Art of Stimart

Mi chiamo Marco Placido Stissi e amo scrivere; mi piace farlo in verticale, in orizzontale, in diagonale e, a volte, anche a zig zag.

Affondai la mano nella terra; era umida e piena di vita. Qualche piccolo verme cercava di scappare; avevo disturbato la loro quiete e la cosa mi dispiacque molto. “Adesso tirami su”, disse quel piccolo fiore dai petali bianchi continuando a guardarmi negli occhi, “non avere paura!”. Ero titubante perché temevo di fargli del male. “Perché? Perché desideri che ti colga? Potrei strapparti delle radici se non ti tiro via con la giusta attenzione, potrei ferirti o perfino ucciderti.”, dissi allentando l'intenzione di eseguire quell'azione. “Già, potresti proprio uccidermi! Ma questo piccolo rischio è il prezzo da pagare se ti piacerebbe ch'io fossi tuo, che ti seguissi, che ti tenessi compagnia.”, rispose il fiore scandendo lentamente ogni parola. Intanto due formiche si avventurarono su per il mio braccio ed una terza risalì lo stelo del fiore; cercavano sicuramente del cibo e le loro zampette mi solleticavano. La sua vita era nelle mie mani, la sua vita, in quel preciso momento, dipendeva da me, da una mia scelta. Rimasi ancora a pensare. Il piccolo vaso di terracotta era lì accanto a me, pronto ad accoglierlo, era lì a pochi centimetri dal nostro intimo dialogo, a pochi centimetri da quel bivio che avrebbe cambiato ogni cosa sia per me che per quel bellissimo fiore. “Se scegli di non cogliermi devi tenere bene a mente che qualcuno potrà comunque calpestarmi o che un ramo potrebbe schiacciarmi o che un incendio potrebbe bruciarmi o che la grandine potrebbe spezzarmi e la pioggia potrebbe farmi marcire. Qualcuno potrebbe strapparmi via spezzandomi brutalmente dalle mie radici.”, proseguì dolcemente il fiore. Risposi con voce sottile: “Ma anche io potrei darti poca acqua o troppa acqua, potrei posizionarti in un luogo con poca luce o con troppa luce, potrei inavvertitamente fare qualcosa di sbagliato!” “Allora, dimmi, perché hai pensato di cogliermi se pensi di non riuscire con assoluta certezza di prenderti cura di me?”, mi chiese scuotendosi dai petali un po' di rugiada. “Perché sei bellissimo! Immaginavo di averti con me in casa così da poterti guardare ogni volta che ne avrei avuto voglia.”, risposi con convinzione. “Ti piacerebbe se io ti chiedessi di rinunciare alla tua casa e di venire a stare per sempre seduto qui accanto a me?”, mi chiese il fiore. “Credo proprio di no! Non sarei libero. Non... non sarei... libero!”, risposti sgranando gli occhi mentre compresi il senso profondo della sua domanda, “Perderei la mia identità, non avrei più tutto ciò che mi serve per vivere, morirei per rendere felice te... e io, giorno dopo giorno, sarei sempre più triste.”. In quel momento, una grossa foglia gialla si posò con prepotenza proprio sopra al fiore. D'istinto la spostai rapidamente; il piccolo fiore perse uno dei suoi bellissimi petali bianchi. “Ohi, che male!”, disse il fiore, “Hai visto? Qui nel bosco la mia esistenza segue le regole naturali della vita. Dimmi, mi vedi ancora bellissimo senza quel petalo?”, proseguì grattandosi con una delle sue foglie proprio là dove c'era la ferita, e aggiunse, “Hai compreso che ciò che accadrebbe a te se restassi qui per sempre potrebbe succedere anche a me se venissi con te. In realtà accadrebbe a chiunque, a qualunque cosa. Una pietra sta dove deve stare così come il vento va dove deve andare, così come il fuoco deve accendersi là dove deve bruciare e l'acqua passare dove deve nutrire, bagnare, spegnere, inondare.”.

