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    <title>vitocola</title>
    <link>https://noblogo.org/vitocola/</link>
    <description>CONDIVIDERE SAPERI SENZA FONDARE POTERI</description>
    <pubDate>Wed, 14 Oct 2026 08:31:07 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Che aprile aspetti #NuitDebout</title>
      <link>https://noblogo.org/vitocola/che-aprile-aspetti-nuitdebout</link>
      <description>&lt;![CDATA[Che aprile aspetti #NuitDebout&#xA;[13/04/2016]&#xA;&#xA;“La mia utopia è che ognuno ha il diritto di lavorare” è il motto di Myriam El Khomri, 38 anni, socialista e ministro del Lavoro nel Governo Valls, autrice di una legge di riforma del lavoro molto simile al Jobs Act di Poletti.&#xA;Certo è uno strano modo di pensare al diritto al lavoro quello di El Khomri che, come Renzi, avvia una liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso la libertà di licenziare (anche solo per una riduzione delle commesse dell’azienda).&#xA;In quanto a liberalità la riforma francese fa anche di più: privilegia in assoluto la contrattazione decentrata in modo da favorire accordi particolari sia sull’orario di lavoro (in casi eccezionali potrebbero arrivare anche a 60 ore settimanali – superando di gran lunga il durèe maximale di 35 ore) che sul salario, con una riduzione dell’importo degli straordinari.&#xA;Inoltre apre le porte all’approvazione di qualsiasi porcheria contraria ai diritti dei lavoratori, con il semplice avallo di un referendum interno all’azienda, anche laddove sono presenti soltanto i sindacati minori o “gialli” come la CFDT (che, infatti,  è favorevole alla riforma).&#xA;In sostanza anche la Francia si allinea a quei paesi europei che hanno adottato misure similari (in Germania la riforma Hartz, in Spagna il “Decretazo” e in Italia il Jobs Act) nel facilitare i licenziamenti e nel rendere autonome le decisioni degli imprenditori rispetto agli accordi collettivi nazionali.&#xA;La differenza è che mentre in Italia la protesta si è completamente sgonfiata e i sindacati si sono rassegnati, compresa la CGIL a cui è bastata la sua “Carta del lavoro” che non si capisce bene a cosa dovrà servire, in Francia la mobilitazione continua e non ha nessuna intenzione di acquietarsi.&#xA;Il 9 marzo un milione persone hanno detto no alla “Loi Travail” e alla svolta liberista del Governo Valls.  Sono scesi in piazza tutti i settori: dai trasporti al pubblico impiego, dal commercio alla scuola.&#xA;Con la scusa dello stato di emergenza, la polizia ha messo in moto misure restrittive e repressive forse mai viste in Francia&#xA;foto di outofline photo collective&#xA;(numerosi feriti, 130 fermati e 4 arrestati), eppure il movimento non ha arretrato, anzi ha aumentato la sua presenza nelle piazze e quella manifestazione del 31 marzo non è terminata normalmente come tutte le altre, ma ha proseguito fino a Place de la Republique occupandola per tutta la notte.&#xA;NuitDebout è lo slogan e l’hashtag che rimbomba in rete.&#xA;Una notte in piedi in quella piazza, e poi in altre piazze ancora (così come le esperienze analoghe di Occupy Wall Street e degli indignados), per parlare e per discutere dell’idea di El Khomri di istituzionalizzare il precariato come nuova riforma del mondo del lavoro.&#xA;La mattina seguente è aprile e la polizia tenta di sgomberare la piazza da persone e cose, con il chiaro intendo di mettere la parola fine a quella mobilitazione.&#xA;Il neonato movimento capisce che quel 31 marzo non può finire così, che non può esserci un primo aprile della polizia e del governo, che è necessario riappropriarsi anche del tempo, che marzo deve continuare con la protesta, con la lotta e che aprile può aspettare.&#xA;A Parigi, come a Nantes a Rennes e poi a macchia d’olio in oltre 60 città francesi,  marzo continua con il 32, il 33, il 34… oggi è ancora il 44 marzo.&#xA;Anna Maria Merlo su il Manifesto, dice che “per il momento, Nuit Debout non è ancora matura per una traduzione politica”, ma il fatto è che quando parliamo di traduzione politica abbiamo spesso il capo rivolto ai partiti istituzionali.&#xA;Questo movimento ha iniziato a studiare da solo e, con le sue “commissioni”, legge e affronta i diversi problemi politico-sociali nella società liberista.&#xA;Tenta di individuare soluzioni e soprattutto ha ben compreso che il progetto di smantellamento dello stato sociale non è un evento locale, isolato, francese, ma appartiene a tutta l’Europa.&#xA;Ecco la necessità di unire tutte le lotte e di praticare una nuova forma di partecipazione, diversa dal “militantismo tradizionale” chiuso nelle sue cerchie, allargata a tutta la società e a tutte le forme di disagio.  Anche la violenza va evitata, non isolata ma incanalata in proposte concrete e operative.&#xA;Carl Marx con l’analisi storica del 18 Brumaio ci insegna che il movimento reale pone sempre delle problematiche alla teoria e questa, a sua volta, deve tendere a trovare soluzioni sempre guardando al movimento reale.&#xA;Se volete approfondire, seguire, contribuire o anche solo curiosare: qui trovate il programma (e la petizione) e la mappa dei “rassemblements”.&#xA;Il movimento c’è anche su Facebook (c’è anche un gruppo italiano) e su Twitter;  ci sono le dirette su Periscope e trovare anche un po’ di materiale su GitHub.&#xA;&#xA;div style=&#34;position: fixed; top: 20px; right: 0; z-index: 9999;&#34;&#xD;&#xA;   a href=&#34;https://keepitfree.ai/&#34;&#xD;&#xA;      img src=&#34;https://keepitfree.ai/&#34; alt=&#34;Keep the Internet Free&#34; style=&#34;width: 120px;&#34;&#xD;&#xA;   /a&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Che aprile aspetti <a href="/vitocola/tag:NuitDebout" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">NuitDebout</span></a>
[13/04/2016]</p>

<p>“La mia utopia è che ognuno ha il diritto di lavorare” è il motto di Myriam El Khomri, 38 anni, socialista e ministro del Lavoro nel Governo Valls, autrice di una legge di riforma del lavoro molto simile al Jobs Act di Poletti.
