aver strappato un sorriso. A volte, però, non ci riesco. Quelle maledette voci, che mi sussurrano dentro fin da quando ero bambino, non mi danno tregua e so che dicono sempre la verità, so che devo ascoltarle e ben interpretarle. Quelle fottutissime voci mi proteggono! Che ci crediate o no, il tempo delle disattenzioni è finito; abbiamo superato il confine, abbiamo scelto la strada sbagliata e l'abbiamo fatto sapendo bene a cosa saremmo andati incontro. Abbiamo volontariamente consumato la candela lasciando che la cera bruciasse anche il legno su cui era poggiata. Lo so, mi dite che non è colpa vostra, che non è colpa nostra e che siamo vittime delle scelte altrui, di chi ci governa, dei poteri forti e... ma vaffanculo! Stronzate! Sono tutte enormi cazzate. Se avessimo anche solo un briciolo di amore verso questa vita ci batteremmo per proteggere tutto ciò che ci permette di percorrerla. Invece che facciamo? Stiamo seduti a lamentarci con le nostre enormi teste di cazzo dondolanti di fronte ad uno schermo o seduti al bar dello sport elargendo consigli, perle di saggezza, soluzioni. Ah, quanto siamo bravi a risolvere le cose con le parole! Ah, quanto siamo bravi ad adattarci e a lasciar correre, ad aspettare il prossimo treno, a dire: “va beh, lo farò domani!”. Domani è passato già cent'anni fa, domani è morto, domani è solo una eco che rimbalza ancora sulle nostre spalle e scivola giù lungo la schiena per morire ogni volta sulle nostre orme. Ecco, io sono come tutti gli altri idioti che si lamentano, che si incazzano, che gridano ma che poi aspettano qualcosa o qualcuno che li venga a salvare. A volte non riesco a sorridere proprio perché mi vergogno di me stesso, perché potrei fottermene delle convenzioni sociali e delle leggi “umane” per seguire il mio istinto, per seguire le istruzioni di quelle voci che mi sputano in faccia la cruda realtà. Ognuno di noi sa perfettamente chi è e cosa vuole, ognuno di noi sa come si potrebbero cambiare le cose ma ognuno di noi vorrebbe proseliti per non sentirsi “solo”. Eh, cazzo, siamo esseri sociali solo a convenienza, solo quando le cose si fanno complesse. Ci teniamo per mano per farci belli agli occhi degli altri di fronte ad una tragedia; siamo necrofili. Poi ci scordiamo di tutto pochi giorni dopo quando quella cosa non avrà più alcuna risonanza mediatica. Riempito il vuoto del nostro ego ci sentiamo in pace con noi stessi, abbiamo fatto “ciò che potevamo” e così ci convinciamo di aver espiato le nostre colpe.

È giunto il tempo di scegliere se il tasto del reset lo lasceremo premere a un delegato o se dobbiamo premerlo per primi noi stessi.

Buona riflessione a tutti.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sul calice stracolmo di qualche tormento, si apre un racconto che parla del mio mondo; lo sfoglio piano, non ho fretta di andare al prossimo rigo, mi gusto le virgole, i punti e gli spazi, le lettere le sposto, le metto a casaccio. Mi sento indefinito, mi sento di ghiaccio ma brucia il mio amore quando il sangue si schianta sulle pareti del cuore. A volte io sono l'immagine di un ricordo sbiadito che riprende colore quando mi abbandono ad un sorriso. A volte sono una statua che fissa il centro del mondo e ad esso mi inchino ad ogni suo girotondo. Sono un gancio, sono un'ombra, sono la luce che filtra da una crepa, sono un tessuto con cui potrò cucire un pentagramma sul fianco della mia vita. Ho tanti tasselli da cogliere e incollare negli spazi vuoti che tremano appoggiati agli angoli bui delle mie emozioni. Sono tutto ciò che serve a quel tempo che sto navigando a quel sogno che sto avverando a quel confine che sto raggiungendo.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

