Cara amica
ho letto le tue parole con attenzione, più di una volta. E forse proprio perché le ho lette con attenzione sento il bisogno di risponderti. Mi ha colpito soprattutto una frase: «non ho allentato io i fili ma li hai volutamente spezzati, per paura, timore, ipocrisia, incoerenza». È una frase molto forte. E, soprattutto, è una ricostruzione dei fatti nella quale io non mi riconosco. Non credo di aver spezzato quei fili per paura, né per ipocrisia o incoerenza. Credo piuttosto che tu abbia visto il mio allontanamento senza riuscire, o forse senza poter vedere, ciò che c'era dietro. Perché io, in questi ultimi due mesi, non ho semplicemente preso le distanze da qualcuno.
Sono stato cacciato da casa come un cane randagio.
Sono stato allontanato da un luogo che per me non era soltanto una casa, ma rappresentava una parte della mia vita, delle mie abitudini, dei miei affetti, della mia quotidianità. E insieme a quella casa ho perso, almeno per un periodo, anche la possibilità di vivere con naturalezza il rapporto con mio figlio.
Sono passati due mesi.
Due mesi durante i quali ho dovuto cercare di andare avanti mentre dentro di me si consumava qualcosa che non so nemmeno come descrivere. E proprio ieri, per la prima volta dopo tutto questo tempo, ho potuto rivedere mio figlio in quei luoghi. La piazza, il centro storico, il suo vecchio asilo...... Sono tornato in quella casa, in quel paese, dentro una realtà che fino a poco tempo fa sentivo mia e che improvvisamente mi è diventata estranea.
E quando sono andato via ho pianto.
Ho pianto in macchina, da solo, durante il viaggio di ritorno. Non te lo racconto per suscitare compassione, né per mettere il mio dolore davanti a quello di qualcun altro. Te lo racconto perché forse, sapendo questo, puoi comprendere quanto sia difficile per me leggere che avrei semplicemente scelto di «spezzare i fili» per paura o incoerenza. Ci sono momenti nella vita in cui una persona si allontana perché sta cercando semplicemente di sopravvivere a quello che le sta accadendo.
Io sono stato dentro questo momento.
Ci siamo conosciuti e frequentati soprattutto attraverso le circostanze, le persone e la vita che condividevamo allora. Ci sono stati momenti belli, conversazioni, caffè, serate e risate, e li ricordo per quello che sono stati.
Non ho mai chiesto di schierarti dalla mia parte.
Ma inevitabilmente, dopo quello che è successo, anche il modo in cui guardo alle persone che mi sono state vicine è cambiato. Ognuno è libero di frequentare chi vuole e di mantenere i rapporti che ritiene importanti. Io, altrettanto liberamente, posso però trarre le mie conclusioni e decidere quali rapporti sento ancora compatibili con ciò che sto vivendo.
Non è un'accusa e non è una richiesta di schieramento.
È semplicemente una consapevolezza alla quale sono arrivato. Le canzoni? Le parole affidate al web? Uno strumento può eventualmente aiutare a trovare le parole, non può inventare il dolore che c'è dietro.
Su questo posso dirti soltanto una cosa: non sempre il modo in cui si riesce a mettere insieme delle parole corrisponde alla quantità di sentimento che c'è dietro. A volte le parole arrivano facilmente. Altre volte bisogna cercarle, ordinarle, lasciarle decantare. Ma questo non rende meno autentico ciò che si prova.
Le parole possono essere aiutate, corrette, persino riscritte.
Quello che una persona ha dentro, invece, rimane suo. E quello che ho vissuto in questi due mesi, nel bene e soprattutto nel dolore, non può essere scritto da nessun altro. Ieri, quando sono ripartito da quei luoghi, non avevo bisogno di una canzone da condividere.
Avevo soltanto bisogno di andare via.
E mentre guidavo e piangevo, ripensavo a mio figlio, a quello che era il mio nido e rifugio, anche a Lei, a quello che è stato e a tutto ciò che improvvisamente non è più come prima.
Quello era il mio pensiero. Quella era la mia sofferenza.
E nessuno strumento avrebbe potuto renderla più vera o più falsa.
Per questo non vorrei che il mio silenzio, le mie assenze o il diverso modo in cui oggi riesco a comunicare venissero interpretati come la prova che l'amicizia sia stata un falso. Non lo è stato, e in un certo senso c'è ancora, altrimenti non starei qui a scrivere.
Ma oggi io sono inevitabilmente diverso.
Non perché abbia scelto di esserlo, ma perché certe esperienze ti cambiano anche quando non lo chiedi. E allora, più che accusarti, voglio semplicemente dirti che la mia distanza non è nata dal disinteresse.
È nata dal dolore.
E forse anche dalla necessità di proteggermi. Tu hai raccontato la tua percezione di quello che è accaduto. Io sentivo di dover raccontare la mia.
Non per stabilire chi abbia ragione.
Semplicemente perché non posso accettare che il mio silenzio venga trasformato in paura, la mia distanza in ipocrisia e il mio dolore in incoerenza.
In questi due mesi ho perso molto.
Ho perso una casa, una quotidianità, delle certezze. E ho dovuto imparare a convivere con un'assenza che non avevo scelto.
Forse, proprio per questo, oggi guardo ogni rapporto con occhi diversi.
Non con rancore. Con maggiore consapevolezza.
E forse è questa, alla fine, la cosa più difficile da accettare: alcune persone rimangono nella nostra storia, ma non necessariamente rimangono nello stesso posto della nostra vita. Ma non posso nemmeno fingere che, dopo tutto quello che è successo, io sia ancora la stessa persona di prima.
Questo è ciò che volevo dirti.