Certo è uno strano modo di pensare al diritto al lavoro quello di El Khomri che, come Renzi, avvia una liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso la libertà di licenziare (anche solo per una riduzione delle commesse dell’azienda).
In quanto a liberalità la riforma francese fa anche di più: privilegia in assoluto la contrattazione decentrata in modo da favorire accordi particolari sia sull’orario di lavoro (in casi eccezionali potrebbero arrivare anche a 60 ore settimanali – superando di gran lunga il durèe maximale di 35 ore) che sul salario, con una riduzione dell’importo degli straordinari.
Inoltre apre le porte all’approvazione di qualsiasi porcheria contraria ai diritti dei lavoratori, con il semplice avallo di un referendum interno all’azienda, anche laddove sono presenti soltanto i sindacati minori o “gialli” come la CFDT (che, infatti,  è favorevole alla riforma).
In sostanza anche la Francia si allinea a quei paesi europei che hanno adottato misure similari (in Germania la riforma Hartz, in Spagna il “Decretazo” e in Italia il Jobs Act) nel facilitare i licenziamenti e nel rendere autonome le decisioni degli imprenditori rispetto agli accordi collettivi nazionali.
La differenza è che mentre in Italia la protesta si è completamente sgonfiata e i sindacati si sono rassegnati, compresa la CGIL a cui è bastata la sua “Carta del lavoro” che non si capisce bene a cosa dovrà servire, in Francia la mobilitazione continua e non ha nessuna intenzione di acquietarsi.
Il 9 marzo un milione persone hanno detto no alla “Loi Travail” e alla svolta liberista del Governo Valls.  Sono scesi in piazza tutti i settori: dai trasporti al pubblico impiego, dal commercio alla scuola.
Con la scusa dello stato di emergenza, la polizia ha messo in moto misure restrittive e repressive forse mai viste in Francia
foto di outofline photo collective
(numerosi feriti, 130 fermati e 4 arrestati), eppure il movimento non ha arretrato, anzi ha aumentato la sua presenza nelle piazze e quella manifestazione del 31 marzo non è terminata normalmente come tutte le altre, ma ha proseguito fino a Place de la Republique occupandola per tutta la notte.
NuitDebout è lo slogan e l’hashtag che rimbomba in rete.
Una notte in piedi in quella piazza, e poi in altre piazze ancora (così come le esperienze analoghe di Occupy Wall Street e degli indignados), per parlare e per discutere dell’idea di El Khomri di istituzionalizzare il precariato come nuova riforma del mondo del lavoro.
La mattina seguente è aprile e la polizia tenta di sgomberare la piazza da persone e cose, con il chiaro intendo di mettere la parola fine a quella mobilitazione.
Il neonato movimento capisce che quel 31 marzo non può finire così, che non può esserci un primo aprile della polizia e del governo, che è necessario riappropriarsi anche del tempo, che marzo deve continuare con la protesta, con la lotta e che aprile può aspettare.
A Parigi, come a Nantes a Rennes e poi a macchia d’olio in oltre 60 città francesi,  marzo continua con il 32, il 33, il 34… oggi è ancora il 44 marzo.
Anna Maria Merlo su il Manifesto, dice che “per il momento, Nuit Debout non è ancora matura per una traduzione politica”, ma il fatto è che quando parliamo di traduzione politica abbiamo spesso il capo rivolto ai partiti istituzionali.
Questo movimento ha iniziato a studiare da solo e, con le sue “commissioni”, legge e affronta i diversi problemi politico-sociali nella società liberista.
Tenta di individuare soluzioni e soprattutto ha ben compreso che il progetto di smantellamento dello stato sociale non è un evento locale, isolato, francese, ma appartiene a tutta l’Europa.