È il taglio dei miei capelli o la forma del mio viso? Sono forse quei tatuaggi che ho inciso sulla mia pelle o è questa maglietta stupida che non possiede nessuno al mondo, vero? Forse sono le esclamazioni antiquate, cadute ormai in disuso, che adoro sputare in faccia quando sono accigliato, è così? Magari sarà che rido anche per cose che non fanno ridere ad altri? Forse dovrei piantarla, dovrei cercarmi una mucca come amica, un timbro, una moda dietro la quale nascondermi, proteggermi. La verità è che poi non sarei più io, non sarei più in questa pelle che a volte definisco patetica. Allora sai una cosa? Preferisco essere patetico, sì, preferisco essere schivato, deriso, giudicato. Preferisco mantenere la mia risata stupida, i miei modi esagerati, ogni mio difetto che ho imparato ad amare, i miei gusti musicali; preferisco essere solo, che cercare di plasmarmi in qualcosa che tu possa finalmente amare.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Nell'oscurità non sento parole ma scorgo il vento danzare fra le chiome degli alberi, mi aggrappo ad un mucchietto di stelle scivolate su dal rigurgito del sole al tramonto, passeggio lentamente sui frammenti di un giorno caotico; ad ogni respiro spolvero le briciole di una paura inutile quanto illusoria. Le tenebre comprimono la luce e la trattengono a sé in un abbraccio che annienta ogni stupido giudizio; esse sono buchi neri che solo gli intrepidi possono attraversare. Per raggiungere il giorno devi attraversare la notte; così, per raggiungere il mio cuore devi attraversare gli intricati corridoi sorvegliati dalle mie oscurità: devi lasciarti sfiorare il collo da esse, devi sentirle bisbigliare da dietro gli anfratti delle tue angosce, devi inciampare sui loro piedi, devi permettergli di mostrarti il loro volto. Le ombre sono un immenso capolavoro; esse si posano sul mondo come un lenzuolo sui sogni di un bambino.