Quando quella sera tornai a casa, seduto sulla dondolo nel patio che si affaccia sul giardino, piansi mentre osservavo le stelle in cielo e reggevo un fiore bianco sulla mia mano sporca di terra.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Vorrei baciarti, vorrei che la nostra pelle si incollasse, vorrei che i nostri brividi si sfiorassero, vorrei che le nostre anime scivolassero l'una nelle profondità dell'altra e che si ubriacassero col vino dei nostri istinti, vorrei fossimo un solo pensiero e un solo sguardo, vorrei fossimo il noumeno di qualcosa che ci pone oltre i limiti di ogni cosa reale ed irreale. Vorrei che la musica fosse il nostro sangue, vorrei che la luce fosse il nostro pensiero, vorrei che il tempo fosse le nostre ossa, vorrei che l'universo fosse la nostra pelle, vorrei che le stelle fossero i nostri occhi, vorrei che una supernova fosse il nostro cuore e vorrei che tutto fosse in noi in un sistema chiuso da confini invalicabili. Come vorrei che questi vorrei fossero già atti compiuti, scene in essere di un copione inedito che parla di noi, solo di noi. Il nostro passato, le nostre debolezze, i nostri dubbi, le nostre paure ci tengono al guinzaglio, ci fanno indietreggiare ma tu non smettere di guardarmi negli occhi, non smettere di lottare. Ho cifrato un sogno e te l'ho mandato con un sospiro; respiralo, amore mio, codifica il mio fuoco, continua il suo racconto, stropiccialo e poi sospiralo anche tu. Giochiamo così, nessuno capirà, nessuno sentirà. Potranno strapparmi pelle, carne e ossa, potranno bruciarmi, potranno annientare ogni mio atomo ma non potranno dissolvere il nostro amore. Siamo due giganti e spariremo in un soffio lasciando una traccia che qualcuno, un giorno, potrà respirare e che potrà narrare attraverso i suoi vorrei. Così vorrei qualcosa che non posso avere ma che in verità ho già cucita nel profondo del mio cuore. Non importa se tutto ciò sembra assurdo, non importa se è troppo ermetico, noi continueremo ad opporci aggrappati ad una sola e immensa speranza.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sapete che c'è? Devo ammettere che mi piace ascoltare e vedere i video delle mie canzoni preferite, soprattutto quelle che lasciano fluire le mie emozioni e che riescono a scavare tanto dentro di me fino a raggiungere le ossa e lì restarci aggrappate. Qualche anno fa ho notato che gli esseri umani amano condividere le proprie reazioni nell'ascoltare una canzone che non hanno mai sentito prima (magari alcuni fingono, ma non è questo il punto). Quei video, inizialmente, mi sembravano una cosa molto stupida, e per certi versi ancora lo penso (dipende molto dal contenuto), ma più li guardo e più mi rendo conto di quanto molti di essi possano essere potenzialmente utili, importanti per la cura dell'anima. Lo so, mi starete prendendo per cretino in questo momento ma datemi il tempo di spiegare, magari troverete un punto di vista interessante. Le emozioni sono contagiose, lo sono come gli sbadigli, come l'esempio che diamo a chi si confronta con noi quotidianamente o casualmente vedendoci dire o fare qualcosa. Penso che la musica sia una delle cure più importanti per guarire gli esseri umani dalla follia che li incatena giorno dopo giorno. Se, ad esempio, tutte le città del mondo montassero delle casse audio lungo le strade e riproducessero della bella musica dolce, allegra, malinconica, ispiratrice, allora molte cose brutte non accadrebbero. Ne sono certo! Detto ciò, guardare delle persone reagire emotivamente a della musica è qualcosa che cela dei risvolti interessanti. Questi creator hanno un gran numero di follower per questo tipo di video e credo che ciò sia indice di quanto l'umanità abbia consciamente o inconsciamente bisogno di amore e di condividere le proprie emozioni. Credo sia un po' come dire: “hey, anche io provo questa cosa e sono felice che anche tu la provi, e ciò mi fa sentire meno sola/o”. Forse non ce ne rendiamo conto ma ci fanno costantemente credere che il male sia più esteso del bene quando, invece, ognuno di noi sa cogliere immediatamente un sorriso e ricambiarlo, ognuno di noi si scioglie in un abbraccio, ognuno di noi prova emozioni positive se stimolate. Sembriamo tutti brutti sporchi e cattivi solo perché ci bombardano con segnali negativi, ci fanno credere di dovere avere paura gli uni degli altri, che siamo tutti potenzialmente in pericolo a causa della malvagità imperante. Ciò non è giusto! La maggioranza degli esseri umani è buona e desidera pace e amore. Le guerre e la violenza la fanno in pochi e certuni lo fanno pure solo per disperazione. Quindi, tolti i casi clinici e le follie degli imperatori (riferimento disneyano), direi che non è affatto utopico ritrovarci tutti mano nella mano con un “reaction to” differente da ciò che questa macchina dell'odio si aspetta da noi. Ricordate che è utopico solo ciò che non si vuole affrontare.

Auguro a tutti noi che possano esserci sempre più reazioni alla musica che reazioni al male!

Con amore.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Lo so, sto scrivendo tanto, forse troppo. Vado a fondo nella mia malinconia come qualsiasi essere umano tenti di dimenticare qualcosa annegando il cervello ed il cuore nel vino. Ho un'infinità di cose da dire, le tengo dentro di me da una vita e ora le ho liberate dalle catene che mi ero imposto solo per non apparire fragile, per non sembrare stupido agli occhi degli altri. Gli altri, come se me ne fregasse qualcosa del giudizio altrui; no, scrivo perché le parole sono il serto che incornicia il confine che introduce la nostra umanità, da un lato al più cupo del mondo infernale e dall'altro alla più alta concezione di luce e bellezza. Desidero essere ascoltato tanto quanto desidero essere abbracciato e amato. Ho delle pietre aguzze che sporgono dal mio cuore; mi brucia il sangue mentre passano lì vicino. Devo aprirmi il petto per effettuare un delicatissimo intervento a cuore aperto per estrarle e poi polverizzarle. Ma chi può fare quest'operazione se non me stesso? Chi altri saprebbe maneggiare il mio cuore, chi saprebbe rispettarlo, chi saprebbe capirlo?