Ecco la necessità di unire tutte le lotte e di praticare una nuova forma di partecipazione, diversa dal “militantismo tradizionale” chiuso nelle sue cerchie, allargata a tutta la società e a tutte le forme di disagio.  Anche la violenza va evitata, non isolata ma incanalata in proposte concrete e operative.
Carl Marx con l’analisi storica del 18 Brumaio ci insegna che il movimento reale pone sempre delle problematiche alla teoria e questa, a sua volta, deve tendere a trovare soluzioni sempre guardando al movimento reale.
Se volete approfondire, seguire, contribuire o anche solo curiosare: qui trovate il programma (e la petizione) e la mappa dei “rassemblements”.
Il movimento c’è anche su Facebook (c’è anche un gruppo italiano) e su Twitter;  ci sono le dirette su Periscope e trovare anche un po’ di materiale su GitHub.</p>

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      <guid>https://noblogo.org/vitocola/che-aprile-aspetti-nuitdebout</guid>
      <pubDate>Wed, 23 Sep 2026 15:44:46 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Potenza 25 aprile for dummies (o dell&#39;informazione tossica)</title>
      <link>https://noblogo.org/vitocola/potenza-25-aprile-for-dummies-o-dellinformazione-tossica</link>
      <description>&lt;![CDATA[Potenza 25 aprile for dummies (o dell&#39;informazione tossica)&#xA;[27/04/2016]&#xA;&#xA;La pagina più brutta della storia italiana è stato il ventennio fascista, anche se in realtà fu di qualche anno in più (dal 29 ottobre 1922 al 29 aprile 1945). Il riferimento ai venti anni avviene per uno slittamento al 1925, anno in cui Mussolini dichiarò fuori legge tutti i partiti.&#xA;Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale chiamò all’insurrezione tutti gli italiani contro i fascisti e i nazisti e il 29, a Caserta, venne sancita ufficialmente la fine del fascismo (la fine effettiva della guerra in Italia sarà il 3 maggio).&#xA;Ecco perché è importante il 25 aprile: non è il giorno della memoria dei caduti (generici) di una guerra ma è la data di un’insurrezione, di una rivolta, dell’atto culminante, dell’esplosione della rabbia popolare contro la dittatura fascista. E’ la vittoria della resistenza italiana e di tutti i partigiani che diedero vita alla Costituente e alla Costituzione italiana.&#xA;Ricordare quella data, festeggiarla – se volete, è fondamentale per non distrarsi troppo, nel quotidiano, di fronte all’abbassarsi dei livelli di democrazia.&#xA;E’ importante per i giovani che devono saper mantenere alta la guardia contro gli autoritarismi di ogni tipo, soprattutto a quelli nascosti nelle istituzioni;  devono sapersi opporre alla strafottenza di chi governa solitario; ma anche imparare a decifrare gli algoritmi di una cultura liberista che aumenta la sfera dei bisogni e allunga la strada per il loro soddisfacimento. Saper riconoscere l’informazione fuorviante e ristabilire i giusti livelli di comunicazione attraverso pratiche di controinformazione.&#xA;Ed è solo di informazione che voglio parlare in queste poche righe e lo stimolo mi viene dall’idea di Basilicata Antifascista di raccogliere opinioni e contributi su quanto accaduto a Potenza il 25 aprile.&#xA;Il tutto parte dalla mancanza (che Giampiero ben descrive nel suo post su FB) di sensibilità e opportunità della politica ufficiale e istituzionale potentina rispetto alla ricorrenza del 25 aprile per finire, paradossalmente, con la condanna a coloro i quali quel giorno erano gli unici in piazza a ricordare quella data, anche se non come ricorrenza.&#xA;Come si fa a passare da una denuncia all’altra? Attraverso un’informazione che da carente diventa tossica; con la forma che riempie di contenuti l’assenza di sostanza (la notizia).&#xA;Accade che agli addetti all’informazione (quasi tutti) sfugga la notizia di un evento organizzato per la giornata del 25 aprile. Certo forse era poco pubblicizzato, un volantino nelle scuole e su Facebook (l’evento segna 225 “mi interessa” e 161 “partecipo”), ma questi “addetti” neanche approfondiscono più di tanto le ricerche pur in una totale assenza di eventi “ufficiali”.&#xA;La primavera potentina aspetta proprio il 25 aprile per dare il meglio di se: piove fin dalla mattina e il freddo rincara la dose con una spennellata di neve. Puntuali e imperterriti, alle 16.30, i giovani antifascisti raggiungono piazza prefettura, montano il loro striscione tra i porticati del Gran Caffé e danno il via all’evento. La cosa dura, tra la distribuzione del volantino qualche canzone e una discussione aperta a tutti, fino a sera quando vanno via tutti. Nessun facinoroso, nessuna lite e niente polizia, neanche un vigile urbano a garantire l’ordine.