Sul dovere di dubitare
Vi è una certa compostezza in coloro che non mutano mai opinione. Essi appaiono solidi, coerenti, talvolta perfino ammirevoli. E tuttavia, questa fermezza — tanto celebrata nelle conversazioni e nei proclami — possiede un lato meno nobile: essa presuppone, con una sicurezza quasi sovrumana, che il primo giudizio sia stato immune da errore.
Rimanere invariabili nel proprio pensiero non è, di per sé, una virtù. Può essere il segno di una mente rigorosa, certo; ma con la stessa probabilità può indicare una mente che teme l’esame critico più di quanto ami la verità. Chi non cambia mai idea rivendica implicitamente una sorta di infallibilità iniziale, come se la propria prima impressione fosse stata formulata da un intelletto già completo, già perfetto, già al riparo dalle illusioni che affliggono il resto dell’umanità.
Ora, l’esperienza insegna che l’errore è una compagnia più fedele della certezza. Le nostre convinzioni nascono in circostanze imperfette: informazioni parziali, emozioni momentanee, pregiudizi ereditati. Pretendere che esse siano corrette sin dall’origine equivale a supporre che l’essere umano sia stato miracolosamente esentato dalla fallibilità che caratterizza la sua specie.
Perciò, chi si vanta di non aver mai mutato opinione si assume un onere assai gravoso: quello di dimostrare che il proprio primo giudizio fu non solo sincero, ma fondato su prove sufficienti e su un esame spassionato. In assenza di tale garanzia, l’immutabilità non è fermezza morale, bensì ostinazione.
La saggezza, al contrario, non consiste nel restare immobili, ma nel sapersi correggere. Cambiare idea quando le ragioni lo esigono non è un tradimento della coerenza: è un atto di rispetto verso la realtà. E, se proprio vi è un dovere nell’ambito delle opinioni, esso non è quello di restare fedeli al primo pensiero, ma di restare fedeli alla verità — anche quando essa ci costringe a ritrattare.