Quando le sento avvicinarsi, io mi fermo e le lascio attraversarmi anche le ossa. Fin da bambini ci hanno inculcato così tanti stereotipi e così tanti timori da surclassare ogni sano buon senso infantile. Se il portatore di luce fosse stato elogiato come colui che punisce chi fa del male e non come colui che si nutre del male, oggi vedremmo l'oscurità come una buona compagna di vita, un'amica con cui condividere tutti i nostri mondi inferiori. La luce è una creatura meravigliosa ma desidero fare giustizia e ridare dignità alle tenebre perché anch'esse risplendono di una bellezza che non ha eguali. Non insegnerò mai ai miei figli a temere la notte, a pensare che ci sono mostri cattivi sotto al letto, che la mancanza di luce significa terrore, che al calar del sole la realtà di questa vita è fatta di cose malvagie. L'universo è tetro ma contiene e protegge miliardi di galassie e stelle splendenti. Il respiro è vita e avviene dentro ai nostri polmoni nella più totale oscurità. Il cibo ci nutre entrando e sparendo negli abissi scuri del nostro stomaco. I nostri pensieri stanno accovacciati negli anfratti bui del nostro cervello. Amo l'oscurità perché è da essa che esce allo scoperto la luce.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Questo pianeta è pieno di persone alle quali è stato strappato via il volto da parole implacabili, da qualche ingiustizia sociale o da degli amori cannibali. Anime svuotate della propria essenza, private dei propri sogni, lasciate in balia di speranze in acque agitate e senza fondo. Sono esseri umani che indossano maschere per coprire il proprio disastro, per nascondere il vuoto e le ferite. Quando tornano a casa, sfilano via l'apparenza e si perdono puntando il cielo notturno; le stelle si riversano dentro il loro pozzo interiore e lì si spengono affondando fra le sabbie mobili di una sofferenza anch'essa senza volto e anche senza nome. Sono quelle le persone che potrebbero cambiare le sorti del mondo, sono quelli gli eroi che attendono di essere riconosciuti; sono creature inquiete che non trovano la forza ed il coraggio di ricucire il proprio volto e che frenano la propria rabbia costruttiva per paura del giudizio, per paura di fallire, per paura di vedersi strappare via un'altra volta la propria identità. Li riconosci dal passo incerto, dal fatto che osservano cose all'apparenza senza importanza e dalla voce flebile e timorosa. Alcuni di essi hanno un diario sul quale tracciano scarabocchi o grandi opere d'arte, parole ermetiche o lunghi racconti fin troppo espliciti. Quanto mi piacciono le persone senza volto! Fino a qualche anno fa anche io avevo il volto sfondato, disintegrato da missili che mai avrei immaginato di ricevere. Fino a poco tempo fa ero seduto in un angolo buio della mia vita ma ero riuscito a tenere saldamente per mano la mia rabbia e la mia parte bambina; mi hanno aiutato a non sgretolarmi, a non diventare un'ombra che si dissolve nell'indefinito. Un bel giorno ho dato un pugno allo stomaco della mia paura e l'ho lasciata a sputare sangue e agonizzante in quell'angolo maledetto. “Ma chi me lo fa fare a piangermi addosso?”, mi dissi. Compresi che posso essere ciò che sono destinato ad essere anche senza un volto, anche senza un corpo, anche senza un nome; così mi avvicinai allo specchio e lo oltrepassai per andare a recuperare tutti i miei pezzi mancanti. Ho fatto kintsugi su me stesso, mi sono impreziosito, ho spolverato le mie emozioni e le ho lasciate libere di fluire; ho rispettato i miei tempi e i miei desideri. Ho ripreso a sognare e l'ho fatto con più vigore, con più passione. Pian piano ho amato ancora e ad ogni nuova sconfitta ho ripreso il cammino più forte di prima; avrò percorso miliardi e miliardi di anni luce fino ai più remoti confini dell'universo senza mai guardare indietro. Da così lontano, quando mi fermo a pensare a qualcuno che non ha un volto, so che qualcosa ci lega, so che quel entanglement quantistico emozionale che ci rende parte di un'entità unica ed inscindibile è qualcosa di vero e affascinante. Questo pianeta è fatto di tante persone senza volto che si truccano per non farsi risucchiare dai buchi neri di chi non sa gestire il proprio vuoto interiore ma si lamentano perché spesso attraggono a sé anime a loro poco affini. Un continuo riciclo di