Sulla continuità della vita e l’illusione della nostra eccezione

Perché amo gli animali? La risposta più immediata sarebbe sentimentale; ma una risposta sentimentale, per quanto sincera, raramente è illuminante. Se vi è una ragione più profonda, essa consiste nel riconoscere che la distinzione che abitualmente tracciamo fra “noi” e “loro” è meno netta di quanto la nostra vanità vorrebbe credere.

Noi siamo inclini a considerarci come una sorta di eccezione ontologica: creature dotate di ragione, dunque separate dalla vasta moltitudine dei viventi. Eppure, se osserviamo con sufficiente onestà la nostra condizione biologica, scopriamo che siamo fatti della medesima materia dell’erba che cresce nei campi e partecipiamo delle medesime leggi che governano il cervo in fuga. La cosiddetta superiorità umana è una differenza di grado, non di sostanza; e chi confonde le due cose scambia una variazione quantitativa per un miracolo metafisico.

Dire che sono “la cifra indecifrabile dell’erba” significa riconoscere che la vita, anche nelle sue forme più umili, custodisce un enigma che la ragione può descrivere ma non esaurire. L’erba non possiede coscienza riflessiva, ma possiede quella silenziosa ostinazione dell’esistere che è il presupposto di ogni coscienza futura. In essa si trova, in potenza, ciò che in noi diviene pensiero. Non vi è frattura, ma continuità.

Quando affermo di essere il panico del cervo che scappa, non intendo indulgere in un lirismo indistinto. Intendo piuttosto osservare che la paura, impulso elementare alla conservazione, è comune a ogni organismo sensibile. L’angoscia che talvolta paralizza l’uomo nelle sue crisi più intime non è che una versione più complessa di quell’antico tremore che attraversa l’animale braccato. In questo senso, condividiamo non soltanto la struttura corporea, ma anche l’alfabeto primordiale delle emozioni.

Essere, al tempo stesso, il grande oceano e il più piccolo degli insetti equivale a riconoscere la nostra appartenenza a una totalità che non abbiamo creato e che non possiamo dominare senza distruggerla. L’oceano ci ricorda l’immensità delle forze naturali; l’insetto, la delicatezza delle strutture minime da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. L’uomo moderno, persuaso di essere il fine ultimo della creazione, dimentica con sorprendente facilità quanto la sua esistenza sia intrecciata a quella di organismi che egli a stento degna di attenzione.

Conoscere “tutte le creature” non significa possederne un inventario, ma comprenderne la dignità intrinseca. Esse sono perfette non nel senso teologico di un’assenza di difetti, bensì nel senso più sobrio di una coerenza funzionale: ciascuna è adeguata al proprio modo di vivere, ciascuna risponde, con sorprendente precisione, alle condizioni che l’hanno prodotta. La perfezione, in natura, non è un ideale astratto; è l’armonia tra forma e necessità.

Se dunque amo gli animali, è perché riconosco in essi una parentela che precede ogni distinzione culturale. L’amore che “corre sulla terra” non è un sentimento mistico che discende dall’alto, ma una solidarietà razionale che nasce dalla consapevolezza della nostra comune fragilità. Amare gli animali significa, in ultima analisi, accettare che l’uomo non è un sovrano isolato, ma una parte — forse temporaneamente dominante, ma non per questo separata — di una comunità più vasta, che chiamiamo vita.

In tale riconoscimento vi è meno romanticismo di quanto si potrebbe supporre e più lucidità di quanto siamo soliti concedere. E forse è proprio questa lucidità, più che l’entusiasmo, a costituire la forma più autentica di rispetto.

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