&#xA;Il giorno dopo? Niente, di nuovo nessuna notizia, di nuovo solo l’assenza di manifestazioni ufficiali tranne quella dell’Ansa che con un dispaccio della polizia parla di “alcuni  movimenti antagonisti” e di “una manifestazione non autorizzata”.&#xA;Tutto qui, questo è il racconto della giornata, più qualcuno che su Facebook ti dice “io credo all’Ansa”.&#xA;Anziché complimentarsi con quei ragazzi, si punta il dito sull’autorizzazione.  Peccato che si scambi la forma per l’in-forma-zione.&#xA;Pure durante il fascismo contava la forma, innanzitutto.&#xA;Voi come immaginate l’informazione ai tempi del fascismo?  Io me l’immagino tossica, solo ufficiale. Niente verifiche, niente approfondimenti, pensava a tutto l’Agenzia Stefani. E, ovviamente, c’era chi diceva io credo alla Stefani.&#xA;“Spiega ai tuoi figli&#xA;e ai figli dei tuoi figli&#xA;non perché l’odio e la vendetta duri&#xA;ma perché sappian quale immenso bene&#xA;sia la libertà&#xA;e imparino ad amarla &#xA;e la conservino intatta&#xA;e la difendano sempre”&#xA;25 aprile&#xA;&#xA;div style=&#34;position: fixed; top: 20px; right: 0; z-index: 9999;&#34;&#xD;&#xA;   a href=&#34;https://keepitfree.ai/&#34;&#xD;&#xA;      img src=&#34;https://keepitfree.ai/&#34; alt=&#34;Keep the Internet Free&#34; style=&#34;width: 120px;&#34;&#xD;&#xA;   /a&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Potenza 25 aprile for dummies (o dell&#39;informazione tossica)
[27/04/2016]</p>

<p>La pagina più brutta della storia italiana è stato il ventennio fascista, anche se in realtà fu di qualche anno in più (dal 29 ottobre 1922 al 29 aprile 1945). Il riferimento ai venti anni avviene per uno slittamento al 1925, anno in cui Mussolini dichiarò fuori legge tutti i partiti.
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale chiamò all’insurrezione tutti gli italiani contro i fascisti e i nazisti e il 29, a Caserta, venne sancita ufficialmente la fine del fascismo (la fine effettiva della guerra in Italia sarà il 3 maggio).
Ecco perché è importante il 25 aprile: non è il giorno della memoria dei caduti (generici) di una guerra ma è la data di un’insurrezione, di una rivolta, dell’atto culminante, dell’esplosione della rabbia popolare contro la dittatura fascista. E’ la vittoria della resistenza italiana e di tutti i partigiani che diedero vita alla Costituente e alla Costituzione italiana.
Ricordare quella data, festeggiarla – se volete, è fondamentale per non distrarsi troppo, nel quotidiano, di fronte all’abbassarsi dei livelli di democrazia.
E’ importante per i giovani che devono saper mantenere alta la guardia contro gli autoritarismi di ogni tipo, soprattutto a quelli nascosti nelle istituzioni;  devono sapersi opporre alla strafottenza di chi governa solitario; ma anche imparare a decifrare gli algoritmi di una cultura liberista che aumenta la sfera dei bisogni e allunga la strada per il loro soddisfacimento. Saper riconoscere l’informazione fuorviante e ristabilire i giusti livelli di comunicazione attraverso pratiche di controinformazione.
Ed è solo di informazione che voglio parlare in queste poche righe e lo stimolo mi viene dall’idea di Basilicata Antifascista di raccogliere opinioni e contributi su quanto accaduto a Potenza il 25 aprile.
Il tutto parte dalla mancanza (che Giampiero ben descrive nel suo post su FB) di sensibilità e opportunità della politica ufficiale e istituzionale potentina rispetto alla ricorrenza del 25 aprile per finire, paradossalmente, con la condanna a coloro i quali quel giorno erano gli unici in piazza a ricordare quella data, anche se non come ricorrenza.
Come si fa a passare da una denuncia all’altra? Attraverso un’informazione che da carente diventa tossica; con la forma che riempie di contenuti l’assenza di sostanza (la notizia).
Accade che agli addetti all’informazione (quasi tutti) sfugga la notizia di un evento organizzato per la giornata del 25 aprile. Certo forse era poco pubblicizzato, un volantino nelle scuole e su Facebook (l’evento segna 225 “mi interessa” e 161 “partecipo”), ma questi “addetti” neanche approfondiscono più di tanto le ricerche pur in una totale assenza di eventi “ufficiali”.
La primavera potentina aspetta proprio il 25 aprile per dare il meglio di se: piove fin dalla mattina e il freddo rincara la dose con una spennellata di neve. Puntuali e imperterriti, alle 16.30, i giovani antifascisti raggiungono piazza prefettura, montano il loro striscione tra i porticati del Gran Caffé e danno il via all’evento. La cosa dura, tra la distribuzione del volantino qualche canzone e una discussione aperta a tutti, fino a sera quando vanno via tutti. Nessun facinoroso, nessuna lite e niente polizia, neanche un vigile urbano a garantire l’ordine.