sentimenti che si accendono e si spengono nell'incessante ripetizione del tempo a loro concesso in una sinfonia che spreca le note per suonare musiche prive di armonia. Vorrei che questi eroi, che tengono il capo chino verso il basso mentre percorrono il sentiero che li condurrà alla fine del proprio racconto, possano svegliarsi da quel torpore, possano recuperare se stessi dalle fogne in cui hanno scelto di alloggiare per sublimare in una luce così forte da illuminare ogni angolo delle proprie paure e vederle svanire. Non abbiate paura di ricucirvi il volto e mostrarvi per ciò che siete veramente. Il prossimo colpo in faccia non vi sbriciolerà più il viso, il prossimo colpo vi farà sorridere e vi aprirà le porte a tutto ciò che meritate. Sognate, miei splendidi faceless, sognate ancora e puntate fiduciosi verso nuovi orizzonti.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Affondai la mano nella terra; era umida e piena di vita. Qualche piccolo verme cercava di scappare; avevo disturbato la loro quiete e la cosa mi dispiacque molto. “Adesso tirami su”, disse quel piccolo fiore dai petali bianchi continuando a guardarmi negli occhi, “non avere paura!”. Ero titubante perché temevo di fargli del male. “Perché? Perché desideri che ti colga? Potrei strapparti delle radici se non ti tiro via con la giusta attenzione, potrei ferirti o perfino ucciderti.”, dissi allentando l'intenzione di eseguire quell'azione. “Già, potresti proprio uccidermi! Ma questo piccolo rischio è il prezzo da pagare se ti piacerebbe ch'io fossi tuo, che ti seguissi, che ti tenessi compagnia.”, rispose il fiore scandendo lentamente ogni parola. Intanto due formiche si avventurarono su per il mio braccio ed una terza risalì lo stelo del fiore; cercavano sicuramente del cibo e le loro zampette mi solleticavano. La sua vita era nelle mie mani, la sua vita, in quel preciso momento, dipendeva da me, da una mia scelta. Rimasi ancora a pensare. Il piccolo vaso di terracotta era lì accanto a me, pronto ad accoglierlo, era lì a pochi centimetri dal nostro intimo dialogo, a pochi centimetri da quel bivio che avrebbe cambiato ogni cosa sia per me che per quel bellissimo fiore. “Se scegli di non cogliermi devi tenere bene a mente che qualcuno potrà comunque calpestarmi o che un ramo potrebbe schiacciarmi o che un incendio potrebbe bruciarmi o che la grandine potrebbe spezzarmi e la pioggia potrebbe farmi marcire. Qualcuno potrebbe strapparmi via spezzandomi brutalmente dalle mie radici.”, proseguì dolcemente il fiore. Risposi con voce sottile: “Ma anche io potrei darti poca acqua o troppa acqua, potrei posizionarti in un luogo con poca luce o con troppa luce, potrei inavvertitamente fare qualcosa di sbagliato!” “Allora, dimmi, perché hai pensato di cogliermi se pensi di non riuscire con assoluta certezza di prenderti cura di me?”, mi chiese scuotendosi dai petali un po' di rugiada. “Perché sei bellissimo! Immaginavo di averti con me in casa così da poterti guardare ogni volta che ne avrei avuto voglia.”, risposi con convinzione. “Ti piacerebbe se io ti chiedessi di rinunciare alla tua casa e di venire a stare per sempre seduto qui accanto a me?”, mi chiese il fiore. “Credo proprio di no! Non sarei libero. Non... non sarei... libero!”, risposti sgranando gli occhi mentre compresi il senso profondo della sua domanda, “Perderei la mia identità, non avrei più tutto ciò che mi serve per vivere, morirei per rendere felice te... e io, giorno dopo giorno, sarei sempre più triste.”. In quel momento, una grossa foglia gialla si posò con prepotenza proprio sopra al fiore. D'istinto la spostai rapidamente; il piccolo fiore perse uno dei suoi bellissimi petali bianchi. “Ohi, che male!”, disse il fiore, “Hai visto? Qui nel bosco la mia esistenza segue le regole naturali della vita. Dimmi, mi vedi ancora bellissimo senza quel petalo?”, proseguì grattandosi con una delle sue foglie proprio là dove c'era la ferita, e aggiunse, “Hai compreso che ciò che accadrebbe a te se restassi qui per sempre potrebbe succedere anche a me se venissi con te. In realtà accadrebbe a chiunque, a qualunque cosa. Una pietra sta dove deve stare così come il vento va dove deve andare, così come il fuoco deve accendersi là dove deve bruciare e l'acqua passare dove deve nutrire, bagnare, spegnere, inondare.”.

