Dall’infanzia alla lucidità

Quando ero bambino, il mio linguaggio possedeva la sicurezza inconsapevole delle prime convinzioni; parlavo con l’autorità che solo l’ignoranza può concedere. I miei pensieri si muovevano entro un orizzonte ristretto, ma io lo credevo l’intero universo. Ragionavo secondo immagini immediate, e ciò che mi appariva vero coincideva semplicemente con ciò che mi era familiare. Col tempo, tuttavia, ho scoperto che crescere non significa accumulare certezze, bensì imparare a dubitare con metodo. Ho abbandonato non l’entusiasmo dell’infanzia, che è una forma di energia preziosa, ma la sua credulità. Ho imparato che la maturità non consiste nell’irrigidirsi, bensì nel sottoporre ogni convinzione alla luce della ragione, anche a costo di perderla.

Lo specchio della conoscenza

La nostra condizione presente è simile a quella di chi osserva il mondo attraverso uno specchio imperfetto: vediamo contorni, non essenze; riflessi, non realtà ultime. Le nostre teorie sono tentativi — talvolta nobili, talvolta ingenui — di dare ordine a ciò che eccede costantemente la nostra comprensione. È un errore credere che l’uomo adulto possieda una visione limpida e definitiva. Egli dispone soltanto di strumenti più raffinati per misurare la propria ignoranza. Ogni progresso nella conoscenza amplia, insieme alla chiarezza, anche il perimetro del mistero.

Verso una comprensione più piena

E tuttavia, l’aspirazione a una conoscenza più compiuta non è vana. Se ora conosciamo in modo frammentario, è proprio perché siamo esseri finiti che tentano di comprendere un ordine più vasto. La perfezione della conoscenza — qualunque cosa significhi — non consisterà forse nell’eliminazione del dubbio, ma nella sua armoniosa integrazione in una visione più ampia. Essere conosciuti, prima ancora che conoscere, suggerisce una reciprocità che trascende l’orgoglio intellettuale. Ci ricorda che non siamo meri spettatori dell’universo, ma parti di esso. E forse la saggezza adulta non è altro che questo: riconoscere i limiti della mente senza rinunciare al desiderio di oltrepassarli. Così, ciò che ho abbandonato dell’infanzia non è stato il desiderio di verità, ma la sua presunzione; e ciò che ho guadagnato non è la certezza assoluta, bensì la disciplina della chiarezza.

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