Faccio questa introduzione solo perché vorrei capire, papà, perché mi hai fatto male? Perché hai scelto di non amarmi più, perché ti sei allontanato, perché hai dato anche a me il peso di quelle scelte sbagliate che avevate fatto tu e la mamma? Per quale maledetta ragione mi hai piantato nel cuore quelle pietre scure? Che colpa può avere un bambino? Che colpe ho avuto per non meritarmi il tuo affetto? Perché non hai mai giocato con me? Perché non mi hai mai preso in braccio e fatto volare per il mondo sulle tue spalle?

E poi, tanti anni dopo, in quel giorno in cui mi dicesti in faccia che non t'importava nulla dei sentimenti, quel giorno in cui venni da te nel tuo studio medico e battesti i pugni sul tavolo solo perché desideravo passare del tempo con te, tu lo sai cosa aggiungesti a quelle pietre? Iniettasti un acido corrosivo che spazzò via ogni mia debole speranza. Che paradosso, papà, che assurdo paradosso che io debba operare me stesso con quella praticità che solo un chirurgo come te avrebbe potuto fare agevolmente. Volevo che mi conoscessi, che uscissimo assieme, che avessimo un'occasione. Avevo delle lacrime appese ai bordi dei miei occhi verdi e quel giorno, quando tornai a casa sconfitto, uscirono tutte accompagnate da mille parole “mute”, parole fatte solo di spazi; quegli spazi che, messi uno di fianco all'altro, erano la misura esatta della nostra distanza. Fiumi di singhiozzi troncati. Non avevo mai pianto così. Se quelle goccioline salate avessero raggiunto il mare avrebbero generato uno tsunami e cancellato dalla faccia della Terra ogni luogo dove tu posasti i tuoi piedi; perché, papà, io in quell'istante ripudiai di essere tuo figlio, ripudiai l'idea di ricordare i tuoi passi mai condivisi con me. Ti odiai, ti odiai talmente tanto da scegliere di non cercarti mai più.

Poi sei morto, pochi mesi dopo, e lo seppi con una telefonata mentre ero a lavoro. Sai che rimasi paralizzato? Un soffio al cuore fece rinascere dalle ceneri la fenice di un amore che, in fondo, avevo solo seppellito vivo. Un amore su cui però avevo pisciato, che avevo calpestato, che avevo coperto di cemento armato. Ma, caro papà, l'amore, per me, è sempre stato qualcosa di più potente di qualsiasi cosa e, così, permisi ad un piccolo nodo del ricordo di te di creare una breccia per respirare. Ancora una volta mi avvicinai a te e ti tesi la mia manina.

Mi ritrovai di fronte alla tua bara già chiusa, la osservavo dall'uscio, mi ritrovai catapultato a casa tua, una casa che non avevo mai visto prima. Ero stordito, ovattato, silenzioso. Attorno a me vedevo gente passare avanti e indietro, li sentivo parlare, li sentivo dire cose che non ricordo perché le voci dentro di me erano molto più forti. Qualcuno mi abbracciò e disse “parole” che mi attraversarono come la luce attraversa la nebbia senza lasciare traccia di sé, del suo passaggio.

Stavo lì dondolando fra le mie emozioni contraddittorie e non sapevo come agire. Quanta confusione attorno alla tua bara, quante anime prive di anima che cercavano di apparire più contrite delle altre per splendere maggiormente e vincere la fascia di “Miss o Mr. emotività”. Un teatrino schifoso! Papà, l'indomani non riuscii a seguirti fino alla sepoltura, mi rifiutai. Giorni dopo mi ritrovai dentro ad una chiesa. Io dentro ad una chiesa, ti rendi conto? Io che non credo, io che poi sono diventato pure buddista. Mi sedetti lì dentro ed ero da solo; osservai le colonne, gli affreschi, la croce. L'unica cosa che mi piacque era il profumo dell'incenso. Non feci nessuna preghiera ma ti rivolsi un pensiero da quel luogo al quale so tu eri legato e dal quale sei transitato.

Ti ho perdonato, ti ho perdonato di tutto e ti dissi che ti volevo bene nonostante tutto. Sai cosa sono quelle pietre nel mio cuore che non riesco a togliere facilmente? Sono gli spigoli di una domanda che non ha mai avuto risposta: “perché, papà, sei arrivato a lasciare questa vita senza il desiderio di avermi nella tua vita?”. Oggi provo compassione per te, provo tanta tristezza per un uomo che è morto da solo in casa, un uomo che si era circondato di oggetti, di videogiochi, di sigarette e del suo lavoro. Quelle furono le cose che trovai in casa tua, quelle furono le cose che mi rimasero impresse e che mi spezzarono l'anima in due. Se solo tu mi avessi accettato e voluto con te magari saresti morto in un abbraccio, con una voce in più (la mia) registrata nella segreteria, con in casa anche una foto di noi due assieme sul comodino, con un piatto ed un bicchiere in più, con un letto in più, con dei ricordi in più.