Quando quella sera tornai a casa, seduto sulla dondolo nel patio che si affaccia sul giardino, piansi mentre osservavo le stelle in cielo e reggevo un fiore bianco sulla mia mano sporca di terra.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Vorrei baciarti, vorrei che la nostra pelle si incollasse, vorrei che i nostri brividi si sfiorassero, vorrei che le nostre anime scivolassero l'una nelle profondità dell'altra e che si ubriacassero col vino dei nostri istinti, vorrei fossimo un solo pensiero e un solo sguardo, vorrei fossimo il noumeno di qualcosa che ci pone oltre i limiti di ogni cosa reale ed irreale. Vorrei che la musica fosse il nostro sangue, vorrei che la luce fosse il nostro pensiero, vorrei che il tempo fosse le nostre ossa, vorrei che l'universo fosse la nostra pelle, vorrei che le stelle fossero i nostri occhi, vorrei che una supernova fosse il nostro cuore e vorrei che tutto fosse in noi in un sistema chiuso da confini invalicabili. Come vorrei che questi vorrei fossero già atti compiuti, scene in essere di un copione inedito che parla di noi, solo di noi. Il nostro passato, le nostre debolezze, i nostri dubbi, le nostre paure ci tengono al guinzaglio, ci fanno indietreggiare ma tu non smettere di guardarmi negli occhi, non smettere di lottare. Ho cifrato un sogno e te l'ho mandato con un sospiro; respiralo, amore mio, codifica il mio fuoco, continua il suo racconto, stropiccialo e poi sospiralo anche tu. Giochiamo così, nessuno capirà, nessuno sentirà. Potranno strapparmi pelle, carne e ossa, potranno bruciarmi, potranno annientare ogni mio atomo ma non potranno dissolvere il nostro amore. Siamo due giganti e spariremo in un soffio lasciando una traccia che qualcuno, un giorno, potrà respirare e che potrà narrare attraverso i suoi vorrei. Così vorrei qualcosa che non posso avere ma che in verità ho già cucita nel profondo del mio cuore. Non importa se tutto ciò sembra assurdo, non importa se è troppo ermetico, noi continueremo ad opporci aggrappati ad una sola e immensa speranza.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sapete che c'è? Devo ammettere che mi piace ascoltare e vedere i video delle mie canzoni preferite, soprattutto quelle che lasciano fluire le mie emozioni e che riescono a scavare tanto dentro di me fino a raggiungere le ossa e lì restarci aggrappate. Qualche anno fa ho notato che gli esseri umani amano condividere le proprie reazioni nell'ascoltare una canzone che non hanno mai sentito prima (magari alcuni fingono, ma non è questo il punto). Quei video, inizialmente, mi sembravano una cosa molto stupida, e per certi versi ancora lo penso (dipende molto dal contenuto), ma più li guardo e più mi rendo conto di quanto molti di essi possano essere potenzialmente utili, importanti per la cura dell'anima. Lo so, mi starete prendendo per cretino in questo momento ma datemi il tempo di spiegare, magari troverete un punto di vista interessante. Le emozioni sono contagiose, lo sono come gli sbadigli, come l'esempio che diamo a chi si confronta con noi quotidianamente o casualmente vedendoci dire o fare qualcosa. Penso che la musica sia una delle cure più importanti per guarire gli esseri umani dalla follia che li incatena giorno dopo giorno. Se, ad esempio, tutte le città del mondo montassero delle casse audio lungo le strade e riproducessero della bella musica dolce, allegra, malinconica, ispiratrice, allora molte cose brutte non accadrebbero. Ne sono certo! Detto ciò, guardare delle persone reagire emotivamente a della musica è qualcosa che cela dei risvolti interessanti. Questi creator hanno un gran numero di follower per questo tipo di video e credo che ciò sia indice di quanto l'umanità abbia consciamente o inconsciamente bisogno di amore e di condividere le proprie emozioni. Credo sia un po' come dire: “hey, anche io provo questa cosa e sono felice che anche tu la provi, e ciò mi fa sentire meno sola/o”. Forse non ce ne rendiamo conto ma ci fanno costantemente credere che il male sia più esteso del bene quando, invece, ognuno di noi sa cogliere immediatamente un sorriso e ricambiarlo, ognuno di noi si scioglie in un abbraccio, ognuno di noi prova emozioni positive se stimolate. Sembriamo tutti brutti sporchi e cattivi solo perché ci bombardano con segnali negativi, ci fanno credere di dovere avere paura gli uni degli altri, che siamo tutti potenzialmente in pericolo a causa della malvagità imperante. Ciò non è giusto! La maggioranza degli esseri umani è buona e desidera pace e amore. Le guerre e la violenza la fanno in pochi e certuni lo fanno pure solo per disperazione. Quindi, tolti i casi clinici e le follie degli imperatori (riferimento disneyano), direi che non è affatto utopico ritrovarci tutti mano nella mano con un “reaction to” differente da ciò che questa macchina dell'odio si aspetta da noi. Ricordate che è utopico solo ciò che non si vuole affrontare.