Il giorno dopo? Niente, di nuovo nessuna notizia, di nuovo solo l’assenza di manifestazioni ufficiali tranne quella dell’Ansa che con un dispaccio della polizia parla di “alcuni  movimenti antagonisti” e di “una manifestazione non autorizzata”.
Tutto qui, questo è il racconto della giornata, più qualcuno che su Facebook ti dice “io credo all’Ansa”.
Anziché complimentarsi con quei ragazzi, si punta il dito sull’autorizzazione.  Peccato che si scambi la forma per l’in-forma-zione.
Pure durante il fascismo contava la forma, innanzitutto.
Voi come immaginate l’informazione ai tempi del fascismo?  Io me l’immagino tossica, solo ufficiale. Niente verifiche, niente approfondimenti, pensava a tutto l’Agenzia Stefani. E, ovviamente, c’era chi diceva io credo alla Stefani.
“Spiega ai tuoi figli
e ai figli dei tuoi figli
non perché l’odio e la vendetta duri
ma perché sappian quale immenso bene
sia la libertà
e imparino ad amarla
e la conservino intatta
e la difendano sempre”
25 aprile</p>

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      <guid>https://noblogo.org/vitocola/potenza-25-aprile-for-dummies-o-dellinformazione-tossica</guid>
      <pubDate>Wed, 23 Sep 2026 10:22:45 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Hackmeeting 2016 (0x13)</title>
      <link>https://noblogo.org/vitocola/hackmeeting-2016-0x13</link>
      <description>&lt;![CDATA[Hackmeeting 2016 (0x13)&#xA;&#xA;[30/05/2016]&#xA;&#xA;Un giorno di parecchi anni fa, mio padre, di ritorno da un viaggio a Roma, mi portò in regalo un’automobilina elettrica.  Una macchina di una qualche polizia americana, con una vistosa calotta di plastica arancione sul tettuccio e con due poliziotti all’interno dipinti di fronte sul parabrezza e di profilo sui finestrini laterali. Era molto colorata e voluminosa e aveva un interruttore sul fondo, vicino allo sportello delle batterie che, una volta posizionato su ON, faceva partire il suono di una sirena e di una musichetta di sottofondo, la calotta arancione iniziava a illuminarsi a intermittenza e la macchina partiva verso una direzione qualsiasi, mai la stessa. Con mio grande stupore e divertimento, l’automobilina quando cozzava conto un ostacolo non si bloccava ma rinculava e cambiava direzione, sempre. Io mi divertivo a posizionarla sotto il tavolo con tutte le sedie intorno, perché tra tutti quei piedi l’automobilina non riusciva mai a venirne fuori. Alla lunga avevo decifrato tutti i suoi movimenti (non molti in verità) e con una serie di ostacoli, ben posizionati, riuscivo a determinare sia il percorso che il punto di arrivo dell’automobilina. Fatto questo (per un bel po’ di volte) ormai quella macchinina non aveva nient’altro da raccontarmi. Non mi restava che smontarla e vedere com’era fatta dentro, quello sarebbe stato il suo racconto più interessante. Nelle mie intenzioni c’era la fretta si smontarla ma anche la preoccupazione di riuscire a rimontarla daccapo. Adottai delle procedure professionali, cercando di imitare mio padre quando smontava gli orologi, e collocai tutti i pezzi smontati uno accanto all’altro, in un qualche ordine che me ne ricordasse la loro posizione originale. Non ricordo bene se il rimontaggio fallì perché la memoria mi tradì o perché l’intervento di mio padre mise fine all’intero esperimento. Ricordo soltanto le parole di sconforto di mia madre che per molto tempo mi ricordò di aver “rotto” un bel giocattolo.&#xA;Lo so che questo racconto più che avere a che fare con gli hackers riguarda il normale mondo della curiosità dei bambini, ma un nesso deve pur esserci se ancora oggi, quando smonto e rimonto una lavatrice, un ferro da stiro o un computer, mi viene sempre in mente quella macchinina della polizia americana.&#xA;Probabilmente non è un caso il fatto che alcuni studenti del MIT di Boston, cinquantotto anni fa, iniziarono giocando con i trenini elettrici per poi passere a divertirsi con un IBM 704. Furono proprio loro i primi a riutilizzare il termine Hacker e un primo manifesto culturale fu, certamente, la performance di un TX-0  a cui Peter Samson fece suonare la fuga di Bach.  La filosofia di base era estremamente semplice ed esplicativa: “hands on”. Metterci le mani, provarci, ma se possibile condividerne il processo e l’esperienza. Per quale finalità? Conoscenza e divertimento, non necessariamente in questo ordine.&#xA;Hacker è il nome di un comportamento, di una cultura, di un’etica, di una filosofia che ha radici molto antiche, risalenti a quelle pratiche umane slegata da attività di produzione, del lavoro e del profitto e corroborate dalle varie correnti dello scetticismo come fluido vitale. Non ha nulla a che fare con nuove etiche del lavoro (quelle che secondo Pekka Himanen mettono in discussione l’etica protestante del lavoro)  ma su di esso ha e continua ad avere forti ricadute sociali. Il problema di fondo è lo spirito del godimento personale, o la passione, lontani non soltanto dal dovere e dalla costrizione ma anche dalla natura stessa del lavoro e della produzione (anche se non alienante).