Avrei voluto fossi orgoglioso di me, che mi aiutassi a capire alcune cose di questa vita, ad affrontare meglio certe scelte, a crescere con qualche legame padre-figlio. Ho dovuto affrontare me stesso sempre da solo perché, papà, la mamma ha fatto del suo meglio ma non poteva darmi ciò che avresti dovuto darmi tu.

Sei stato un grande egoista perché te ne sei andato ancora una volta voltandomi le spalle, senza dirmi niente, senza cercarmi.

Ho giurato a me stesso che non avrei mai fatto i tuoi sbagli e, caro papà, ci sto riuscendo, sai? Sono un uomo migliore e, devo dirtelo, devo ciò anche a te; senza il tuo rifiuto non avrei capito certe cose della vita. Mi hai insegnato esattamente tutto ciò che tu negavi anche a te stesso, l'amore!

Spero di essere per mia figlia il padre che avrei voluto tu fossi con me e spero tu potrai vedere tutto ciò da qualsiasi parte dell'universo ti trovi adesso ed in qualsiasi cosa la tua energia si sia trasformata. Spero inoltre di essere sempre l'uomo che la mia compagna desidera e spero di poterle dare tutto quell'amore che tu hai mancato anche verso la mamma, rendendola la donna ferita e fragile che è oggi. Papà, ricordati che a me non è mai importato nulla delle cose materiali, io spero solo che la mia morte, un giorno, avverrà con un sorriso fra i rami fioriti di due braccia piene d'amore.

Le parole sono finite, gli spazi si sono adagiati fra di esse e la punteggiatura si è accomodata sulle frasi fin qui costruite. Per stasera ho finito di piangere, per stasera ho finito di tirare via l'acqua sporca dal mio pozzo, per stasera le lettere dell'alfabeto si potranno addormentare al fuoco lento di un'emozione a cui ho finalmente dato un nome.

Forse stare in equilibrio vuol dire aggrapparsi con due dita alle proprie guance e tirarle su per stampare un sorriso fino all'ultimo fotogramma nel rullino della nostra vita.

Addio papà.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Ogni anno, per il giorno della memoria, mi passano d'avanti agli occhi questi tre scatti, uniti in una singola immagine, e ogni anno penso sempre la stessa cosa: “è una bambina bellissima” e lo dico proprio così, col tempo presente, quasi come se lei l'avessi di fronte realmente in quel momento. Il suo sguardo: due buchi neri che non lasciano scampo, infiniti, indefinibili. Mi piace il suo viso, adoro i suoi lineamenti. Vivo il paradosso di un'emozione positiva su di una sequenza di immagini negativa; una sequenza che mi fa venire voglia di abbracciarla, di proteggerla, di portarla via con me, di dirle “non preoccuparti, ti donerò la vita che meriti”.

Mi sembra di sentire i suoi pensieri e le sue emozioni più che la sua stessa voce. Ogni anno cerco di ricordare il suo nome ma, mestamente, con una certa vergogna vado a cercarlo perché lo dimentico, lo dimentico già dal giorno dopo quello della memoria. Paradossale, eh? Non ho memoria del suo nome, non riesco a ricordare che lei è Czesława Kwoka; questa cosa mi imbarazza e mi fa pensare di non essere degno di pensarla. Ebbene si, a me capita di pensare a lei molto spesso durante l'anno; il giorno della memoria, per me, è solo il giorno in cui tristemente mi ricordo di non avere mai imparato il suo nome. Dal primo momento che questa foto si è insinuata dentro di me, ho provato un sentimento, ho percepito un contatto animico profondo. Quella bambina e io abbiamo qualcosa in comune, ma cosa? Cerco ancora di capirlo, cerco di districarmi lungo il percorso di quel filo rosso che me la fa sentire così vicina.

Czesława Kwoka fu uccisa il 12 marzo del 1943 all'età di 14 anni e, per di più, il “come” fu uccisa non fu nemmeno registrato, quasi a voler sottolineare quanto poco importasse la sua esistenza. A chi sarebbe servito ricordare come venne ammazzata? Ogni anno è lei, per me, l'immagine simbolo di tutti quei bambini ingannati e massacrati nel nome di uno stato di devianza.

Io la amo, io sono innamorato di Czesława Kwoka, lo sono perché non serve solo “ricordare” per non commettere più gli stessi errori. Serve urgentemente e profondamente amare per essere sempre veramente credibili, non solo nel fottuto giorno della memoria!

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Affrontai il cambiamento e lo feci a muso duro, con la stessa foga di chi decide di svuotare la cantina per pulirla, ritinteggiarla e ordinarla con solo lo stretto necessario, buttando via il superfluo. Fra alti e bassi iniziai l'intricato percorso che ci si poneva grande e grosso di fronte a noi, a me in particolare. Di errori ne continuai a fare tanti ugualmente ma mai nulla di paragonabile a quelli che feci in quel primo anno in cui “abitavo” le mie più profonde paure. Imparai man mano a rispettare quella creatura, a osservarla, ad ascoltarla. Iniziai a percepire Sun e compresi sempre più come comunicare con lui. Così bastò un gesto, bastò un cenno, bastò uno sguardo, bastò un respiro o un sospiro; così bastammo l'uno all'altro. Abbiamo vissuto delle avventure meravigliose assieme: spesso andavamo a passeggio tra i boschi sull'Etna, su per delle colline o attraverso delle strade sconosciute. Uscivamo senza nemmeno temere le tempeste. Lui era la mia ombra, mi seguiva ovunque, mi ascoltava e mi guardava sempre dritto negli occhi; lo faceva scrutandomi fino alle viscere. Di fronte a lui ero nudo. Mi diceva “ti amo con tutto il cuore”, lo diceva senza parlare, lo diceva attraverso qualcosa che non si può spiegare ma che si può solo intuire, percepire, provare.