Auguro a tutti noi che possano esserci sempre più reazioni alla musica che reazioni al male!

Con amore.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Lo so, sto scrivendo tanto, forse troppo. Vado a fondo nella mia malinconia come qualsiasi essere umano tenti di dimenticare qualcosa annegando il cervello ed il cuore nel vino. Ho un'infinità di cose da dire, le tengo dentro di me da una vita e ora le ho liberate dalle catene che mi ero imposto solo per non apparire fragile, per non sembrare stupido agli occhi degli altri. Gli altri, come se me ne fregasse qualcosa del giudizio altrui; no, scrivo perché le parole sono il serto che incornicia il confine che introduce la nostra umanità, da un lato al più cupo del mondo infernale e dall'altro alla più alta concezione di luce e bellezza. Desidero essere ascoltato tanto quanto desidero essere abbracciato e amato. Ho delle pietre aguzze che sporgono dal mio cuore; mi brucia il sangue mentre passano lì vicino. Devo aprirmi il petto per effettuare un delicatissimo intervento a cuore aperto per estrarle e poi polverizzarle. Ma chi può fare quest'operazione se non me stesso? Chi altri saprebbe maneggiare il mio cuore, chi saprebbe rispettarlo, chi saprebbe capirlo?

Faccio questa introduzione solo perché vorrei capire, papà, perché mi hai fatto male? Perché hai scelto di non amarmi più, perché ti sei allontanato, perché hai dato anche a me il peso di quelle scelte sbagliate che avevate fatto tu e la mamma? Per quale maledetta ragione mi hai piantato nel cuore quelle pietre scure? Che colpa può avere un bambino? Che colpe ho avuto per non meritarmi il tuo affetto? Perché non hai mai giocato con me? Perché non mi hai mai preso in braccio e fatto volare per il mondo sulle tue spalle?

E poi, tanti anni dopo, in quel giorno in cui mi dicesti in faccia che non t'importava nulla dei sentimenti, quel giorno in cui venni da te nel tuo studio medico e battesti i pugni sul tavolo solo perché desideravo passare del tempo con te, tu lo sai cosa aggiungesti a quelle pietre? Iniettasti un acido corrosivo che spazzò via ogni mia debole speranza. Che paradosso, papà, che assurdo paradosso che io debba operare me stesso con quella praticità che solo un chirurgo come te avrebbe potuto fare agevolmente. Volevo che mi conoscessi, che uscissimo assieme, che avessimo un'occasione. Avevo delle lacrime appese ai bordi dei miei occhi verdi e quel giorno, quando tornai a casa sconfitto, uscirono tutte accompagnate da mille parole “mute”, parole fatte solo di spazi; quegli spazi che, messi uno di fianco all'altro, erano la misura esatta della nostra distanza. Fiumi di singhiozzi troncati. Non avevo mai pianto così. Se quelle goccioline salate avessero raggiunto il mare avrebbero generato uno tsunami e cancellato dalla faccia della Terra ogni luogo dove tu posasti i tuoi piedi; perché, papà, io in quell'istante ripudiai di essere tuo figlio, ripudiai l'idea di ricordare i tuoi passi mai condivisi con me. Ti odiai, ti odiai talmente tanto da scegliere di non cercarti mai più.

Poi sei morto, pochi mesi dopo, e lo seppi con una telefonata mentre ero a lavoro. Sai che rimasi paralizzato? Un soffio al cuore fece rinascere dalle ceneri la fenice di un amore che, in fondo, avevo solo seppellito vivo. Un amore su cui però avevo pisciato, che avevo calpestato, che avevo coperto di cemento armato. Ma, caro papà, l'amore, per me, è sempre stato qualcosa di più potente di qualsiasi cosa e, così, permisi ad un piccolo nodo del ricordo di te di creare una breccia per respirare. Ancora una volta mi avvicinai a te e ti tesi la mia manina.

Mi ritrovai di fronte alla tua bara già chiusa, la osservavo dall'uscio, mi ritrovai catapultato a casa tua, una casa che non avevo mai visto prima. Ero stordito, ovattato, silenzioso. Attorno a me vedevo gente passare avanti e indietro, li sentivo parlare, li sentivo dire cose che non ricordo perché le voci dentro di me erano molto più forti. Qualcuno mi abbracciò e disse “parole” che mi attraversarono come la luce attraversa la nebbia senza lasciare traccia di sé, del suo passaggio.

