Selvatica

Non è la pace dei diplomatici, quella che si firma sui tavoli verdi dopo notti insonni di trattative, quando le parole sono ormai logore come monete spese troppo a lungo. Non è neppure il sogno dei profeti, quella riconciliazione cosmica in cui le nature stesse si trasfigurano e il lupo si corica accanto all'agnello in una sorta di dolcezza innaturale e forse, in fondo, un po' stucchevole.

No, la pace che possiamo sperare di comprendere è cosa più umile e più vera. Assomiglia piuttosto a ciò che proviamo quando, placata finalmente la tempesta delle passioni, smaltita l'ebbrezza dell'eccitazione che ci teneva tesi come archi, scopriamo nel nostro stesso cuore un vuoto stanco, una distesa silenziosa dove le parole faticano a nascere e quelle che nascono parlano solo di un immenso sollievo, di una fatica che è insieme svuotamento e pienezza. È la pace che segue non alla vittoria, ma alla fine della tensione.

Questa pace, se deve venire, non la si può costruire con artifici, né imporre con decreti. Essa richiede un abbandono, una fiducia nel terreno stesso dell'esistenza. E così la immagino: come spuntano i fiori selvatici in un campo che non li ha seminati. All'improvviso, senza preavviso, senza che alcuna volontà li abbia voluti, ma nel momento stesso in cui il campo – la terra arida, il solco stanco – ne ha più bisogno. È una pace che nasce dalla necessità profonda delle cose, non dai calcoli degli uomini. Una pace selvatica, appunto: non addomesticata dai nostri progetti, non ridotta a schema, ma viva, imprevedibile e inevitabile come la primavera.

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