Eh si, sette anni sono pochi, sono meno di quel che ci si aspetta. Maledette aspettative! Pochi mesi fa, ricordo che stava piovendo, c'era il rumore della pioggia che accompagnava e sosteneva il mio stato d'animo. Quelle gocce scendevano solcando il cielo come quelle che stavano solcando il mio viso. “Purifica, perdona, accogli, ricorda.”, questo mi ripetevo. Una maglietta col mio odore accanto al suo musetto fu l'ultima speranza a cui si aggrappava il mio cuore e quello della mia compagna. Di lì a poco, però, dovetti affrontare la scelta più dura e difficile al mondo: l'eutanasia. “Quale sarà il finale non lo so ma avrò chiuso un capitolo speciale ed importante della mia vita sapendo d'aver dato amore e riparo a qualcuno che di anima ne ha avuta e ne ha ancora più di qualsiasi essere umano.”, mi dissi col cuore in gola.

Ho una quantità infinita di foto di Sun e con Sun, ho un numero immenso di ricordi. Ogni immagine è lo scorcio di un piccolo lasso di tempo e di emozioni vissute. Qualche mese fa ho dovuto imprimere sul mio cuore la foto più difficile al mondo da sviluppare e da conservare, quella del suo ultimo respiro. Il suo viso fra le mie mani, il suo viso bagnato dalle mie lacrime, un ultimo bacio sul suo musetto. Pochi giorni dopo presi le mie carte degli angeli e, con la mia compagna, ne pescammo una con la mano sinistra. Sapete cosa uscì fuori? La carta dell'angelo della “luce”. Non credo nelle coincidenze!

Il suo percorso, la sua direzione, la sua “trasformazione”, sono luce. Il destino in queste cose sa giocare bene le sue carte: Sun che vuol dire sole, che è la fonte stessa della luce. Ciò che lascia nella mia vita non mi permette di trovare parole ben definite che posso utilizzare a proposito, so solo per certo che è stato il mio maestro di vita, la mia guida spirituale, un protettore, la mia “prova”; Sun è stato un'emozione indescrivibile. La sua dignità ed il suo cuore non saprò mai raggiungerli, forse nessun essere umano saprà mai comprendere e raggiungere quel “qualcosa” che lega gli animali all'esistenza, all'universo! Quel giorno si è chiuso un capitolo della mia vita, quel giorno si è conclusa la storia del mio cucciolo, quel giorno Sun ha lasciato il testimone ad altro. Sento ancora il peso del suo viso fra le mie mani, il suo calore, il suo profumo, il suo sguardo pieno di lacrime di quella sofferenza che non esprimeva, che ha tenuto tutta per se. Quanto stoici possono essere gli animali? Non ho potuto negare la mia sofferenza in quel momento, non ho potuto trattenerla, l'ho dovuta lasciare fluire libera.

Sun, mio piccolo immenso cagnolino peloso dolce e speciale, ti ho amato e ti amerò sempre. Tuo papino e tua mammina ti stringono ancora al loro cuore, sai? Un cuore un po' a pezzetti (come i croccantini che ti piacevano tanto) ma che crediamo tu possa tenerli uniti con le tue slinguazzate, con le tue coccole. Abbiamo così tanti ricordi ed emozioni che non basterebbe l'universo intero per conservarli. Mi manchi tanto! Ho fatto errori che avrei potuto evitare e mi sento responsabile di ogni cosa che ti ha riguardato perché, in fin dei conti, tu dipendevi da me. Sicuramente certe cose sarebbero state inevitabili così come certamente altre cose sono dipese da responsabilità altrui ma, mio piccolo dolce cuoricino, tuo papà, nonostante tutto il caos della sua vita, ti ha amato. Mi auguro di averlo fatto come desideravi, di averti donato una vita meravigliosa, di aver comunque rispettato la tua natura, di averti ascoltato e capito. Ti ringrazio Sun perché mi hai insegnato il linguaggio non verbale, mi hai insegnato a sporcarmi, a toccare la terra, ad assaporarla e a lasciarmi andare. Sei stato la mia guida, un maestro, un angelo custode. Il tuo amore per me ed il rispetto e l'affetto che davi a chiunque si approcciava a te, animali compresi, è una cosa rara da trovare. Il tuo temperamento è stato unico! Eri così accogliente. Ti piaceva proprio dare amore. E poi, i tuoi occhi, quei due specchi striati che mi fissavano fin dentro ad ogni atomo del mio corpo e che sapevano “sentire” il mio cuore. Sapevi quando ero felice, quando ero triste, quando ero arrabbiato. Eri un emotivo, un poeta ma anche un pagliaccio, un giocherellone. Scusami amorino di papà, per quelle volte che ho sbagliato; vorrei tornare indietro per rifare tutto, per farlo meglio. Sun, si dice che le promesse non vanno fatte se non possono essere mantenute, ma una promessa piccina te la voglio fare: semmai un giorno dovessi decidere di amare un altro cane o un gatto o una mucca o qualsiasi altro animale, metterò in atto i tuoi insegnamenti; chiuderò gli occhi, prenderò un respiro e gli parlerò con quel linguaggio che tu mi hai mostrato. Sarà grazie a te che potrò dire al mondo di aver fatto un passo verso un nuovo me stesso, un Marco migliore. Il tuo scopo in questa vita mi è stato chiaro solo ora, dopo la tua morte; prima ne percepivo solo l'eco perché, ad un certo punto, ti ho anche dato per scontato, pensavo che non ti avrei perso mai. Vedi come siamo deboli e fallibili noi esseri umani?