&#xA;Il gioco, che come dice Huizinga è precedente allo sviluppo della cultura. ha molta più pertinenza con i prodromi dell’idea hacker di mondo possibile di qualsiasi altra etica. E’ fine a se stesso, è mezzo di godimento individuale e collettivo, è altamente contaminato e contaminabile e la sua socialità non può prescindere dalla condivisione profonda, radicale, di tutte le conoscenze. Non può darsi un gioco collettivo se tutti i giocatori non sono in possesso dello stesso livello di conoscenza. Parliamo del grado non agonistico del gioco, la paidia (gioco libero, spontaneo) che Platone e Aristotele tenevano ben distinto dall’agon (gioco competitivo).&#xA;I primi oggetti hackerati sono proprio dei giocattoli creati dal riutilizzo (dissacrazione) di oggetti utilizzati per rituali religiosi o di attrezzi casalinghi e di uso comune.  E’ vero che l’hackeraggio ha avuto e continua ad avere una sua utilità e funzionalità che va al di là del gioco in se, nel senso di far sopravvivere (o reificare) oggetti o dinamiche da lavoro, ma in questo caso il gioco si è tutto consumato all’interno del processo di apertura e trasformazione. In ogni caso l’oggetto iniziale è un nuovo oggetto: non è più quello di partenza poiché ha perso segretezza ed ha aumentato la conoscenza e la comprensione.&#xA;Che fosse fondamentale il gioco ce lo svelano anche gli scritti sull’educazione di Rousseau; la riduzione della persona a soggetto logico di Kant, l’antipatia di Hegel per tutto ciò che non fosse sottomissione alla disciplina (unico modo per conseguire il sapere assoluto e universale) e un polimorfo movimento culturale come il dadaismo.&#xA;Basta esser curiosi e smaniosi di conoscere infilando le proprie mani negli oggetti che si hanno di fronte, per avere una visione hacker del mondo? Si, è probabile, ma dovrebbe essere essenziale anche la volontà di condividere quel processo o quel sapere acquisito senza innescare profitti e, soprattutto, senza fondare poteri. Questa, forse, è la più grande e sottile differenza che sta alla base di tante iniziative che nel nome ricordano la filosofia hacker ma che, invece, stanno a mille miglia di distanza. Dai tanti variopinti hackathon (addirittura istituzionali o industriali), ai molti inutili HackLab o FabLab che nascondono aziende che producono “dal basso” (?) o hackerspace come fonti di guadagno imprenditoriali.&#xA; Questo spirito che conserva in modo originario una filosofia della conoscibilità del mondo è, per ora, ancora ristretto e nella società dell’informazione è messo a dura prova da una piramide (come quella disegnata da Russell Ackoff) che allarga sempre di più la sua base (dei dati). Per fortuna un’idea hacker di approccio anche alle scienze, ma soprattutto alla sua metodologia di trattamento dei dati, come scrive Alessandro Delfanti in “Biohacker”, ci pone di fronte a nuove frontiere e nuovi compiti come quello di “scardinare la ricerca biologica con lo stesso approccio usato un tempo per hackerare un computer” (la svolta open access di Craig Venter, la condivisione sulla viaria di Ilaria Capua, il collettivo DIYbio o la performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico).&#xA;Il digitale e le nuove tecnologie sono, ovviamente, il terreno da osservare con maggiore scrupolo. Un’indagine critica sulla natura concettuale e i principi fondamentali dell’informazione, comprese le dinamiche collegate alla computazione, alla manipolazione meccanica di dati, al flusso informazionale (processo di raccolta e di scambio delle informazioni) e all’etica legata al suo utilizzo sono, necessariamente, i nuovi oggetti con cui giocare, le nuove teorie e pratiche da penetrare e da comprendere.&#xA;Momenti di confronto ce ne sono e quello degli hackmeeting sono fondamentali per indagare il conoscibile.&#xA;Come recita l’about del sito hackmeeting.org,  c’è un raduno periodico delle controculture digitali che ogni anno mette insieme tutti coloro che amano “gestire se stessi e la propria vita e che si battono per farlo”.&#xA;Quest’anno mediattivisti, ricercatori e semplici appassionati che si riconoscono nella filosofia hacker, si ritroveranno al Polo Fibonacci dell’Università di Pisa, dal 3 al 5 giugno, per l’edizione 2016 di Hackmeeting Italia. &#xA;L’incontro annuale delle controculture digitali italiane, delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie e dell’informazione, si svilupperà su tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Si analizzeranno le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite, quale ruolo è possibile all’interno del cambiamento.&#xA;L’evento è totalmente autogestito: non ci sono organizzatori e fruitori, ma solo partecipanti.&#xA;Qui trovate la mappa del meeting.&#xA;La comunità Hackmeeting ha una lista di discussione dove poter chiedere informazioni e seguire le attività della comunità.&#xA;Esiste anche un canale IRC (Internet Relay Chat) dove poter discutere e chiacchierare con tutti i membri della comunità: collegati al server irc.autistici.org ed entra nel canale #hackit99.&#xA;Per tutto il resto leggetevi l’articolo  di Daniele Gambetta, di eigenLab Pisa e ne capirete di più.&#xA;&#xA;div style=&#34;position: fixed; top: 20px; right: 0; z-index: 9999;&#34;&#xD;&#xA;   a href=&#34;https://keepitfree.ai/&#34;&#xD;&#xA;      img src=&#34;https://keepitfree.ai/&#34; alt=&#34;Keep the Internet Free&#34; style=&#34;width: 120px;&#34;&#xD;&#xA;   /a&#xD;&#xA;/div]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Hackmeeting 2016 (0x13)</p>