Stavo lì dondolando fra le mie emozioni contraddittorie e non sapevo come agire. Quanta confusione attorno alla tua bara, quante anime prive di anima che cercavano di apparire più contrite delle altre per splendere maggiormente e vincere la fascia di “Miss o Mr. emotività”. Un teatrino schifoso! Papà, l'indomani non riuscii a seguirti fino alla sepoltura, mi rifiutai. Giorni dopo mi ritrovai dentro ad una chiesa. Io dentro ad una chiesa, ti rendi conto? Io che non credo, io che poi sono diventato pure buddista. Mi sedetti lì dentro ed ero da solo; osservai le colonne, gli affreschi, la croce. L'unica cosa che mi piacque era il profumo dell'incenso. Non feci nessuna preghiera ma ti rivolsi un pensiero da quel luogo al quale so tu eri legato e dal quale sei transitato.

Ti ho perdonato, ti ho perdonato di tutto e ti dissi che ti volevo bene nonostante tutto. Sai cosa sono quelle pietre nel mio cuore che non riesco a togliere facilmente? Sono gli spigoli di una domanda che non ha mai avuto risposta: “perché, papà, sei arrivato a lasciare questa vita senza il desiderio di avermi nella tua vita?”. Oggi provo compassione per te, provo tanta tristezza per un uomo che è morto da solo in casa, un uomo che si era circondato di oggetti, di videogiochi, di sigarette e del suo lavoro. Quelle furono le cose che trovai in casa tua, quelle furono le cose che mi rimasero impresse e che mi spezzarono l'anima in due. Se solo tu mi avessi accettato e voluto con te magari saresti morto in un abbraccio, con una voce in più (la mia) registrata nella segreteria, con in casa anche una foto di noi due assieme sul comodino, con un piatto ed un bicchiere in più, con un letto in più, con dei ricordi in più.

Avrei voluto fossi orgoglioso di me, che mi aiutassi a capire alcune cose di questa vita, ad affrontare meglio certe scelte, a crescere con qualche legame padre-figlio. Ho dovuto affrontare me stesso sempre da solo perché, papà, la mamma ha fatto del suo meglio ma non poteva darmi ciò che avresti dovuto darmi tu.

Sei stato un grande egoista perché te ne sei andato ancora una volta voltandomi le spalle, senza dirmi niente, senza cercarmi.

Ho giurato a me stesso che non avrei mai fatto i tuoi sbagli e, caro papà, ci sto riuscendo, sai? Sono un uomo migliore e, devo dirtelo, devo ciò anche a te; senza il tuo rifiuto non avrei capito certe cose della vita. Mi hai insegnato esattamente tutto ciò che tu negavi anche a te stesso, l'amore!

Spero di essere per mia figlia il padre che avrei voluto tu fossi con me e spero tu potrai vedere tutto ciò da qualsiasi parte dell'universo ti trovi adesso ed in qualsiasi cosa la tua energia si sia trasformata. Spero inoltre di essere sempre l'uomo che la mia compagna desidera e spero di poterle dare tutto quell'amore che tu hai mancato anche verso la mamma, rendendola la donna ferita e fragile che è oggi. Papà, ricordati che a me non è mai importato nulla delle cose materiali, io spero solo che la mia morte, un giorno, avverrà con un sorriso fra i rami fioriti di due braccia piene d'amore.

Le parole sono finite, gli spazi si sono adagiati fra di esse e la punteggiatura si è accomodata sulle frasi fin qui costruite. Per stasera ho finito di piangere, per stasera ho finito di tirare via l'acqua sporca dal mio pozzo, per stasera le lettere dell'alfabeto si potranno addormentare al fuoco lento di un'emozione a cui ho finalmente dato un nome.

Forse stare in equilibrio vuol dire aggrapparsi con due dita alle proprie guance e tirarle su per stampare un sorriso fino all'ultimo fotogramma nel rullino della nostra vita.

Addio papà.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)