Stasera ho sentito il bisogno di scrivere queste parole per te, per farti sentire ancora una volta quanto sei stato importante. Quella sera ho dovuto affrontare una delle scelte più atroci di tutta la mia vita; quella sera mi si è disintegrato un pezzo di cuore ed un pezzo di anima. Il sostegno di chi ti ha conosciuto e amato ha permesso però che tutto ciò avvenisse con rispetto e amore, ed a loro sono profondamente grato. La tua presenza riempiva ogni centimetro di questa casa.

Possa la luce che ti caratterizzava diventare una stupenda supernova da qualche parte in questo assurdo, folle, enigmatico e smisurato universo.

A presto, piccolo mio, a presto. Tuo papino, tuo mammina e la tua sorellina umani. Con amore.❤️

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Sette anni fa adottai un cane. Era un cucciolo di quasi tre mesi ed era stato abbandonato dentro ad una scatola in mezzo alla strada (così mi dissero quelli dell'associazione che lo presero in carico). Quel giorno, quando mi avvicinai al banchetto delle adozioni, ci siamo scelti, lo abbiamo fatto assieme guardandoci negli occhi. Quel cosino peloso e maldestro faceva di tutto per scavalcare la rete di metallo che ci separava. Lo chiamai Sun (sole) per via del suo pelo dorato ma anche perché volevo luce nella mia vita. Fu la mia prima adozione di un animale, non avevo mai avuto esperienza prima di allora e fu davvero difficile per me affrontare un cambiamento così forte, fu incredibilmente difficile! Il primo anno assieme lo passai facendo migliaia di errori: lo rimproveravo, gli davo schiaffi nel sedere quando faceva cose che reputavo assurde, gli gridavo contro. Arrivai al punto di volerlo riportare in canile. Mi distrusse casa e pensavo che fossero dispetti, pensavo che mi odiasse, pensavo anche di non essere affatto capace di gestire una cosa simile. Poi, però, un giorno avvenne qualcosa: mentre lo portavo a passeggio per fare pipì, dentro di me si aprì un varco fra l'oscurità e capii che avevo bisogno di aiuto perché quel tizio rabbioso non ero io, o meglio, quel cucciolo mi stava mettendo di fronte a tutte le mie debolezze, a tutti i miei demoni. Stavo combattendo una battaglia con me stesso e, a farne le spese, era quell'anima innocente. Decisi di contattare un'educatrice cinofila che, in breve tempo, divenne pure una delle mie più care amiche nonché la zia preferita di Sun. Quando entrò in casa mi disse delle cose che ancora adesso riecheggiano nella mia mente, nel mio cuore; cose che stravolsero tutto il mio mondo interiore nonché quello esteriore. “Guardalo negli occhi mentre ti abbassi per dargli la ciotola col cibo, lo senti cosa ha da dirti il suo sguardo?”, “Non dire sempre 'stai seduto', impara il linguaggio non verbale. Impara a farglielo capire senza dover usare le parole.”. Quando lei uscì dall'uscio mi misi a piangere, mi accasciai sul pavimento del soggiorno, mi sentii svuotato di tutta la rabbia che avevo accumulato. Piansi forte, piansi tanto e Sun, lentamente e con una dolcezza smisurata, si avvicinò e si sedette di fianco a me poggiando il suo musetto sulla mia spalla; cominciò a leccarmi il viso delicatamente. Mentre lo faceva mi guardava fisso negli occhi e raccoglieva le mie lacrime come a volerle conservare dentro di sé per non perdersi nemmeno un atomo delle mie emozioni. Lo abbracciai e fu l'inizio di una nuova rivoluzione, di una rinascita interiore, di un passo verso qualcosa che prima d'allora non avrei mai pensato di poter vivere ed affrontare. Quella ragazza, quel giorno, mi fece capire che non avrebbe lavorato per correggere Sun ma per correggere me. Capii che quel cucciolo era l'immagine riflessa di “qualcosa” che stava dentro al mio cuore.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Gli uomini, spesso, hanno difficoltà ad ammettere di averla. La parte femminile è quasi un tabù, una vergogna, un'ammissione di debolezza, un difetto, uno scontro frontale con i pregiudizi. Molti uomini temono di perdere la tanto amata virilità ed il loro potere nella società. Più è forte quell'aspetto e più essi si atteggiano a maschi alpha; devono contrastare quella vergogna, devono negarla a tutti i costi, devono soffocarla, devono spegnerla, devono annientarla. Quegli uomini si snaturano, non sono più se stessi; quegli uomini si trasformano in un surrogato di ciò che sarebbero dovuti essere. Io mi dispiaccio per ciò e mi si contrae l'anima nel pensare a quanto male essi facciano non solo alla propria anima ma anche a quella delle proprie donne, meravigliose compagne di vita. Io ho imparato ad accettare la mia parte femminile; ho imparato a conoscerla, a coccolarla, ad ascoltarla. Lei ha un posto speciale nella mia vita, interagisce con tutto ciò che vivo giorno dopo giorno; lo facciamo tenendoci per mano. La mia parte femminile non è un'aggiunta, non è un'ospite, non è qualcosa che può essere usata all'occorrenza e non devo esaltarla per farmi bello agli occhi del mondo perché essa non è altro che una parte di ciò che mi compone e mi completa. La mia parte femminile sono io. Cosa sarebbe un puzzle senza alcuni suoi pezzi? Ecco, certi uomini escludono dei pezzetti colorati di rosa solo perché li farebbe apparire sbagliati e, purtroppo, così facendo, non completano mai l'immagine che compone la propria esistenza. Perché “il rosa” non è maschile, pensano. Io mi sento anche rosa! Quando compresi di essere fatto di sentimenti, la mia percezione di me stesso e della vita cambiò radicalmente. La vista diventò ampia, completa. Quei sentimenti oggi perdurano grazie al fatto che ho imparato ad amarmi e rispettarmi senza sradicare nulla dalle profondità del mio pozzo. Un vero uomo, cari miei, è colui che sa piangere, che sa stupirsi, che sa sognare, che sa giocare, che sa prendersi cura di chi ama, che sa aiutare in casa, che non si spaventa a dire ti amo, che non teme gli abbracci. Un vero uomo non ha bisogno di sovrapporsi a qualcuno per completare il proprio percorso in questa vita; un vero uomo è colui che, invece, ha bisogno di camminare fianco a fianco di un'anima completa per vedere il percorso con gli stessi occhi e sentirlo nelle stesse frequenze, impreziosendosi la vita vicendevolmente. Ah, quanto stupidi sono gli stereotipi di genere! Ah, quanto male stanno facendo tutte queste categorizzazioni! La verità è che non importa “quanto” sei uomo o “quanto” sei donna, ciò che conta è che sai nutrire semplicemente ed esattamente ciò che sei, senza nasconderti, senza paura. Io sono un uomo ed ho compreso quanto preziosa sia la mia sensibilità e quanto tale dono sia merito di quella meravigliosa parte femminile che mi contraddistingue da quando sono venuto al mondo. Sono felice e grato all'universo per avermi fatto così.