<p>[30/05/2016]</p>

<p>Un giorno di parecchi anni fa, mio padre, di ritorno da un viaggio a Roma, mi portò in regalo un’automobilina elettrica.  Una macchina di una qualche polizia americana, con una vistosa calotta di plastica arancione sul tettuccio e con due poliziotti all’interno dipinti di fronte sul parabrezza e di profilo sui finestrini laterali. Era molto colorata e voluminosa e aveva un interruttore sul fondo, vicino allo sportello delle batterie che, una volta posizionato su ON, faceva partire il suono di una sirena e di una musichetta di sottofondo, la calotta arancione iniziava a illuminarsi a intermittenza e la macchina partiva verso una direzione qualsiasi, mai la stessa. Con mio grande stupore e divertimento, l’automobilina quando cozzava conto un ostacolo non si bloccava ma rinculava e cambiava direzione, sempre. Io mi divertivo a posizionarla sotto il tavolo con tutte le sedie intorno, perché tra tutti quei piedi l’automobilina non riusciva mai a venirne fuori. Alla lunga avevo decifrato tutti i suoi movimenti (non molti in verità) e con una serie di ostacoli, ben posizionati, riuscivo a determinare sia il percorso che il punto di arrivo dell’automobilina. Fatto questo (per un bel po’ di volte) ormai quella macchinina non aveva nient’altro da raccontarmi. Non mi restava che smontarla e vedere com’era fatta dentro, quello sarebbe stato il suo racconto più interessante. Nelle mie intenzioni c’era la fretta si smontarla ma anche la preoccupazione di riuscire a rimontarla daccapo. Adottai delle procedure professionali, cercando di imitare mio padre quando smontava gli orologi, e collocai tutti i pezzi smontati uno accanto all’altro, in un qualche ordine che me ne ricordasse la loro posizione originale. Non ricordo bene se il rimontaggio fallì perché la memoria mi tradì o perché l’intervento di mio padre mise fine all’intero esperimento. Ricordo soltanto le parole di sconforto di mia madre che per molto tempo mi ricordò di aver “rotto” un bel giocattolo.
Lo so che questo racconto più che avere a che fare con gli hackers riguarda il normale mondo della curiosità dei bambini, ma un nesso deve pur esserci se ancora oggi, quando smonto e rimonto una lavatrice, un ferro da stiro o un computer, mi viene sempre in mente quella macchinina della polizia americana.
Probabilmente non è un caso il fatto che alcuni studenti del MIT di Boston, cinquantotto anni fa, iniziarono giocando con i trenini elettrici per poi passere a divertirsi con un IBM 704. Furono proprio loro i primi a riutilizzare il termine Hacker e un primo manifesto culturale fu, certamente, la performance di un TX-0  a cui Peter Samson fece suonare la fuga di Bach.  La filosofia di base era estremamente semplice ed esplicativa: “hands on”. Metterci le mani, provarci, ma se possibile condividerne il processo e l’esperienza. Per quale finalità? Conoscenza e divertimento, non necessariamente in questo ordine.
Hacker è il nome di un comportamento, di una cultura, di un’etica, di una filosofia che ha radici molto antiche, risalenti a quelle pratiche umane slegata da attività di produzione, del lavoro e del profitto e corroborate dalle varie correnti dello scetticismo come fluido vitale. Non ha nulla a che fare con nuove etiche del lavoro (quelle che secondo Pekka Himanen mettono in discussione l’etica protestante del lavoro)  ma su di esso ha e continua ad avere forti ricadute sociali. Il problema di fondo è lo spirito del godimento personale, o la passione, lontani non soltanto dal dovere e dalla costrizione ma anche dalla natura stessa del lavoro e della produzione (anche se non alienante).
Il gioco, che come dice Huizinga è precedente allo sviluppo della cultura. ha molta più pertinenza con i prodromi dell’idea hacker di mondo possibile di qualsiasi altra etica. E’ fine a se stesso, è mezzo di godimento individuale e collettivo, è altamente contaminato e contaminabile e la sua socialità non può prescindere dalla condivisione profonda, radicale, di tutte le conoscenze. Non può darsi un gioco collettivo se tutti i giocatori non sono in possesso dello stesso livello di conoscenza. Parliamo del grado non agonistico del gioco, la paidia (gioco libero, spontaneo) che Platone e Aristotele tenevano ben distinto dall’agon (gioco competitivo).
