Il cinque per cento decisivo
(perché, in fondo, è proprio in quella piccola frazione trascurata che si nasconde la possibilità di un’intera riforma del carattere)
C’è una tendenza, assai diffusa e alquanto pigra, a classificare gli esseri umani come se fossero minerali: buoni da una parte, cattivi dall’altra, e tra i due poli nessuna gradazione degna di nota. Questa inclinazione alla semplificazione morale è comprensibile, ma intellettualmente disonesta. L’uomo non è un blocco uniforme; è piuttosto una miscela instabile di impulsi, abitudini e possibilità.
Anche nel carattere che più prontamente suscita la nostra riprovazione, si può scorgere una frazione — esigua ma reale — di disposizione al bene. Supponiamo che essa ammonti al cinque per cento: una proporzione modesta, ma non trascurabile. È sufficiente a dimostrare che il male non è una sostanza compatta, bensì una predominanza.
L’errore più comune consiste nel considerare quella minima percentuale come irrilevante, quasi fosse un accidente statistico. Al contrario, essa rappresenta il punto d’appoggio su cui può operare l’educazione, l’esempio e, non di rado, una paziente benevolenza. Non vi è nulla di mistico in ciò: gli uomini tendono a sviluppare le qualità che vengono riconosciute e incoraggiate, e ad irrigidirsi in quelle che vengono soltanto condannate.
Il compito, dunque, non è quello di negare l’esistenza del novantacinque per cento indesiderabile, né di indulgere in un ottimismo sentimentale; è piuttosto quello di agire con un realismo costruttivo. Individuare il germe di ciò che è ragionevole, generoso o leale, e offrirgli condizioni favorevoli di crescita. Se l’ambiente e le circostanze contribuiscono tanto alla formazione dei difetti, non v’è motivo per cui non possano contribuire, con eguale efficacia, alla formazione delle virtù.
Trasformare quel cinque per cento in un ottanta o novanta non è un miracolo morale, ma un’opera di coltivazione. E come ogni coltivazione richiede tempo, pazienza e una certa fiducia nella fertilità del terreno umano. Chi si ostina a vedere soltanto la sterpaglia finirà per convincersi che non esista alcun giardino; chi invece cerca il seme, talvolta riesce a farlo germogliare.