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Poco meno di tre anni fa feci un sogno. Fu uno di quelli belli, talmente vividi e profondi da farmi desiderare di riprenderlo ogni notte da dove l'avevo lasciato. Credo di poterlo considerare un sogno indelebile; per certi versi il suo significato è diventato quasi un obiettivo o, comunque, una speranza che si avveri. Dicono, e io un po' ci credo, che durante l'attività onirica si vive realmente quella determinata situazione in cui ci si trova: e bene, quella notte partii per un viaggio non convenzionale. Ancora oggi credo sia stato un messaggio, sia stato un sogno premonitore. Accadde che delle entità ultraterrene, fatte di luce e prive di una forma ben definita, scesero sulla Terra per portare via con sé molti esseri umani (quelli da loro considerati meritevoli). Io ero fra quelli. Sentii il mio corpo sollevarsi da terra dolcemente e, mentre mi libravo nell'aria, salendo sempre più in alto, vidi miglia di bolle semitrasparenti con dentro altri prescelti. Dedussi che anch'io mi trovassi dentro ad una bolla e, pur essendo cosciente, potevo muovermi a stento. Uscii dall'atmosfera del nostro pianeta e fui messo a sedere all'interno di una piccola navetta spaziale a forma di uovo; al suo interno non c'era alcuna strumentazione: sembrava una poltrona saldata dentro ad un guscio. La cosa meravigliosa fu che la parte superiore della navicella era totalmente trasparente e mi permise di osservare l'universo, le stelle e la Terra. Ciò che provai in quel momento è paragonabile allo stupore che si prova quando ci si trova di fronte a qualcosa di estremamente emozionante, come un bambino che vede per la prima volta il mare o la neve. Non so davvero come spiegare meglio quale fu il sentimento che mi pervase. Rimasi lì, in attesa di capire cosa sarebbe successo da lì a poco. Vidi schizzare via dalla Terra tante bolle seguite da bellissime scie bianche luminose: ognuna di esse si trasformava in una navicella, la stessa di quella in cui mi trovavo io. Rimanemmo fermi per un tempo indefinito come piccole barchette su di un oceano sconosciuto. Mi accorsi del silenzio che risuonava nello spazio; era inquietante ma lo sentivo risuonare alla stessa frequenza del battito del mio cuore. Non vidi più uscire bolle e scie luminose dal pianeta, tutto permaneva così, immobile. Poi, senza alcun preavviso, le navicelle iniziarono a schizzare via verso un punto preciso verso l'oscurità: prima una, poi un'altra, poi un'altra ancora. Quella distesa di puntini sembrava uno sciame di stelle cadenti. Le vidi partire ad una velocità indescrivibile lasciando dietro di sé un breve lampo di luce. Poi toccò a me. In un istante mi ritrovai a viaggiare per l'universo ad una velocità inimmaginabile (intuii fosse prossima alla velocità della luce): all'esterno vidi stelle, galassie, nebulose. Il mio cuore resse tutto quello stupore; sentivo solo il suono dei suoi battiti e del mio respiro. Si, respiravo, riuscivo a respirare e ciò mi stupì perché non capivo come fosse possibile. Anche in questo caso non so dire quanto tempo passò prima che la navicella arrivasse a destinazione ma, quando accadde, mi ritrovai in piedi su di una piattaforma sospesa nello spazio assieme ad un vasto gruppo di miei simili. C'erano donne, uomini, bambini, anziani, ragazzi, persone di ogni età e razza. Mi guardai intorno un po' interdetto ma poi alzai lo sguardo e, con gli occhi sgranati, rimasi letteralmente pietrificato per ciò che si palesò di fronte a me: un immenso pianeta blu cobalto circondato da un anello azzurro che gli ruotava intorno a grande velocità. Eravamo tutti in fila verso un'apertura accanto alla quale sostavano delle creature alte, longilinee, un po' trasparenti e leggermente luminose. Capii che ci identificavano prima di farci attraversare quell'ingresso. Vidi persone schizzare felici via verso quel pianeta spettacolare ed io non vedevo l'ora che arrivasse il mio turno. Pensai di non esserne degno, pensai che non avevo con me i miei documenti e... beh, mentre mi immersi in quelle preoccupazioni, suonò la sveglia ed il sogno si concluse così. Mi sentii parecchio confuso e rimasi a letto ad osservare il tetto leggermente illuminato dalla luce che filtrava dalla finestra. Il mio cane Sun mi osservava tenendo il suo musetto appoggiato al mio braccio; lo accarezzai ancora stordito. Approfittai di quel silenzio per imprimere bene nella mia memoria tutti i dettagli del sogno: non avrei mai voluto dimenticarlo! E così questo fu ciò che vissi quella notte o alle prime luci dell'alba (non ho mai capito quando iniziò e quanto tempo durò); non l'ho mai più vissuto nuovamente, non l'ho mai ripreso da dove l'avevo lasciato, non ho mai saputo cosa ci fosse su quel pianeta. Oggi rimane un ricordo e la speranza che quest'avventura possa trasformarsi in qualcosa di reale perché credo che il senso di ciò che ho vissuto sia che il nostro pianeta è in pericolo e che, forse, alcuni di noi saranno tratti in salvo. Di sicuro alcuni di voi mi giudicheranno stupido ma a me ciò non importa. Da allora, quando guardo il cielo notturno, spero sempre di vederli arrivare e di sentirmi trascinare via da questo folle mondo.