I primi oggetti hackerati sono proprio dei giocattoli creati dal riutilizzo (dissacrazione) di oggetti utilizzati per rituali religiosi o di attrezzi casalinghi e di uso comune.  E’ vero che l’hackeraggio ha avuto e continua ad avere una sua utilità e funzionalità che va al di là del gioco in se, nel senso di far sopravvivere (o reificare) oggetti o dinamiche da lavoro, ma in questo caso il gioco si è tutto consumato all’interno del processo di apertura e trasformazione. In ogni caso l’oggetto iniziale è un nuovo oggetto: non è più quello di partenza poiché ha perso segretezza ed ha aumentato la conoscenza e la comprensione.
Che fosse fondamentale il gioco ce lo svelano anche gli scritti sull’educazione di Rousseau; la riduzione della persona a soggetto logico di Kant, l’antipatia di Hegel per tutto ciò che non fosse sottomissione alla disciplina (unico modo per conseguire il sapere assoluto e universale) e un polimorfo movimento culturale come il dadaismo.
Basta esser curiosi e smaniosi di conoscere infilando le proprie mani negli oggetti che si hanno di fronte, per avere una visione hacker del mondo? Si, è probabile, ma dovrebbe essere essenziale anche la volontà di condividere quel processo o quel sapere acquisito senza innescare profitti e, soprattutto, senza fondare poteri. Questa, forse, è la più grande e sottile differenza che sta alla base di tante iniziative che nel nome ricordano la filosofia hacker ma che, invece, stanno a mille miglia di distanza. Dai tanti variopinti hackathon (addirittura istituzionali o industriali), ai molti inutili HackLab o FabLab che nascondono aziende che producono “dal basso” (?) o hackerspace come fonti di guadagno imprenditoriali.
 Questo spirito che conserva in modo originario una filosofia della conoscibilità del mondo è, per ora, ancora ristretto e nella società dell’informazione è messo a dura prova da una piramide (come quella disegnata da Russell Ackoff) che allarga sempre di più la sua base (dei dati). Per fortuna un’idea hacker di approccio anche alle scienze, ma soprattutto alla sua metodologia di trattamento dei dati, come scrive Alessandro Delfanti in “Biohacker”, ci pone di fronte a nuove frontiere e nuovi compiti come quello di “scardinare la ricerca biologica con lo stesso approccio usato un tempo per hackerare un computer” (la svolta open access di Craig Venter, la condivisione sulla viaria di Ilaria Capua, il collettivo DIYbio o la performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico).
Il digitale e le nuove tecnologie sono, ovviamente, il terreno da osservare con maggiore scrupolo. Un’indagine critica sulla natura concettuale e i principi fondamentali dell’informazione, comprese le dinamiche collegate alla computazione, alla manipolazione meccanica di dati, al flusso informazionale (processo di raccolta e di scambio delle informazioni) e all’etica legata al suo utilizzo sono, necessariamente, i nuovi oggetti con cui giocare, le nuove teorie e pratiche da penetrare e da comprendere.
Momenti di confronto ce ne sono e quello degli hackmeeting sono fondamentali per indagare il conoscibile.
Come recita l’about del sito hackmeeting.org,  c’è un raduno periodico delle controculture digitali che ogni anno mette insieme tutti coloro che amano “gestire se stessi e la propria vita e che si battono per farlo”.
Quest’anno mediattivisti, ricercatori e semplici appassionati che si riconoscono nella filosofia hacker, si ritroveranno al Polo Fibonacci dell’Università di Pisa, dal 3 al 5 giugno, per l’edizione 2016 di Hackmeeting Italia.
L’incontro annuale delle controculture digitali italiane, delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie e dell’informazione, si svilupperà su tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Si analizzeranno le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite, quale ruolo è possibile all’interno del cambiamento.
L’evento è totalmente autogestito: non ci sono organizzatori e fruitori, ma solo partecipanti.
Qui trovate la mappa del meeting.
La comunità Hackmeeting ha una lista di discussione dove poter chiedere informazioni e seguire le attività della comunità.
Esiste anche un canale IRC (Internet Relay Chat) dove poter discutere e chiacchierare con tutti i membri della comunità: collegati al server irc.autistici.org ed entra nel canale <a href="/vitocola/tag:hackit99" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">hackit99</span></a>.
Per tutto il resto leggetevi l’articolo  di Daniele Gambetta, di eigenLab Pisa e ne capirete di più.</p>

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      <pubDate>Wed, 23 Sep 2026 07:19:39 +0000</pubDate>
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      <title>Ecco</title>
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<p>Mi sono spostato qui, con un po&#39; di pazienza vedrò di ricaricare il vecchio blog.</p>

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      <pubDate>Sun, 20 Sep 2026 10:37:42 +0000</pubDate>
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