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)

Cosa è il blocco dello scrittore? Il blocco dello scrittore è quella cosa che avviene quando chi scrive non sa che cosa scrivere e allora, pur di accontentare quella parte di se stesso che gli chiede di esprimere qualche concetto, egli si sforza di appiccicare delle parole casuali in una frase che non ha capo né coda. Ciò che state leggendo è esattamente questo: il risultato di una sequenza senza senso di spiegazioni, di giustificazioni fasulle buttate qui apposta per riempire sto foglio bianco che m'ispirava cose che non riesco ad esprimere. Ora, giustamente, alcuni di voi si saranno già stufati ed avranno abbandonato il campo di battaglia come disertori; altri, invece, super curiosi, staranno leggendo e continueranno a farlo fino alla fine nella vana speranza di cogliere un senso, un guizzo, un lampo di genio, una frase che gli cambierà la giornata. Tu, si tu che stai leggendo fin qui, tu lo sai che stai perdendo solo tempo, vero? Lo sai che stai bruciando minuti preziosi che avresti potuto riempire mangiando un biscotto, bevendo un bicchiere d'acqua, facendo pipì, soffiandoti il naso, grattandoti la testa, scaccolandoti, commentando qualche post in qualche social, telefonando alla tua dolce metà, seppellendo il cadavere che tieni ancora in cantina, buttando la spazzatura (differenziandola, mi raccomando!) o inveendo contro di me per averti fatto perdere tempo? Ecco, la mia recensione sulla mia indecisione su cosa scrivere è finita. Mio caro viandante, spero tu ti sia comunque trovato bene leggendola e che ti abbia strappato almeno una smorfia di un qualsiasi sentimento a caso. Ci vediamo presto al prossimo blocco dello scrittore!

Marco Placido Stissi (alias “stimart”)